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La trasformazione selvaggia della città: i negozi di vicinato non ce la fanno più

De Checchi: «Artigiani in sofferenza. Il restauro di Rialto? Altra occasione persa»

Un panificio storico (Carlon) a Rialto. Un negozio di scarpe di qualità, Mephisto, agli Scalzi. E un diluvio di botteghe artigiane e negozi di vicinato che non ci sono più e si sono arresi alla crisi, all’invasione del turismo mordi e fuggi, agli affitti ormai irraggiungibili. La città cambia pelle e le sue attività economiche la seguono a ruota. Un fenomeno sempre più drammatico e fuori controllo che sta privando i residenti di punti di riferimento. Tutto nell’indifferenza dell’amministrazione e della politica. Chiudono i negozi per residenti e le botteghe di qualità. Aprono a decine i negozietti con chincaglierie e oggettini made in Taiwan. Vetrine tutte uguali, strapiene di oggetti spesso inutili e di qualità modesta in vendita a un euro. Cartelli di saldi permanenti, sconti «sensazionali» del 50 per cento, da un euro a 50 centesimi. Le vie del centro sono ormai tappezzate di negozi anonimi che espongono merce che con la città non ha nulla a che fare. È così a Rialto, dove molti banchi della frutta e macellerie hanno lascito il posto ai souvenir. Ma anche sotto la Procuratìe, dove non valgono evidentemente i vincoli e il decoro. In via XXII marzo arrivano le griffe, uniche realtà che come denunciato qualche mese fa dall’Ascom sono in grado di pagare affitti da decine di migliaia di euro al mese. A fronte di tutto questo non esiste ancora un Piano del commercio che dìa indirizzi e ponga vincoli a un mercato che divora le produzioni tipiche in favore di quelle turistiche. Il quadro è completato dalle centinaia di negozi di borse e pellami, quasi tutte gestite da cinesi. Dai banchi ambulanti sempre più ingombranti – come in Terà San Leonardo e a Rialto, gestiti da stranieri e spesso subafittati dai titolari della licenza, i banchi in Riva Schiavoni, questi ancora veneziani, che in estate occupano tutta la riva pubblica. Negozi che chiudono. E non fanno nemmeno più notizia. Come lo storico elettricista Bortoli a Santi Apostoli, Epicentro oggetti per la casa alla Fenice, Mephisto agli Scalzi e Molin giocattoli, che ha ceduto a un negozio di scarpe, chiuso anche quello per i souvenir. Problematico anche trovare al loro posto i piccoli artigiani. Che non ce la fanno più a sostenere i costi, l’affitto e le tasse, la burocrazia. E i clienti vanno di fronte, dove si vendono chincagliereie anonime. «Una crisi pesantissima», dice il segretario degli artigiani Cgia Confartigianato Gianni de Checchi, «e l’amministrazione non ci aiuta. Anzi abbiamo perso in questi giorni un’altra occasione, quella di coinvolgere i nostri artigiani nel restauro del ponte di Rialto. Siamo molto contenti che un’industriale come renzo Rosso contribuisca al restauro del ponte. Ma i nostri artigiani devono essere coinvolti. Un altro errore dopo quello della Fenice». Una crisi che a Venezia ha aspetti molto particolari. I turisti continuano ad arrivare e spendono, anche se molta di questa ricchezza non arriva alla città. In terraferma gli esercizi commerciali hanno chiuso in aree centrali come via Piave, via Poerio, le laterali di piazza Ferretto. Nella città storica invece il fenomeno riguarda la trasformazione del tessuto tradizionale. Se ne sono andate quasi tutte le librerie e i negozi di dischi, chiudono alimentari e panifici, aprono negozi cinesi che vendono di tutto. Allarmi più volte lanciati anche da associzioni come Italia Nostra e persi nel vuoto. Un piano del Commercio che due o tre giunte non sono riuscite ad approvare nella direzione che tutti si attendevano: la tutela del libero mercato, ma anche della qualità di prodotti e servizi ai residenti.

Alberto Vitucci

 

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