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Gazzettino – Mose: ecco perche’ va commissariato

Posted by Opzione Zero in Rassegna stampa | 0 Comments

8

nov

2014

Mose: ecco perché va commissariato

Fabris verso l’uscita

Lettera del presidente dell’Anticorruzione al prefetto di Roma: «Le nuove nomine

al Consorzio non hanno azzerato i rischi, non c’è volontà di rottura con il passato»

Secondo Raffaele Cantone, presidente dell’Autorità anticorruzione, «le nuove nomine al Consorzio Venezia Nuova non hanno azzerato i rischi, non c’è volontà di rottura con il passato». Così ha scritto il commissario al prefetto di Roma, chiedendo la nomina di uno o più amministratori straordinari. La reazione di Mauro Fabris non si è fatta attendere: «Prenderò atto, con rammarico. Ma sono sereno per il lavoro fatto in questi 15 mesi».

«Mose, ci sono ancora rischi»

La lettera del presidente dell’Anticorruzione al prefetto di Roma per chiedere di commissariare il Consorzio: «La nomina di Fabris non appare orientata ad esprimere una chiara volontà di rottura rispetto al passato»

Fari puntati su due intercettazioni telefoniche

L’insediamento, avvenuto 15 mesi fa, di Mauro Fabris alla presidenza del Consorzio Venezia Nuova non rappresenta una discontinuità – se non meramente formale – con la gestione di Giovanni Mazzacurati e Piergiorgio Baita. Per questo motivo, il presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione, Raffaele Cantone, ha chiesto al prefetto di Roma di commissariare il Cvn attraverso la nomina di uno o più amministratori straordinari che seguano da vicino il completamento del Mose. Il prefetto della capitale, Giuseppe Pecoraro, ha fatto sapere di non aver ancora visto la lettera (plausibile, in quanto è stata protocollata in uscita solo giovedì) e che avrà bisogno di incontrare la prossima settimana Cantone prima di procedere o meno con la nomina. Se Pecoraro deciderà per il commissariamento, il presidente Fabris sarà sospeso dai poteri di disposizione e gestione per tutta la durata della procedura. La misura è prevista dal Decreto Legge 90/2014 e non riguarderebbe invece il direttore generale Hermes Redi che non essendo un organo societario affiancherebbe gli eventuali amministratori straordinari.
La determinazione a chiedere il commissariamento per il Consorzio è stata presa da Cantone dopo un’attenta analisi dell’ordinanza di custodia cautelare firmata dal Gip di Venezia il 31 maggio, nella quale era emersa l’esistenza di un ampio sistema corruttivo facente capo proprio al Consorzio.
Per Cantone, l’insediamento di Fabris e anche di Redi “non può rappresentare un’effettiva novità sul piano della governance” e che quindi le nomine di presidente e il rinnovo del consiglio “non hanno fatto venir meno i rischi di ulteriori condizionamenti illeciti nell’esecuzione della concessione”. Questo anche perché tutte le società coinvolte nell’inchiesta, con i vertici raggiunti da misure cautelari, continuano a partecipare al Consorzio. Pur non essendo coinvolto in nessuna maniera nell’inchiesta della magistratura veneziana, la nomina di Fabris per l’Anac “non appare orientata ad esprimere una chiara volontà di rottura rispetto al passato”.
Citando passi dell’ordinanza, Cantone dice che “emerge chiaramente come il dott. Fabris si interessasse personalmente delle vicende del Consorzio e intrattenesse rapporti con Mazzacurati”.
In particolare, si fa riferimento a due intercettazioni telefoniche allegate alla lettera, risalenti all’8 settembre 2011 e al 17 giugno 2013. Nel documento c’è anche un riferimento alla posizione della moglie di Fabris, “amministratore unico della Pollina Srl, società legata al Consorzio da un rapporto di consulenza per monitoraggio attività istituzionale”.
Questi episodi non hanno rivestito comunque alcuna rilevanza penale, come precisa anche la Procura di Venezia: «Si tratta di semplici contatti di routine tra un politico che è anche stato sottosegretario ai Lavori pubblici, ed un consorzio di imprese che faceva riferimento al Magistrato delle acque che è emanazione dello Stato e dello stesso ministero».
Non è comunque la rilevanza penale l’oggetto delle attenzioni del presidente dell’Anac.
«Risulta chiara – conclude Cantone – la necessità di porre in essere misure preordinate a salvaguardare gli interessi pubblici coinvolti e a garantire che la concessione venga eseguita al riparo da ulteriori condizionamenti criminali e a escludere che il Consorzio possa trarre ulteriori profitti illeciti».
Oltre alla partecipazione alla gestione, il commissario o i commissari (la norma ne consente al massimo tre) avranno anche il compito di accantonare gli eventuali utili in un fondo speciale, “in funzione degli eventuali interventi, (quali confische o risarcimenti) che potrebbero essere disposti a seguito dell’accertamento penale”. Questo fondo non potrà essere né distribuito ai consorziati né soggetto a pignoramento fino alla conclusione di tutti i giudizi in sede penale.

Michele Fullin

 

LA REAZIONE DI FABRIS  «Prenderò atto, con rammarico»

«Rispetterò ogni decisione, sono sereno per il lavoro fatto in questi 15 mesi»

VENEZIA – (M .F.) Prima la carota e poi il bastone. Giovedì il presidente del Consorzio Venezia Nuova, Mauro Fabris, aveva esultato per il fatto che lo Stato ha deciso di stanziare e assegnare gli ultimi 400 milioni necessari al completamento del Mose (la riunione del Cipe si terrà lunedì). Ieri, lo stesso Stato ha dichiarato attraverso l’Autorità anticorruzione, la necessità di commissariare il Consorzio e quindi, di fatto, di esautorarlo dalla gestione. Fabris, è bene precisarlo, è diventato presidente nel 2013 dopo le dimissioni di Giovanni Mazzacurati e non ha avuto alcun ruolo nell’inchiesta che ha portato in carcere personaggi eccellenti.
«Prenderò atto delle decisioni con il dovuto rispetto – è il commento di Fabris – con il rammarico ma anche con la serenità che mi deriva dall’essere riuscito a creare in 15 mesi di presidenza del Consorzio, le condizioni niente affatto scontate per la continuità della realizzazione del Mose. Quello del completamento dell’opera è sempre stato l’unico obiettivo che mi sono preposto».
Per il presidente, la richiesta di commissariamento non è certo un fulmine a ciel sereno, nel senso che era a conoscenza della procedura. Ovviamente, Fabris entra anche nel merito delle questioni sollevate dall’Anac in relazione ai suoi precedenti rapporti con il Consorzio.
«Nessun addebito mi è mai stato rivolto dalla magistratura – precisa – così come mi preme rimarcare che le attività di cui ai fatti antecedenti la mia nomina citati dall’Anac (non oggetto di procedimenti giudiziari) testimoniano soltanto che ho svolto a più riprese, sempre in momenti in cui non avevo incarichi politici e istituzionali, un regolare lavoro di rappresentanza dei legittimi interessi del Consorzio nei confronti dei suoi stakeholders (in italiano, portatori di interesse). Una cosa pubblicamente nota – aggiunge – e che anzi, ritengo, sia stata proprio all’origine della proposta che a suo tempo mi venne fatta di presiedere il Consorzio: estraneo a qualunque vicenda illecita ma conoscitore della materia, vista la complessità delle problematiche amministrative, industriali, societarie e politiche che accompagnano la realizzazione del Mose».
Quanto alle dichiarazioni del presidente dell’Anac sulla sua contiguità e continuità rispetto alla gestione precedente, Fabris si leva un sassolino dalla scarpa.
«A mio avviso – conclude – la discontinuità messa in campo con la mia nomina è straordinaria: la separazione delle funzioni di presidente e direttore, in precedenza unite in una sola persona, il rinnovo del Consiglio direttivo del Consorzio e di molte figure del management, oltre che la costituzione come parte lesa del “nuovo” Consorzio Venezia Nuova. Se questo non è ritenuto sufficiente non potrò che prenderne atto».

 

 

MESTRE – Gli scandali veneziani, Mose in testa, non hanno stupito più di tanto. A pagare i costi del malaffare sono i cittadini ma anche il mondo delle imprese: quelle che seguono le regole e che non fanno parte delle varie cricche che impestano il paese Tra le più penalizzate, ovviamente, le imprese di costruzioni. Tra l’altro, in un momento come questo, con il settore in crisi da anni, il danno è doppio. Intervenuto ad un seminario di Ance Venezia sulle «Novità in materia di lavori pubblici», il vice presidente dell’Associazione Nazionale dei Costruttori Edili, Angelo De Cesare, la fa breve: «Le imprese oneste sono penalizzate ed emarginate. Lo spazio che resta è dei furbetti. Non stupisce più nessuno che in Italia ci siano fattori corruttivi diffusi – ragiona De Cesare – ma d’altronde, è proprio la pubblica amministrazione la fonte principale della corruzione». Il vicepresidente di Ance non ha dubbi in merito: tra burocrazia lumaca, leggi labirinto, e ritardi nei pagamenti alle imprese, se nel mondo delle costruzioni e degli appalti il malaffare è di casa, qualche legame ci sarà. Eppure, come ricorda De Cesare, l’associazione si è data uno statuto etico molto rigoroso: chi sgarra è fuori. «Il problema della legalità è molto sentito. Abbiamo un codice più duro di Confindustria. Da noi, ad esempio, Maltauro (l’azienda vicentina coinvolta nelle inchieste Mose ed Expo, ndr) si è subito autosospeso». L’inchiesta sul Mose ha portato, così come all’Expo di Milano, al commissariamento dell’opera. Una strada che non piace ai costruttori. «Noi siamo per le forme tradizionali. Anche perché – ricorda De Cesare – non basta che lo Stato cambi nome ad un’autorità, passando dall’ex Avcp all’attuale Anac, l’autorità anticorruzione, per cambiare le cose. La verità è che a tutti noi serve una amministrazione pubblica più qualificata». Il che vuol dire un apparato pubblico preparato, che faccia bene, e in tempo, il proprio compito. Spesso però le aziende si sentono vessate e punite dagli errori della burocrazia. Una prova su tutte, la vicenda degli sgravi Inps relativi al triennio 94-97. Un pasticcio politico-amministrativo che alle aziende veneziane potrebbe costare 100milioni di euro. «Il miglior esempio per capire come funzionano le cose in Italia», sottolinea il presidente di Ance Venezia, Ugo Cavallin. «Qui 9 aziende di medie dimensioni sono coinvolte nella vicenda Mose; e rischiano il futuro dell’attività».

 

Patteggiamenti

Il 28 novembre l’udienza per Chisso

È stata fissata per il prossimo 28 novembre l’udienza in cui sarà definito il patteggiamento dell’ex assessore regionale alle Infrastrutture, Renato Chisso, il quale ha concordato con la Procura una pena a 2 anni e 6 mesi di reclusione. Ad occuparsi del caso sarà il gup Massimo Vicinanza, il quale dovrà anche decidere se disporre una confisca (e di quale entità) a carico di Chisso. Rispetto a molti altri indagati, all’assessore non sono stati sequestrati beni e dunque l’eventuale confisca sarà soltanto “sulla carta”.
Nella stessa udienza saranno prese in esame anche i patteggiamenti concordati dal segretario dell’esponente di Forza Italia, Enzo Casarin (un anno e 8 mesi, con la confisca di 115mila euro) e di Federico Sutto (2 anni e 150mila euro), uno dei più stretti collaboratori di Mazzacurati.

 

MESTRE – De Cesare, vicepresidente nazionale: «Il nostro codice anticorruzione ha dato risultato positivi. Maltauro si è dimesso subito, il giorno dopo»

L’Ance:«Si penalizzano le nostre imprese che restano oneste»

«È la pubblica amministrazione la fonte principale del malaffare»

«Serve a tutti un sistema amministrativo più efficace»

MESTRE – Gli scandali veneziani, Mose in testa, non hanno stupito più di tanto. A pagare i costi del malaffare sono i cittadini ma anche il mondo delle imprese: quelle che seguono le regole e che non fanno parte delle varie cricche che impestano il paese Tra le più penalizzate, ovviamente, le imprese di costruzioni. Tra l’altro, in un momento come questo, con il settore in crisi da anni, il danno è doppio. Intervenuto ad un seminario di Ance Venezia sulle «Novità in materia di lavori pubblici», il vice presidente dell’Associazione Nazionale dei Costruttori Edili, Angelo De Cesare, la fa breve: «Le imprese oneste sono penalizzate ed emarginate. Lo spazio che resta è dei furbetti. Non stupisce più nessuno che in Italia ci siano fattori corruttivi diffusi – ragiona De Cesare – ma d’altronde, è proprio la pubblica amministrazione la fonte principale della corruzione». Il vicepresidente di Ance non ha dubbi in merito: tra burocrazia lumaca, leggi labirinto, e ritardi nei pagamenti alle imprese, se nel mondo delle costruzioni e degli appalti il malaffare è di casa, qualche legame ci sarà. Eppure, come ricorda De Cesare, l’associazione si è data uno statuto etico molto rigoroso: chi sgarra è fuori. «Il problema della legalità è molto sentito. Abbiamo un codice più duro di Confindustria. Da noi, ad esempio, Maltauro (l’azienda vicentina coinvolta nelle inchieste Mose ed Expo, ndr) si è subito autosospeso». L’inchiesta sul Mose ha portato, così come all’Expo di Milano, al commissariamento dell’opera. Una strada che non piace ai costruttori. «Noi siamo per le forme tradizionali. Anche perché – ricorda De Cesare – non basta che lo Stato cambi nome ad un’autorità, passando dall’ex Avcp all’attuale Anac, l’autorità anticorruzione, per cambiare le cose. La verità è che a tutti noi serve una amministrazione pubblica più qualificata». Il che vuol dire un apparato pubblico preparato, che faccia bene, e in tempo, il proprio compito. Spesso però le aziende si sentono vessate e punite dagli errori della burocrazia. Una prova su tutte, la vicenda degli sgravi Inps relativi al triennio 94-97. Un pasticcio politico-amministrativo che alle aziende veneziane potrebbe costare 100milioni di euro. «Il miglior esempio per capire come funzionano le cose in Italia», sottolinea il presidente di Ance Venezia, Ugo Cavallin. «Qui 9 aziende di medie dimensioni sono coinvolte nella vicenda Mose; e rischiano il futuro dell’attività».

 

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