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Nuova Venezia – “City tax contro il mordi e fuggi”

Posted by Opzione Zero in Rassegna stampa | 0 Comments

14

ott

2014

Franceschini

L’assedio dei turisti a venezia

VENEZIA «Per Venezia e per affrontare il problema dei flussi turistici in aumento, legati soprattutto al “mordi e fuggi”, stiamo pensando all’introduzione di una city-tax che sostituisca l’attuale imposta di soggiorno e non si applichi solo, come oggi, ai clienti degli alberghi ma a tutti i turisti che la visitano». È la soluzione per il problema-Venezia – che il commissario straordinario Vittorio Zappalorto ha già iniziato a discutere anche con il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Graziano Delrio – avanzata ieri dal ministro dei Beni Culturali Dario Franceschini, a margine del convegno internazionale «Beni culturali: le eccellenze internazionali e la scommessa italiana», organizzato a Palazzo Ducale dalla Fondazione Musei Civici, di cui è stato l’ospite d’onore. «Personalmente non credo percorribile la strada del ticket d’ingresso o del numero chiuso a Venezia – ha detto ancora il ministro – ma certo qualcosa va fatto per arginare e controllare le presenze turistiche. Sulle modalità di questa city tax si può certamente discutere. Venezia deve vivere come città e contemporaneamente diventare meta di un turismo sostenibile. Penso che le potenzialità, come è chiaro, siano infinite, ma non abbiamo bisogno di un turismo mordi e fuggi, di gruppi che vengono presi e portati giù dalle navi a Piazzale Roma, condotti lungo lo stesso percorso a Rialto e San Marco, vedendo solo un pezzo del centro storico, e poi riportati a bordo senza aver consumato niente in città e lasciato ricchezza. Venezia ci indica, in questo senso, come non ripetere alcuni errori nel rapporto tra turismo e cultura, per essenziale». Anche Gabriella Belli, direttore della Fondazione Musei Civici, nel suo intervento di apertura (dopo il saluto del presidente Walter Hartsarich), ha messo in evidenza come «la bellezza della città è la causa della sua fragilità e tra le cause vi è l’eccessivo numero dei visitatori». I musei italiani e quelli stranieri – ma soprattutto la loro gestione – sono stati al centro del convegno di ieri che ha visato tra i protagonisti, Michail Piotrovsky direttore del Museo Statale Ermitage di San Pietroburgo, Gabriele Finaldi, direttore aggiunto del Museo del Prado e Martin Roth, direttore del Victoria & Albert Museum, ma anche soprintendenti e rappresentanti di alcune delle più prestigiose istituzioni culturali a livello internazionale, chiamati ad affrontare un terreno sempre più strategico per lo sviluppo dei Paesi. E se il sistema museale veneziano -almeno quello civico – fa la sua parte (con la Belli che ha annunciato tra l’altro il riallestimento del Correr, l’allargamento del museo vetrario di Murano e la creazione della sezione della laguna), e se la Biennale di Venezia (come ha ricordato il presidente Paolo Baratta) è un modello che funziona sempre meglio per le attività legate al contemporaneo, il confronto con «colossi» come Prado, Ermitage e Victoria & Albert resta impietoso per il sistema museale italiano, per la vitalità di queste realtà e anche per la capacità crescente di autofinanziarsi di queste raccolte, pur se il modello inglese prevede la gratuità degli ingressi museali rispetto a quelli per esposizioni. Per questo in particolare l’intervento del ministro Franceschini – tratteggiando anche i contenuti della sua riforma – ha puntato per il rilancio del sistema museale italiano, in un’altra direzione. «Inutile paragonare il Louvre, che è dodici volte più grande, agli Uffizi. – ha sottolineato – L’Italia deve investire sull’unicità del museo diffuso, co i suoi quattromila musei legati al territorio, non inseguire modelli stranieri. E soprattutto rompere il tabù dell’alternatività tra tutela e valorizzazione e della separazione tra turismo e cultura e tra pubblico e privato. L’Art Bonus, che consentirà ai privati di detrarre fino al 65 per cento degli investimenti compiuti per il recupero del patrimonio pubblico, ma anche per gli stessi musei, può essere un volano fondamentale e ora aspetto al varco gli imprenditori italiani che dicevano di non poter investire sulla cultura perché non c’erano gli sgravi fiscali, pubblicheremo sul sito del Ministero l’elenco di tutti i beni da restaurare e anche quello degli imprenditori che vorranno impegnarsi in questa direzione». Ma Franceschini – e poi, nel pomeriggio, nel suo intervento, il suo consigliere giuridico Lorenzo Casini – hanno tratteggiato l’identikit della riforma soprattutto per quanto riguarda l’autonomia che ad essi verrà data, in particolare ai 18 (tra cui le Gallerie dell’Accademia) di prima fascia. Sul nuovo ruolo delle sovrintendenze, è stato detto che «aver alleggerito i loro compiti di gestione museale non è stato un depotenziamento, ma al contrario un loro potenziamento, per poter svolgere meglio le attività di tutela e di studio. Abolire il livello intermedio porterà a ridefinire le linee di comando, riavvicinando uffici periferici e ufficio centrale. La difficoltà principale, su cui stiamo lavorando, è l’assenza di dati ed informazioni, a partire dal numero di persone impiegate nei diversi uffici».

Enrico Tantucci

 

La soprintendente Acidini ha tuonato contro la sua riforma

Acidini di nome e di fatto. È stato un intervento garbato nella forma ma durissimo nella sostanza contro la riforma del ministro Franceschini l’intervento della soprintendente per il polo museale fiorentino Cristina Acidini che, proprio in polemica per le decisioni e gli accorpamenti che riguardano le soprintendenze ha già annunciato il suo pensionamento anticipato, come ha ricordato anche ieri nel suo intervento sul convegno veneziano sui beni culturali. Per quanto riguarda il polo museale fiorentino – 27 tra musei e luoghi museali, 630 dipendenti, 5 milioni di visitatori annui e un budget tra i 20 e i 22 milioni di euro, ha ricordato – ha parlato di «disaggregazione» con la nuova riforma, a cui non intende assistere e di «affievolimento di gratitudine verso i soprintendenti» da parte del ministro. Contestata anche l’idea i soprintendenti non sappiano valorizzare le collezioni museali a meno che non si intende la valorizzazione non legata alla tutela, «ma come uno strumento mercantile», secondo la concezione diffusa da «opinionisti mirati» e da «economisti sempre della stessa università al servizio dei Beni Culturali». «Ho ricevuto un’ispezione ministeriale – ha detto tra l’altro Acidini polemicamente, per un aggettivo in un comunicato, che era “risolutivo”».

(e.t.)

 

Bonacini (Ava): «È logico e giusto che tutti i turisti diano un contributo»

Agostini, direttore del Comune: si può fare aumentando l’Iva nel settore

Albergatori soddisfatti «Lo diciamo da tempo»

VENEZIA «L’idea a cui il Governo sta pensando per la city-tax per Venezia è l’introduzione di un aumento dell’Iva – di uno o due punti – non generalizzata, ma legata alla filiera di prodotti che si collegano direttamente al turismo, come le consumazioni in bar, ristoranti, alberghi, trasporti o altre categorie da definire. Il ricavato dell’aumento dell’Iva non verrebbe prelevato dallo Stato, ma lasciato appunto alla città di Venezia proprio per affrontare l’emergenza turistica». Il direttore generale del Comune Marco Agostini, che è stato a Roma, con il commissario straordinario Vittorio Zappalorto a discutere tra l’altro anche di questo con il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Graziano Delrio, spiega così gli intendimenti generali del Governo per la nuova tassa per Venezia legata appunto al consumo turistico e che prenderebbe il posto dell’imposta di soggiorno. «Tecnicamente applicarla sarebbe facilissimo – spiega ancora – ma serve una legge dello Stato e qui entra in gioco la volontà politica, ma è un’imposta che in teoria potrebbe essere applicata anche ad altre città come Venezia. Certamente il Governo la sta valutando, anche dal punto di vista tecnico». Un’imposta che porterebbe un gettito ben superiore all’imposta di soggiorno – limitata ai soli clienti degli alberghi – di cui prenderebbe il posto e che consentirebbe finalmente di raggiungere la vasta platea dei “giornalieri” che si limitano a usare e consumare la città senza pagare dazio. Per questo anche dall’Ava l’Associazione veneziana albergatori, per bocca del suo presidente Vittorio Bonacini, arriva un plauso alle intenzioni del Governo. «Finalmente – commenta Bonacini – noi albergatori lo diciamo da tempo. Con l’imposta di soggiorno si colpiscono il 30% dei turisti veneziani che però costituiscono il 70% del fatturato del settore, mentre i giornalieri, che sono il 70% del totale dei turisti, contribuiscono solo per il 30%. Un non senso, fermo restando che è del tutto logico e giusto che i turisti siano chiamati a dare un contributo al “consumo” della città. Purtroppo si arriva tardi, visto che un’eventuale legge sulla city-tax non arriverà certo prima dell’Expo di Milano del prossimo maggio, che scaricherà su Venezia altri milioni di turisti in più, senza che dei nuovi terminal annunciati, da San Giobbe a San Basilio, si veda traccia. Le responsabilità, gravi, sulla malagestione del turismo a Venezia, sono delle amministrazioni comunali precedenti, che non hanno tra l’altro mai voluto averci come interlocutori, in particolare la Giunta Orsoni. E anche il commissario Zappalorto mi sembra voglia proseguire sulla stessa strada, Come Associazione veneziana albergatori – la seconda più importante d’Italia – abbiamo chiesto di incontrarlo e lui non ha voluto riceverci. Siamo stati ricevuti, invece, al Quirinale e questo dice molto delle condizioni della città».

Enrico Tantucci

 

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