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Giovanni Russo, della Dna nazionale, incontra i sindaci

«Sono pronti i blitz per sgominare la mafia nell’economia legale»

TREVISO «Penso che nei prossimi mesi uscirà fuori un verminaio nel Triveneto. Verranno a maturazione una serie di indagini antimafia che sono in corso e che attesteranno quello che a livello di sospetto e di indice di rischio stiamo prospettando da cinque anni».

Questo dice Giovanni Russo, dal 2009 procuratore aggiunto della Direzione nazionale antimafia, durante una pausa del convegno con i sindaci dell’Anci.

Lei dunque ritiene che negli ultimi anni sia cresciuta nel Veneto la presenza del crimine organizzato? «Assolutamente sì. Nell’ultimo anno e mezzo c’è stata un’escalation, lo si vedrà dai risultati giudiziari che saranno resi noti tra 12-18 mesi».

A che livello collocherebbe questa crescita da 1 a 10? «Collocando a 5 l’allarme massimo di preoccupazione, al di là del quale c’è già un’infiltrazione conclamata e posto che negli ultimi anni avevamo una soglia 2-3, adesso siamo sicuramente a 6-7. C’è un’attività concreta, imponente, importante, senza argini».

Chi dovrebbe frenarla? «Non viene frenata non per inesistenza di istituzioni in grado di farlo, ma perché il primo argine che deve subentrare è quello di tipo sociale, delle associazioni di categoria, dei Comuni, dei commercialisti, del ceto bancario».

Lei dice commercialisti. E’ questo il primo anello della catena che porta l’azienda in difficoltà a venire agganciata dal crimine organizzato? «Attraverso il suo commercialista, o un commercialista più bravo che soppianta il commercialista onesto che solitamente seguiva la contabilità. Un professionista in grado di fare miracoli, di manipolare il bilancio e inondarlo di denaro di provenienza non necessariamente pulita. Quello che risolve il problema all’imprenditore. Apparentemente».

Questo è un ganglio ben preciso: c’è una categoria di professionisti che si presta più di altre a fare da veicolo al riciclaggio di denaro sporco? «Non l’intera categoria, ovviamente. Ci sono professionisti come in tutte le categorie che riguardano il sistema di finanziamento. Anche nel ceto bancario. Anche tra le forze di polizia, anche tra i giornalisti».

Beh, il giornalista non può veicolare un finanziamento. «Ma può alimentare campagne di stampa a favore o contro, in particolare riferendoci alla corruzione. Alimentare inchieste giornalistiche o viceversa frenarle, considerando prevalenti altri aspetti, può servire a condizionare. Sarebbe interessante verificare i rapporti tra editori, giornalisti e grandi aziende».

Lo scandalo Mose vi ha portato nuove conoscenze in fatto di infiltrazioni mafiose nel Veneto? «Ha confermato che dove le mafie non hanno bisogno di arrivare con l’intimidazione e la violenza, arrivano o infiltrando il tessuto economico e diventando mafie imprenditrici, oppure raggiungendo i centri decisionali della pubblica amministrazione. La mafia, lo ha ripetuto molte volte il procuratore nazionale Roberti, anche recentemente, conosce come nuova frontiera quella della corruzione».

Questo è uno schema piuttosto generale, ma sull’aumento o meno dell’interdizione antimafia ad aziende venete? «Non scendo nei particolari, questo appartiene alle indagini, molte delle quali sono in corso. La Direzione nazionale antimafia fa coordinamento, non indagini. E’ rimesso ai singoli procuratori rivelare lo stato delle singole inchieste. Un fatto è certo: sono innumerevoli i casi in cui importanti aziende anche del Veneto sono state colpite da misure interdittive antimafia, o comunque sono state oggetto di attenzioni e approfondimenti giudiziario-amministrativi per i legami che hanno con imprese francamente mafiose. Questo è un dato oggettivo, che attesta il livello di pericolosità raggiunto. Se aziende che fanno lavori in tutto il mondo, sentono il bisogno di rivolgersi o affidare subappalti a un’impresa mafiosa, o lo fanno perché non se ne rendono conto…»

E’ la spiegazione che danno di solito: mi sono trovato con il subappaltatore senza certificato antimafia perché la Prefettura ritardava, ma se avessi saputo… «Questo è oggetto di approfondimento e fonte di molti dubbi. Oppure lo fanno perché si sono ridotte a questa situazione e allora è un altro segnale che attesta la capacità e la forza raggiunta dalla criminalità organizzata anche nel Nordest».

 

Il convegno dell’anci a treviso

Zuliani: la camorra fa affari con lo smaltimento rifiuti

TREVISO «In una scala da 1 a 10, oggi l’allarme per le infiltrazioni mafiose in Veneto è a 7”.

Il colonello Roberto Zuliani, capo della Dia (Direzione investigativa antimafia) di Padova non nasconde la preoccupazione per la crescita del fenomeno mafioso in Veneto.

«La situazione non è certo delle più rosee», ha spiegato a margine del convegno dell’Anci Veneto «perché sono aumentate le occasioni, in cui la mafia ha potuto infiltrarsi a causa delle difficoltà economiche. Lo Stato sta facendo molto con le leggi ad hoc, ma serve il coraggio dei privati cittadini di denunciare, di dire che, per esempio, non avevano soldi e si sono rivolti agli usurai”.

Perlopiù l’infiltrazione avviene nel settore del privato, anche se, hanno ribadito tutti i relatori, «la mafia ha sempre collegamenti che le istituzioni».

Ed è da questa considerazione che è scaturito il convegno di ieri, per iniziare a formare anche sindaci e dipendenti comunali a riconoscere la mafia e le infiltrazioni. In Veneto ci sono 84 beni immobili confiscati alla criminalità organizzata, e quattro aziende. La provincia che, stando alla cifre, è più colpita è Venezia, con 35 immobili e due aziende confiscate. A Verona la Dia ha confiscato 24 immobili, a Belluno 10, a Padova 7, appena 3 a Rovigo e Treviso e due a Vicenza. Le altre due aziende confiscati sono a Belluno a Verona. Ma se il Veneto è la decima regione italiana per beni confiscati, è la nona per sequestri di sostanze stupefacenti (1.257 kg nel 2012), e addirittura la quinta per operazione finanziarie sospette. Sono quindici quelle finite all’attenzione della Dia, negli ultimi dati disponibili risalenti al primo semestre del 2013. Solo Emilia Romagna (50), Lombardia (34), Lazio (30), Sicilia (16) hanno dati peggiori. Secondo quanto riportato dai magistrati della Dia di Venezia, nel rapporto ecomafie, «i gruppi camorristici hanno guadagnato somme imponenti dallo smaltimento dei rifiuti di aziende venete».

Federico Cipolla

 

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