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Nuova Venezia – Il ricorso di Galan

Posted by Opzione Zero in Rassegna stampa | 0 Comments

7

gen

2015

Parla il procuratore aggiunto Carlo Nordio: «Di nuove indagini non posso parlare ma è ovvio che un’inchiesta così complessa ha sempre delle clonazioni»

La legge consente di impugnare in Cassazione la sentenza che l’imputato ha invocato

VENEZIA – Carlo Nordio, procuratore aggiunto della repubblica e contitolare assieme ai pm Paola Tonini, Stefano Ancilotto e Stefano Buccini dell’inchiesta Mose, è l’uomo che ha gestito la trattativa sui patteggiamenti con gli avvocati degli imputati, secondo un principio che definisce di realtà. Patteggiamenti poi accolti nelle sentenze del giudice. Le sentenze si pronunciano «in nome del popolo italiano», ma qui ci sono due popoli che si fronteggiano: il paese reale e il paese legale. Il paese reale si sente orfano del processo Mose e vede nei patteggiamenti accuse pesanti e pene leggere.

Cosa ne pensa il paese legale? «Il processo serve a vedere se l’accusa è fondata o se non lo è. Tutto il resto è pura metafisica, mezzo politica e mezzo mediatica, che va discussa e risolta in altre sedi. Il codice di procedura penale dell’89 firmato da Giuliano Vassalli, medaglia d’oro della Resistenza, prevede che si possa patteggiare e quindi evitare il dibattito pubblico perché è conveniente per entrambe le parti. Quando con la riforma Vassalli noi abbiamo introdotto il processo accusatorio, alla Perry Mason per intenderci, sapevamo che non si poteva prescindere dall’istituto fondamentale che lo regge, il patteggiamento. Negli Stati Uniti il patteggiamento o plea bargain, chiedi l’affare, risolve oltre il 90% dei processi. Solo il 3% arriva a dibattimento».

E sulla sproporzione tra le accuse e l’entità delle pene? «Qui il discorso è di pragmatismo utilitaristico. Prendiamo il patteggiamento più importante, quello dell’ex governatore, 2 anni e 10 mesi, una carcerazione preventiva già sofferta, una carcerazione domiciliare ancora in fieri, una restituzione importante del maltolto, una sicura decadenza dalle cariche politiche. Per noi è una pena seria, bilanciata dal fatto che andavamo incontro a un processo estremamente lungo e costoso per tutti, con gli esiti incerti che hanno tutti i processi e non perché le prove fossero equivoche, secondo noi, ma perché ogni processo ha la sua stella, non ultimo il decorso del tempo e della prescrizione».

Eravate tutti d’accordo su questa linea in procura? «Assolutamente uniti. Alcuni patteggiamenti sono stati concordati con facilità, perché erano standard, parliamo soprattutto degli imprenditori. Per quelli più importanti e se vogliamo più delicati, abbiamo discusso tra di noi quale fosse la soglia minima soddisfacente, però puntando al rialzo. Poi la trattativa sul rialzo è stata condotta da me, con risultato quasi sempre uguale o un po’sopra la soglia minima che avevamo concordato tra di noi».

Gli avvocati di Galan dicono di aver accettato l’inaccettabile. Sembra un’imposizione della procura: avete imposto voi il patteggiamento o ve l’hanno chiesto? «Generalmente è la difesa che lo chiede, qualche volta lo chiede insistentemente e molte volte lo chiede molto insistentemente, quasi in ginocchio. Qualche volta è la procura che fa balenare la disponibilità. Poi si instaura una sorta di mercato».

Nel caso di Galan com’è andata? «Diciamo che le volontà si sono incrociate. Difficile dire in situazioni molto complesse da chi parte l’iniziativa. Un Rembrandt lei lo compera alzando un dito da Softeby’s, soltanto se va a comprare un chilo di pomodori deve chiedere quanto e come. Io ho il massimo rispetto per l’imputato e anche per i suoi difensori e comprendo benissimo che dopo una conclusione seriamente punitiva, secondo noi, si cerchi di mitigare la portata della soluzione attraverso interpretazioni più blande, più benevole».

Se poi aggiungiamo che il patteggiamento non è un’ammissione di colpa… «Attenzione, il patteggiamento ha delle conseguenze precise. Chi lo chiede sa benissimo, e lo deve sapere, che riceve una condanna. Le leggo l’articolo 445 cpp, secondo comma: “la sentenza di patteggiamento anche quando è pronunciata dopo la chiusura del dibattimento e non ha efficacia nei giudizi civili, salve diverse disposizioni di legge, è equiparata a una sentenza di condanna”.

Chi patteggia sa di aver avuto una condanna e ne accetta le conseguenze, giuridiche e anche logiche. Poi ognuno può anche proclamarsi innocente fino alla fine dei suoi giorni, è una scelta rispettabilissima perché fa parte dell’immagine che l’imputato vuol dare di sé».

Salvo che chi l’ascolta può crederci o meno. «Chi l’ascolta può domandarsi se sia una scelta di pura immagine o corrisponda alla realtà, ma per noi è assolutamente vincolante il fatto che la sentenza di patteggiamento è equiparata ad una condanna».

Gli avvocati di Galan hanno fatto ricorso in Cassazione contro il patteggiamento da essi stessi richiesto. Vogliono spostare alle calende greche il pagamento dei 2,6 milioni di sanzione, visto che il termine è fissato entro 90 giorni dopo che la sentenza passerà in giudicato e la sentenza adesso è quella della Cassazione? «La domanda più che legittima che lei fa è quella che si fa anche l’uomo della strada e cioè come fai a impugnare una sentenza che tu stesso hai invocato? È tuttavia una domanda senza risposta. La legge lo consente perché il legislatore è schizofrenico e l’avvocato fa il suo mestiere. Il difensore impugna per mille ragioni: perché se l’imputato è in stato di detenzione può continuare a espiare la detenzione ai domiciliari, così quando il giudizio diventerà definitivo l’ha già espiata a casa; oppure perché spera nella prescrizione; oppure perché spera in un’amnistia o in un indulto».

Quanto tempo richiederà il pronunciamento della Cassazione, nel nostro caso? «Penso poco, quattro o cinque mesi». Quindi non si rischia la prescrizione? «No, anzi, in questo caso la Cassazione dando torto al Riesame ha detto che l’inizio della prescrizione decorre molto più avanti».

Lei si riferisce al pronunciamento sul ricorso di Renato Chisso. Questo rimette in discussione tutte le posizioni? «No, quello che è patteggiato è patteggiato. A parte il fatto che ogni decisione vale solo per il singolo, non per gli altri».

Dieci anni di corruzione a questi livelli avevano bisogno di una copertura molto estesa. Massoneria? «Non ne so assolutamente niente. Non credo neanche che la massoneria abbia voce in capitolo. Piuttosto è la legge che è stata strutturata in modo tale da essere quasi un incentivo alla corruzione. Il Mose può essere paragonato a un tizio che ha avvelenato le acque perché era l’unico ad averne l’antidoto».

In che senso, scusi? «Le leggi degli ultimi trent’anni sulle opere pubbliche sono talmente bizantine e ingarbugliate che per un’opera gigantesca come il Mose hanno trovato più comodo fare una legge speciale. Non dico che avessero fatto apposta a produrre una legislazione schizofrenica, se la sono trovata sedimentata in decenni. Come quello che ha avvelenato le acque, in questo caso con una proliferazione legislativa, perché aveva l’antidoto, poter fare una legge speciale. Ma la legge speciale ha dato un potere e un arbitrio assoluto a tutti. Era quasi un invito alla corruzione. Dirò di più e peggio: oltre alla corruzione, allo spreco. Il Consorzio Venezia Nuova ha elargito a destra e a manca soldi nostri, senza nessuna ragione. La beneficenza uno deve farla con i soldi suoi, non con i soldi altrui. E qua mi fermo».

Lei dice: con i patteggiamenti abbiamo privilegiato l’aspetto pecuniario. «Diciamo che l’abbiamo tenuto in seria considerazione».

Ma uno si domanda: avete recuperato 12 milioni contro quanti sottratti alla collettività? «Ah, non lo sappiamo. Qui bisogna tener conto delle disponibilità aggredibili del soggetto. Se uno ci dice: questo lo posso pagare, il resto non ce l’ho, e addirittura non riesci a trovarglielo…»

È il caso dell’ex assessore Renato Chisso. «Sì, diciamo che il patteggiamento è sempre un compromesso. Però per noi è un compromesso accettabile».

Lei ha detto che non finisce qui, facendo capire che l’indagine va avanti: sulla sanità? «Di eventuali nuove indagini non posso parlare. Ma è ovvio che un’inchiesta così ha sempre delle clonazioni. Noi siamo molto orgogliosi di averla chiusa in termini ragionevoli per gran parte degli imputati».

E per le posizioni ancora da definire, Orsoni, Sartori e gli altri imputati? «I processi si faranno quanto prima».

Renzo Mazzaro

 

I grillini: «Deve lasciare la guida della commissione Cultura»

La Boldrini e Brunetta replicano che solo lui può andarsene

Dritta del Quirinale: a maggio si potrà rimuovere Galan

PADOVA – La via d’uscita, per “rimuovere” l’onorevole Giancarlo Galan (agli arrestati domiciliari) dalla presidenza della commissione Cultura di Montecitorio, l’ha indicata il professor Giancarlo Montedoro, consigliere del presidente della Repubblica per gli affari giuridici e le relazioni cosituzionali, chiamato in causa per un parere dallo stesso Giorgio Napolitano.

In una nota inviata al vicepresidente vicario-portavoce del Movimento Cinque Stelle, Andrea Cecconi, il consigliere Montedoro richiama il dettato l’articolo 20 comma 5 del Regolamento della Camera dei deputati: «Dalla data della loro costituzione, le Commissioni permanenti sono rinnovate ogni biennio e i loro componenti possono essere riconfermati».

Le somme le tira lo stesso Montedoro: «Ne consegue che, all’atto del rinnovo dei relativi organismi, i gruppi parlamentare ben potranno apprezzare la situazione evidenziata».

Orbene, la soluzione del rebus Galan, se non immediata, sembra comunque dietro l’angolo. Il deputato di Forza Italia è stato eletto presidente della Cultura, Scienza e Istruzione di Montecitorio il 7 maggio 2013; vuol dire che a primavera si procederà al rinnovo delle presidenze, e quella potrebbe l’occasione giusta per sostituire il parlamentare padovano, che ha potuto presiedere l’ultima commissione il 3 giugno 2014, alla vigilia della raffica di provvedimenti legati all’indagine sul sistema degli appalti del sistema di dighe anti-acqua alta. Oltre, par di capire, non si può andare.

«Al capo dello Stato», sottolinea il consigliere Montedoro, «non è consentito dalla Carta Costituzionale iniziative incidenti sull’autonoma organizzazione della vita parlamentare».

E di sicuro non sarà il capogruppo di Forza Italia, Renato Brunetta, a fare pressioni sul collega perché abbandoni la presidenza della commissione Cultura. «Non spetta certamente al presidente di un gruppo», scrive infatti l’onorevole Brunetta in una missiva di risposta al deputato pentastellato Cecconi, «intervenire in alcun modo per svolgere pressioni o indurre a dimissioni che il diritto parlamentare esclude. Tali pressioni sarebbero del tutto indebite».

Il professor Brunetta aggiunge che «le norme scritte e non scritte del diritto parlamentare giungono fino ad impedire ogni forma di sfiducia o di recall nei confronti di coloro che siano chiamati all’ufficio di presidente dell’Assemblea, di Commissione o di Giunta».

Che solo Galan possa decidere in ordine alla sua permanenza alla presidenza della commissione Cultura lo ha ribadito anche la presidente della Camera Laura Boldrini in un’altra lettera indirizzata all’onorevole Cecconi: «È noto che nel nostro ordinamento non sono ammissibili strumenti volti a revocare il presidente di un organo parlamentare. La rinuncia alla carica di presidente di commissione non può dunque, allo stato, che discendere dalle autonome determinazioni del deputato Galan».

S’indigna su Fb l’onorevole Federico D’Incà, deputato bellunese del Movimento Cinque Stelle, che ieri ha pubblicato una foto di Galan in giacca bianca e papillon: «Solo a guardare questa persona io mi sento a disagio. L’Italia non merita di essere rappresentata da Galan. Ricordo a tutti che i parlamentari del M5s hanno restituito fino a giugno 2014 la somma di 10 milioni di euro dei propri stipendi e rimborsi al fondo per il credito alle piccole medie imprese».

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