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Baita parla per massime tipo questa: «Puoi fare molta più strada con una parola gentile e una pistola che con una parola gentile e basta»

Il 4 giugno dello scorso anno, quando finirono in galera i potenti del Veneto, in molti finsero stupore. Un’ipocrisia dovuta al fatto che la “retata storica” in realtà aveva rivelato poco di nuovo: quasi tutto era infatti già presente nelle cronache di Renzo Mazzaro su questo giornale.

Un esempio? Nel marzo del 2006 scrisse di tale William Ambrogio Colombelli e della misteriosa Bmc Broker di San Marino. Un’inchiesta giornalistica che rivelava come da diversi enti pubblici continuassero a piovere soldi su questa società, nella quale lavorava anche Claudia Minutillo, ex assistente di Giancarlo Galan. In molti finsero di non capire.

Il motivo di tanta generosità (false fatturazioni per alimentare fondi neri all’estero) si scoprirà solo sette anni dopo, il 28 febbraio 2013, quando insieme a Colombelli e Minutillo venne arrestato anche Piergiorgio Baita.

A catena venne il turno di Giovanni Mazzacurati, “capo supremo” del Consorzio Venezia Nuova, e del doge Galan. Era la fine di un’epoca. Dunque, dopo aver raccontato in presa diretta i vizi dei padroni del Veneto (per usare il titolo di un suo precedente libro), Mazzaro torna con “Veneto anno zero”, da domani nelle librerie. È l’analisi, con retroscena inediti, del crollo del sistema che ha regnato “credendosi onnipotente” e delle prospettive future di una regione che si è trovata decapitata della sua classe dirigente.

In primo piano ci sono tutti i protagonisti: Galan e il suo arresto, che da tragedia si trasforma in farsa con l’ex governatore asserragliato a villa Rodella che non ne vuol sapere di andare in prigione, Baita e le sue massime da gangster movie («puoi fare molta più strada con una parola gentile e una pistola, che con una parola gentile e basta»), il vecchio Mazzacurati e il suo falso pudore («c’è una parola che non pronuncia mai: corruzione», scrive Mazzaro, «per indicare il pagamento di tangenti, usa parafrasi tipo velocizzare le decisioni. Oppure fluidificare, che per un ingegnere idraulico è perfino professionale»).

E poi i finanzieri onesti e quelli venduti, i servizi segreti e le barbe finte, i burocrati a pagamento, i giudici corrotti e i magistrati coraggiosi che hanno rovesciato il sistema. I loro nomi sono Stefano Ancilotto, Stefano Buccini e Paola Tonini. Per portare a termine le inchieste hanno dovuto superare difficoltà di ogni genere.

«La procura di Venezia», scrive Mazzaro, «è messa sotto assedio, mezzo mondo tenta di carpire informazioni». I pm non si fidano e sono costretti a non lasciare nulla negli uffici. «Ancilotto si porta dietro tutto, in borsa o nel pc, dovunque vada. A casa lo separa, nascondendo carte e chiavette tra i giocattoli della bambina. “Come si fa con una pistola”, dice. “La smonti e nascondi il caricatore da una parte e la canna da un’altra, così la rendi inservibile se te la trovano in caso di furto, sempre possibile”». Soprattutto, viene da aggiungere, quando al lavoro ci sono anche i servizi segreti.

Se non fosse la cronaca della realtà, il racconto di Mazzaro potrebbe essere la sceneggiatura di un film. Una storia di guardie e ladri che si contendono il tesoro, i miliardi di euro del Mose. Purtroppo in questa pellicola non c’è spazio per il lieto fine. Il sistema Consorzio, «chi è dentro è dentro, chi è fuori resta fuori», ha strangolato le imprese sane, favorendo quelle più abili nell’arte della corruzione e della spartizione delle tangenti.

«Il tessuto imprenditoriale veneto, dopato da trent’anni di Consorzio, non si riprenderà facilmente. Avrà bisogno del metadone per non schiattare», scrive Mazzaro.

Leggendo il testo emerge anche un dato inquietante, che costringe tutti i veneti a guardarsi allo specchio. «L’arresto di Galan è politicamente in linea con quello del suo predecessore Franco Cremonese, processato e condannato per tangenti», scrive l’autore, «ed è in linea con il predecessore di Cremonese, Carlo Bernini, che riuscì a scansare il carcere, ma non il processo e la condanna anche lui per corruzione».

Dunque, fatta eccezione per i presidenti di transizione post Tangentopoli, dal 1980 al 2010 la Regione è stata governata da presidenti corrotti, eletti e rieletti. Un record che fa impallidire anche le tanto criticate regioni del sud. Ma è evidente che un sistema del genere non può prosperare per trent’anni senza il concorso di tutti, anche di chi (impresa, finanza, categorie economiche, cittadini) poi finge stupore e sdegno quando il malaffare viene a galla.

E in questo senso è esemplare la ricostruzione di Mazzaro della breve vita del quotidiano “La Cronaca” di Verona. Nato nel ’92 per spezzare il monopolio dell’Arena durante Tangentopoli, chiuse in pochi anni anche perché osteggiato dai poteri forti della città che non gradivano una voce fuori dal coro.

«Mi domando per quanto tempo ancora accetteranno di essere governati come sudditi», è il commento, riportato da Mazzaro, dell’allora direttore Paolo Pagliaro. Si riferisce ai veronesi, ma è un’analisi che può essere allargata a tutti i veneti. Il testo di Mazzaro ha ora il merito di arrivare nelle librerie a poco più di un mese dalle prime elezioni regionali del post terremoto giudiziario. Con la discesa in campo di Flavio Tosi la partita sembra aperta ed è ora nelle mani degli elettori: per Luca Zaia e Alessandra Moretti ogni singolo voto è decisivo. Nessuno potrà più far finta di non sapere. Per il Veneto, come scrive Mazzaro, è arrivato “l’anno zero”.

Giorgio Barbieri

 

Indennità e vitalizi, Galan non ci rinuncia

Caro direttore,
leggo sul Gazzettino che dopo le elezioni regionali di fine maggio, bisognerà provvedere a rinnovare le Presidenze delle Commissioni parlamentari di Camera e Senato. Fra queste c’è anche la Commissione Cultura di Giancarlo Galan.

Quindi deduco che l’onorevole Galan, dopo tutte le vicende che lo hanno visto coinvolto nello scandalo del Mose di Venezia e per il quale ha già patteggiato, in tutti questi mesi ha continuato regolarmente ad incassare il suo stipendio di parlamentare.

Allora io mi chiedo: se l’onorevole Galan (come la maggior parte dei parlamentari coinvolti in casi di corruzione, tangenti, mazzette e quant’altro) non ha la decenza di rassegnare le dimissioni dal suo incarico, non esiste un sistema che li faccia decadere automaticamente?

Probabilmente no. Ma noi in Italia siamo capaci di tutto, anche di candidare alle primarie un condannato in primo grado. Verrebbe da dire: questa è l’Italia, bellezza!

Giuseppe Macchini –  Padova

 

Caro lettore,
lei deduce benissimo: nonostante abbia patteggiato per lo scandalo Mose una pena di 2 anni e 10 mesi e una sanzione di 2,6 milioni di euro, Giancarlo Galan è tuttora membro del Parlamento italiano nonchè presidente (ovviamente sempre assente visto che è detenuto ai domiciliari) della Commissione Cultura della Camera.

Galan infatti, dopo aver patteggiato, ha poi deciso di ricorrere in Cassazione e questo gli ha consentito di dilazionare l’esecuzione della sentenza e quindi di conservare anche il posto di deputato e la relativa indennità.

Ma non solo: Galan, per la legge, è anche un legittimo titolare di un cospicuo vitalizio in quanto ex consigliere regionale del Veneto.

Del resto non c’è nessuna norma che imponga a Galan di fare passi indietro o di rinunciare all’indennità di parlamentare.

E lui sinora si è ben guardato dal farlo.

 

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