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Troppi scheletri vuoti e abbandonati nel suo territorio

Il sindaco di Villorba crea un fondo di 100mila euro per incentivare la conversione delle aree in terreni agricoli

capannoni in disuso

LA RIVOLUZIONE – Zone industriali in crisi: Villorba vuole fare ordine

IL CONTRIBUTO –  Previsti 100mila euro per chi decide di demolire

Dal boom agli “scheletri”: un milione di metri cubi

Un incentivo economico per chi demolisce i capannoni svuotati dalla crisi. È questo il fulcro del sistema studiato a Villorba per rimettere ordine nelle zone industriali. Qui i buchi neri non mancano. E nemmeno gli scheletri di cemento. Per questo la giunta capeggiata da Marco Serena ha pensato di offrire contributi comunali agli imprenditori che decidono di buttare giù gli immobili dismessi e di riportare i pezzi di area produttiva a terreno agricolo.

COSÌ SERENA – Tornerà l’erba nel centro commerciale di via Pacinotti

LA LATTERIA Treviso è un’altra delle aree produttive abbandonate della periferia trevigiana

SCHELETRI industriali dismessi. Nella Marca sono 1051

Nella Marca più di mille buchi neri

TREVISO – (zan) Lo sviluppo disordinato negli anni del boom ha creato benessere diffuso ma, di contro, ha punteggiato l’intero territorio di “scheletri” e “buchi neri”. Delle oltre mille aree industriali, presenti nei 95 comuni della Marca, secondo una rilevazione dello scorso autunno, solo 26 hanno un’estensione e un tasso di occupazione rilevante. Nel solo comune di Treviso, stimava l’urbanista Leopoldo Saccon presentando il censimento, gli insediamenti non residenziali in disuso coprono almeno un milione di metri cubi.

 

Il problema della riconversione di fabbricati e perfino stazioni è al centro di un vivace dibattito

Capannoni dismessi, ma pure centri commerciali, edifici pubblici, persino stazioni ferroviarie. I nuovi modelli industriali e la delocalizzazione prima, la crisi globale poi, hanno lasciato alla Marca una pesante eredità di immobili non residenziali ormai in stato di abbandono.
Secondo un recente studio condotto dall’Osservatorio economico e sociale, in provincia si contano 1.077 zone classificate come produttive. Di queste, appena 26 hanno dimensioni di una certa rilevanza e possono tuttora vantare imprese attive nella maggior parte degli spazi disponibili.
Sempre più spesso nel dibattito pubblico si impone il problema di come riconvertire quei fabbricati. Lo scorso settembre, la Cgil di Treviso ha dedicato al tema una mostra non a caso intitolata «Vuoti a perdere?»: una sessantina di fotografie di fabbriche in stato di abbandono. Tra queste, nomi illustri dell’industria trevigiana che fu, dalla Pagnossin alla Filatura Monti, dalle Vaserie Trevigiane alla San Lorenzo. Un’altra discussione collettiva è stata promossa anche dall’Ordine provinciale dei Dottori commercialisti.
Le possibilità tecniche di riconversione non mancano, dall’edilizia sociale a favore di anziani o giovani, all’insediamento di nuove imprese del mondo digitale. Ci si scontra però con costi di riqualificazione e di bonifica in genere molto elevati, tali da rendere indispensabile una compartecipazione pubblico-privato. Nonché con caratteristiche costruttive sovente inadeguate: «Occorre distinguere tra archeologia industriale e i capannoni recenti -notava in un convegno Marco Tamaro, direttore della Fondazione Benetton- Per i secondi, spesso è più conveniente l’abbattimento».

 

“Guerra” ai ruderi: c’è l’incentivo

La giunta vara un progetto: soldi a chi trasforma le aree produttive dismesse in terreno agricolo

Campi al posto dei capannoni, insomma. Non è solo un proposito. I soldi ci sono già. Per i prossimi 6 mesi sono stati stanziati 100mila euro. L’ammontare dei singoli incentivi dipenderà dal numero di domande. Quel che è certo è che il contributo non potrà coprire più del 40% delle spese di demolizione. Non è tutto. Alle aziende che aderiranno al programma verrà garantito un credito edilizio pari almeno alla cubatura della struttura rasa al suolo. Se non di più. «Abbiamo deciso di aprire una finestra di 6 mesi per vedere che risposte ci sono -spiega il sindaco Marco Serena- Il credito edilizio assegnato a chi abbatterà un immobile dismesso sarà valido 10 anni e consentirà ai privati di non perdere un solo metro cubo. Dove potrà poi essere costruita una nuova struttura, verrà deciso assieme all’amministrazione». L’importante è che non si vada oltre il decennio. «Se dopo 10 anni non sarà stato fatto niente -aggiunge il primo cittadino- allora la titolarità del credito edilizio passerà nelle mani del Comune». Se non è una rivoluzione, poco ci manca. Tanto più che arriva dal territorio con una delle zone industriali più grandi di tutta la Marca. Piena zeppa di capannoni. Più di qualcuno finito nel degrado dopo il fallimento dell’azienda. È il caso dell’avveniristico edificio costruito dalla Maber. Ma anche dello scheletro ex Mondial che sorge lungo la Pontebbana. Per non parlare delle serrande abbassate nel parco commerciale di via Pacinotti. «Lì deve tornare l’erba» aveva detto il sindaco. Adesso sta provando a raggiungere l’obiettivo. Almeno fino a quando il bilancio lo consentirà. Non mancano però le critiche. «Così ci si ritroverà con mezza zona industriale da una parte, dove si tenterà di far tornare i campi -sottolinea il Pd per bocca del capogruppo Mario Carraro- e con mezza da un’altra dove si farà sparire un altro pezzo di area verde». «Un enorme pasticcio» aggiunge.
Un’idea ce l’ha Ivano Breda: «Non ho mai visto una zona industriale tornare agricola -conclude il capogruppo de La nostra Villorba- forse ora si punta alle aree vicine all’A27 e alla Pedemontana. Ma bisognerebbe rendere appetibili le zone produttive già esistenti. Non farne di nuove».

 

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