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SCANDALO MOSE – L’accusa di Dal Borgo «Ho aperto conti all’estero per Chisso»

MOSE – Il verbale dell’ingegnere bellunese sulle operazioni in due banche. «Investimenti anche in Ucraina»

«Ho portato all’estero i soldi di Chisso»

Dal Borgo chiama in causa il segretario Casarin: «Ho aperto per lui cassette di deposito in istituti stranieri»

Sequestrati agli inquisiti 17 milioni su tre conti

Continua la caccia al tesoro. Di Chisso o di Casarin. O di Chisso e Casarin. La Procura di Venezia ha chiuso le vicende giudiziarie con i patteggiamenti dell’ex assessore alle Infrastrutture Renato Chisso e del suo segretario Enzo Casarin ma non ha affatto chiuso le indagini sui soldi che sono usciti dalle casse del Consorzio venezia Nuova e dell’impresa Mantovani e legati alla realizzazione del Mose.

Renato Chisso ha sempre sostenuto di non aver messo da parte un centesimo – nel conto corrente gli hanno trovato 1.500 euro. Del resto le indagini patrimoniali della Finanza non hanno portato ad alcun risultato. È vero che «portare soldi all’estero sembra costituire la regola, non l’eccezione…» hanno scritto i giudici del Riesame quando si sono pronunciati contro la scarcerazione di Chisso, «ed è certo assai improbabile che un assessore regionale tenga i soldi frutto di corruzione in un conto corrente a nome proprio o a quello dei suoi familiari, presso una banca sita nel territorio della Repubblica».

Adesso la Procura attende l’esito delle rogatorie internazionali. Alle banche di mezzo mondo è stato chiesto di controllare se esistono conti correnti o cassette di sicurezza in qualche modo riconducibili a Renato Chisso. Anche perchè Luigi Dal Borgo, un ingegnere bellunese accusato di false fatturazioni e di millantato credito per essersi proposto a Baita come esperto di “spionaggio”, ha consegnato ad un verbale che finora è rimasto segreto e che pubblichiamo, quella che secondo la Procura è la pistola fumante, ovvero la traccia dei soldi all’estero. In Austria. Li avrebbe portati personalmente Dal Borgo, assieme al segretario di Chisso, Enzo Casarin.

«Al Casarin ho corrisposto vacanze, cene, regalato voli aerei, ma soprattutto mi sono reso disponibile ad aprirgli delle cassette di deposito all’estero. In particolare, in Austria tra il 2004 e il 2005 ho aperto presso la Unicredit e la Raiffeisen Bank di Arnoldstein delle cassette di deposito site all’interno della banca ma gestibili con la sola chiave d’accesso senza necessità di registrazione o di interazione con il personale della banca. Ho poi consegnato le chiavi delle cassette, che mi pare fossero cinque al Casarin Enzo. In occasione della loro chiusura, nel 2013, ho avuto modo di apprendere che cosa contenesse una delle cassette in quanto il Casarin aveva perso le chiavi di una ed era necessario il mio intervento per aprirla. All’interno ebbi modo di vedere, al momento dell’intervento del direttore della Raiffaisen Bank, delle mazzette di banconote da 500 euro ciascuna avvolta in fogli di giornale.

Dal Casarin ho saputo che tali somme erano riferibili alla sua attività di segretario dell’assessore regionale Renato Chisso, che gli aveva dato il compito di gestire tali somme di denaro e il loro deposito fiduciario. Ricordo che il Chisso una volta incontrandomi mi disse: “Mi raccomando, fate i bravi”, riferendosi a me e al Casarin e all’attività di gestione fiduciaria che avevo iniziato su indicazione del Casarin, anche se il mio compito era estremamente limitato. Il Casarin mi disse che aveva messo in sicurezza le somme depositate in Austria tramite dei moldavi di sua conoscenza che successivamente avevano trasportato le medesime tramite i confini sloveni. In tale contesto, negli anni 2007-2008, ricevetti dal Casarin circa 200.000 euro in contanti in due tranches, sia per fare degli investimenti in Ucraina, sia per tenerle sempre quale depositario di fiducia, per conto “del gruppo”, per tale intendendo essenzialmente il Chisso e il Casarin».

Dunque, Slovenia, Moldavia, Austria e Ucraina. I soldi potrebbero aver fatto questo tour. Si tratta di vedere se ne è rimasta traccia da qualche parte. La caccia al tesoro continua.

Maurizio Dianese

 

VIETATI DAI MAGISTRATI RAPPORTI CON ESTRANEI

L’ex assessore ai domiciliari e può parlare solo coi familiari

Renato Chisso, deve restare agli arresti domiciliari senza poter comunicare con l’esterno. Lo ha stabilito il giudice per le indagini preliminari di Venezia, Massimo Vicinanza, il quale ha rigettato ieri l’istanza presentata dal legale dell’ex assessore regionale alle Infrastrutture, l’avvocato Antonio Forza, che aveva chiesto la revoca del divieto di avere contatti con persone diverse dai suoi familiari. Alla revoca aveva dato parere negativo anche la Procura.

Il giudice ha ritenuto che vi siano ancora esigenze cautelari che rendono necessario il divieto di comunicare con l’esterno, anche in considerazione del fatto che Chisso non ha messo a disposizione neppure un euro, a fronte di una confisca disposta nei suoi confronti di beni per un ammontare pari a due milioni di euro.

L’avvocato Forza, che nel pomeriggio non aveva ancora potuto vedere il provvedimento di rigetto, si è detto sorpreso della decisione del gip, considerato che, contestualmente al patteggiamento, l’analogo divieto è stato revocato all’ex presidente della Regione, Giancarlo Galan, che dagli arresti domiciliari nella sua villa di Cinto Euganeo può parlare con persone estranee al circolo familiare. Perché a Galan è consentito e a Chisso no?

Nel frattempo il Movimento 9 dicembre (meglio conosciuto come Movimento dei forconi) ha annunciato per oggi una manifestazione di fronte all’abitazione di Chisso, a Favaro Veneto, alla periferia di Mestre, dove lancerà soldi falsi.

(gla)

 

IL CASO – Il blitz del 4 giugno nato sei anni prima

LA PROCURA – Avviate rogatorie internazionali per identificare depositi o titoli

L’INCHIESTA I tre cronisti del Gazzettino che hanno seguito la vicenda ricostruiscono lo scandalo che ha travolto Venezia

La “Retata Storica” ora diventa un libro

Oggi è Roma con “mafia capitale”, ieri era Venezia con il Mose e l’altro ieri era Milano con l’Expo. La storia della corruzione in Italia è un fiume in piena, ormai. Certo, lo scandalo del Mose resta il più grande di tutti i tempi. Basti pensare che la mega tangente dell’Eni che nel ’92 azzerò la classe politica italiana era di 140 miliardi di lire, 70 milioni di euro, mentre per il Mose si parla di 1 miliardo di euro ovvero mille miliardi di vecchie lire. Ed è arrivato da poche ore in libreria il volume “Mose, la Retata Storica” (Edizioni Nuova Dimensione) con prefazione del direttore del Gazzettino Roberto Papetti, che racconta nel dettaglio e in presa diretta l’inchiesta sullo scandalo del Mose.

Il libro scritto da tre giornalisti del Gazzettino – Gianluca Amadori, Monica Andolfatto e Maurizio Dianese – contiene sia il racconto dell’inchiesta che una mole considerevole di documenti esclusivi ed inediti sull’inchiesta Mose, culminata nella “Retata Storica” del 4 giugno 2014, ma iniziata ben sei anni prima con una verifica fiscale effettuata dalla Guardia di Finanza nella sede di una cooperativa di Chioggia che lavorava per il Mose. Da lì gli autori ricostruiscono il filo della corruzione che avviluppa la storia recente di Venezia e del Veneto. Il 4 giugno – il blitz della Guardia di Finanza coordinato dai pm Paola Tonini, Stefano Buccini e Stefano Ancilotto, scatta alle 4 del mattino – diventa dunque la data spartiacque, la data che segna l’inizio della fine per un sistema che si è dedicato al saccheggio dei soldi pubblici per oltre un decennio, utilizzando vari sistemi. Uno anche legale: il Consorzio Venezia Nuova infatti ha diritto per legge a una percentuale del 12% sull’ammontare dell’opera. Si chiamano “oneri di concessione” e siccome finora lo Stato italiano – e cioè i contribuenti – ha speso per il Mose 6 miliardi di euro, il Consorzio ha incassato del tutto lecitamente quasi 700 milioni. Si tratta di quattrini garantiti dalla Legge speciale per Venezia, che il presidente dell’autorità per la lotta alla corruzione, Raffaele Cantone, definisce «legge criminogena» perché affida a privati la gestione dei soldi pubblici. Da questa legge nasce anche il sistema delle tangenti, alimentato in parte dall’aggio del 12% riconosciuto al Consorzio Venezia Nuova e in parte dall’assenza, anche questa ammessa per legge, delle gare di appalto. E siccome le gare di appalto portano mediamente a un ribasso del 30% sulla cifra iniziale, tutte le opere del Mose sono state pagate un terzo in più del dovuto. Dalle casse del Consorzio – cioè dello Stato, cioè dalle tasche dei cittadini – è uscito un fiume in piena di denaro, che si è fermato solo il 4 giugno 2014. E adesso? Alla domanda sul futuro degli appalti pubblici risponde il procuratore aggiunto Carlo Nordio in una conversazione pubblicata nel libro di Amadori, Andolfatto e Dianese.

 

Incidente in villa Galan ricoverato: prognosi riservata

L’ex governatore si è accasciato nel giardino di casa colpito in testa dal ramo di un albero. Lo ha trovato la figlia in un lago di sangue. Trasportato in ospedale a Padova in elicottero

CINTO EUGANEO – Finito in acqua è stato colto da una leggera ipotermia

IN OSPEDALE – “Codice rosso” dopo la Tac: le condizioni non sono gravi

Il deputato del Pdl ai domiciliari era su una scala e stava effettuando una potatura

Frattura cranica per Galan colpito da un albero nella villa

É arrivato al pronto soccorso dell’ospedale civile di Padova con una frattura frontale del capo. L’ha rimediata potando i rami di un albero nella sua villa di Cinto Euganeo. Il ferito è Giancarlo Galan, il re dello scandalo Mose, finito agli arresti domiciliari il 9 ottobre dopo avere patteggiato due anni e dieci mesi. Ieri pomeriggio è uscito dalla villa con una scala e un paio di cesoie per andare nel parco. Si è arrampicato su un albero e poi qualcosa è andato storto. Da una prima ricostruzione dei fatti sembra che un grosso ramo spezzandosi abbia innescato la caduta di un altro albero, che con il tronco ha centrato in pieno Galan. L’ex governatore ha perso l’equilibrio cadendo dalla scala e finendo in una canaletta per l’irrigazione del giardino. A trovarlo a terra con la fronte insanguinata e mezzo bagnato è stata la figlioletta, che ha chiamato la mamma, Sandra Persegato, la quale a sua volta ha avvisato il 118. Proprio in quel momento, intorno alle quattro del pomeriggio, a Villa Rodella è arrivata una pattuglia dei carabinieri della compagnia di Abano Terme. I militari erano intervenuti, come tutti i giorni, per controllare se l’ex doge era effettivamente agli arresti domiciliari. I medici del Suem hanno accertato che le condizioni di Galan, nonostante sia stato sempre vigile, erano gravi e così hanno scelto di trasportarlo a Padova in elisoccorso. In un primo momento è entrato con un codice giallo, per cui media gravità, ma effettuata la Tac i medici hanno deciso di portarlo in area rossa. Hanno deciso di tenerlo sotto osservazione e intorno alle 19 è stato ricoverato nel reparto di Clinica chirurgica al terzo piano del Policlinico con una frattura del cranio. Sembra anche che abbia avuto una leggera ipotermia per essere caduto nell’acqua della canaletta e una contusione al fegato. Insieme a lui c’è sempre stata la moglie Sandra. Le sue condizioni di salute non sono comunque gravi. I carabinieri lo hanno sorvegliato dal sua trasporto in elisoccorso al ricovero nel letto di ospedale. Gli uomini dell’Arma ora lo piantoneranno, perchè l’ex Doge se pure ferito rimane agli arresti domiciliari. Giancarlo Galan non è nuovo a incidenti.

Nel lontano novembre del 1997, quando si trovava a Pola in Croazia con una delegazione della Regione, è scivolato su un gradino di un ristorante reso viscido dalla pioggia e si è fratturato una gamba. La mattina seguente è stato trasportato con un’ambulanza partita appositamente da Padova all’ospedale civile della città del Santo.

E poi lo scorso 5 luglio, ancora a villa Rodella, potando le sue rose si è fratturato tibia e perone. Un incidente adombrato da una serie di sospetti, proprio mentre la Camera decideva se concedere l’arresto dell’ex Doge. Tanto che il 12 luglio Galan si è presentato all’ospedale di Este, dove è stato ricoverato per una “sospetta embolia polmonare in paziente diabetico con trombosi venosa profonda in esiti di recente frattura arto inferiore sinistro”. Quindi giovedì 17 luglio Galan è stato trasferito a Medicina interna, sempre dell’ospedale di Este. Il giorno dopo da Milano è arrivato il cardiologo Giulio Melisurgo che ha visitato l’ex governatore privatamente e ha redatto una relazione. I nuovi documenti sono stati allegati, lunedì 21 luglio, alla nuova richiesta alla Camera di rinviare il voto sul suo arresto a causa del ricovero. Ma il colpo di scena è arrivato martedì 22 luglio, tre ore prima del dibattito a Montecitorio. Infatti l’ospedale ha deciso di dimettere Giancarlo Galan. Ingessato, è stato accompagnato a Villa Rodella da un’ambulanza e qui è stato arrestato, e trasportato nell’infermeria del carcere di Opera a Milano da dove è uscito, per andare agli arresti domiciliari, il 9 ottobre.

Marco Aldighieri

 

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