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MESTRE – La coop che non può “accogliere” Chisso

EX ASSESSORE – Sta scontando ai domiciliari la pena legata al caso Mose

LA POSSIBILITA’- La coop si era resa disponibile a inserirlo nella segreteria

IL CASO – E’ una delle strutture operative della Caritas. Secondo il gip non ci sono i presupposti

È la cooperativa “Il Lievito” di Mestre la società che aveva offerto un lavoro all’ex assessore regionale alle Infrastrutture del Veneto, Renato Chisso. La cooperativa, che opera della galassia della Caritas veneziana, si era resa disponibile ad inserire l’esponente politico di Forza Italia nella propria struttura di segreteria, avvalendosi della sua attività per organizzare e gestire alcuni progetti con finalità sociale.

Chisso, attualmente in custodia cautelare agli arresti domiciliari, nell’ambito dell’inchiesta sul cosiddetto “sistema Mose” (ha patteggiato due anni e 6 mesi ed è in attesa della parola finale della Cassazione) si sarebbe dovuto occupare, tra l’altro, di tenere i rapporti con le pubbliche amministrazioni per la gestione dei progetti, nonché di trovare i finanziamenti, anche europei, per la realizzazione degli stessi.

Per poter uscire di casa e recarsi al lavoro, Chisso ha necessità di un permesso speciale, in quanto la misura cautelare dei domiciliari non gli consente alcun movimento e gli vieta di avere contatti con persone diverse dai suoi familiari.

Il sostituto procuratore Stefano aveva dato parere favorevole all’istanza presentata dal difensore dell’ex assessore, l’avvocato Antonio Forza, ma il giudice per le indagini preliminari Massimo Vicinanza l’ha respinta, ritenendo che in questo momento non vi siano i presupposti per consentire a Chisso di uscire per lavorare. Seppure si tratti di un’attività per fini sociali. Le motivazioni del gip saranno disponibili soltanto nei prossimi giorni.

La copperativa “Il Lievito” si occupa, tra le altre cose, dell’accoglienza dei profughi che, dallo scorso 17 febbraio, sono ospitati al Centro di soggiorno “Morosini” degli Alberoni, al Lido di Venezia. Ma questo è soltanto l’ultimo dei molti progetti in cui è impegnata. Gestisce da alcuni anni la comunità educativa Mamma Bambino Casa Santa Chiara, che ospita donne con figli dai 0 ai sei anni; si occupa di attività per bambini e di progetti europei rivolti ai giovani. É impegnata, infine, nel promuovere iniziative, con l’ausilio di volontari, per il recupero sociale nelle aree di marginalità.

Gran parte delle attività sono inserite nei programmi della Caritas veneziana, diretta da don Dino Pistolato. Sul progetto di inserimento dell’ex assessore Chisso all’interno della cooperativa “Il Lievito” non è stato possibile raccogliere alcuna dichiarazione, in quanto don Pistolato si trova in questi giorni in Israele.

 

Gazzettino – Mose, negati a Chisso i lavori sociali

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5

apr

2015

IL CASO – L’ex assessore aveva chiesto di poter svolgere attività in una cooperativa legata alla Caritas

Il giudice ha respinto l’istanza: «Visti gli ingenti guadagni illeciti, manca la necessità»

Niente lavoro per l’ex assessore regionale alle infrastrutture del Veneto, Renato Chisso. Il giudice per le indagini preliminari Massimo Vicinanza ha rigettato l’istanza presentata dal difensore dell’ex amministratore pubblico, l’avvocato Antonio Forza, che aveva chiesto per lui il permesso di lasciare gli arresti domiciliari durante il giorno per prestare attività per una cooperativa che opera nell’orbita della Caritas di Venezia.

Chisso avrebbe dovuto assumere un ruolo amministrativo, gestendo per conto della coop i rapporti con le istituzioni al fine di promuovere una serie di progetti a fini sociali. La difesa aveva ottenuto il parere favorevole della Procura, ma il gip ha ritenuto che non vi siano i presupposti per concedere all’ex assessore, in questo momento, il permesso per svolgere un’attività lavorativa.

Il provvedimento non è stato ancora reso noto: la difesa ha spiegato che, secondo il giudice, Chisso non ha necessità di lavorare, alla luce delle ingenti somme di denaro che avrebbe incassato illecitamente nel corso degli ultimi anni (accusa che l’ex assessore nega con decisione).

Probabilmente ha influito anche la tipologia di incarico previsto, a contatto con rappresentanti della pubblica amministrazione (anche a livello europeo) per gestire vari progetti e reperire i necessari finanziamenti per attuarli.

In sede di patteggiamento per il reato di corruzione, nel novembre dello scorso anno, lo stesso gip Vicinanza ha applicato a Chisso la pena di due anni sei mesi e 20 giorni di reclusione, confiscandogli la somma di due milioni di euro, pari ad una parte delle mazzette che avrebbe percepito.

Nel corso delle indagini, la Guardia di Finanza non è riuscita a sequestrare nulla all’ex assessore, a parte poche migliaia di euro su un conto corrente. La confisca potrà essere eseguita in futuro sui beni eventualmente rinvenuti, o di cui l’ex assessore entrerà nella disponibilità.

La difesa di Chisso ha presentato ricorso contro la sentenza di patteggiamento (come previsto dalla legge) e il caso è in attesa di trattazione in Cassazione. Nel frattempo l’ex amministratore è in custodia cautelare agli arresti domiciliari nella sua abitazione di Favaro Veneto: in questo modo, quando la sentenza diventerà definitiva, gli resteranno pochi mesi di pena da scontare e non rischierà di finire nuovamente in carcere. Il Tribunale di sorveglianza potrebbe infatti concedergli di trascorrere il rimanente in affidamento ai servizi sociali.

La stessa sorte aspetta l’ex presidente della Regione Veneto, Giancarlo Galan, il quale al momento è più fortunato dell’ex compagno di partito: rispetto a lui sta scontando i domiciliari in una sontuosa villa sui Colli Euganei, con libertà di movimento anche all’esterno, nel bel parco che circonda l’immobile, e la possibilità di avere ospiti. Quasi sempre ai detenuti ai domiciliari è vietato perfino uscire nel terrazzino di casa.

Lo stesso Chisso non può intrattenere rapporti con altre persone, eccezion fatta per i familiari.

Gianluca Amadori

 

FIRENZE – Erano il trait d’union fra i corruttori e i corrotti, e per svolgere come si deve il loro compito avevano preparato «una provvista di denaro contante, ovvero non tracciabile». L’inchiesta fiorentina sui grandi appalti ha compiuto un altro passo. Sono finiti ai domiciliari Salvatore Adorisio e Angelantonio Pica, dirigenti della Green Field. Secondo gli inquirenti, la società affidava consulenze all’ex capo della struttura tecnica di missione del ministero delle Infrastrutture, Ercole Incalza, in cambio delle direzioni dei lavori negli appalti assegnate a Stefano Perotti.

Questa seconda ondata di arresti è scattata dopo il ritrovamento della «provvista di denaro», durante le perquisizioni fatte il 16 marzo, quando sono finiti in carcere Incalza e Perotti. Quel giorno, nella sede della Green Field, nascoste dietro alcuni libri, i carabinieri del ros hanno trovato due buste con circa 20 mila euro. Secondo i pm Luca Turco, Giuseppina Mione e Giulio Monferini, quei soldi servivano per «versamenti illeciti» e facevano parte di una somma più alta, circa 50 mila euro, finita nelle tasche di Incalza e del suo collaboratore, Sandro Pacella, ai domiciliari dal 16 marzo. Gli arresti di ieri sottolineano l’importanza della Green Field, ritenuta dagli inquirenti lo «snodo fondamentale della vicenda».

 

Mose, Matteoli chiede il processo

L’ex ministro: «Mi difenderò, voglio uscirne a testa alta». Il Senato dà l’autorizzazione a procedere

VENEZIA – Il Parlamento non salva gli ex ministri finiti nelle sabbie del Mose. Dopo la decisione del luglio scorso, quando la Camera concesse l’autorizzazione all’arresto di Giancarlo Galan, ieri il Senato ha dato il via libera ai magistrati di Venezia per procedere contro il senatore di Forza Italia Altero Matteoli, indagato per corruzione in atti d’ufficio. È stato lo stesso parlamentare, intervenendo in aula, a chiedere che i colleghi di Palazzo Madama concedessero l’autorizzazione.

«Mi difenderò con forza perché non ho nulla da temere, voglio uscirne a testa alta» ha detto l’ex ministro, che ha aggiunto: «Non voglio uscire da questa vicenda perché non c’è stata l’autorizzazione a procedere, ma andando a processo e sottoponendomi alla giustizia».

L’aula gli ha tributato un applauso e ha ricevuto i complimenti di diversi colleghi, che si sono avvicinati al suo banco. Mentre lui sottolineava di aver subito «in modo del tutto illegittimo ben 213 intercettazioni telefoniche», la senatrice del Pd Rosanna Filippin ha definito la scelta di Matteoli di affrontare serenamente il giudizio «un atto esemplare».

L’esito del resto era scontato. Il Senato ha accolto senza ordini del giorno contrari, e quindi senza necessità del voto, la proposta della Giunta per le immunità parlamentari, che il 7 gennaio scorso – contrari Psi, Forza Italia e Nuovo Centro Destra – aveva dato l’assenso affinché i pubblici ministeri procedessero contro l’ex ministro dell’Ambiente e delle Infrastrutture.

Accuse gravi quelle che lo coinvolgono: negli atti trasmessi a Roma dalla Procura veneziana, ha riepilogato ieri il relatore Dario Stefàno, si legge che «Matteoli Altero riceveva denaro contante direttamente da Mazzacurati e Baita per l’importo di euro 400.000 e di euro 150.000 consegnati per il tramite di Colombelli William Ambrogio e di Buson Nicolò».

Da parte sua, l’ex ministro ha ammesso solo «un unico finanziamento elettorale ricevuto dal Consorzio Venezia Nuova, pari a 20mila euro, immediatamente restituito al mittente dal mio committente elettorale».

Poi ha insistito sui metodi di indagine: «Varie sentenze della Corte costituzionale hanno stabilito che possono essere utilizzate, senza autorizzazione, le intercettazioni indirette di un parlamentare solo se esse sono sporadiche e casuali. Non mi pare che 213 intercettazioni si possano considerare sporadiche e casuali».

Dopo i patteggiamenti dei “big” finiti nella rete dell’inchiesta, come l’ex governatore del Veneto, Galan, l’ex presidente del Magistrato alle Acque Patrizio Cuccioletta, e l’ex generale della Gdf, Emilio Spaziante, l’inchiesta Mose è giunta ormai alle battute finali.

I pm si apprestano a domandare il rinvio a giudizio per una decina di indagati che non hanno chiesto, o si sono visti rifiutare il patteggiamento. Tra questi c’è anche l’ex sindaco di Venezia Giorgio Orsoni e l’ex europarlamentare di Fi Amalia Sartori. Con loro potrebbe esserci anche Altero Matteoli, che si è detto contrario a ipotesi di patteggiamento o alla prescrizione.

 

Non intendo patteggiare dimostrerò la mia innocenza dalle accuse Non ho nulla da temere e sono state effettuate 213 intercettazioni telefoniche illegittime

Casson: ora c’è il via libera al tribunale dei ministri.

Filippin: gesto esemplare

VENEZIA – Neppure è stato necessario votare: il Senato ha preso atto del voto favorevole della Giunta per le autorizzazioni a procedere. Ora la Procura di Venezia potrà indagare sul conto dell’ex ministro dei Lavori pubblici Altero Matteoli, ora senatore di Forza Italia.

A chiederlo è stato lo stesso esponente politico azzurro: «Sono qui a chiedere che sia data l’autorizzazione e invito ad evitare qualsiasi iniziativa che possa far sorgere ombre. Non voglio uscire da questa vicenda perché non c’è stata l’autorizzazione a procedere ma andando a processo e sottoponendomi alla giustizia».

E ancora ha ribadito in aula: «Mi difenderò con forza perché non ho nulla da temere, voglio uscirne a testa alta…Non patteggerò mai, non si patteggia ciò che non si è commesso. Voglio difendermi nel processo, non dal processo», ha concluso, «continuando a godere della stima e della fiducia di coloro che mi conoscono».

«Veramente in giunta per le autorizzazioni a procedere», contesta il senatore del Pd Felice Casson, componente della giunta del Senato, «i difensori di Matteoli hanno sviluppato una forte resistenza con argomentazioni giuridiche che ci sono sembrate infondate, visto che la maggioranza ha poi votato per l’autorizzazione a procedere. Ieri, il Senato si è limitato a prenderne atto».

Diversa la valutazione di un’altra componente veneta della Giunta, la senatrice del Pd Rosanna Filippin: «Ho apprezzato molto le parole del senatore Matteoli: la sua volontà di non opporsi alla proposta della giunta e di voler andare a processo per difendere la sua innocenza, senza prescrizioni o immunità, sono un atto esemplare per un politico indagato ed accusato. Altri purtroppo non hanno fatto lo stesso», sostiene la democratica, «e hanno scelto strade diverse, arrivando poi a quel patteggiamento che lo stesso Matteoli ha definito come una dichiarazione di colpevolezza per chi lo fa».

Matteoli non ha comunque rinunciato a polemizzare con i pubblici ministeri veneziani Paola Tonini, Stefano Ancilotto e Stefano Buccini, affermando: «Sono state effettuate in modo del tutto illegittimo ben 213 intercettazioni telefoniche sulla mia utenza telefonica, per le quali mai è stata avanzata richiesta di autorizzazione al Senato. Varie sentenze della Corte costituzionale hanno stabilito che possono essere utilizzate, senza autorizzazione, le intercettazioni indirette di un parlamentare solo se esse sono sporadiche e casuali», aggiunge, «non mi pare che 213 intercettazioni si possano considerare sporadiche e casuali».

Nessuna dichiarazione ufficiale dalla Procura, ma gli investigatori ricordano che le 213 intercettazioni riguardano i telefoni degli imprenditori Erasmo Cinque, rimano ed esponente dello stesso partito di Matteoli, Giovanni Mazzacurati, ex presidente del Consorzio Venezia Nuova, e Patrizio Cuccioletta, ex presidente del Magistrato alle acque. Inoltre, la richiesta di autorizzazione del loro utilizzo va avanzata naturalmente solo dopo aver ottenuto quella di poterlo indagare concessa ieri.

Matteoli è accusato di corruzione: «Gli ho dato sull’ordine di 300, 400 mila euro da due a tre volte» ha raccontato Mazzacurati, «li ho dati personalmente a Matteoli in contanti nel 2013. Ho consegnato i soldi una volta al ministero a Roma e in qualche altro posto, non c’erano testimoni» afferma. E ancora: «Con quei soldi ha finanziato la sua campagna elettorale e in cambio avrei ottenuto che venivano accelerato i tempi dei finanziamenti delle varie tranches di lavori del Mose di Venezia».

Giorgio Cecchetti

 

appropriazione indebita e falso

VENEZIA – Nonostante abbiano patteggiato la loro pena per frode fiscale in Italia, sono finiti sotto inchiesta per gli stessi fatti anche a San Marino e, ieri mattina, Claudia Minutillo, l’ex segretaria veneziana di Giancarlo Galan, è stata interrogata per due ore dal commissario della Legge (il nostro pubblico ministero) di San Marino Antonella Volpinari. All’interrogatorio era presente il suo difensore, l’avvocato Mirko Dolcini.

Nei giorni scorsi lo stesso magistrato aveva interrogato anche Piergiorgio Baita, ex presidente della «Mantovani», e William Colombelli, console sanmarinese in Italia e amministratore della società «Bmc Broker».

I tre hanno patteggiato una pena per frode fiscale, trovando l’accordo con il pubblico ministero di Venezia Stefano Ancilotto: un anno e dieci mesi di reclusione per Baita, un anno e quattro mesi ognuno per Minutillo e Colombelli.

Questo, però, non ha evitato che i tre finissero sotto inchiesta a San Marino, dove sono indagati i primi due per appropriazione indebita e per falso, il terzo anche per riciclaggio. La vicenda è quella delle false fatture rilasciate dalla «Bmc Broker» di Colombelli alla «Mantovani» di Baita e ad «Adria Infrastrutture» di Minutillo. Decine di milioni di euro, buona parte dei quali poi tornavano nelle casse dell’ingegnere veneziano, che li utilizzava come fondi neri per pagare le tangenti ed altro. Proprio questi fatti a San Marino vengono considerati appropriazioni indebite e falsi.

Oggi, intanto, la presidenza del Senato ha messo all’ordine del giorno la discussione e la votazione della richiesta avanzata da parte della Procura di Venezia della richiesta di autorizzazione a procedere per l’ex ministro dei Lavori pubblici Altero Matteoli, attuale senatore di Forza Italia. È accusato di corruzione: a parlare di lui è stato l’ex presidente del Consorzio Venezia Nuova Giovanni Mazzacurati, il quale ha riferito che in più di un’occasione è andato a Roma, nella sede di Porta Pia del ministero, ha consegnare migliaia di euro all’allora ministro Matteoli. Già il Tribunale dei ministro di Venezia ha dato il via libera, sostenendo che non si tratta di una persecuzione ma che le prove sono solide, poi è stata la Giunta per le autorizzazioni a procedere di Palazzo Madama a votare perché sia concessa l’autorizzazione, ora tocca all’assemblea dei senatori.

Giorgio Cecchetti

 

SAN MARINO – L’ex segretaria di Galan interrogata ieri per due ore

Ha risposto alle domande del Commissario della legge della Repubblica del Titano ricostruendo il sistema della “retrocessione” di somme di denaro all’impresa Mantovani

Interrogatorio di due ore, ieri mattina a San Marino, per Claudia Minutillo, l’ex segretaria del presidente della Regione Veneto, Giancarlo Galan, finita sotto accusa in qualità di amministratrice della società “Adria Infrastrutture” nell’inchiesta sulle false fatturazioni milionarie dell’impresa di costruzioni Mantovani spa.

Assistita dagli avvocati Mirko Dolcini e Carlo Augenti, Minutillo ha risposto alle domande del Commissario della Legge, Antonella Volpinari, confermando quanto già dichiarato ai magistrati veneziani che, partendo da quelle false fatture, hanno scoperto l’esistenza di un diffuso sistema corruttivo attorno ai lavori per la realizzazione del Mose.

Nelle scorse settimane gli inquirenti di San Marino avevano interrogato anche gli altri protagonisti della vicenda giudiziaria: Piergiorgio Baita, ex amministratore delegato della Mantovani e William Colombelli, ex console di San Marino e titolare della Bmc Broker, la società che emise fatture a fronte di operazioni inesistenti, per poi “retrocedere”, cioè restituire alla stessa Mantovani, gran parte degli importi ricevuti, fatta salva una percentuale per l’attività di mediazione svolta.

Nell’inchiesta veneziana tutti hanno già patteggiato pene comprese tra un anno e due mesi e un anno e dieci mesi di reclusione, con la sospensione condizionale. E ora si trovano a dover rispondere di nuove accuse, formulate dall’autorità giudiziaria di San Marino, che ipotizza, tra gli altri, il reato di ricilaggio. Complessivamente la Mantovani fino al 2010 utilizzò San Marino per “produrre” false fatture per oltre 8 milioni di euro e ottenere una consistente provvista in nero, in parte utilizzata per pagare tangenti.

La Minutillo, arrestata nel 2013, confessò subito le proprie responsabilità e da allora ha iniziato a collaborare con la Procura di Venezia, contribuendo a fare luce sul cosiddetto “sistema Mose” e fornendo numerosi particolari sul ruolo di Galan e dell’allora assessore regionale ai trasporti Renato Chisso, entrambi usciti dal processo con il patteggamento della pena.

Gianluca Amadori

 

I LEGALI DELL’EX SINDACO DI VENEZIA: «MAZZACURATI INAFFIDABILE»

VENEZIA – Per i difensori dell’ex sindaco le accuse contro Giorgio Orsoni devono essere archiviate. Questa la richiesta avanzata ieri dagli avvocati milanesi Francesco Arata e Carlo Tremolada ai pubblici ministeri Stefano Ancilotto e Stefano Buccini, che nei prossimi giorni dovranno formulare le loro richieste al giudice veneziano Andrea Comez dopo aver depositato gli atti.

Numerosi i motivi a sostegno delle loro tesi. Prima di tutto il fatto che il principale accusatore Giovanni Mazzacurati già nei primi interrogatori resti nel luglio-agosto 2013 era «stremato, per nulla lucido e tanto meno affidabile». Secondo il neurologo che lo ha poi avuto in cura avrebbe cominciato a manifestare «chiari sintomi di progressivo deficit di memoria sin dall’aprile 2013». Per questo i due legali sostengono che la Procura avrebbe dovuto chiedere l’incidente probatorio per l’ingegnere ancor prima del suo trasferimento in California.

Per quanto riguarda le dichiarazioni accusatorie di Federico Sutto, stretto collaboratore di Mazzacurati, nell’istanza si legge che si tratta di affermazioni surreali e stravaganti. Sottolineano che fino all’interrogatorio del 23 ottobre 2014 mai aveva dichiarato di aver consegnato buste con denaro a Orsoni. Questo «improvviso cambio di rotta» sospettano i due difensori, «potrebbe essere riconducibile a personali esigenze difensive», visto che poche settimane dopo ha patteggiato una pena di due anni di reclusione con la sospensione condizionale.

Nel merito delle accuse, poi, rilevano che Sutto racconta di aver incontrato il futuro candidato sindaco alla vigilia del Natale 2009 dopo il concerto di Natale in Basilica di San Marco e in quell’occasione di aver avuto da lui il nome del suo mandatario elettorale e il numero del conto corrente per i finanziamenti della campagna elettorale: Ma Orsoni fu proclamato candidato del centro sinistra ben un mese dopo, il 25 gennaio 2010. Infine, nel documento si ricorda che per coloro che inizialmente erano stati indicati come destinatari finali dei finanziamenti per il partito, cioè i parlamentari Pd Davide Zoggia e Michele Mognato, la stessa Procura ha chiesto l’archiviazione delle accuse di finanziamento illecito (i due avvocati sottolineano che se i fondi fossero stati destinati al candidato sindaco personalmente non sarebbe penalmente rilevante perché la legge non prevede che per le elezioni comunali e provinciali vengano dichiarati i finanziamenti elettorali).

Giorgio Cecchetti

 

Gazzettino – Evasione fiscale, indagato Galan

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27

mar

2015

MOSE/ DICHIARAZIONE INFEDELE DEI REDDITI

Nuova tegola su Galan: indagato per evasione fiscale sulle tangenti

Nuova tegola per l’ex governatore Giancarlo Galan. La Procura di Rovigo l’ha iscritto nel registro degli indagati con l’accusa di infedele dichiarazione dei redditi, in pratica evasione fiscale sulle tangenti. Secondo i magistrati, si tratta di somme non versate per oltre dieci milioni, introiti legati alle mazzette intascate tra il 2007 e il 2010.

 

Evasione fiscale, indagato Galan

Scandalo Mose, nuove accuse dalla Procura di Rovigo all’ex governatore dopo l’accertamento della Finanza: somme non versate per oltre dieci milioni di euro, introiti legati alle mazzette intascate tra il 2007 e il 2010

Infedele dichiarazione dei redditi. È con quest’ipotesi accusatoria che la Procura della Repubblica di Rovigo ha iscritto nel registro degli indagati l’ex governatore del Veneto, il deputato forzista Giancarlo Galan, attualmente agli arresti domiciliari dove sta scontando la pena di due anni e dieci mesi, patteggiata per le mazzette legate alla realizzazione del Mose.

Ed è proprio da Venezia che sono partite le nuove accuse per Galan: nel corso dei due accertamenti fiscali compiuti dai finanzieri del Nucleo di polizia tributaria del comando lagunare tra ottobre 2014 e il gennaio scorso gli sono stati contestati redditi non dichiarati su cui non sarebbero state versate le imposte. In altri termini Galan non avrebbe pagato le tasse sulle tangenti. Il primo accertamento fiscale riguardava gli anni 2005 e 2006. Per questo biennio l’ex governatore veneto non rischia nulla sul piano penale. Il reato risulta ampiamente coperto dai termini della prescrizione. Diverso il ragionamento per le successive dichiarazioni dei redditi, quelle relative agli anni 2007-2008-2009-2010.

Sulla scorta di quanto accertato dalle Fiamme gialle, il pubblico ministero polesano Andrea Girlando ha aperto un’indagine a carico del parlamentare di Forza Italia ipotizzando la violazione dell’articolo 4 della normativa fiscale, il decreto legislativo n. 74 del 2000, l’unica norma tributaria in vigore nel nostro Paese. La competenza spetta alla Procura di Rovigo in quanto Galan risiede a Cinto Euganeo, comune che ricade nella giurisdizione dell’Agenzia delle Entrate di Este. In base agli atti dell’inchiesta Mose Galan avrebbe intascato dall’allora presidente del Consorzio Venezia Nuova Giovanni Mazzacurati una tangente da un milione di euro all’anno.

Gli vengono contestati dalla Finanza come proventi di attività illecita anche le somme investite nell’acquisto della villa di Cinto oltre ad una dazione da 200mila euro, giustificata come finanziamento per una campagna elettorale di Forza Italia. A conti fatti Giancarlo Galan avrebbe intascato complessivamente mazzette per 10 milioni 831mila e 200 euro. Sono poco meno della metà dell’ammontare complessivo delle tangenti (quasi 24 milioni di euro) individuate dalle Fiamme gialle a conclusione della maxi inchiesta sul Mose, attraverso la bellezza di tredici accertamenti fiscali.

Tutte le mazzette vengono automaticamente tassate come redditi delle persone fisiche, sulla base delle aliquote Irpef vigenti all’epoca della commissione dei vari illeciti. Sarà evidentemente applicata l’aliquota massima del 43% trattandosi nella stragrande maggioranza dei casi di persone con redditi superiori ai centomila euro annui. La Guardia di finanza ha calcolato in oltre dieci milioni di euro complessivi, sanzioni a parte, i tributi oggetto di attività di recupero da parte dell’erario.

Politici e funzionari destinatari delle mazzette si ritroveranno a doversi difendere in due ambiti: oltre al contenzioso di natura tributaria dovranno affrontare un procedimento penale. Non avendo indicato nelle dichiarazioni dei redditi annuali le tangenti incassate dovranno rispondere di dichiarazione infedele. Un reato che prevede comunque pene di modesta entità. Galan potrebbe cavarsela con un ulteriore patteggiamento, in continuazione con i due anni e dieci mesi concordati nell’autunno scorso con la Procura lagunare.

Luca Ingegneri

 

TANGENTI – Sotto la lente il “sistema Mantovani” per il quale a Venezia alla fine del 2013 hanno patteggiato quattro persone tra cui l’ex amministratore delegato

Interrogato Baita. Fatture false, inchiesta anche a San Marino.

Anche l’autorità giudiziaria della Repubblica di San Marino sta indagando sul sistema delle false fatturazioni realizzate fino al 2010 dall’impresa di costruzioni Mantovani spa di Padova per creare i fondi neri necessari a pagare “mazzette”.

Nei giorni scorsi il Commissario della Legge Antonella Volpinari ha iniziato gli interrogatori dei principali protagonisti della vicenda giudiziaria, che a Venezia si è già conclusa a fine 2013 con quattro patteggiamenti, a pene comprese tra un anno e due mesi e un anno e dieci mesi di reclusione, con la sospensione condizionale. A San Marino i reati ipotizzati sono quelli di false dichiarazioni alla pubblica autorità, appropriazione indebita e riciclaggio. Secondo gli inquirenti le somme circolate nel “tourbillon” di false fatturazioni si avvicinano ai 10 milioni di euro.

Il primo ad essere ascoltato è stato Piergiorgio Baita, ex amministratore delegato della Mantovani, il quale ha parlato per oltre due ore, fornendo la stessa ricostruzione già data al sostituto procuratore di Venezia, Stefano Ancilotto. Il legale che lo ha assistito durante l’interrogatorio, l’avvocato Pier Luigi Bacciocchi, ha dichiarato alla stampa di San Marino che «Baita ha reso ampia collaborazione alle richieste dei giudici». A Venezia, nel dicembre del 2013, Baita ha patteggiato la pena di un anno e dieci mesi di reclusione dopo aver versato di tasca propria 400mila euro al Fondo unico di giustizia.

Venerdì scorso è stata poi la volta di William Colombelli, ex console di San Marino e titolare della Bmc Broker, la società che emise fatture a fronte di operazioni inesistenti, per poi “retrocedere”, cioè restituire alla stessa Mantovani, gran parte degli importi ricevuti, fatta salva una percentuale per l’attività svolta. Colombelli a Venezia ha già patteggiato un anno e quattro mesi.

Il prossimo interrogatorio previsto è quello di Claudia Minutillo, già segretaria dell’allora Governatore del Veneto, Giancarlo Galan, chiamata in causa in qualità di ex amministratore della società Adria Infrastrutture del gruppo Mantovani. Per le false fatture anche Minutillo ha già patteggiato a Venezia la pena di un anno e quattro mesi di reclusione.

Nel frattempo, ieri mattina a Venezia, un altro imputato nell’inchiesta sul cosiddetto “sistema Mose” ha definito la sua posizione con il patteggiamento della pena. Il commercialista padovano Francesco Giordano, difeso dal’avvocato Carlo Augenti, già consulente fiscale dell’allora presidente del Consorzio Venezia Nuova, Giovanni Mazzacurati, ha chiesto e ottenuto l’applicazione di un anno di reclusione (pena sospesa) dopo aver versato 40mila euro.

L’accusa mossa nei suoi confronti è quella di aver predisposto un falso contratto di collaborazione a favore dell’ex segretario regionale della Sanità veneta, Giancarlo Ruscitti.

Gianluca Amadori

 

Nuova Venezia – Mazzacurati citato in aula: non arrivera’

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21

mar

2015

Mose, la difesa: è malato, non può lasciare gli Usa. Caso Matteoli: il 1. aprile il Senato vota sulle indagini

VENEZIA – Per il giudice veneziano Alberto Scaramuzza, l’ex presidente del Consorzio Venezia Nuova ha un ruolo fondamentale nell’ipotesi d’accusa nei confronti dell’ex sindaco lagunare Giorgio Orsoni; dunque, la richiesta dei difensori di quest’ultimo, quella di poter contro interrogare l’ingegnere, va accolta.

Così, nei giorni scorsi, il magistrato ha avvertito agli avvocati Francesco Arata e Carlo Tremolada di aver convocato nell’aula bunker di Mestre per mercoledì alle 16 Mazzacurati perché risponda alle loro domande e a quelle dei pmi.

L’ex presidente del Consorzio avrebbe già dovuto presentarsi il 9 marzo scorso per rispondere alle domande poste dai legali dell’ex europarlamentare Lia Sartori ma il difensore, l’avvocato Giovanni Battista Muscari Tomaioli, ha presentato una consulenza medico legale nella quale si sostiene che negli ultimi mesi l’84enne ingegnere ha subito un decadimento psicofisico e cognitivo notevole e che, soprattutto dopo la morte del figlio Carlo, è caduto in depressione e soffre di deficit di memoria, confonde i ricordi. Il medico legale di Modena Ivan Galliani sostiene addirittura che ora è «inattendibile come testimone».

Insomma: non può spostarsi dalla California, dove si trova ora con la moglie, a causa di una grave patologia cardiaca che sconsiglia il viaggio in Italia. Il giudice Scaramuzza si era preso del tempo per decidere e aveva riconvocato le parti alle 15 del 25 marzo in aula bunker, quel giorno comunicherà la sua decisione, se cioè accoglie le tesi del difensore dell’ex presidente del Consorzio e chiude definitivamente la pratica Mazzacurati (in questo modo pm e avvocati delle parti discuteranno se i verbali degli interrogatori resi ai rappresentanti della Procura dovranno o meno finire nel fascicolo del giudice) o disporrà una perizia medico-legale sulle sue condizioni.

La presidenza del Senato, intanto, ha fissato la data del 1. aprile per il voto in aula dell’autorizzazione a procedere nei confronti dell’ex ministro delle Infrastrutture e attuale parlamentare di Forza Italia Altero Matteoli. È indagato per corruzione, anche lui avrebbe ricevuto centinaia di migliaia di euro da Mazzacurati e la Giunta delle autorizzazioni a procedere ha già dato il suo via libera ora tocca all’aula. Se, come si prevede, la decisione sarà positiva, la Procura di Venezia potrà proseguire le indagini sul suo conto.

Giorgio Cecchetti

 

Ieri a Torino è stato consegnato il dossier dall’associazione Ambiente Venezia

«Lesi i diritti dei cittadini, ignorate le critiche». «Grandi navi, fuori le osservazioni»

VENEZIA – Un esposto sul Mose al Tribunale permanente dei popoli. Si riaccendono i riflettori sulla grande opera. Ieri a Torino una delegazione dell’associazione «Ambiente Venezia» ha consegnato al presidente del Tribunale Franco Ippolito un esposto che chiede l’apertura di un procedimento.

«Per accertare», si legge nel documento firmato da Armando Danella, Luciano Mazzolin, Stefano Micheletti e Stefano Fiorin, «se nell’iter del progetto Mose siano stati rispettati i diritti dei cittadini».

Il Tribunale dei popoli – di cui fanno parte i giudici Mireille Fanon Mendes France (Francia), Antoni Pigrau (Spagna), Roberto Schiattarella e Vladimiro Zagrebelsky (Italia) – ha aperto ieri i lavori della sessione dedicata a «Diritti fondamentali, partecipazione delle comunità e grandi opere». Conferenza deedicata alla Tav e alle grandi opere, tra cui il Mose.

«Riteniamo che il progetto Mose, in corso di realizzazione», dice Danella, «contenga in sè profili di violazione dei diritti fondamentali che oggi permangono».

Tra queste azioni, il comitato include «il contrasto dei movimenti di opposizione e e della comunità scientifica non asservita agli interessi di parte».

E le «mancate risposte alle critiche anche circostanziate della pubblica opinione. Soprattutto dopo che la magistratura ha rivelato quel clima malavitoso di corruzione, concussione e finanziamento illecito del Consorzio Venezia Nuova».

Infine una «manipolazione e omissione di dati e informazioni per alimentare la continuità dell’errore».

I comitati, già autori di altri esposti alla Procura, alla Corte dei Conti e all’Unione europea, chiedono ora che sia il Tribunale internazionale a pronunciarsi. Battaglia che continua, quella sul Mose e sulle garanzie che la collettività chiede per la sua realizzazione e la gestione e manutenzione, che costerà almeno 50 milioni di euro l’anno.

Comitati sul piede di guerra anche per quanto riguarda il canale Contorta, altra «grande opera» proposta dall’Autorità portuale per far entrare le grandi navi in laguna e farle arrivare alla Stazione Marittima dalla bocca di porto di Malamocco. In questi giorni l’Autorità portuale ha inviato al ministero per l’Ambiente le risposte alle 27 pagine di osservazioni della commissione Via.

«Risposte esaurienti», secondo il presidente Costa, «per un’opera che si dovrà fare comunque, essendo di pubblico interesse».

«L’unica cosa di pubblico interesse è che il governo rimuova il predente Costa», attacca Marco Zanetti di VeneziaCambia2015.

Andreina Zitelli ribadisce la richiesta che «vengano pubblicati i 300 file di integrazioni prodotti dal Porto». «È dovere del ministro Galletti, che deve tutelare la laguna e non la crocieristica».

Alberto Vitucci

 

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