Segui @OpzioneZero Gli aggiornamenti principali anche su Facebook e Twitter. Clicca su "Mi piace" o "Segui".

Questo sito utilizza cookie di profilazione, propri o di terze parti per rendere migliore l'esperienza d'uso degli utenti. Continuando la navigazione acconsenti all'uso dei cookie. Per maggiori informazioni cliccare qui

Il retroscena

VENEZIA – Dietro le quinte dello scandalo Mose, ma neanche tanto dietro, si sta combattendo una battaglia di quattrini. Con due pesi e due misure, a quanto pare, a seconda che si tratti di denaro pubblico o denaro privato. La Mantovani Costruzioni chiede 37 milioni di euro per danni d’immagine a Piergiorgio Baita, che l’ha diretta fino al 28 febbraio 2013, giorno in cui è stato arrestato. Eppure ha appena finito di deliberare una maxi-liquidazione di 7 milioni di euro per Giovanni Mazzacurati che quanto a danno d’immagine, per tutte le imprese del Mose e non solo per la Mantovani, non è stato sicuramente da meno. La decisione di pagare la liquidazione-record all’ex «capo supremo» del Consorzio è stata presa lo scorso marzo e difesa con puntiglio dal successore di Mazzacurati, Mauro Fabris che giustificò i 7 milioni come «un atto dovuto», spiegando al nostro giornale che «la cifra di partenza era molto più alta» e che il via libera era stato dato «seguendo le indicazioni di studi legali e consulenti». Rimane il fatto che la decisione è rimbombata in tutta Italia, trattandosi di organismo che gestisce finanziamenti pubblici e di destinatario sotto processo per distrazione di fondi chi gli dava la buonuscita. In ogni caso le quote nel Consorzio Venezia Nuova non sono di Fabris ma delle imprese e il gruppo Mantovani ha circa il 40%. Ne consegue che per il 40% della maxi-liquidazione l’ingegner Mazzacurati deve ringraziare Romeo Chiarotto e il figlio Giampaolo, che siedono nel consiglio direttivo del Consorzio. Piergiorgio Baita invece deve ringraziare al 100% il patriarca della Mantovani per la decisione di imputargli 37 milioni di euro di danni. Qui i quattrini in gioco sono tutti privati e l’azienda non fa sconti. L’esposto porta la firma dell’avvocato Anna Soatto, dello studio Cortellazzo-Soatto di Padova, che un tempo obbediva a Piergiorgio e oggi lo insegue con le citazioni in tribunale. I 37 milioni si ottengono con due tipi di conteggio. Il primo è basato sulla sentenza di patteggiamento, accettato da Baita per le fatture false pagate alla Bmc Broker di San Marino: se le cifre allora liquidate a William Colombelli fossero state utilizzate dall’azienda per altri scopi, avrebbero potuto produrre utili che invece mancano. Si chiama «perdita di chanches monetizzabili» cui va aggiunto l’enorme danno d’immagine provocato dall’inchiesta Mose, per dimostrare il quale l’avvocato della Mantovani non ha purtroppo alcun appiglio concreto. Nel procedimento Mose, Baita è solo un indagato e nessuno ha accesso agli atti. Tant’è che la citazione stima questo danno rapportandosi a resoconti giornalistici. Insomma i 37 milioni ballano sul lasco. Non vorremmo che, più che sul lasco, ballassero sul vuoto perché Baita potrebbe mettere sul tavolo come contropartita gli utili fatti dalla Mantovani durante la sua gestione. Più le chanches lasciate in eredità. Con il valore dei project financing nel portafoglio di Adria Infrastrutture, dalla piattaforma di Fusina al Gra di Padova, dalla Nogara-Mare alla Romea Commerciale e via elencando, si superano i 16 miliardi di euro. È vero che è una cifra sulla carta ma suona bene. E, carta per carta, è più facile che 37 milioni stiano in 16 miliardi che viceversa. Baita non parla. Si può capirlo: lo interpretano lo stesso anche se non apre bocca. L’epicentro dello scandalo era il Consorzio Venezia Nuova, con Mazzacurati in cima, ma il più citato continua ad essere lui. Sempre il sistema Baita, benché il sistema vero fosse il Consorzio, sovrastruttura antagonista – attenzione – delle imprese del Mose. Questo nodo finora non è mai stato esplorato. Magari il commissariamento del Consorzio consentirà di entrare nel bunker. Meglio tardi che mai. «La causa civile risarcitoria avviata dalla Mantovani è normale amministrazione», spiega Alessandro Rampinelli, uno degli avvocati di Baita, esperto in diritto penale delle imprese. «Le aziende, soprattutto quelle grosse, sono obbligate a procedere in questo modo per tutelare i diritti dei molti coinvolti. Dopo di che l’azione seguirà il percorso di tutte le cause civili in Italia: anni e anni per arrivare alla sentenza o tentativi di transazione». Rampinelli precisa che Baita non è più titolare del 5% della Mantovani. «La quota è stata riscattata forzosamente dall’azienda tra il 2013 e il 2014, per ipotesi espressamente prevista dallo statuto nel caso di dimissioni date anzitempo. Baita si era dimesso il 6 marzo 2013. Gli hanno liquidato il mero valore nominale delle azioni, 600.000 euro. Tutto è avvenuto sotto il controllo della procura, perché la quota era sotto sequestro. Di quei 600.000 euro gliene sono stati sequestrati 400.000 che sono andati a pagare quanto addebitato dal giudice. Erano 100.000 euro per ognuno dei quattro imputati: lo stesso Baita, Nicolò Buson, William Colombelli e Claudia Minutillo. Ma Baita era l’unico ad avere il denaro contante, motivo per il quale il giudice ha attinto da lui». Chissà come lo rimborsano gli altri tre.

Renzo Mazzaro

 

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*

Copyrights © 2012-2015 by Opzione Zero

Per leggere la Privacy policy cliccare qui