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Nuova Venezia – Mose, per Chisso confisca di 2 milioni

Posted by Opzione Zero in Rassegna stampa | 0 Comments

29

nov

2014

Tangenti, l’ex assessore dovrà pagare due milioni che però non ha

Chisso e Casarin patteggiano

Scandalo Mose, patteggiano Renato Chisso (2 anni e 6 mesi), Federico Sutto (2 anni) ed Enzo Casarin (1 anno e 8 mesi). A Chisso saranno sequestrati 2 milioni di euro se, però, saranno trovati. Per ora ha solo 1500 euro.

Ok al patteggiamento: pena pecuniaria se si troveranno i soldi delle ipotizzate tangenti. Sutto e  Casarin, sì all’accordo accusa-difesa

Mose, per Chisso confisca di 2 milioni

VENEZIA – Quella di ieri è stata la giornata dei patteggiamenti degli ex socialisti poi passati a Forza Italia e, per di più, legati tra loro da una solida amicizia, tanto che hanno ritenuto di non riferire agli inquirenti nulla uno dell’altro. Bocca chiusa e solidarietà. I

l giudice dell’udienza preliminare di Venezia Massimo Vicinanza, lo stesso che aveva detto di no all’accordo tra difesa e accusa per i 4 mesi nei confronti dell’ex sindaco Giorgio Orsoni, ha ritenuta congrua la pena di due anni e sei mesi di reclusione nei confronti dell’ex assessore regionale alle Infrastrutture delle giunte Galan e Zaia Renato Chisso. Il magistrato ha però disposto, sulla scorta delle indagini della Guardia di finanza che aveva ricostruito pagamenti a suo favore di mazzette per sei milioni di euro (alcuni finiti nelle sue tasche, altri in quelle di Galan), l’eventuale confisca per il valore di due milioni qualora anche in futuro venissero rinvenuti somme di denaro o proprietà che a lui possano far riferimento.

L’accordo presentato al giudice era stato sottoscritto dall’avvocato difensore Antonio Forza e dai pubblici ministeri Stefano Ancilotto, Stefano Buccini e Paola Tonini. Ieri, era presente anche il procuratore aggiunto Carlo Nordio.

Oltre a Chisso, il giudice Vicinanza ha letto le sentenze di patteggiamento che riguardano anche il segretario dell’ex assessore, il veneziano Enzo Casarin, e il braccio destro dell’ex presidente del Consorzio Venezia Nuova Giovanni Mazzacurati, il trevigiano Federico Sutto, entrambi un tempo quando militavano nel Psi sindaci di due piccoli centri veneti, il primo di Martellago, il secondo di Zero Branco. Casarin, difeso dall’avvocato Carmela Parziale, ha raggiunto l’accordo per un anno e otto mesi e la confisca di 115 mila euro, mentre Sutto, difeso dall’avvocato Gianni Morrone, per due anni e 125 mila euro.

Chisso è l’unico dei numerosi indagati nell’inchiesta per la corruzione per il Mose al quale le «fiamme gialle» non hanno potuto sequestrare granchè (1500 euro dal conto corrente in banca), visto che la villetta di Favaro dove abita non possono portargliela via.

Gli inquirenti sono convinti che in qualche modo l’assessore buona parte dei soldi intascati con le tangenti li abbia nascosti all’estero, così i pubblici ministeri hanno chiesto alle autorità svizzere, austriache, moldave, ucraine, croate e slovene di cercare nelle rispettive banche conti intestati a lui o ai parenti.

Per ora, nessuna risposta è arrivata e così il giudice ha confiscato comunque, senza ancora sapere quello e soprattutto se qualcosa verrà trovato.

Dopo la lettura della sentenza, soddisfazione è stata espressa dal procuratore aggiunto Carlo Nordio . In particolare è stato ricordato che con questa fase si chiude solo una parte del «notevole lavoro fatto», perché «ora si avvia la fase della chiusura delle indagini per andare ai processi di quanti non hanno patteggiato o hanno visto il loro patteggiamento respinto». Il riferimento è all’ex sindaco di Venezia Giorgio Orsoni (finito per un periodo ai domiciliari) indagato per finanziamento illecito dei partiti per una dazione del Consorzio per la campagna elettorale del 2010.

La Procura ha espresso anche soddisfazione «perché proprio ieri la Corte di Cassazione, alla luce di un ricorso presentato da uno dei difensori degli imputati, non solo lo ha respinto ma ha allargato il proprio giudizio sull’indagine riconoscendo al 100% il lavoro svolto dal pool e respingendo quella minima parte che il Tribunale del riesame non aveva accolto». In pratica i giudici veneziani avevano fatto scattare la prescrizione per i reati commessi prima del 2008 anche se i fatti delittuosi erano proseguiti anche negli anni seguenti .

Giorgio Cecchetti

 

La Cassazione: scarcerare subito Milanese

Marco Milanese, l’ ex consigliere politico di Giulio Tremonti ed ex parlamentare di Forza Italia oltre che ex ufficiale della Guardia di finanza, deve essere immediatamente scarcerato nell’ambito dell’inchiesta sulle tangenti per il Mose. Lo ha deciso ieri la Cassazione riqualificando a carico di Milanese, difeso dagli avvocati Bruno Larosa e Franco Coppi, l’accusa di corruzione in quella meno grave di traffico di influenze illecite. In particolare, la Sesta sezione penale della Cassazione – presidente Antonio Agrò, relatore Tito Garribba – nei confronti di Milanese, detenuto nel carcere di Santa Maria Capua Vetere (Caserta), ha «riqualificato il fatto come reato previsto dall’articolo 346 bis codice penale e annullato senza rinvio l’ordinanza impugnata nonchè quella del 20 luglio scorso del gip del tribunale di Milano e ordina l’immediata scarcerazione del Milanese se non detenuto per altra causa». L’ordinanza impugnata – era stata emessa lo scorso quattro agosto dal tribunale della libertà di Milano a conferma di quella del gip. Il filone di inchiesta è quello veneziano relativo alle tangenti per il Mose e la competenza, per Milanese, era passata a Milano perchè Giovanni Mazzacurati aveva riferito di aver consegnato al’ex parlamentare azzurro 500 mila euro per influire sul ministro Tremonti in modo che il Cipe sbloccasse i fondi a favore del Consorzio per i lavori del Mose, circostanza poi verificatasi. La tangente era stata consegnata a Milano.

 

Sequestrati negli uffici del Consorzio Venezia Nuova gli elenchi delle imprese coinvolte nei lavori

Bonifiche di Marano, appalti al setaccio

MARANO LAGUNARE – Chi e come si è aggiudicato gli appalti per la progettazione e la realizzazione delle opere di bonifica nella laguna di Marano e Grado e in quella di Venezia? È quanto intende chiarire la Procura di Roma, ora che gli interrogatori di tutti o quasi i 26 indagati nell’ambito della maxi-inchiesta sulla finta emergenza ambientale e sull’attività dei Commissari delegati sono terminati e che gli accertamenti per fare luce sull’utilizzo di decine di milioni di euro di finanziamenti pubblici sono riprese con rinnovato smalto. Per farlo, mercoledì il pm capitolino Alberto Galanti ha mandato i carabinieri della Compagnia di Cividale nella sede del Consorzio Venezia Nuova. Sotto sequestro, per ora, gli elenchi delle società che hanno partecipato alla “spartizione” delle opere. Carabinieri friulani all’Arsenale. L’ordine di scuderia è evidente: fare incetta di tutta la documentazione utile a ricostruire il giro d’affari che per anni ha sorretto quello che si ritiene essere stato un vero e proprio sistema clientelare. Una “cricca” centrata sulla figura dominante di Gianfranco Mascazzini, allora direttore centrale del ministero dell’Ambiente, basata su una fitta rete di collusioni e alimentata dai fiumi di denaro erogati dal governo per far fronte a uno stato di inquinamento inventato a bella posta. Il Consorzio Venezia Nuova e il nome del suo ex presidente, Giovanni Mazzacurati, erano entrati ufficialmente nell’inchiesta dopo il trasferimento dei faldoni dalla Procura di Udine a quella di Roma, in marzo (gli atti erano stati trasmessi per competenza territoriale, sulla principale ipotesi di reato dell’associazione a delinquere in ambienti ministeriali). Ed è proprio lì, negli uffici all’interno dell’area dell’Arsenale, che gli inquirenti contano adesso di trovare traccia delle operazioni che permisero a Mascazzini e alla sua cerchia di “amici” di dirottare a proprio piacimento i fondi statali (oltre cento milioni di euro per la sola parte friulana). Una catena di sospetti. La perquisizione è stata ordinata all’esito degli interrogatori. Il che la dice lunga sugli ulteriori elementi raccolti dagli investigatori nei faccia a faccia con alcuni degli attuali indagati. Ammissioni o, più semplicemente, indicazioni preziose, per estendere il raggio d’azione delle indagini e puntare il faro su possibili altri indagati. Negli elenchi, sono già stati trovati i nominativi di società finora estranee all’indagine, oltre alla “Thetis srl” di Venezia, alla cooperativa “Nautilus” di Vibo Valentia, allo studio “Altieri spa” di Thiene e alla “Sogesid” di Roma (srl in house del ministero all’Ambiente), i cui presidenti o rappresentanti legali figurano già sotto inchiesta. La settimana prossima, intanto, davanti al capitano Pasquale Starace compariranno volti nuovi, in parte friulani e in parte veneti, in qualità di persone informate sui fatti. Molto dipenderà anche dalle carte poste sotto sequestro cautelare. Tra gli aspetti da chiarire, spiccano gli appalti relativi alla realizzazione delle due casse di colmata di Marano – una sorta di discariche per fanghi di dragaggio, progettate e costruite a peso d’oro – e il trucchetto delle “transazioni ambientali”, ossia di uno strumento per rastrellare fondi dalle imprese che intendevano costruire sulle aree comprese nel Sin di Porto Marghera. Le accuse. Oltre a Mascazzini e Mazzacurati, nell’inchiesta sono indagati tra gli altri i tre ex commissari delegati Paolo Ciani (2002-2006) e Gianfranco Moretton (2006-2009), entrambi ex vice presidenti della Regione rispettivamente di centrodestra e centrosinistra, e il tecnico Gianni Menchini (2009-2012). Per tutti, l’ipotesi è l’associazione a delinquere finalizzata alla truffa e, a vario titolo, in alcuni casi all’abuso d’ufficio e alla concussione.

Luana De Francisco

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