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Nuova Venezia – Galan si arrende e patteggia

Posted by Opzione Zero in Rassegna stampa | 0 Comments

9

ott

2014

Ha chiesto di patteggiare due anni e 10 mesi. C’è il primo sì, oggi la decisione

Mose, Galan restituisce 2,6 milioni

Due anni e dieci mesi e restituzione di 2,6 milioni. Oggi l’ordinanza del Gip sui domiciliari

Galan si arrende e patteggia

VENEZIA – Giancarlo Galan, l’indagato eccellente dell’inchiesta Tangenti Mose, viene a patti con la Procura, accordandosi per una pena a due anni e 10 mesi di reclusione e ben 2 milioni e 600 mila euro da dare all’Erario, chiudendo così i conti con i pm Ancilotto, Buccini e Tonini che lo accusano di essere stato per anni a libro paga del Consorzio Venezia Nuova (con uno “stipendio” da un milione l’anno, più due tangenti per sbloccare i progetti del Mose), di aver avuto i restauri milionari della propria villa pagati dalla Mantovani, come pure le azioni di quell’Adria infrastrutture interessata a project financing regionali, che come governatore veneto avrebbe potuto favorire. Alla fine, l’ex presidente della Regione Giancarlo Galan ha capitolato e dopo tre mesi di carcere, davanti alla prospettiva di restarvi ancora a lungo in attesa del processo immediato che la Procura era intenzionata a chiedere – bloccando così i termini della custodia cautelare – ha chiesto di patteggiare, come hanno già fatto i due terzi dei 35 indagati dell’inchiesta, finiti in carcere o ai domiciliari. E se è certamente vero che un patteggiamento non è – codice alla mano – un’ammissione di colpevolezza,è pur vero che sinora si contano sulle dita di due mani gli indagati disposti a sfidare l’accusa in un giudizio in aula. La difesa aveva chiesto di patteggiare la scorsa settimana: nelle stesse ore in cui i tre sostituti interrogavano il commercialista padovano Paolo Venuti, che ha ammesso di essere il prestanome di Galan nel possesso di società e beni. Per lui, patteggiamento (2 anni) e libertà. La Procura non aspettava di meglio e i pm Stefano Ancilotto, Stefano Buccini e Paola Tonini – con l’avallo del procuratore Luigi Delpino e del procuratore aggiunto Carlo Nordio – hanno trovato l’intesa sul “quantum” con gli avvocati difensori Nicolò Ghedini e Antonio Franchini. Ieri alle 11.30 la firma dell’accordo. Sulla scarcerazione di Galan – che lasciato il carcere di Opera, dovrà comunque andare agli arresti domiciliari nella sua villa di Cinto Euganeo – deciderà oggi la presidente dei gup Giuliana Galasso: sarà sempre lei, nella maxi-udienza del 16 ottobre, a dire se i 19 patteggiamenti sinora concordati tra Procura e difese (compreso quello di Galan e che salgono a 22 con quelli del troncone milanese dell’inchiesta) siano congrui nella pena e vadano quindi accolti. Patteggiamenti che garantiscono uno sconto di un terzo della pena, ma che faranno entrare nelle casse dell’Erario 12 milioni di euro. L’inchiesta che il 4 giugno ha fatto saltare in aria il Sistema Veneto, scoperchiando lo scandalo della gestione dei lavori del Mose, potrebbe così chiudersi molto velocemente. Giancarlo Galan, da parte sua, non ha fatto alcuna ammissione, ma con il patteggiamento – in applicazione della Norma Severino – rischia anche di decadere da parlamentare: il voto spetta, formalmente, ai suoi colleghi deputati. «L’onorevole Giancarlo Galan, a seguito di una profonda e sofferta riflessione, tenuto conto delle sue precarie condizioni di salute e soprattutto della dolorosa e “forzata” separazione dall’amata figlia fi 7 anni», scrivono i suoi legali nella richiesta di patteggiamento, «ha maturato la consapevolezza che perseguire un positivo e completo accertamento della sua estraneità ai fatti contestati – che pure riafferma con forza , nonostante l’effettivo ridimensionamento delle accuse a seguito dell’avvenuta declaratoria di prescrizione, significherebbe affrontare un dibattimento estremamente lungo, complesso e accompagnato costantemente da eccezionale clamore mediatico….». Oggi toccherà a un altro indagato eccellente decidere cosa fare: nel carcere di Pisa dov’è detenuto da 4 mesi, l’ex assessore Renato Chisso incontrerà per la prima volta in un interrogatorio i pm che lo accusano di aver ricevuto per una vita mazzette da 200-250 mila euro l’anno dal Consorzio. Lui si è sempre professato innocente, ma se la gip Roberta Marchiori non accoglierà la sua richiesta di scarcerazione per motivi di salute, in carcere può restare fino al processo con rito immediato.

Roberta De Rossi

 

Il pm aggiunto: si è scelto di privilegiare l’aspetto finanziario e comunque l’indagato non viene liberato

Si vedrà il 16 ottobre nella maxiudienza davanti al Gup se i patteggiamenti saranno giudicati congrui

Nordio: «Abbiamo recuperato 12 milioni per le casse pubbliche»

VENEZIA «Sì, siamo certamente soddisfatti di come stanno procedendo le cose: ogni volta che una persona patteggia – anche se non ammette colpe – rinforza il sistema probatorio della Procura. Riscontro dopo risconto è quasi inevitabile che una persona ritenga conveniente ricorrere all’applicazione della pena. In generale, in questa inchiesta noi abbiamo privilegiato l’aspetto finanziario: tutti i patteggiamenti sinora definiti garantiranno alle casse dello Stato oltre 12 milioni di euro. Ricordando, inoltre, che ne caso in questione, Galan non viene liberato». Così il procuratore aggiunto della Procura di Venezia Carlo Nordio, coordinatore dell’area reati contro la pubblica amministrazione, commenta la notizia giudiziaria del giorno: l’accordo tra Procura e difesa per far uscire Giancarlo Galan dal carcere (mandandolo agli arresti domiciliari) e dall’inchiesta sullo scandalo Tangenti Mose, patteggiando una pena a 2 anni e 10 mesi di reclusione e pagando all’Erario una sanzione di 2,6 milioni di euro. «Abbiamo dato parere favorevole», era stata la risposta ufficiale del procuratore Luigi Delpino e dello stesso Nordio, in una nota, «in ragione della congruità della pena, della carcerazione preventiva già sofferta e del suo proseguimento domiciliare. La sanzione complessiva risponde al fondamentale criterio di rieducazione contenuto nell’articolo 27 della Costituzione e ai criteri di ragionevolezza ed economia processuale, che hanno ispirato il legislatore nell’introdurre l’istituto del patteggiamento». Accordo tra le parti che non è un’ammissione di responsabilità o una condanna, ma a una condanna viene assimilato dalla nuova Legge Severino, che porterà Galan al voto dei suoi colleghi parlamentari per la decadenza da deputato di Forza Italia. Ventidue indagati su 35 hanno finora preferito patteggiare la loro pena piuttosto di affrontare il processo (anche se l’ultima parola sulla congruità delle pene patteggiate spetta al giudice per leudienze preliminari Galasso, il 16 ottobre): ma non si rischia così di non avere il riscontro definitivo alle accuse mosse? «Nel bilanciamento degli interessi», risponde l’aggiunto Nordio, «prevale a fronte di una pena futura incerta, la riscossione immediata delle somme, che sono considerevoli. In questo modo, inoltre, la Procura dimostra di non aver avuto alcun accanimento o enfasi salvifica: i magistrati sono stati estremamente attenti alle garanzie processuali e fisiche degli indagati. Ma data la gravità delle accuse, serve una ragionevole severità, che porti anche nelle casse dello Stato una somma congrua, confermando al contempo l’impianto accusatorio. Questo per noi è motivo di soddisfazione». Restano da definire posizioni importanti – per le conseguenze che quest’inchiesta ha avuto sulla vita della città – come quella dell’ex sindaco Giorgio Orsoni, accusato di finanziamento illecito per 400 mila euro che Mazzacurati sostiene di avergli versato in campagna elettorale, e che si è visto negare dal giudice il patteggiamento a 4 mesi concordato con la Procura: «La posizione di Orsoni è stata stralciata e l’indagine continua, anche sulla base delle dichiarazioni che lo stesso avvocato Orsoni ha fatto nel corso delle indagini». Il riferimento è ai soldi che l’ex sindaco sostiene siano arrivati ai vertici del Pd locale. Da definire resta anche la posizione (sempre per finanziamento illecito) dell’ex parlamentare europea pdl Lia Sartori.

Roberta De Rossi

 

«MAI PRESO UNA LIRA, NON PATTEGGIO IN CAMBIO DI RIVELAZIONI»: LE ULTIME FRASI DELL’EX MINISTRO PRIMA DEL CARCERE

Se la Camera vota il suo arresto, siamo sicuri che la sua versione dei fatti sarà la stessa? Non c’è niente che le caverebbero fuori in manette? «E cosa potrebbero cavarmi fuori? Un patteggio con l’ammissione che ho concordato un milione di euro all’anno di stipendio inesistente? Che ho preso soldi che non ho preso? Patteggio in cambio di cosa, visto che non ho nulla da rivelare?» (27 giugno, a Marco Travaglio).

Lo accusano Giovanni Mazzacurati, Piergiorgio Baita e Claudia Minutillo: onorevole Galan, lei è un corrotto? «No, non lo sono. Non ho mai chiesto né ricevuto un soldo da un imprenditore in cambio di qualcosa e nessuno può affermare il contrario. D’altronde, neppure Baita, Mazzacurati e Minutillo sostengono di avermi consegnato denaro». (28 giugno, al nostro giornale)

«In 160 mila pagine» di inchiesta «non c’è uno che dica che mi ha messo in mano mille euro». «Io mi sono fatto un’idea, qualcuno quei soldi se li è presi. Avete capito come funziona? Baita fa una fattura falsa a San Marino, la Minutillo parte e gli porta i soldi, come facevo ad accorgermi? Comunque nessuno dice che mi ha dato una lira». (23 giugno, Camera dei deputati)

 

Il carcere l’ha segnato ma lui si lascia un disastro alle spalle

Ha lasciato la massoneria, non la poltrona alla Camera

Il Galan che esce di cella non è più innocente ma reprobo confesso

Per me si va nella città dolente. Giancarlo Galan esce dal carcere ma non è una liberazione: entra nella società dei reprobi, dei condannati per propria scelta. Ammette quello che finora ha sempre negato. È falso quello che era vero quando sosteneva di essere innocente e dava del ladro a Mazzacurati, a Baita e soprattutto a Claudia Minutillo. Non era un ciclone mediatico quello che l’ha investito, come andava sostenendo nella conferenza stampa alla Camera il 23 giugno, ma un ciclone affaristico e lui stava comodamente al centro. Chissà se provano un filino di imbarazzo, un sottile desiderio di sprofondare quelli che giuravano sulla sua estraneità e parlavano di accuse inverosimili. Non Silvio Berlusconi, che è sempre sicurissimo: «Della correttezza di Giancarlo, dopo trent’anni di collaborazione e amicizia», ha detto, «sono assolutamente certo». Più certo dell’interessato, come si vede. Galan deve averci rimuginato in carcere, magari incrociandolo con il famoso «stai sereno» di Renzi a Letta. E si è convinto che Berlusconi l’ha mollato. Così riferiva il tam tam di Forza Italia. Fine di un’amicizia trentennale? Di sicuro non torneranno i tempi della discesa in campo del 1994, il sogno ricorrente che Galan pensava di ricominciare dopo il fallimento del Pdl. Prodotto del vivaio di Publitalia, creatura di Marcello Dell’Utri, Giancarlo è entrato in politica dalla porta principale, subito eletto alla Camera e l’anno dopo candidato a presidente del Veneto. Sempre agli ordini di Berlusconi, anche se ha sempre detto il contrario. Aggiungendo che nel passaggio dalla Fininvest alla politica, ha rimesso un sacco di quattrini. Ma aveva le spalle coperte dalla ricca liquidazione di Publitalia, peraltro sfoderata solo quando la Guardia di Finanza, facendogli i conti in tasca, si è dimenticata di aggiungerla alla lista: bastava un ragioniere per tenerne conto, accusava disgustato nella conferenza stampa. Per la verità uno che ne ha tenuto conto c’è. Non è un ragioniere ma un imprenditore, Paolo Sinigaglia, a quei tempi accanito sostenitore di Forza Italia, che su richiesta di Galan investì i 300 milioni di lire di quella liquidazione acquistando 12 mila azioni di Antonveneta. Anni dopo, quanto andò a riscattarle, ne trovò 80 mila, meravigliandosi molto perché com’è noto le azioni aumentano (o diminuiscono) di valore, non di numero. Particolare che Sinigaglia, passato dai Galan boys agli accusatori più radicali del sistema Galan, va raccontando da tempo in internet e sui giornali. Le tre legislature in Regione, dal 1995 al 2010, sono state gli anni d’oro di Giancarlo. Ha sempre detto che avrebbe voluto fare «il presidente a vita del Veneto». Oggi si capisce meglio perché considerasse una punizione andare a fare il ministro dell’agricoltura («ministero delle mozzarelle», lo definiva quando c’era Luca Zaia) o quello della cultura. Era costretto a stare lontano dal Veneto delle grandi opere pubbliche, le autostrade, gli ospedali, i rigassificatori, le metropolitane, le Veneto City e le Tessera City, le assicurazioni e via elencando. Non c’è solo il Mose. La sanità per esempio, tradotta in soldoni, è un Mose all’anno. Tutto aperto ai privati, in un libero mercato riservato agli amici. Dicono che in carcere ha perso 20 chili. Si ha un bel motteggiare da fuori che una cura dimagrante gli fa bene. Chi sta dentro una cella ha l’orizzonte abbassato, gli interessi stravolti, i pensieri che ritornano sempre uguali. L’esasperazione dei giorni che non passano mai. Un cecoslovacco detenuto in una cella attigua a quella di Renato Chisso, nel carcere di Pisa, si è suicidato. Il carcere segna. Ma Galan ha segnato di più il Veneto. Si lascia il disastro alle spalle e una classe politica che fa finta di niente. Particolare: fino a ieri sera non si era ancora dimesso da presidente della commissione cultura della Camera. Evidentemente si può dirigerla anche dal carcere. Ma si era dimesso già il 6 maggio dalla massoneria (entrato «in sonno»). Se ne deduce che la massoneria merita più rispetto degli incarichi elettivi. O si fa rispettare di più, che è più probabile. In ogni caso viene prima.

Renzo Mazzaro

 

l’opinione

L’ULTIMO ATTO DI UNA RECITA PENOSA

Astenersi azzeccagarbugli. Mettersi a discutere sulla natura giuridica della richiesta di patteggiamento di Giancarlo Galan, è come avallare la squallida tesi dell’avvocato manzoniano dei “Promessi sposi”, secondo la quale “a saper ben maneggiare le gride, nessuno è reo, e nessuno è innocente”. Cavilli pure chi vuole sul fatto se per la legge e per i giudici patteggiare equivalga o no a una condanna. Per la gente, il gesto di ieri dell’ex governatore del Veneto è solo l’ultimo atto di una penosa e squallida recita, conclusa con un’uscita di scena davvero meschina: tra violenti attacchi e rivendicazioni di innocenza, roventi accuse e orgogliose difese, sedie a rotelle e ricoveri interrotti, fratture attribuite prima a una potatura di rose e poi a una raccolta di uova nel pollaio. Risolta, quest’ultima, con un tragicomico quanto coerente esito: combinare una colossale frittata. All’istanza presentata ieri dai suoi legali, andrebbe aggiunto un sia pur sintetico ripasso di alcune delle roboanti esternazioni galaniane sulle accuse che l’hanno condotto a passare l’estate in carcere. “Non mi farò distruggere per misfatti di altri”. “Sono vittima di un processo mediatico mostruoso”. “Sono vittima di una doppia ingiustizia”. “Su di me fesserie colossali”. “Sono innocente, contro di me una macchinazione”. A dire il vero, una colpa l’ha ammessa: aver tardato a presentare la dichiarazione di fine lavori per la villa di Cinto Euganeo… Forse perché quell’acquisto e quell’intervento, com’egli stesso ha tenuto a spiegare, valevano in termini economici più o meno il costo di un modesto appartamento di periferia. E chissà come riuscirà a racimolare i soldi per restituire quei 2 milioni 600mila euro che si è impegnato a corrispondere assieme al patteggiamento, lui che in una battagliera conferenza stampa “urbi et orbi” aveva dichiarato un attivo in banca di 702mila euro. Forse provvederanno con una colletta quegli stessi amici alla cui generosità e al cui buon cuore doveva il fatto di riuscire a tirare a campare grazie ai vini e ai cibi che gli regalavano a Natale: come aveva spiegato a suo tempo a Paolo Possamai, nel libro-intervista dal roboante titolo “Il Nordest sono io”. Parafrasando al ribasso Luigi XIV: la Francia era un’altra cosa. Come il re borbonico, sia pure molto più in piccolo, ha avuto anche Galan la sua nutrita corte vassalla, nella stagione dei fasti; come lui, l’ha vista diradarsi in quella del declino, in cui gli è mancata perfino la solidarietà di quel Berlusconi con cui vantava una granitica amicizia: solo poche formali parole d’ufficio. Si è andata infine sgretolando l’ultima trincea di sodali finiti anch’essi in carcere, e che hanno via via reso sostanziali ammissioni. Oggi l’ex governatore è rimasto un uomo solo, che cerca di salvare il salvabile utilizzando gli strumenti di quella stessa legge che aveva così pesantemente attaccato. Ma comunque si concluda la sua partita giudiziaria, non c’è patteggiamento possibile per quella politica: dalla quale esce definitivamente battuto. E non solo per la pesantezza delle accuse mosse nei suoi confronti dopo una lunga e ponderosa inchiesta; ma anche per le modalità con cui l’ha affrontata. C’è solo da sperare che, passata in qualche modo la bufera, non spunti fuori un qualsivoglia azzeccagarbugli di partito a cercare di rimetterlo in circolo, come purtroppo è accaduto con altri protagonisti di analoghe vicende. E non tanto per una questione personale del signor Galan Giancarlo o degli altri come lui, quanto soprattutto nell’interesse delle istituzioni: la cui dignità va tutelata. Senza che, almeno qui, ci sia spazio per chi spera di cavarsela scendendo a patti. Si è sbagliato di grosso Galan, quando qualche tempo fa ha sostenuto di aver comunque chiuso con la politica: è la politica ad aver chiuso con lui. E non da oggi

Francesco Jori

 

L’architetto Dei Svaldi: «Fabio fa il furbo, lui è il sior paron e fa quello che vuole»

Il socio occulto Molteni e quel vortice di interessi nelle società controllate»

«Chisso, Fior e la cupola del business discariche»

PADOVA «Durante lo svolgimento delle attività della commissione… ho potuto constatare che l’ingegnere Fior, la dottoressa Laura Salvatore e il dottor Enzo Casarin, quest’ultimo in qualità di segretario particolare per l’assessore Renato Chisso, costituivano un sodalizio in grado di poter condizionare l’iter e il destino delle pratiche destinate alla commissione Via (Valutazione impatto ambientale)»: Gianni Dal Moro è membro della commissione fra il 2000 e il 2005. Il 9 novembre 2011 davanti agli investigatori della Guardia di Finanza racconta la “cupola” che decide i destini di progetti e operazioni del settore: Salvatore è una dirigente regionale come Casarin, ex sindaco socialista di Martellago, fedelissimo di Chisso; Fabio Fior è (l’allora) responsabile della Direzione tutela ambiente della Regione (dal 5 luglio 2002 al 23 agosto 2010). Ufficialmente un burocrate ai massimi vertici dell’apparato regionale, in realtà un imprenditore, che fa e disfa società come Nord Est Controlli (Nec) srl, Zem Italia srl, Sicea srl, Eos Group srl, Marte srl. Così nel ruolo di dipendente pubblico controlla, scarta, mette i bastoni fra le ruote o promuove; nella veste di imprenditore acquisisce lavori (senza gare d’appalto) salvo poi intascarsi i soldi regionali. Intercettazioni. Il 31 luglio 2013 Fior dice a Maria Dei Svaldi di Mogliano (socia e indagata con obbligo di dimora): «Ho inventato io Ansac…, ti ho detto di portarla avanti tu… Però a questo punto bisogna che anche io capisca se questa cosa qui conviene o no». In realtà lei non è troppo contenta del modo di porsi di Fior. E con un amico si sfoga: «Fabio fa il furbo… Quando è con me dice una cosa, quando è con Sebastiano (Strano, imprenditore di Battaglia con obbligo di dimora, nel cda di Eos e Green Project, amministratore unico di Sicea) ne dice un’altra… Siccome lui è il sior parun, pensa che io sia la sua proprietà al 100%… Gli dirò Fabio cosa è che vuoi da me… Non sono in esclusiva per la Eos». Ma è Fior che tiene le redini del potere, il controllo in Regione (sia amministrativo che sull’erogazione di danaro) e il controllo nelle società. È il capo assoluto tanto che Sebastiano Strano, parlando con Gennaro Visciano (amministratore di Zem Italia), dice di aver fatto presente a Fior che deve decidere se Dei Svaldi deve continuare ad avere un’auto aziendale. È ancora Fior a decidere l’organizzazione delle ditte (Eos): «Dopo il periodo di crisi c’è la necessità di ridurre i costi» ammette lui stesso. Ed è sempre Fior a stabilire perfino quale macchina aziendale comprare: «Non deve essere di grande immagine che dia nell’occhio». Eppure nelle conversazioni telefoniche tra i soci è citato con il soprannome di “Molteni” oppure di “mister” o “mister X”, mentre “Gionata” è il commercialista. È Dei Svaldi che, in una telefonata, lamenta di dover consegnare la macchina al “mister”, poi il suo interlocutore osserva: «La cosa è un po’ avventata perché se la macchina è intestata a Eos e la polizia ferma il Fior, risulta che lui sta guidando un’auto di questa società». Socio occulto. Formalmente, però, Fior resta nell’ombra grazie all’operato del commercialista di Mestre Sergio Gionata Molteni. Attraverso varie società fiduciarie e Eco Environment spa (con sede a Lugano), Fior ha acquisito la titolarità del capitale sociale di Sicea, Zem e Nec (Nord Est Controlli) poi fuse in Eos Group, di Marte e di Ansac. Tuttavia è il commercialista che risulta procuratore in Italia di Eco Environment in modo da mascherare la reale proprietà delle ditte. Il professionista è pure il regista contabile per trasferire all’estero i profitti del sodalizio criminoso, milioni di euro incassati dal “pubblico”. Non a caso il 10 luglio 2013 Molteni viene promosso legale rappresentante di Eos Group. Ma gli errori si pagano: Molteni con Fior, Strano, Dei Svaldi e altri soci sono indagati per associazione a delinquere finalizzata all’abuso d’ufficio e all’induzione indebita a dare o promettere utilità, nuova versione del vecchio reato di concussione dal 2012. Con un’amica, Dei Svaldi parla della fusione delle tre ditte in Eos: «… Il tipo (Fior) si era fatto tre società e chissà quante altre… lui non può comparire”». E sempre la donna racconta di aver detto a Piergiorgio Baita del Gruppo Mantovani (la fonte dell’inchiesta sul Mose) che Eos era riferibile a lei. Tanta ingegneria contabile, poi basta una banale imprudenza dell’ingegnere Fior quando contatta l’officina Zambelli gomme di Padova per sostituire le gomme della sua Audi 6: dichiara che la vettura è di proprietà di Eos. Quella strana Accademia. Secondo la procura Fior ha un ruolo forte in Iaes (Accademia internazionale di scienze ambientali) gestita dal quadrumvirato formato Antonino Abrami (ex giudice di Cassazione, docente universitario, «il simbolo della battaglia ormai decennale per la costituzione di una Corte Penale Internazionale per i Reati Ambientali e di un Tribunale Europeo dell’Ambiente» lo definisce in rete Greenews) con gli oncologi Francesco e Giuseppe Cartei. Unico comune denominatore: i fiumi di soldi versati dalla Regione.

Cristina Genesin

 

Perché Veritas ed Etra usavano il sistema Fior?

VENEZIA. «Sesa spa, Etra spa, Veritas spa e Solaris srl (società in house dei comuni Castel San Pietro Terme e Ozzano dell’Emilia) che ruolo avevano nel sistema?» domanda Diego Bottacin, capogruppo di Verso Nord in consiglio regionale. «Emerge uno scenario preoccupante. Operando in assenza di competitori non si capisce per quale motivo queste aziende sentissero il bisogno di ingraziarsi le simpatie di Fabio Fior, anziché rivolgersi alla magistratura per denunciare le pressioni, qualora siano avvenute. In altre parole: posso capire le ragioni di un’impresa privata che cede alle richieste di danaro del funzionario pubblico il quale minaccia, altrimenti, di ostacolare o ritardare permessi o autorizzazioni. Molto più difficile spiegare il medesimo comportamento da parte di società pubbliche».

 

il gip marchiori a venezia

Oggi interrogati Fior, Dei Svaldi e Strano

VENEZIA. Inchiesta sulla «cricca» delle discariche: oggi il gip Roberta Marchiori interroga i tre personaggi chiave dell’inchiesta. Si tratta di Fabio Fior, 57 anni, dirigente del settore Ambiente della Regione Veneto agli arresti domiciliari; l’architetto Maria Dei Svaldi, 48 anni di Venezia e l’imprenditore Sebastiano Strano, 52 anni, di Battaglia Terme (Padova) entrambi agli obblighi di dimora. Fior, sospeso dall’incarico dalla Regione Veneto, ha già restituito a quest’ultima due milioni di euro sui 10 che avrebbe utilizzato nella galassia di società. Nell’ inchiesta risultano 21 indagati, molti dei quali coinvolti nella maxi-operazione sul Mose. C’è da ricordare che il pm Giorgio Gava avrebbe voluto in carcere Fabio Fior e agli arresti domiciliari l’architetto Maria Dei Svaldi e l’imprenditore Sebastiano Strano. Invece, la gip Roberta Marchiori ha deciso per una misura cautelare più leggera e ha decretato la propria incompetenza territoriale sui singoli episodi contestati (svolti in provincia di Padova), ma ha mantenuto incardinate su Venezia le indagini per abuso d’ufficio e falso. Da parte sua, il pm Gava ritiene concluse le indagini, con l’inchiesta che potrebbe rapidamente chiudersi con una richiesta di processo immediato a carico degli indagati. Oggi si parte con gli interrogatori.

 

Mirco Voltazza a processo per bancarotta

Spariti tutti i beni della Nta

È uno dei faccendieri coinvolti nello scandalo del Mose. Mirco Voltazza,(foto) 53 anni di Casalserugo, ufficialmente imprenditore, in realtà titolare di società cartiere perchè il loro scopo è emettere fatture per operazioni inesistenti e consentire la circolazione di danaro “in nero” per pagare tangenti. Ecco l’uso che Baita faceva di Voltazza. Ieri davanti al tribunale di Padova si è aperto il processo a suo carico per bancarotta fraudolenta e documentale in seguito al fallimento della società NTA srl. Spariti beni per un valore di 430 milioni di vecchie lire, distratti oltre 100 mila euro nel biennio precedente al crac (il fallimento è del 5 dicembre 2003) e volatilizzata la documentazione contabile. Coimputato il prestanome Giorgio Piovesan, 82 anni di Casale sul Sile: era l’amministratore di NTA. Si torna in aula il 17 ottobre.

(cri.gen.)

 

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