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L’INCHIESTA – Ma loro negano di essersi occupati degli aspetti economici della campagna dell’ex sindaco

Mose, indagati Zoggia e Mognato

I due deputati del Pd sotto accusa per i contributi elettorali versati da Mazzacurati a Orsoni

I RUOLI – Referenti del partito assieme all’ex consigliere regionale Marchese

Mose, finanziamenti al Pd: indagati Mognato e Zoggia

I due deputati chiamati in causa dall’ex sindaco Orsoni per i contributi erogati dal presidente del Consorzio Mazzacurati nella campagna elettorale del 2010

I deputati veneziani del Pd, Michele Mognato e Davide Zoggia, sono entrambi indagati per finanziamento illecito dei partiti in relazione ai contributi che l’allora presidente del Consorzio Venezia Nuova, Giovanni Mazzacurati, ha raccontato di aver versato nel corso della campagna elettorale del 2010 all’avvocato Giorgio Orsoni, poi diventato sindaco di Venezia.

I pm Stefano Ancilotto e Stefano Buccini hanno interrogato i due onorevoli in gran segreto martedì scorso, negli uffici della Procura di Venezia, alla presenza dei rispettivi difensori, contestando loro le dichiarazioni che Orsoni ha reso ai magistrati lo scorso giugno, dopo essere finito agli arresti domiciliari con l’accusa di aver ricevuto due contributi ritenuti illeciti dall’allora presidente del Cvn. In quel verbale il sindaco fa i nomi di tre persone, indicandole come i suoi principali referenti all’interno del Pd per quanto riguarda la campagna elettorale: uno è l’ex consigliere regionale Giampietro Marchese (che è già uscito dal processo patteggiando 11 mesi di reclusione); gli altri due sono gli attuali deputati Mognato e Zoggia. Orsoni ha dichiarato che furono i “maggiorenti” del Pd a spingerlo a rivolgersi a Mazzacurati per ottenere i finanziamenti necessari a proseguire la difficile e dispendiosa campagna contro il rivale del Pdl, Renato Brunetta. E ha sostenuto di aver appreso soltanto dopo l’arresto che quei contributi non erano stati bonificati regolarmente al suo mandatario, come pensava, negando in ogni caso di averli ricevuti personalmente.

Mognato e Zoggia, assistiti dagli avvocati Guido Calvi, Gianluca Luongo, Marta De Manincor e Alfredo Zabeo, davanti ai magistrati veneziani hanno smentito di aver mai suggerito ad Orsoni di rivolgersi al presidente del Cvn per ottenere contributi elettorali e hanno negato fermamente di essere stati i destinatari finali del finanziamento “in nero” di 450 mila euro che Mazzacurati sostiene di avere messo a disposizione di Orsoni. Degli aspetti economici di quella campagna per le comunali di Venezia hanno dichiarato di non essersene proprio occupati.

E lo stesso ha fatto ieri mattina anche da un altro esponente del Partito democratico veneziano, Alessandro Maggioni, ascoltato dai pm Ancilotto e Buccini in qualità di persona informata sui fatti in quanto, nel 2010, ricopriva l’incarico di segretario comunale del Pd, e successivamente è diventato assessore ai lavori pubblici nella giunta Orsoni. Il suo nome era emerso martedì nel corso dell’interrogatorio dei due deputati come una delle persone che erano state più vicine al candidato sindaco. Maggioni ha spiegato di non aver gestito nulla dei finanziamenti per la campagna elettorale delle comunali 2010, cosa di cui sapeva essersi occupato direttamente l’allora candidato sindaco e probabilmente qualche altro esponente del partito. All’uscita dalla stanza dei magistrati l’ex assessore non ha voluto fare dichiarazioni, salvo precisare che la deposizione, durata poco più di un’ora, si era svolta in un clima sereno.

L’inchiesta proseguirà probabilmente con l’audizione di altri esponenti del Pd che siano in grado di riferire in merito ai contributi con cui è stata finanziata la campagna elettorale di Orsoni. Ma è difficile immaginare che qualcuno, all’interno del Pd comunale o provinciale, possa ammettere di aver spinto il proprio candidato sindaco a rivolgersi a Mazzacurati. Tantomeno di aver materialmente ricevuto quei finanziamenti. Eppure lo stesso Orsoni ritiene che quei denari siano effettivamente arrivati (così ha detto ai magistrati) in quanto tutte le spese elettorali inizialmente a rischio furono poi effettuate. Insomma, questa tornata di interrogatori rischia di peggiorare la posizione processuale di Orsoni che, alla fine, potrebbe trovarsi da solo contro tutti a dover giustificare quei soldi. Isolato come quando lo scorso giugno, non appena tornato in libertà, fu sfiduciato dal Pd – attraverso un intervento personale di Matteo Renzi – e costretto alle dimissioni.

In serata i difensori degli onorevoli Mognato e Zoggia hanno diffuso una breve nota: «Confermiamo che gli onorevoli Mognato e Zoggia sono stati ascoltati martedì quali indagati in relazione all’interrogatorio del professor Orsoni rendendo tutti i chiarimenti richiesti. All’esito dell’interrogatorio, i difensori hanno chiesto l’archiviazione immediata dell’inchiesta».

Gianluca Amadori

 

IL PROCEDIMENTO – La Procura verso il deposito degli atti. L’ex primo cittadino: mai visti soldi

Si avvicina il giudizio per Orsoni: due dazioni

La posizione dell’ex sindaco di Venezia, l’avvocato Giorgio Orsoni, è in attesa di essere definita assieme a quella di una ventina di altri indagati per i quali il fascicolo è ancora pendente. La Procura si appresta a provvedere al deposito degli atti, la procedura che normalmente precede una richiesta di rinvio a giudizio. Nel frattempo gli inquirenti stanno raccogliendo nuovi elementi.

L’accusa rivolta ad Orsoni è di finanziamento illecito ai partiti in relazione a due diversi contributi che avrebbe ricevuto nel 2010, nel corso della combattuta campagna elettorale che lo vide contrapposto a Renato Brunetta. Si tratta di un reato di competenza del giudice monocratico, a differenza delle ipotesi di corruzione e false fatturazioni rivolte a vario titolo agli altri indagati: di conseguenza è probabile che la posizione dell’ex sindaco venga stralciata, così come potrebbe accadere a quella dell’ex europarlamentare di Forza Italia ed ex presidente del Consiglio regionale del Veneto, Lia Sartori, per la quale l’accusa è sempre di finanziamento illecito.

Sono due gli episodi contestati, per i quali lo scorso giugno Orsoni finì agli arresti domiciliari per una manciata di giorni: il primo riguarda un contributo di 110mila euro “in bianco” formalmente regolare, proveniente da varie aziende, che i pm ritengono però illecito in quanto i soldi sarebbero arrivati in realtà dal Cvn tramite false fatturazioni. Il secondo contributo è invece “in nero”: 450mila euro in contanti che l’allora presidente del Cvn, Giovanni Mazzacurati, dichiara di avergli versato in più rate, personalmente o per tramite del fedele segretario, Federico Sutto. Orsoni si difende rivendicando la regolarità del suo comportamento: rivendica la legittimità del primo contributo e nega di aver mai visto i soldi relativi al secondo.

 

EX EUROPARLAMENTARE

Stessa imputazione per Lia Sartori (FI)

La posizione dell’ex sindaco di Venezia, l’avvocato Giorgio Orsoni, è in attesa di essere definita assieme a quella di una ventina di altri indagati per i quali il fascicolo è ancora pendente. La Procura si appresta a provvedere al deposito degli atti, la procedura che normalmente precede una richiesta di rinvio a giudizio. Nel frattempo gli inquirenti stanno raccogliendo nuovi elementi.

L’accusa rivolta ad Orsoni è di finanziamento illecito ai partiti in relazione a due diversi contributi che avrebbe ricevuto nel 2010, nel corso della combattuta campagna elettorale che lo vide contrapposto a Renato Brunetta. Si tratta di un reato di competenza del giudice monocratico, a differenza delle ipotesi di corruzione e false fatturazioni rivolte a vario titolo agli altri indagati: di conseguenza è probabile che la posizione dell’ex sindaco venga stralciata, così come potrebbe accadere a quella dell’ex europarlamentare di Forza Italia ed ex presidente del Consiglio regionale del Veneto, Lia Sartori, per la quale l’accusa è sempre di finanziamento illecito.

Sono due gli episodi contestati, per i quali lo scorso giugno Orsoni finì agli arresti domiciliari per una manciata di giorni: il primo riguarda un contributo di 110mila euro “in bianco” formalmente regolare, proveniente da varie aziende, che i pm ritengono però illecito in quanto i soldi sarebbero arrivati in realtà dal Cvn tramite false fatturazioni. Il secondo contributo è invece “in nero”: 450mila euro in contanti che l’allora presidente del Cvn, Giovanni Mazzacurati, dichiara di avergli versato in più rate, personalmente o per tramite del fedele segretario, Federico Sutto. Orsoni si difende rivendicando la regolarità del suo comportamento: rivendica la legittimità del primo contributo e nega di aver mai visto i soldi relativi al secondo.

 

I PRINCIPALI ACCUSATI HANNO PATTEGGIATO

Matteoli e pochi altri davanti al tribunale

VENEZIA – Definiti i patteggiamenti dei principali imputati nell’inchiesta sullo scandalo Mose, sono poche le posizioni che finiranno davanti al Tribunale. La principale è quella dell’ex ministro Altero Matteoli, accusato di corruzione per alcune operazioni legate alle bonifiche di Porto Marghera: dopo il via libera da parte del Parlamento, il senatore aspetta che la Procura chieda il processo.

Usciti di scena l’ex presidente della Regione, Giancarlo Galan (2 anni e 10 mesi), l’ex assessore regionale alle Infratrutture, Renato Chisso (2 anni e sei mesi) e l’ex presidente al Magistrato alle acque, Patrizio Cuccioletta (2 anni), i pm Tonini, Ancilotto, Buccini si apprestano a chiudere le indagini a carico dell’altro presidente del Magistrato alle acque accusato di essere stata al soldo del Cvn, Maria Goovanna Piva.

Sotto accusa ci sono poi due dirigenti regionali, alcuni imprenditori e professionisti, tra cui l’ex presidente del’Ente gondola, il veneziano Nicola Falconi.

 

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