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Mose, per ogni cassone stecca da 150mila euro

L’incredibile confessione del manager Tomarelli (Condotte): incassava una tangente dalle imprese subappaltatrici per ciascun “affondamento”

Ora spuntano i soldi anche per i “cassoni”. Non c’erano soltanto fondi neri e false fatture per pagare le “mazzette” destinate a corrompere politici e funzionari pubblici. Nelle pieghe del “sistema Mose” ciascuno cercava di fare affari in proprio, adeguandosi all’andazzo generale. Qualcuno spingendosi perfino ad imporre alle imprese subappaltatrici di versare nelle sue mani somme ingenti di denaro pur di poter ottenere una commessa; di poter lavorare, insomma. A raccontare un episodio finora inedito è stato l’ingegnere romano Stefano Tomarelli, per anni referente a Venezia dell’azienda Condotte, una delle principali aziende italiane di costruzioni, tra i soci principali del Consorzio Venezia Nuova. Nell’interrogatorio sostenuto lo scorso 25 giugno, davanti ai sostituti procuratore Stefano Buccini e Stefano Ancilotto, Tomarelli ha ammesso di aver preteso 150 mila euro per ciascuno dei “cassoni” da affondare nelle bocche di porto della laguna di Venezia (“cassoni” ai quali saranno poi “incernierate le paratie mobili destinate a difendere la città dall’acqua alta”). Condotte, infatti, non realizzava in proprio tutte le opere: al pari degli altri soci di Cvn, grazie al notevole margine di guadagno garantito al Consorzio dalla convenzione che lo ha reso concessionario unico per la realizzazione del Mose, era prassi che i lavori venissero subappaltati ad altre ditte. E Tomarelli ha ammesso di aver preteso soldi per sè (60-70mila euro) e di aver consegnato il resto al presidente della società, che nel frattempo è deceduto e non ha potuto replicare. Tanti soldi, ma nessun reato, in quanto la richiesta di “tangenti” da privato a privato non configura l’ipotesi di corruzione. Sicuramente, però, è un comportamento disdicevole: tanto più che a pagare il conto, alla fine, è stata la collettività, in quanto il costo dell’opera è lievitato sensibilmente anche per consentire alle varie imprese di rientrare dagli esborsi “anomali”.
Il verbale di Tomarelli è stato depositato dagli inquirenti in occasione dei patteggiamenti ratificati giovedì dal gip Giuliana Galasso. Al dirigente di Condotte sono stati applicati due anni di reclusione, con la sospensione condizionale, e confiscati ben 700mila euro: almeno una parte dei soldi indebitamente incassati dalle ditte che fornivano i “cassoni”.
Conclusi i primi 19 patteggiamenti (con la confisca di un ammontare complessivo di quasi 12 milioni di euro), l’inchiesta non si può dire conclusa. Dopo gli arresti del 4 giugno sono emersi spunti relativi a nuovi interessanti filoni che saranno sviluppati e approfonditi nei prosismi mesi: primo fra tutti quello degli appalti per la Sanità.
Prima, però, i magistrati della pubblica accusa devono chiudere le indagini nei confronti degli indagati che non hanno chiesto il patteggiamento – una ventina in tutto – tra cui figurano l’ex eurodeputato, Lia Sartori e l’ex sindaco di Venezia, Giorgio Orsoni, entrambi accusati di finanziamento illecito (Orsoni aveva chiesto di patteggiare ma, lo scorso giugno il gip ritenne troppo bassa la pena di 4 mesi); l’ex presidente del Magistrato alle acque, Maria Giovanna Piva, l’ex presidente dell’autostrada Venezia-Padova, Lino Brentan, nonché professionisti, funzionari pubblici e qualche imprenditore, accusati di corruzione e altri reati. Nel frattempo, nei prossimi giorni, toccherà ad altri due indagati discutere l’applicazione della pena concordata con la Procura: si tratta dell’ex assessore regionale alle Infrastrutture, Renato Chisso, e del suo segretario, Enzo Casarin.

 

MESTRE / OSPEDALE ALL’ANGELO

L’ex assessore Chisso ricoverato per l’operazione

Ieri mattina Renato Chisso è stato ricoverato all’ospedale dell’Angelo. L’ex assessore regionale alle Infrastrutture, a casa da lunedì 13 dopo 4 mesi e mezzo passati nel carcere di Pisa, ha iniziato una serie di controlli che preparano la coronografia fissata per martedì prossimo. Il suo legale, l’avv. Antonio Forza, dice che Chisso è apparso tranquillo e rinfrancato dagli attestati di solidarietà. Ieri mattina davanti a casa ha trovato un cartello appeso durante la notte che recitava: «Ti vogliamo bene”, firmato “gli amici di Renato”. Intanto si attende la fissazione dell’udienza per il patteggiamento prevista per l’ultima settimana di ottobre.

 

GALAN E IL MOSE

COMMENTI DISCUTIBILI

Desidero fare alcune considerazioni, in merito al processo a Galan e ai commenti espressi dagli avvocati di lui.
È sbalorditivo. Secondo l’avvocato Franchini, il loro assistito è innocente, si è dovuto però patteggiare. Viene detto, nell’articolo, che il patteggiamento può sembrare contraddittorio rispetto all’idea di innocenza. Effettivamente, anche a me è difficile pensare in diverso modo.
L’avvocato Ghedini, inoltre, si dice amareggiato che il processo sia finito così.
Vorrei replicare che, da parte mia, non provo amarezza ma decisa acredine. L’avvocato, inoltre, sostiene che ci sia, nel frattempo, una causa pendente contro la legge Severino presso la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. Trattandosi di norme che stabiliscono l’ineleggibilità a cariche parlamentari, di persone condannate con sentenza passata in giudicato per reati come concussione e peculato, io mi auguro davvero che tale richiesta non sia pendente, piuttosto che sia stata archiviata.
Mi sembra infatti ragionevole pensare che la violazione ci sarebbe, se questa legge non fosse stata mai introdotta nel nostro ordinamento giuridico o fosse abrogata. Altri reati, in quel processo, risultavano già prescritti.
Di certo ciò non smentisce l’ipotesi della legislazione avvenuta su misura, a soccorso di chi è imputato di tali reati.

Antonio Sinigaglia

 

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