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Il patron: «Tutti ci guardano con sospetto, costretti a cercare lavori all’estero»

Carmine Damiano: il danno all’ immagine dell’azienda è stato molto rilevante

PADOVA – La Mantovani, dopo aver girato pagina, presenta i conti a Piergiorgio Baita, l’ex ad che con le sue confessioni sui fondi neri creati a San Marino ha fatto scattare l’inchiesta Mose. Gli avvocati dell’azienda della famiglia Chiarotto hanno depositato nella sezione civile del tribunale di Venezia una richiesta di risarcimento esorbitante: 37 milioni di euro.

«Non so se Baita abbia tutti questi soldi, non mi pare così ricco e mi sono sorpreso quando ho visto la citazione, i conti li fanno gli avvocati e le sentenze le scrivono i giudici. E’ un atto dovuto» spiega Romeo Chiarotto «nei confronti di un manager infedele, che ha gravemente danneggiato l’immagine della Mantovani. A me interessa salvare i 1300 posti di lavoro, purtroppo quando partecipiamo ad una gara non ci vedono bene. Il settore delle grandi opere è in crisi, all’Expo di Milano stiamo costruendo la piastra che sarà la base su cui sorgeranno i 90 padiglioni: il cantiere ci è stato consegnato con un anno di ritardo e per rispettare la tabella di marcia si lavora giorno e notte, sabato e domenica. Ce la faremo».

Ma quei 37 milioni di risarcimento per i danni d’immagine e la «perdita di chance» come sono stati calcolati? Carmine Damiano, chairman della Mantovani, ripercorre tutte le tappe del nuovo corso: l’azione di responsabilità civile nei confronti di Baita è stata approvata dal Cda e dall’assemblea dei soci nel 2013 e conclude un percorso all’insegna della trasparenza. Prima tappa: l’acquisizione del 5% delle quote detenute dall’ex ad Baita, poi il nuovo Cda con il cambio della guardia e l’ingresso di Carmine Damiano, infine l’avvio dell’azione di responsabilità civile per ottenere il risarcimento per la pubblicità negativa e per gli appalti persi dalla Mantovani. Su quei 36,9 milioni di euro chiesti a Baita ci sono anche i 6 milioni di euro che l’azienda ha dovuto versare all’Agenzia delle entrate, dopo l’accertamento di evasione fiscale scoperto dalla Gdf. «Questa vicenda dei fondi neri creati da Baita a San Marino non mi va giù, gli azionisti non ne sapevano nulla, io firmavo i bilanci e basta. Cosa ne penso dello scandalo del Mose? Hanno infangato l’opera di ingegneria idraulica più importante del mondo. Noi non abbiamo corrotto nessuno né pagato tangenti, siamo vittime della spregiudicatezza di Baita, un eccellente manager, che ha fatto diventare grande la nostra azienda: lui ha fatto tutto di testa sua e sapeva che la Gdf ogni 3-4 anni controllava i nostri bilanci con un lavoro certosino perché restavano in azienda 2-3 mesi», spiega Romeo Chiarotto. E lo scandalo Mose? «Rispetto le sentenze, noi siamo entrati nel Consorzio Venezia Nuova nel 2003 con una piccola quota rilevata da Impregilo: noi e la Mazzi. Insomma, vent’anni dopo l’avvio della grande opera uscita dalla mente geniale di Giovanni Mazzacurati. Lo dico con orgoglio: i cassoni della bocca di porto di Treporti sono stati posati sul fondale alla perfezione, con una tolleranza di 3 mm. Tutti restano a bocca aperta, ci sono missioni ed esperti che arrivano da Cina, Indonesia, Kuwait in visita e non tollero che si «sputtani» un capolavoro di altissima tecnologia idraulica», dice Chiarotto. Il Mose tra un paio d’anni finirà, l’Expo di Milano pure: quali sono le prospettive della Mantovani? «Stiamo lavorando molto con l’estero, negli Emirati Arabi e nei paesi ad alto rischio sismico: le nostre tecnologie sono tra le migliori al mondo. E in Turchia, Cina, Corea, Venezuela, Portogallo e Grecia abbiamo ottime chance. A me preme una cosa sola: salvare i 1300 posti di lavoro e le loro famiglie e chiudere con l’incubo Baita».

Albino Salmaso

 

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