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Spunta un verbale del 2001. La procedura di infrazione aperta dalla Commissione europea viene archiviata dalla politica

VENEZIA – Non è un fulmine a ciel sereno il commissariamento del Consorzio Venezia Nuova. I riflettori sulla concessione unica – e la scarsa trasparenza, le spese e la mancanza di gare d’appalto – si erano già accesi nel 1998, molto prima della grande inchiesta sulla corruzione. Ma erano stati spenti su richiesta del governo italiano dai vertici della commissione europea, allora guidata da Romano Prodi, che nel 1998 aveva aperto una procedura di infrazione (numero 2165) sulla violazione della normativa di mercato. Carte secretate che adesso tornano alla luce. Verbali di riunioni “informali e semiufficiali” da dove emerge una strana verità. E una rete di contatti e rapporti che oggi assume una luce diversa. Nel dicembre del 2001 la direzione generale per il Mercato interno della Ue convoca a Bruxelles le autorità italiane. Il funzionario e responsabile del procedimento Alfonso Mattera di Ricigliano vuole approfondire gli aspetti tecnici dell’attività del Consorzio Venezia Nuova e sapere per quale motivo i lavori siano stati affidati in regime di monopolio, in contrasto con la normativa europea sui lavori pubblici. La delegazione italiana è composta dall’ambasciatore Umberto Vattani, dal capo del Dipartimento Affari giuridici della Presidenza del Consiglio Antonio Malinconico (sarà poi sottosegretario con il governo Monti), e, in rappresentanza del Magistrato alle Acque il vicepresidente Giampietro Mayerle e l’ingegnere Alberto Scotti, progettista del Mose. Ci sono anche il presidente del Consorzio Giovanni Mazzacurati e gli avvocati Alfredo Biagini, Sciaudone e Ripa di Meana. Un’udienza in piena regola, in cui i funzionari europei chiedono perché i lavori siano stati affidati direttamente quando le norme europee lo vietavano. «La complessità dell’opera l’ha imposto», rispondono gli ingegneri. Per questo non si è fatto nemmeno un progetto esecutivo, ma si procede per stralci. Lavori senza gara anche per la morfologia lagunare (vengono dichiarati due miliardi di euro di spesa), perché si tratta di “interventi strettamente legati alla grande opera” e per il rialzo delle pavimentazioni da 100 a 120 centimetri (2,1 miliardi, in realtà mai visti). Si arriva al dunque. Come evitare una sanzione miliardaria da parte dell’Europa? Lavori per 1,8 miliardi di euro, contesta la commissione, «sono già stati spesi in modo irregolare» sulla base di un’attribuzione negoziale (“de grè a grè”). Ma le “autorità italiane” dichiarano che i lavori non possono essere messi a gara. E che si potranno aprire al mercato soltanto le forniture meccaniche (paratoie) per un valore totale di 600 milioni di euro su oltre sei miliardi. Il resto deve restare affidato al Consorzio. Che oltre a non fare le gare può godere di una percentuale del 12 per cento sul totale dei lavori per “oneri del concessionario”. A un certo punto l’inchiesta si ferma. Interviene il governo italiano. Presidente allora era Silvio Berlusconi, ministro delle Infrastrutture Pietro Lunardi, dell’Ambiente Altero Matteoli. E i vertici dell’Ue guidata da Romano Prodi decidono di archiviare, pur con qualche indicazione. Una prova, secondo i comitati che adesso vogliono aprire quegli archivi, di come delle irregolarità – se non del malaffare e delle tangenti – si sapeva da tempo. Ben prima che i lavori del Mose cominciassero. La prima pietra sarà gettata nella primavera 2002 da Berlusconi, a fianco dell’allora sindaco Paolo Costa, del patriarca Angelo Scola e del presidente Galan. Nel 2003 il Comitatone approva il via ai lavori. Quattro anni dopo, sindaco Cacciari, il Comune decide di presentare al governo le critiche tecniche e i progetti alternativi al Mose. Prodi, nel frattempo diventato presidente del Consiglio, decide di andare avanti e mette la fiducia. «Non mi ha nemmeno ricevuto quel giorno», ricorda Cacciari. Due anni dopo la Corte dei Conti apre un fascicolo sulle irregolarità contabili del Consorzio Venezia Nuova. Anche questo rapporto, firmato dal giudice Mezzera, viene tenuto in un cassetto per mesi. Fino alla clamorosa inchiesta, partita da una verifica fiscale, che ha scoperchiato la pentola. Tanti ancora i lati da chiarire.

Alberto Vitucci

 

LE CIFRE – Sei miliardi di euro per le dighe mobili

Quasi sei miliardi di lavori per il Mose. All’appello ne manca ancora uno. E il Cipe ha promesso più volte di sbloccare i 401 milioni di euro stanziati dal governo con la legge di Stabilità 2013. Ma i soldi non arrivano. Un problema che potrebbe ritardare ulteriormente la conclusioni dei lavori delle dighe mobili, già slittati di due anni rispetto al termine previsto del 2014. Anche il prezzo è andato lievitando. Finito più volte nel mirino della Corte dei Conti. Il costo del progetto preliminare nel 1989 era di 3200 miliardi di lire, circa un miliardo e 600 mila euro. Pian piano si è arrivati a quota 4 miliardi di euro «a prezzo chiuso». Fino all’ultimo adeguamento prezzi (materiali e opere di compensazione richieste dai comuni) che ha portato il totale a quota 5 miliardi e 600 milioni. Manutenzione esclusa, naturalmente. La rimozione delle paratoie e la loro verniciatura, dato che il sistema è quasi completamente subacqueo, costerà dai 40 ai 50 milioni di euro l’anno. Un nuovo business per cui si dovranno decidere le regole.

(a.v.)

 

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