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Gazzettino – Galan va in carcere

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23

lug

2014

L’ex governatore trasferito in prigione a Opera, vicino a Milano

Galan va in carcere e attacca: io tradito e accusa tutti

MOSE La Camera vota sì all’arresto. Parole di fuoco contro i suoi accusatori: sono molto incazzato

IL VERDETTO – La Camera vota sì all’arresto di Giancarlo Galan con 395 voti favorevoli. L’ex governatore va in carcere e in serata, dalla sua villa di Cinto Euganeo (Padova), viene trasferito nel reparto clinico del carcere di Opera, vicino a Milano.

LA REAZIONE – L’ex Doge, a chi gli è stato vicino, ha confessato di essersi sentito tradito. E contro i suoi accusatori ha detto: «Sono molto incazzato».

ORE 14.28 – L’Aula approva l’arresto

ORE 15.34 – Galan lascia l’ospedale

ORE 21.12 – Scatta il provvedimento

LA MAGGIORANZA – Con 395 favorevoli viene dato via libera alla richiesta dei Pm

GLI AVVOCATI – Franchini: «Oggi è stata scritta una pagina molto buia»

L’ARRESTO – In serata l’arrivo dell’ambulanza e il viaggio per Milano

Galan va in carcere

L’ira dell’ex doge:«Sono incazzato, voi sapete con chi»

CINTO EUGANEO – Il sole è tramontato da più di due ore dietro il Monte Lozzo, dopo aver colorato di rosa i Colli Euganei. Il sole tramonta sull’impero politico di Giancarlo Galan, Doge di Venezia per quindici anni, governatore del Veneto nella stagione delle grandi opere, potente come mai nessuno è stato dai tempi di Carlo Bernini. È un’ambulanza della Croce Verde, preceduta da un’auto della Polizia Penitenziaria, ad annunciare l’epilogo triste, faticoso, inutilmente esorcizzato a colpi di certificati medici. Villa Rodella di Cinto Euganeo è un’oasi di verde e di pace, Giancarlo Galan è in attesa che si compia il destino annunciato sei ore prima dal voto dell’aula di Montecitorio, che un po’ distrattamente, ma con una maggioranza inequivocabile, ha deciso che può essere arrestato, in quanto imputato di corruzione.
I sanitari restano nella lussuosa residenza per quasi due ore. Intanto il cielo si è imbronciato e una pioggia fitta ha cominciato a cadere. Le luci sono accese al piano nobile. Ad un certo punto si teme che il parlamentare sia stato colto da malore. Sembra che Galan non voglia staccarsi dalla moglie e dalla figlia, cercando di ritardare il più possibile il momento in cui, detenuto e malato, deve adagiarsi sul lettino dell’autolettiga, circondato dagli infermieri che sono venuti a prenderlo. È presente l’avvocato Giuseppe Lombardino dello studio Franchini. Un finanziere ha consegnato, come da rito giudiziario, l’ordinanza di custodia cautelare rimasta per un mese e mezzo in attesa di esecuzione.
Si apre il cancello alle 22.20 e il corteo si avvia verso l’autostrada, destinazione reparto clinico del carcere di Opera, a Milano. A Venezia il gip e la Procura hanno deciso l’arresto-soft, per evitare rischi sanitari. Niente cella, visto che fino alle prime ore del pomeriggio il detenuto era ricoverato nell’ospedale di Este. Ma neppure arresti domiciliari, come avrebbero voluto preventivamente gli avvocati Antonio Franchini e Niccolò Ghedini. Galan dormirà in carcere, seppure in un reparto che assomiglia a un ospedale. C’è tempo oggi perchè venga depositata la richiesta di modifica del regime detentivo, già respinta dal gip Alberto Scaramuzza, oltre al ricorso al Riesame.
Il giorno più amaro di Giancarlo Galan è stato interminabile. A chi gli era vicino ha confessato di essersi sentito tradito. Lo ha anche detto, alle 15, quando in carrozzella ha lasciato l’ospedale di Este. «Sono incazzato, non con voi, ma sapete benissimo con chi» ha detto ai fotografi che erano riusciti a intercettarlo, dimagrito, con il piede sinistro ingessato, mentre veniva spinto sull’ambulanza dell’Usl 17. I magistrati che ne hanno chiesto e ottenuto l’arresto? I medici che lo hanno inopinatamente dimesso tre ore prima che a Roma cominciasse la discussione sul suo arresto? I colleghi che non hanno avuto la pazienza o la libertà di aspettarne la guarigione per ascoltare le sue ragioni di vittima presunta di una macchinazione infernale? L’interpretazione autentica, trapelata in serata è diversa, anche se giudici, deputati e medici lo hanno in qualche modo messo in croce.
Il riferimento era ai suoi accusatori, che egli ritiene animati solo dalla voglia di uscire in fretta di galera (un anno fa) e di ottenere benefici giudiziari. I nomi non sono un segreto: Giovanni Mazzacurati, ex presidente del Consorzio Venezia Nuova, Piergiorgio Baita ex presidente dell’Impresa Mantovani, Claudia Minutillo, l’ex segretaria in Regione diventata imprenditrice. Sono loro ad aver messo nero su bianco che il Governatore era a libro paga, per favorire il Mose e i project financing in Veneto.
Giorno nero, cominciato malissimo. Alle 9, quando Galan è già in piedi da un pezzo, in attesa delle notizie da Roma, un medico del reparto di Medicina generale lo informa che la lettera di dimissioni è pronta. Dopo settimane di certificati sulle sue condizioni di salute precarie, al punto da chiedere rinvii del voto e da attizzare invettive contro il Parlamento che non lo voleva sentire, Galan si ritrova ex ricoverato con un tempismo perlomeno sospetto. Mancano ancora tre ore all’inizio della discussione in aula, dove una parte degli onorevoli dirà che è molto malato. Se poteva sperare nell’ombrello protettivo dell’ospedale deve ricredersi. La convalescenza può proseguire nella sua villa dorata.
Intanto i ritmi della Camera sono spietati. La riunione dei capigruppo non ha raggiunto l’unanimità sul rinvio richiesto in extremis da Forza Italia. Laura Boldrini rimette la decisione all’aula. Ma si capisce subito che non è aria di indulgenze. Giulia Grillo dei Cinquestelle: «La richiesta è pretestuosa». Sofia Amodio del Pd: «Galan ha diritto al rinvio? No, perchè è stato sentito in Giunta e ha presentato cinque memorie». Avanti di corsa verso la discussione. Alle 12.16 il destino di Galan è segnato: con 289 voti di differenza viene respinta la richiesta di soprassedere.
Ci riprova Antonio Leone del Nuovo Centrodestra, chiedendo l’inversione dell’ordine del giornoistabili. La differenza tra contrari e favorevoli sale a quota 348. La discussione diventa quasi una formalità. Il relatore Mariano Rabino di Scelta Civica spiega che contro Galan non c’è persecuzione giudiziaria. Il relatore di minoranza Gianfranco Chiarelli (Forza Italia) sostiene l’esatto contrario, prendendo atto dello scarso interesse dei deputati, visto che l’80 per cento degli scranni è vuoto.
L’affondo più efficace contro Galan è di Marco Brugnerotto dei Cinquestelle che legge le parole di un libro-intervista del governatore che, quand’era potente, elogiava Piergiorgio Baita, Lia Sartori, Marcello Dell’Utri, indicandoli come modelli di buona politica e buoni affari. Pietra tombale anche dal veronese Matteo Bragantini: «La Lega Nord ritiene che non ci sia fumus persecutionis». Partita chiusa, con un quasi burocratico pollice verso del PD: la richiesta di arresto è fondata, il Parlamento autonomo, il voto per l’arresto non è negazione di garantismo. Nessuna sorpresa nel segreto dell’urna telematica. A favore dell’arresto 395 deputati, contrari 138.
Un’ora dopo, alle 15.30, Galan lascia l’ospedale e va a casa. L’attesa è lunga. L’esecuzione rimandata in attesa delle notifiche da Roma. Gli avvocati Antonio Franchini e Niccolò Ghedini commentano: «Oggi si è scritta una pagina buia». Arriva una telefonata di Silvio Berlusconi. Poi i magistrati decidono per un arresto in qualche modo umanitario. «La Procura ha dato esecuzione al provvedimento cautelare nel pieno rispetto del primario diritto alla salute». La struttura milanese «si atterrà alla più scrupolosa e attenta osservanza delle disposizioni concernenti i detenuti malati». Ora la partita giudiziaria comincia per davvero.

Giuseppe Pietrobelli

 

IL RETROSCENA – Da grave a quasi guarito il giallo delle due diagnosi

Il giallo della diagnosi cambiata in poche ore

di Giuseppe Pietrobelli

Che cosa è accaduto tra sabato 19 luglio, quando Giancarlo Galan era un paziente su cui incombeva una diagnosi preoccupata, e ieri mattina alla 9 quando i medici dell’ospedale di Este gli hanno messo in mano una lettera di dimissioni? Non gli hanno detto che è guarito e che ora può passeggiare nel bel parco della sua villa di Cinto Euganeo, tuttavia gli hanno spalancato le porte del reparto, con la prescrizione delle cure da effettuare a domicilio, poche ore prima che la Camera dei Deputati desse il via libera all’arresto. In quelle 72 ore qualcosa dev’essere successo nelle corsie del nosocomio dell’Usl 17 di Monselice, perché l’uscita in carrozzella di Galan è sembrata un fatto inatteso, dopo tanto can-can mediatico e politico legato alla gravità delle sue condizioni di salute.
Una risposta alla domanda sta in quei due certificati che portano la data del 19 e del 22 luglio, entrambi firmati da sanitari dell’Unità Operativa Composta di Medicina Interna e dalla Direzione Sanitaria dell’Usl (dove era stato trasferito giovedì da Cardiologia). Il primo certificava la degenze, il secondo vi poneva termine dopo neppure tre giorni. Una diversità di vedute tra medici sull’opportunità di tenere in carico un malato diventato in qualche modo ingombrante, anche perché di lì a poche ore avrebbe potuto subire una visita fiscale ordinata dal gip di Venezia Alberto Scaramuzza? Una valutazione di opportunità, di fronte a un possibile piantonamento dell’illustre paziente?
Difficile trovare il bandolo della verità su un mistero che avrebbe stupito lo stesso Galan, convinto che la degenza l’avrebbe protetto più di un ritorno a casa. Ma non solo. Qualche interrogativo se lo sono posti anche negli uffici giudiziari veneziani, che probabilmente non si attendevano le dimissioni dopo i fiumi di certificati medici allarmati. La verità ufficiale conferma che alle 9 di ieri Galan è stato informato delle dimissioni decise dai medici. Ha ricevuto la lettera più o meno attorno alle 9.40. Vi è scritto che deve rimanere immobile per 40 giorni dal 5 luglio, giorno in cui si è procurato una frattura cadendo in giardino, e che deve mantenere la gamba sinistra scarica. Non può camminare. Inoltre, dovrà essere monitorato ogni quattro ore per il diabete e seguire per tre mesi una terapia anti embolie. Il certificato di sabato scorso era stato firmato dalla dottoressa Lucia Anna Leone dell’Unità di medicina interna e dalla dottoressa Marianna Lorenzi della direzione sanitaria dell’Usl. Ribadiva la diagnosi contenuta nei precedenti certificati. Era stato redatto su richiesta di Galan che lo aveva inviato lunedì alla Camera. Eppure è venuto meno proprio il giorno in cui il voto si teneva. Anzi, tre ore prima dell’inizio.
La coincidenza non fa che aumentare i sospetti che tra i medici ci sia stata una riflessione approfondita sull’opportunità di tenere Galan ricoverato, con il rischio che a posteriori si scoprisse che poteva essere curato a casa, come attestato dalle dimissioni di ieri mattina. Dall’entourage di Galan si apprende che la decisione era in qualche modo stata ventilata dai medici. Ma perché allora firmare sabato un certificato di degenza sapendo che dopo due-tre giorni ne sarebbe venuta meno l’esigenza? Questa vicenda rischia di passare alla storia proprio per il numero di sanitari (una decina) che si sono occupati delle condizioni di Galan. Radiologi, ortopedici, angiologi, cardiologi ed esperti di medicina interna avevano confermato frattura, trombosi, diabete e ipertensione cardiaca, ora ribaditi nella lettera di dimissioni.

Giuseppe Pietrobelli

 

RABBIA E STUPORE – Galan si è detto furioso e incredulo per quella che ritiene «una doppia ingiustizia»: i due voti a lui sfavorevoli espressi dalla Camera dei deputati

Poi la Finanza lo trasferisce a Opera

LA PROCURA «Massimo rispetto del primario diritto alla salute»

PRESCRIZIONI – Controlli per il diabete e terapia anti-embolie

ULSS 17 Il direttore sanitario: «Trattato come un paziente qualsiasi. Ha chiesto lui l’ambulanza»

LA SVOLTA – Sabato valutazione preoccupata, ieri repentina dimissione

LA CADUTA – Dopo la frattura alla gamba 40 giorni di immobilità

A VILLA RODELLA – La mesta uscita in sedia a rotelle

A casa per poche ore prima del trasferimento

Gli insulti della gente davanti all’abitazione

La lunga giornata a villa Rodella a Cinto Euganeo inizia poco dopo le 15,30 quando Giancarlo Galan, appena dimesso e furibondo per le notizie arrivate da Roma, sotto il sole varca il cancello in ferro battuto a bordo di un’ambulanza. Sa che stavolta la permanenza nella sua lussuosa magione sarà molto breve, perché lo aspetta il carcere. Dall’interno della villa che ha ospitato Silvio Berlusconi il giorno delle nozze dell’allora governatore, si sente solo ogni tanto qualche porta sbattere. I balconi sono semichiusi e si intravvedono le tende tirate all’interno. Le uniche presenze sono quelle dei cani.
Villa Rodella, però, un tempo tenuta come una bomboniera, è in stato di palese abbandono: il giardino è trascurato e anche le rose, tempo fa orgoglio dell’ex ministro che le curava personalmente, sono appassite, a conferma che in casa Galan adesso i pensieri sono ben altri. Persino le auto, una’Audi A8, una Range Rover e una BMW Z4, sembrano in disuso. Sulla buca della posta ci sono diverse lettere intestate a Sandra Persegato, moglie dell’ex doge, e un plico di pubblicità. Quasi beffardi, sono rimasti dei fiocchi azzurri sulle inferriate, ricordo di qualche festa passata.
La gente è furiosa: c’è un continuo viavai di persone in bicicletta, a piedi e in macchina che passano e urlano di tutto in direzione dell’abitazione. L’augurio più benevolo e che le porte del carcere si aprano al più presto. Alle 18 Sandra Persegato apre il cancello ai carabinieri che entrano probabilmente per notificare l’ordine di arresto. Usciranno alle 19,21 assieme a un avvocato dello studio legale che difende Galan, per poi tornare subito dopo e ripartire ancora. Poco prima una signora bionda, forse una parente, esce dalla Villa in macchina e torna con la borsa della spesa piena. Alle 20 inizia l’ultima penosa fase. Arrivano l’ambulanza, preceduta e seguita dalle auto dei carabinieri e della Digos. C’è però qualcosa che non va. Le forze dell’ordine entrano ed escono con carte e faldoni, e l’imputato non esce. Verso le 21 i carabinieri si allontanano per ritornare poco dopo. Galan, in sedia a rotelle, dimagrito e molto provato, sale in ambulanza alle 21,12 sotto una pioggia battente: davanti c’è un’Alfa della polizia penitenziaria, dietro le altre due macchine delle forze dell’ordine. Il cancello in ferro battuto si chiude alle sue spalle.

 

«Arresto e dimissioni: coincidenze»

LO STAFF – Una decina di sanitari per l’incidente del 5 luglio

AGNOLETTO «Le condizioni di salute consentivano il ritorno a casa»

La mattina del giorno del giudizio è densa di misteri e sull’ospedale di Este, dove Giancarlo Galan è ricoverato da più di una settimana, si addensano nuvole di tempesta. Il reparto di medicina, nel quale l’ex governatore del Veneto è stato trasferito lunedì dalla vicina area cardiologica, è come sempre blindato e non c’è modo di sapere cosa sta accadendo al paziente eccellente. Che però ha già in mano il foglio di dimissioni alle 9.30 del mattino: gli ultimi esami clinici e i controlli di routine hanno confermato lunedì sera che il doge sta bene. O almeno è in condizione di lasciare l’ospedale per affrontare quel che lo aspetta. E qui è l’inghippo, perché secondo alcune fonti le dimissioni sarebbero state alla base di un durissimo scontro di natura medica e politica.
L’impressione che Galan sia stato «scaricato» aleggia comunque nell’ambiente, e una lamentela affidata agli amici dall’ex presidente della Regione lo confermerebbe. Dall’Ulss17 di Este e Monselice arriva invece una secca smentita sull’argomento. «Escludiamo assolutamente che ci siano stati problemi di questo tipo – fa sapere Maurizio Agnoletto, dirigente medico dell’azienda sanitaria della Bassa Padovana – Galan è stato trattato come un paziente qualunque e le sue dimissioni sono state decise perché le condizioni di salute lo permettevano». I maligni sorridono inoltre di fronte alla coincidenza di orari tra la fuga dell’ex ministro, fatto uscire dalla porta sul retro del reparto, e il via libera all’arresto deciso a Roma. «Si tratta di banali coincidenze – sottolinea Agnoletto – in realtà il paziente ci aveva detto che sarebbe stato portato a casa dai famigliari, però nel pomeriggio ci ha chiesto di portarlo con un’ambulanza». A questo punto è scattato un trasporto interno e un’ambulanza, come da prassi, è stata messa a disposizione del paziente. Resta da chiarire se la richiesta di collaborazione da parte di Galan sia legata o meno all’esito della votazione che lo riguardava direttamente. «Galan è stato trattato come qualsiasi paziente – conclude il dirigente – nonostante i reparti in cui è stato ricoverato siano stati investiti in questi giorni da una vera e propria tempesta mediatica»

Ferdinando Garavello

 

L’ARRESTO – Giudici spiazzati dai medici ricerca frenetica del carcere

La Procura aveva ipotizzato una detenzione ospedaliera

Costretti in extremis a trovare un penitenziario attrezzato

È stata una giornata frenetica negli uffici della Procura di Venezia. Prima la notizia proveniente dall’ospedale di Este, con la dimissione a sorpresa di Giancarlo Galan, che fa ritorno a casa in ambulanza. Poi il voto della Camera che, in tarda mattinata, rigetta l’ennesima istanza di rinvio della discussione, motivata dalla difesa con l’impossibilità di muoversi del deputato sotto accusa… E, nel pomeriggio, il “sì” all’arresto del presidente della Commissione Cultura ed ex Governatore del Veneto.
I magistrati coordinati dal procuratore aggiunto Carlo Nordio non nascondono la sorpresa per l’improvvisa e inattesa decisione dei sanitari padovani: fino al giorno precedente le condizioni di Galan risultavano tali da non consentire il suo spostamento. Poi l’improvvisa dimissione, comunicata a Galan poche ore prima dell’inizio della discussione in Parlamento (e nel pomeriggio in Procura): cosa è cambiato in poche ore, si chiedono gli inquirenti? Cosa ha consentito ad un malato, definito intrasportabile, di fare rientro tranquillamente a casa? I pm che indagano sul “sistema Mose”, Stefano Ancilotto e Paola Tonini, restano negli uffici della Cittadella di piazzale Roma fino a tarda ora: prima per attendere la formalizzazione dell’autorizzazione a procedere appena votata, documento indispensabile per poter eseguire l’ordinanza di custodia cautelare in carcere firmata lo scorso maggio dal gip Alberto Scaramuzza per il reato di corruzione. Poi per organizzare l’esecuzione. La Procura può provvedere subito all’arresto, ma anche attendere, come ha fatto nel caso dell’ex eurodeputata Lia Sartori, alla quale la notifica degli arresti domiciliari è avvenuta il giorno seguente all’avvenuta decadenza dal Parlamento europeo. In un primo momento pare che la soluzione scelta sia la seconda. Ma forse è soltanto un modo per “depistare” i giornalisti. Per le 19.30 è annunciato un comunicato stampa, che però non verrà mai diffuso. I magistrati sono impegnati nell’operazione più delicata: la scelta del carcere nel quale disporre la detenzione dell’ex Governatore del Veneto. Decisione non necessaria fino a poche ore prima: se fosse stato ancora ricoverato in ospedale, infatti, Galan sarebbe rimasto lì, piantonato dalle forze dell’ordine. Le condizioni di salute evidenziate da numerosi certificati medici consigliano la detenzione in un carcere dove siano presenti idonee strutture di cura, e i penitenziari attrezzati a tal fine si contano sulle dita di una mano.

 

Si chiude il ventennio del padre-padrone del Veneto

Travolto dal Mose, ma già scaricato dalla politica

L’ARRESTO dell’ex doge

IL POLITOLOGO – Feltrin: «Per le Regioni il momento più basso dalla loro istituzione»

IL BILANCIO – Dalla Pedemontana al Passante, la stagione delle grandi opere

L’era dei dogi è finita Galan non lascia eredi

L’ANALISI – Fine di un’epoca l’ultimo doge cade senza eredi

L’era dei Dogi è finita, sentenzia Roger De Menech, deputato e segretario del Pd del Veneto. Con il via libera all’arresto di Giancarlo Galan, si è chiusa «l’epoca» che dagli anni Novanta al 2010 ha visto un uomo solo al comando, incontrastato padre-padrone del governo del Veneto, dove non si muoveva foglia se non lo diceva il Doge. Un “titolo onorifico” assegnato anche a Carlo Bernini a Gianfranco Cremonese, ultimi eredi della Dc, e al forzista Galan. Tutti hanno caratterizzato il Potere, salvo, poi, cadere, a vario titolo, nella rete della giustizia.
La compagnia si allarga oltre i confini regionali. Il lombardo Formigoni, il campano Bassolino, il ligure Burlando, l’emiliano Errani sono stati l’emblema della forte rappresentanza della Regione amministrata. Un ruolo che a tutti è costato caro, con le obbligate dimissioni oppure con la mancata riconferma alla carica di governatore. Il Potere logora chi ce l’ha? Vanno distinte le vicende giudiziarie con quelle che hanno caratterizzato la gestione della cosa pubblica. Ovvio. Ma il confine è labile. Per Paolo Feltrin, politologo e docente all’università di Trieste, «i governatori degli ultimi 20 anni sono stati il frutto della ventata regionalista iniziata dopo Tangentopoli del ’93». Le Regioni sono state caricate di un ruolo inedito fino ad allora, diventando una sorta di “chiave di volta” per risolvere i problemi del Paese. Autonomia e federalismo all’esasperazione. Ora, le vicende giudiziarie che interessano governatori in carica o ex, fanno dire a Feltrin «che per le Regioni è il momento più basso della loro cinquantennale storia». Anche perché a Bruxelles, dall’iniziale Europa delle Regioni, si sta passando a quella delle Nazioni. Addio ruolo politico, alle Regioni resta la funzione di attuatore del decentramento amministrativo.
In tutte le regioni, con l’onda dell’autonomia, i presidenti sono stati lo snodo dei grandi affari, perché legittimati dall’elezione diretta e dalla mancanza di un limite ai mandati, ora previsto. E quasi tutti hanno avuto a che fare con i giudici.Sono le toghe ad essere anti-politica? Difficile. Piuttosto, imprenditori, legislatori, amministratori, partiti dovrebbero dare risposte a tre domande. La sintesi di Feltrin: è trasparente il sistema del finanziamento ai partiti?; forse c’é qualcosa di strano nel sistema degli appalti (lo dice anche il procuratore aggiunto di Venezia Carlo Nordio, nell’accusa a Galan)?; non manca la conoscenza, da parte dell’amministratore pubblico, della reale definizione dei prezzi base per gli appalti, tanto che ogni volta pare che qualcuno se li aggiudichi a caso?
Con la vicenda Galan è finita l’epoca dei Dogi e delle Regioni con forte potere di confronto con lo Stato? Stando all’attualità, la riforma del Titolo V della Costituzione voluta da Renzi, riporta al centro molte competenze ora in coabitazione. Ma non c’é una causa effetto, per Daniele Marini, direttore scientifico del centro studi Community Media Research: «Il riordino istituzionale non deriva dal malaffare, ma dal venir meno delle mancate risposte date ai territori da parte di chi li governa». Politicamente «veniamo da una lunga stagione di ForzaLeghismo, caratterizzata dalla duplicazione in chiave regionale del governo nazionale, favorevole, quest’ultimo ad esaltare il ruolo della gestione dei territori». Con le ultime “mazzette”, è iniziata a calare la forza che alimentava le autonomie regionali e comunali. La causa? «L’incapacità delle forze politiche e istituzionali di autoriformarsi».
Eppure, qualcosa di positivo anche Galan può segnarlo nel “capitolo successi”: Passante, il Mose stesso che lo ha portato in carcere; avvio della Pedemontana; lo scontro con Roma sorda alla voglia di fare in proprio del Veneto. «Liberandosi dai sentimenti – concorda Feltrin – è il giudizio storico a dare i “voti”».
Di sicuro, il caso-Galan segna uno spartiacque anche politico, per Forza Italia e il centrodestra. «La potenza del ruolo dell’ex governatore – ragiona Marini – ha iniziato ad affievolirsi da quando ha lasciato la Regione, con conseguente calo elettorale del Pdl per il venir meno del coagulo periferia-partito nazionale». Non così la Lega, che in tempi rapidi ha saputo rigenerarsi grazie alla capacità di avere “costruito” chi potesse sostituire la vecchia guardia. Questo è il neo che identifica l’era dei governatori targati Fi-Pdl: l’accentramento del Potere e la presunzione che mai ci sarebbe stato bisogno di un successore, quindi era inutile crearlo.
Cosa sarà di Forza Italia? Per Marini tutto il sistema politico è in subbuglio. Anche in Veneto «non è automatico che l’affermazione del Pd alle elezioni europee determini un ribaltone alle regionali del 2015». Sono troppe le variabili per definire il domani del centrodestra in termini di alleanza. Per Feltrin, va messo in conto che Fi abbia bisogno «di una nuova traversata del deserto» come già avvenuto a fine anni Novanta. In fondo «il bipolarismo genera ciclicamente la necessità di rigenerarsi».

Giorgio Gasco

 

MALAFFARE IN VENETO

Berlato: «Col sì all’arresto di Galan presto la verità»

VICENZA – (ro.la.) «Con questo voto si è fatto un importante passo in avanti per restituire ai cittadini il diritto di sapere come sono stati sperperati i loro soldi e da chi sia composta la cricca malavitosa che, trasversalmente ai partiti sia di centrodestra che di centrosinistra, ha ammorbato il Veneto negli ultimi quindici anni». Ieri la Camera ha dato il via libera alla richiesta di arresto, partita dalla procura veneziana nell’ambito dell’inchiesta Mose, nei confronti dell’ex governatore del Veneto Giancarlo Galan, e Sergio Berlato commenta così la decisione dell’aula di Montecitorio. L’esponente di Fratelli d’Italia, ex compagno di partito del forzista Galan e uno dei primi a denunciare il presunto sistema del malaffare in Veneto, è convinto che le indagini «faranno emergere le responsabilità di tutti coloro che hanno fatto parte e che continuano a fare parte del sistema del malaffare». Di più: per Berlato siamo solo all’inizio. «Abbiamo motivo di ritenere che il Mose fosse solo la palestra dove gli appartenenti del malaffare si esercitavano per mettere a punto un sistema da applicare poi in molte altre opere classificate come di pubblica utilità». A esempio? «Siamo fiduciosi che dalle indagini in corso emergerà presto la verità sul modo in cui è stata gestita e continua ad essere gestita la sanità in Veneto. Siamo fiduciosi che dalle indagini in corso emergeranno presto le responsabilità sul come sono state gestite le principali opere infrastrutturali, iniziando da quelle viabilistiche. Siamo fiduciosi che dalle indagini in corso emergeranno presto le responsabilità di chi ha applicato il sistema del project financing in salsa lombardo-veneta».

 

RIESAME «Gravi indizi», Lia Sartori resta agli arresti domiciliari

Confermati gli arresti domiciliari per Lia Sartori, l’ex eurodeputata di Forza Italia accusata dalla Procura di Venezia di finanziamento illecito ai partiti. Lo ha stabilito il Tribunale del riesame respingendo il ricorso della difesa e confermando l’ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip Alberto Scaramuzza. Il collegio presieduto da Angelo Risi ha ritenuto che vi siano gravi indizi di colpevolezza in relazione ad un contributo elettorale in bianco di 25mila euro, versato dal Consorzio Venezia Nuova alla Sartori per tramite di altre società, nonché in relazione a due dei quattro contributi in nero che l’ex presidente del Cvn, Giovanni Mazzcurati, ha detto di aver versato all’ex presidente del Consiglio regionale del Veneto.

 

Nuova Venezia – Nuova custodia cautelare per Milanese

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22

lug

2014

OSPEDALE DI ESTE: TRASFERIMENTO A MEDICINA

E il paziente lascia il reparto “blindato” di Cardiologia

ESTE – Dal reparto blindato di Cardiologia al ben più frequentato di Medicina. Cambio di letto per Giancarlo Galan, ospite “eccellente” dell’ospedale di Este: da due giorni l’ex governatore veneto, al centro della bufera Mose, è stato trasferito nel reparto di Medicina dell’ospedale di via San Fermo. È qui che Galan accoglierà, questa mattina, la sentenza della Camera sulla richiesta di custodia cautelare per corruzione avanzata a suo carico dal giudice di Venezia Alberto Scaramuzza. È qui che saprà, dunque, se nel suo futuro c’è omeno il carcere. Da sabato 12 luglio Galan era ospite di una delle camere di degenza all’Unità coronarica del reparto di Cardiologia dell’ospedale di Este, diretto dal primario Giuseppe Scattolin. Il ricovero era arrivato in seguito alla frattura diuna gamba, aggravato da una tromboflebite e dal diabete di cui l’ex ministro soffre da tempo. Per una settimana il reparto, una sorta di terapia intensiva da otto camere, è rimasto blindato e accessibile solo ai familiari dei degenti e ovviamente dello stesso Galan. Avvicinarsi al capezzale del “malato speciale” era impossibile. Dallo scorso fine settimana, tuttavia, Galan è salito di tre piani, e dal primo di Cardiologia è stato trasferito al quarto di Medicina. Qui i corridoi del reparto – da poco diretto da Lucia Anna Carmela Leone, la prima donna primario dell’Usl 17 – sono decisamente meno “off-limits”: 50 posti letto, distribuiti in stanze da 2-4 letti, organizzati in due sezioni. E, soprattutto, senza particolari limitazioni di accesso, come invece avveniva nell’Unità coronarica. Galan si trova in una stanza dell’Ala Ovest, la cui porta è perennemente chiusa. Arrivarci è semplice, anche se infermieri e personale sono stati istruiti a dovere dalla dirigenza dell’Azienda sanitaria: curiosi ed estranei, giornalisti compresi, vengono invitati ad allontanarsi ed evitare contatti con Galan e con gli altri pazienti del reparto. L’ex ministro non ha compagni in camera: la solitudine sembra essere l’unico “comfort” concesso all’onorevole, che in stanza non ha nemmeno la tivù. Pare che l’assenza della tivù sia una volontà dello stesso politico padovano, che per evitare di apprendere aggiornamenti sulla sua vicenda giudiziaria non vuole neppure ricevere quotidiani e giornali. Unico collegamento con le cronache è la moglie Sandra Persegato, che approfitta di quasi tutti gli spazi di visita per raggiungere il marito.

Nicola Cesaro

 

Nuova custodia cautelare per Milanese

Palladio, Meneguzzo si autosospende

Il cda di Palladio Finanziaria Spa ha accolto l’«autosospensione a tempo indeterminato» di Roberto Meneguzzo, l’ex presidente indagato nello scandalo Mose; «Il cda esprime il riconoscimento e la massima solidarietà nei confronti del dottor Meneguzzo», fa sapere il presidente di Palladio Roberto Ruozi. A proposito di Mose: il gip di Milano De Marchi ha confermato la nuova richiesta di custodia cautelare avanzata dai pm per Marco Milanese, l’ex parlamentare Pdl e braccio destro di Giulio Tremonti arrestato lo scorso4 luglio; decade così il ricorso al Riesame di Venezia del 24 luglio.

 

MILANO – Il gip milanese Carlo Ottone De Marchi ha confermato la misura cautelare a carico di Marco Milanese, ex parlamentare ed ex consulente di Giulio Tremonti, quando era ministro dell’Economia. Milanese, che resta così in carcere, è accusato di corruzione per aver ricevuto 500 mila euro dal Consorzio Venezia Nuova per favorire lo sblocco di finanziamenti del Cipe per il Mose. La sua posizione è finita a Milano assieme a quella di Roberto Meneguzzo, amministratore delegato e vicepresidente della società vicentina Palladio Finanziaria. Proprio ieri Meneguzzo, che è ai domiciliari, si è autosospeso a tempo indeterminato dalle cariche. Il cda ha preso atto di tale decisione.

 

LE INDAGINI – Impegnativa l’analisi dei file sequestrati

Nel computer dei servizi segreti molti misteri ancora da decifrare

MESTRE – La perquisizione nella sede dei servizi segreti bloccata per una quindicina di ore e il braccio di ferro tra gli 007 veneti e la Procura della Repubblica di Venezia. Cosa c’era nel computer della sede padovana dell’Aisi, l’Agenzia informazioni e sicurezza interna, che i finanzieri hanno sequestrato il giorno del blitz dell’inchiesta Mose? I misteri di quei file al momento sono ancora tali, visto che il rapporto del Nucleo di polizia tributaria di Mestre non è ancora pronto per i pubblici ministeri che hanno dovuto occuparsi non solo di tangenti, ma anche di depistaggi, tentativi di interferire nell’inchiesta, soffiate e spiate.
Evidentemente i documenti da decrittare, inerenti l’indagine, sono più numerosi e complessi di quanto si sospettasse. Di certo non vi sono informazioni che potrebbero riguardare il segreto di Stato, paventato in un primo tempo dal colonnello Paolo Splendore, responsabile dell’Aisi a Padova. Per il semplice fatto che il 4 giugno scorso, quando tale ipotesi venne adombrata per evitare la perquisizione, dal palazzo di giustizia di piazzale Roma la replica fu perentoria. Non ci si poteva opporre. E fu talmente convincente da indurre un funzionario a salire sul primo aereo per raggiungere Padova, dove aveva presenziato alla cernita dei documenti. Sono stati acquisiti solo quelli inerenti i filoni dell’inchiesta.
La perquisizione aveva riguardato anche la casa di Splendore (che non è indagato), perché una sua figlia è stata assunta in una società legata alla Mantovani. Per Piergiorgio Baita era quasi un’ossessione avere in anticipo notizie su possibile verifiche fiscali o accertamenti giudiziari. E c’è da dipanare una ragnatela di interventi, soprattutto a Roma, da parte di strani personaggi (alcuni finiti in carcere) che sarebbero stati lautamente pagati da Baita o Mazzacurati per fornire informazioni.

G. P.

 

MOSE. MILANESE E GALAN PERCORSI SIMILI

Spesso, trattando dei fatti del Mose, ma anche di altri casi simili, si fa riferimento ai “misteri” che riguardano la vita dei rituali incriminati. A me sembra che il “curriculum” di molti imputati sia press’a poco lo stesso, anche se gli episodi variano da personaggio a personaggio. Marco Milanese, dopo aver militato per un po’ di tempo nella Guardia di Finanza e aver acquisito alcuni preziosi segreti della burocrazia statale, diventa amico e sodale dei potenti, nel nostro caso del ministro Tremonti, poi fa il gran salto con l’elezione a deputato del Pdl e si mette al sicuro con prospettive “politiche” insospettate. Cercare i suoi programmi a vantaggio del bene comune, sarebbe fatica improba. Anche per Galan vale l’amicizia dei potenti, il voler navigare sempre in alto loco, nonché in modo temerario. E’ forse illusione immaginare che i nostri imputati possano raccontare ai giudici, alla Giunta, o alla stessa Camera, come sono andate veramente le cose e anche il “sistema” di cui sono stati parte integrante?

Luigi Floriani –  Conegliano (Tv)

 

il manager racconta: gli avvocati volevano che mi operassi

Quei 15 mila euro ai due cardiologi per la visita in carcere a Baita

VENEZIA – Come si dice, al cuore non si comanda. Né in versione lover, né in versione thriller. Marcello Dell’Utri, per esempio, era già cardiopatico in Italia ma ha un grosso attacco di cuore in Libano, proprio quando arriva la richiesta di estradizione. Mentre lo rimpatriano tiene bassa l’ansia informando che chiederà di fare il bibliotecario in carcere. Coincidenza, anche Giancarlo Galan, ricoverato per improvvisa cardiopatia, ha detto la stessa cosa: «Ho paura del carcere, se dovessi andarci mi rifugerò in biblioteca». Soffre di cuore Renato Chisso, che si è portato in carcere le pastiglie con le quali tiene a bada il cuore ballerino, dopo il principio d’infarto che l’ha preso lo scorso settembre. E’ sofferente Giovanni Mazzacurati, il «grande burattinaio» del Mose che sarà il grande testimone a carico dei coimputati, quando si farà il processo. L’ingegnere si sta facendo curare in California, dove ha una casa e dove aveva previsto di ritirarsi a fine carriera. Ma nel suo caso, più che il cuore è responsabile l’età e Mazzacurati ha sempre preferito farsi curare da medici americani. Come Gianni Agnelli, che si fidava solo degli ortopedici del centro traumatologico di Aspen, nel Colorado. E’ iperteso l’ingegner Piergiorgio Baita, (foto) che da libero cittadino controllava la pressione con i farmaci, senza problemi. Come molti. In carcere le sue condizioni si aggravano e diventano critiche dopo il secondo interrogatorio, quando la linea suggerita dagli avvocati difensori Piero Longo e Paola Rubini (mai collaborare con i giudici) porta allo scontro con i pm Stefano Ancilotto e Stefano Buccini. A quel punto la difesa chiede una perizia medica. Baita viene visitato nel carcere di Belluno dov’è rinchiuso dal professor Gino Gerosa, cardiochirurgo del Centro Gallucci di Padova e da Claudio Rago, direttore del centro regionale trapianti. E’ lo stesso Baita che lo riferisce nell’interrogatorio del 17 giugno 2013, assistito non più da Piero Longo e Paola Rubini ma da Enrico Ambrosetti e Alessandro Rampinelli, perché ha cambiato avvocati. Questa storia è già stata raccontata ma non interamente e non con la voce dei protagonisti. Per Baita bisogna stare al verbale del 17 giugno 2013, perché non ha nessuna voglia di tornare sulla vicenda. Quel 17 giugno i pm gli chiedono: lei prima si avvale della facoltà di non rispondere, poi rende un interrogatorio negando praticamente tutto, poi cambia avvocati e inizia a collaborare. Aveva ricevuto pressioni per non parlare? «Non so se la parola pressioni è corretta», risponde Baita. «Io avevo contatti solo con i miei avvocati e dopo l’ultimo interrogatorio mi avevano proposto: non rendiamo altri interrogatori, facciamo un’operazione all’aorta sulla base dello stato di salute, fissiamo la visita e poi il ricovero al Centro Gallucci… E’ stato per quello che io ho preso paura, insomma non mi pareva che ci fosse il motivo». I pm insistono per capire bene: lei aveva intenzione di farsi operare, il suo medico di fiducia le aveva mai prospettato l’intervento all’aorta? «Ma assolutamente», risponde Baita. «Anche i cardiologi che sono venuti mi hanno misurato la pressione, non mi hanno visitato, eh! Mi hanno misurato solo la pressione e l’hanno trovata, tra l’altro, regolare ». Quindi tutta la visita che doveva portare all’operazione chirurgica è stata la misurazione della pressione? «Sì. E anche con un parcella importante di 15.000 euro», conclude Baita, di fronte ai pm increduli. I due cardiologi non hanno nessuna voglia di commentare. Il professor Gerosa è infastidito: «L’entità della parcella è assolutamente falsa, abbiamo fatturato allo studio Longo e Rubini, chiedete a loro la cifra. Ci avevano domandato una consulenza legale, la visita non preludeva all’intervento chirurgico ma a valutare la compatibilità con il carcere. Non mi interessa smentire né aggiungere altro». Claudio Rago precisa che si è trattato di attività libero professionale intra moenia, fatturata attraverso l’Azienda Ospedaliera: bisognava studiare la documentazione preesistente, predisporre la relazione, minimi e massimi delle parcelle sono previsti sia dall’Ordine che dall’Azienda, tutto in regola. Lo studio Longo parla attraverso l’avvocato Gianni Morrone: la rinuncia alla difesa dell’ingegner Baita deriva dalla scelta di non collaborare con la procura, tutto il resto sono fantasie. Ma una cosa Gianni Morrone ce la dice: la parcella chiesta dai due cardiologi è stata di 6.000 euro ciascuno. Per due, più le tasse, si arriva ai 15.000 di cui parla Baita. Pagati direttamente all’Azienda Ospedaliera, che in questi casi si trattiene in 20%. Sono sempre 2400 euro. Con tutto il denaro delle tasse sperperato, è bello sapere che qualcosa torna a casa.

Renzo Mazzaro

 

DIROTTATI DA GALAN

Legge speciale: i fondi andarono al Marcianum

La fine del Marcianum creato dal cardinale Scola fa affiorare un retroscena del 2008: la Regione governata da Galan dirottò, per quel progetto, 50 milioni di fondi della Legge speciale originariamente destinati al disinquinamento della laguna.

Marcianum e Salute salvati con 50 milioni dirottati dalla Regione

Erano i fondi della Legge speciale per il disinquinamento

L’ex governatore veneto disse: non ci occupiamo solo di Mose

Il gioiello creato dal cardinale Scola non sta più in piedi dopo lo scandalo del Cvn

VENEZIA – E’ saltato come un castello di carte, sotto i contraccolpi politici e istituzionali dell’inchiesta sui fondi deviati per il Mose, l’ambizioso progetto della Fondazione Studium Generale Marcianum che l’allora Patriarca di Venezia (dal 2002 al 2011) e ora arcivescovo di Milano Angelo Scola aveva edificato in pochi anni, dalla fine del 2007, con l’appoggio determinante della Regione guidata allora da Giancarlo Galan e l’appoggio strategico di aziende come il Consorzio Venezia Nuova, il cui presidente di allora Giovanni Mazzacurati fu dall’inizio anche presidente del Consiglio di amministrazione. La decisione obbligata presa ora dal nuovo Patriarca di Venezia Francesco Moraglia di “smantellarlo”, chiudendo – dopo quello che era già avvenuto per il polo scolastico delle medie e del liceo – anche la Facoltà di Diritto Canonico, l’Istituto Superiore di Scienze Religiose e il Convitto Internazionale, facendone solo un istituto di ricerca, è la fine della “creatura” di Scola. E non a caso il nuovo Patriarca -con un’evidente chiamata di corresponsabilità nei confronti del suo predecessore per la situazione che gli ha lasciato in eredità – si è recato a Milano, come ha tenuto a far sapere, per chiedere al cardinale se volesse lui, e a sue spese , “salvare” il Marcianum, ricevendone ovviamente un rifiuto. E se, come ha sottolineato in questi giorni lo stesso Scola, i fondi erogati dalla Regione e dalle imprese a favore del Patriarcato per il Marcianum sono stati regolarmente approvati da quelle istituzioni, è però nel clima dell’uso improprio dei fondi per la salvaguardia di Venezia che il polo culturale ecclesiastico in laguna si è fondato ed è poi affondato. Lo dicono le cronache, visto che la Regione decise anni fa di sottrarre per la prima volta 50 milioni di euro di fondi della Legge Speciale per il disinquinamento della laguna, di cui è chiamata a occuparsi, per destinarli appunto tutti al Patriarcato di Scola, per il restauro del Palazzo Patriarcale di Piazzetta dei Leoncini, per quello della Basilica della Salute e soprattutto per la ristrutturazione del Seminario Patriarcale della Salute, destinato a ospitare il Marcianum, trasformato in un complesso polifunzionale con una foresteria da 70 camere con bagno, destinate agli ospiti del polo universitario. Più che un restauro, una nuova destinazione del complesso, con spazi anche di ristoro, sale multimediali, biblioteca, spazi espositivi e sale congressi. Anche l’intervento per il Palazzo della Curia, più che a un restauro in senso stretto, rispose a una filosofia di modernizzazione di tutto l’edificio, prevedendo anche qui una foresteria, uffici e nuove sale di accoglienza. Di fronte alle polemiche per l’uso “improprio” di quei fondi girati al Patriarcato, Galan non fece una piega. «È la dimostrazione» dichiarò, «che la Regione non si occupa solo del Mose, ma ha a cuore anche la salvaguardia monumentale della città». E la Regione – socio fondatore dell’istituzione – con lui, non lasciò più solo il Marcianum voluto da Scola, anche per la «realpolitik» del cardinale nel mondo del cattolicesimo e delle comunità mediorientali, aggregate intorno alla rivista «Oasis» nel nome del suo celebre slogan del “meticciato di civiltà”. Con un provvedimento del 2008, infatti, Palazzo Balbi decide subito di stanziare 250 mila euro all’anno, dal 2009 al 2011 per il sostegno delle attività del Marcianum, prelevandole dal capitolo destinato alla formazione professionale. Finanziamenti per il funzionamento del Marcianum furono assicurati annualmente anche dal Consorzio Venezia Nuova e dalle altre aziende che hanno accompagnato la nascita del polo. Fino alla partenza di Scola per Milano. Il sistema istituzionale e imprenditoriale creato intorno al Marcianum dall’attuale arcivescovo di Milano che ne aveva consentito l’ambiziosa creazione e lo sviluppo si è di fatto dissolto con l’uscita di scena di Galan – il grande “alleato” – e con il suo addio a Venezia. Un polo culturale crollato, perché – come ha detto ora Moraglia – non poteva «dipendere a doppio filo dagli sponsor ». Pubblici o privati.

Enrico Tantucci

 

Gazzettino – Mose, il ruolo dei servizi segreti

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20

lug

2014

L’INCHIESTA – Sequestrato un computer, ma solo dopo l’intervento di Nordio e l’arrivo di un alto funzionario da Roma

Mose, il ruolo dei servizi segreti

Nel blitz del 4 giugno alla Finanza fu impedito per ore di perquisire la sede Aisi di Padova

RETROSCENA – L’ombra dei Servizi segreti nello scandalo del Mose. Nel blitz del 4 giugno gli uomini della Guardia di finanza che dovevano perquisire la sede Aisi di Padova furono lasciati fuori per 14 ore.

BRACCIO DI FERRO – Situazione sbloccata dopo un deciso intervento del Pm Nordio. Finì con il sequestro di un computer alla presenza di un funzionario degli 007 giunto da Roma.

007 I Servizi Segreti sono stati tirati in ballo da Piergiorgio Baita nel verbale di un interrogatorio del 2013. Proprio i “Servizi” si sono opposti per ore alla perquisizione ordinata dal procuratore

SCANDALO in laguna

IL BLITZ DEL 4 GIUGNO – Il colonnello Splendore tenne fuori i finanzieri dagli uffici Aisi di Padova

LA TRATTATIVA – Intervento del pm Nordio e uno 007 partì da Roma. Il via libera dopo 14 ore

Mose, perquisizione bloccata. Braccio di ferro Servizi-Procura

L’ombra dei Servizi segreti nello scandalo del Mose. Salta fuori anche questo dall’inchiesta condotta dalla Procura della Repubblica di Venezia. Particolari rimasti finora segreti e che il Gazzettino racconta in esclusiva.
Della presenza inquietante di “spioni” veri o presunti si sapeva già perchè lo stesso Piergiorgio Baita, l’amministratore delegato della Mantovani, il “genio” delle tangenti, aveva raccontato di aver pagato fior di milioni di euro in consulenze “spionistiche”.
In un verbale di interrogatorio del 6 giugno 2013, Baita rivela: «..nel corso di una colazione che Cicero mi organizzò a Roma vidi la presenza del generale Pollari e di altre persone ed immaginai che quegli ambienti a cui Cicero facesse riferimento potessero essere riferiti ai Servizi o quanto meno Cicero avesse la possibilità di mettersi in contatto con i servizi.» Cicero è Alessandro Cicero, responsabile di un giornale, “Il Punto”, in qualche modo in contatto con i Servizi segreti. Alla “fanzine” di Cicero, Baita verserà oltre 2 milioni di euro, convinto che Cicero sia in grado di fornirgli informazioni certe su quel che sta combinando la Procura veneziana.
Ed ecco che cosa succede all’alba del 4 giugno 2014, quando scatta il mega blitz che porterà in galera 34 persone e farà conoscere al mondo intero il “sistema Mose”, fatto di mazzette e corruzione. Sono le 4 del mattino e i Finanzieri si presentano sia a casa del colonnello Paolo Splendore (Baita ha assunto la figlia in una società controllata da Mantovani) che nella sede padovana dell’Aisi – Agenzia informazioni e sicurezza interna – che Splendore dirige. Ma il colonnello non ha alcuna intenzione di lasciare che i Finanzieri mettano le mani sulle sue carte e sui computer dell’Aisi. Alle 4 del mattino i Finanzieri chiamano al telefono Stefano Ancilotto, il p.m. dell’inchiesta Mose. «Non ci lascia effettuare la perquisizione, invoca il segreto di Stato, dottore, che facciamo?»
Ancilotto non ha dubbi: «Restate lì. Non vi muovete. Vi richiamo». Alza il telefono e parla con il Procuratore aggiunto Carlo Nordio, che coordina le indagini. «Sì, me la ricordo la telefonata. E mi ricordo di essermi messo in contatto con Roma. Mi hanno passato un funzionario dei Servizi, adesso non chiedetemi il nome che non me lo ricordo. Però era un funzionario in grado di decidere, questo sì. Io gli ho spiegato che non potevamo certo lasciar perdere e, dunque, che la perquisizione doveva essere eseguita. Dopo un po’, mi ha chiesto di essere presente e io ho detto di sì. Del resto si sa che un computer, anche quello di casa nostra, contiene un sacco di dati sensibili, figuriamoci un computer dei Servizi segreti. Per cui ho detto di sì e la perquisizione so che è iniziata alle 7 di sera». I Finanzieri hanno aspettato nella sede dell’Aisi di Padova dalle 4 del mattino fino alla 7 di sera. «Sì, il funzionario in questione ha preso un aereo per arrivare a Padova e lo abbiamo aspettato. Lo ripeto, fa parte delle garanzie che è giusto offrire a chiunque. A noi interessavano certe cose e solo quelle parti abbiamo sequestrato. So che la perquisizione poi è stata interrotta e ripresa la mattina dopo».
Nordio era stato diplomatico, ma fermissimo. E quel che non dice il magistrato che nel 1992 ha condotto la prima inchiesta sulla Tangentopoli Veneta, è che aveva fatto capire chiaramente che la Procura di Venezia non si sarebbe fermata. E se a qualcuno fosse saltato in mente sul serio di utilizzare il segreto di Stato, forse era meglio che fosse cosciente che si esponeva al ridicolo. Come si fa ad invocare il segreto di stato in una inchiesta sulle mazzette?
Ma l’episodio, soprattutto nei suoi dettagli, racconta di quante forze si siano mosse per bloccare l’inchiesta sul Mose. I vertici del Consorzio Venezia Nuova e l’amministratore delegato di Mantovani, Piergiorgio Baita, del resto non facevano mistero nelle telefonate e nelle intercettazioni ambientali della loro capacità di “sapere” che cosa bolliva in pentola in Procura a Venezia e i magistrati un po’ alla volta si erano fatti un’idea precisa, tant’è che la mattina del 4 giugno 2014 le manette scattano anche ai polsi del generale della Guardia di Finanza, Emilio Spaziante, mentre un anno prima era stato arrestato il vicequestore di Bologna, Giovanni Preziosa, perchè era entrato nel database delle forze dell’ordine senza autorizzazione ed aveva passato le informazioni a Baita. Dunque c’era al lavoro una vera e propria macchina dello spionaggio che lavorava contro l’inchiesta. I p.m scopriranno che indagati come Baita riuscivano ad avere anche copia dei verbali di interrogatorio, quelli che restano chiusi nell’ufficio del p.m., quelli che non ha nemmeno l’avvocato difensore. E anche Mazzacurati in una intercettazione ambientale diceva che sapeva perfettamente che lo stavano intercettando. «Anche una volta che sono andato a parlare con Gianni Letta, mi hanno beccato”. E adesso la Procura cercherà di capire esattamente chi, come e quando ha fornito agli indagati le informazioni segrete sull’inchiesta.

Maurizio Dianese

 

Mose, è un mostro di ferraglia che ha danneggiato l’ecosistema lagunare

Ritengo che il gravissimo scandalo relativo ai lavori per la costruzione del Mose sia la conseguenza di uno scandalo ancora più grande: la costruzione del mostro Mose. Il Mose, non ancora finito e costato finora 6 miliardi di euro pagati dai contribuenti onesti, è un mostro di ferraglia che ha danneggiato l’ecosistema lagunare. Non si sa quando e se finirà e con tutta probabilità non servirà a salvare (?) la nostra amata Venezia dall’acqua alta. In compenso fa ingrassare le imprese che lo costruiscono che, per far chiudere gli occhi a politici corrotti e dirigenti pubblici disonesti, gli hanno dato parte del bottino. È un peccato che non ci sia più la Repubblica Serenissima che gli avrebbe puniti in modo esemplare.

Giorgio Trinca – Mestre

 

Il sottosegretario alla Giustizia Ferri: pronte le norme per allungare la prescrizione e introdurre l’autoriciclaggio

Il procuratore Luigi Delpino: «Apprezzo la cautela di Cantone sul commissariamento Cvn»

PADOVA – ll commissariamento del Consorzio Venezia Nuova? Giuridicamente complicato e quindi non auspicabile. Il procuratore della repubblica di Venezia Luigi Delpino condivide la prudenza con cui il presidente dell’Anticorruzione Raffaele Cantone ha affrontato la questione durante la sua visita a Venezia. Il Mose non è l’Expo di Milano. E nel colloquio in Procura giovedì scorso Delpino, Adelchi D’Ippolito e i pm Stefano Ancilotto, Stefano Buccini e Paola Tonini hanno illustrato nei dettagli com’è nata l’inchiesta che ha fatto scattare i 35 arresti disposti dal gip Scaramuzza. «La corruzione non è servita per vincere gli appalti, ma per ottenere i soldi dal Cipe», ha spiegato il procuratore Delpino: è da questo assioma che si deve partire per capire lo scenario del tutto particolare dello scandalo Mose, l’opera più complicata mai realizzata in Italia, che va assolutamente conclusa entro il 2016. Un eventuale commissariamento stile Maltauro-inchiesta Expo Milano, potrebbe essere disposto solo per le aziende che fanno parte del Consorzio Venezia Nuova, costrette a «retrocedere » lo 0,2% degli importi dei lavori per creare i fondi neri con la sovraffatturazione. Il Cvn è un ente di diritto privato che gode di una concessione pubblica a carattere di monopolio senza obbligo di bandire gare d’appalto per il Mose: da 30 anni è così. Si può intervenire con la revisione della concessione con un provvedimento che ne modifichi le caratteristiche, come auspicato da Raffaele Cantone. Uno scenario che sarà affrontato in tempi rapidi dal governo con una legge ad hoc, come ha sottolineato il sottosegretario alla Giustizia Cosimo Ferri, ieri a Padova per un convegno. Insomma, dopo aver soppresso il Magistrato alle Acque, il premier Renzi risolverà anche il«nodo» Cvn. Sottosegretario Ferri, che idea si è fatto del Mose? «Il problema appalti e corruzione non riguarda solo il Mose e il governo l’ha affrontato con l’ultimo decreto legge che ha aumentato i poteri dell’Anac. Bisogna puntare sulle prevenzione e rivedere il meccanismo delle deroghe. C’è un codice farraginoso che viene applicato solo per i piccoli appalti e invece per le grandi opere si procede con le deroghe, con gli effetti perversi che conosciamo. Ciò vale per l’Expo e il Mose ma la prima deroga risale a Italia 90». Il governo come intende intervenire sulla revisione del falso in bilancio e sulla prescrizione, che rischia di vanificare il lavoro della magistratura. «Il governo non ha perso tempo e intende presentare un disegno di legge che riveda completamente l’istituto della prescrizione: tra l’altro è stata istituita con il premier Letta, la commissione Fiorella che ha già depositato una relazione con una serie di proposte su cui stiamo lavorando. Poi ci sono le iniziative parlamentari, che vanno analizzate». Proprio di questo discutete nel convegno di Padova: siparte dal ddl Grasso? «Il ddl del presidente del Senato Grasso considera la prescrizione solo per alcuni reati mentre il governo intende mettere ordine a tutti i reati con una disciplina organica. Per quanto riguarda il falso in bilancio e l’autoriciclaggio, noi abbiamo pronto un pacchetto contro la criminalità economica: ci saranno misure più incisive sulla confisca dei patrimoni illeciti della mafia. Ci vogliono norme più efficaci sulla confisca immediata mentre il reato di autoriciclaggio va previsto solo nei confronti di chi reinveste i proventi del profitto illecito, a patto che sia davvero la stessa persona».

Albino Salmaso

 

Mose, lo scandalo travolge l’Università del Patriarcato

Venezia, fondi finiti: Moraglia chiude i corsi, la società editrice e la Facoltà di diritto canonico
del Marcianum, voluto e fondato da Scola.

Le decisioni “approvate” da Santa Sede e Papa

VENEZIA – Via libera dal Pontefice «Un atto non scontato da parte della Santa Sede»

Attraverso una lettera, il 19 giugno, il Pontefice ha determinato il disimpegno della diocesi dal Marcianum, così come deciso dal patriarca

L’ANNUNCIO SU GENTE VENETA – Senza sponsor e con più costi impossibile andare avanti

Lo scandalo travolge l’università della Curia Soldi finiti, stop ai corsi

Rotti i rapporti con il Consorzio Venezia Nuova, il Marcianum taglia e si trasforma

Il patriarca Moraglia aveva chiesto al predecessore Scola di farsene carico: niente da fare

LA NUOVA FONDAZIONE – Si è dimesso anche Chiarotto storico patron di Mantovani

L’incontro non deve essere stato facile. E non solo per un delicato problema di “timore reverenziale” tra un principe della Chiesa come il cardinale Angelo Scola e monsignor Francesco Moraglia, suo successore come Patriarca di Venezia. Di sicuro, però, lo scambio di opinioni tra i due uomini di Chiesa nella sede milanese dell’Arcivescovado, deve essere stato molto franco. Così schietto e risoluto che, alla fine, è stato tracciato il classico rigo: addio all’esperienza della Fondazione Marcianum come “polo educativo e di formazione cattolica” in quel di Venezia.
Moraglia, nella veste di Gran Cancelliere della Fondazione, che da tempo si è trovato a sbrogliare la matassa dei costi di questo “think tank” ideato nel 2006 dal suo predecessore sulla cattedra di San Marco, ha messo sul piatto della bilancia non solo la questione Marcianum, ma anche rivelato le difficoltà economiche e finanziarie dell’ente all’indomani del “terremoto” dello scandalo Mose che ha visto il Marcianum fino all’anno scorso tra i beneficiari dei fondi “girati” dal Consorzio Venezia Nuova attraverso il suo ex presidente Giovanni Mazzacurati, che era anche al vertice dell’istituto di formazione veneziano.
Ed è toccato proprio allo stesso Patriarca Moraglia rivelare in un’intervista al settimanale diocesano “Gente Veneta”, come egli si sia recato a Milano il mese scorso, insieme al proprio vicario episcopale, per incontrare Scola e formulare, visto il venir meno degli sponsor e l’incremento dei costi di gestione e in piena tempesta giudiziaria, che la Diocesi di Venezia non sarebbe stata più in grado di sostenere l’ente, invitando lo stesso Scola a farsene carico anche come ideatore del progetto.
Una richiesta precisa che Scola ha escluso di poter assolvere ritenendola una “strada non praticabile”. A definire la fine delle attività teologiche del Marcianum (la Facoltà di diritto canonico che non attiverà i corsi del primo anno così come non partiranno le iniziative dell’Istituto di scienze religiose, nonchè l’attività editoriale Marcianum press oltre al Convitto internazionale) non solo il “no” di Scola, ma anche le autorevoli prese di posizione e i giudizi giunti da Oltretevere, prima attraverso la Congregazione del Clero, la Cei, poi la Segreteria di Stato del Vaticano fino ad arrivare a Papa Francesco. Ed è stato proprio dal Pontefice, con gli atti e i mezzi a sua disposizione, attraverso una lettera del 19 giugno scorso, che è giunto il disimpegno dal Marcianum come Venezia lo aveva conosciuto in questi anni, attraverso una “procedura” che in qualche modo ha dato una esplicita approvazione ad una decisione assunta a livello diocesano. «Un atto – ha spiegato monsignor Moraglia – né comune né scontato da parte della Santa Sede».
Una decisione che comunque era nell’aria da un po’ di tempo, complice il fatto che il Marcianum si era ritrovato nell’occhio del ciclone per l’inchiesta della magistratura sul Mose, e che proprio recentemente aveva portato al riassetto della Fondazione con l’ingresso di un nuovo gruppo di dirigenti alla guida di Gabriele Galateri di Genola, dopo che Moraglia aveva già “sacrificato” il liceo Giovanni Paolo I accorpandolo ad un altro ente educativo paritario come l’Istituto Cavanis.
E proprio dalla dismissione del “ramo religioso” della Fondazione che sboccerà ora la nuova vita dell’istituzione con un percorso mirato, lungo un biennio con alcuni progetti legati all’innovazione, al lavoro e alla ricerca sociale in stretto rapporto con il territorio nel segno della dottrina sociale della Chiesa tanto cara proprio a Moraglia. Una “formula” che, se da un lato trasforma il Marcianum e ne modifica le prospettive, dall’altro lo inserisce, con ogni probabilità, tra i “pensatoi” della realtà veneziana e veneta. E in questo quadro, al di là della rescissione del cordone ombelicale con la Diocesi di Venezia, il consiglio di amministrazione che si è riunito ieri in città, ha scelto Paolo Lombardi come nuovo amministratore delegato che subentrerà a Marco Agostini cooptato in cda, ma soprattutto ha accettato le dimissioni di Romeo Chiarotto, patron di quella Mantovani spa coinvolta recentemente nell’inchiesta sul sistema Mose a Venezia. Un nome autorevole, tanto quanto quello di Mazzacurati già dimessosi nelle scorse settimane, ma che nei corridoi del Patriarcato di Venezia risultava, al giorno d’oggi, oltremodo imbarazzante.

Paolo Navarro Dina

 

VICENZA – Martedì il Riesame di Venezia discute sulla liberazione negata all’ex eurodeputata vicentina

Lia Sartori: «Sono ai domiciliari per un reato che è già prescritto»

INDAGATA – L’ex eurodeputata vicentina Amalia Sartori è agli arresti domiciliari

LA SMENTITA DELLA PROCURA «I termini non sono scaduti, ma i tempi sono ravvicinati»

VICENZA – «Mi tengono in carcere per un reato già prescritto». Amalia Sartori detta Lia, vicentina di Valdastico, per due volte eurodeputata, con un pedigree di lungo corso prima con i socialisti, poi con Forza Italia, è chiusa nella sua casa in Contrà San Faustino a Vicenza. Non può comunicare con l’esterno visto che sta agli arresti domiciliari, a seguito dell’ordinanza del gip veneziano Alberto Scaramuzza sullo scandalo del Mose e dei grandi appalti a Nord Est. Il provvedimento è scattato il 2 luglio, di buon mattino, non appena è venuta a mancare la tutela dell’Europarlamento, visto che la Sartori non è stata rieletta a Strasburgo. Ma lei ha deciso di tener duro.
La sua dichiarazione viene riportata dall’avvocato Pierantonio Zanettin che, assieme ad Alessandro Moscatelli, assiste l’indagata. Ma è probabile che il 22 luglio, quando la posizione sarà discussa davanti al Riesame a Venezia, si aggiunga il professore Franco Coppi. «Non è giusto tenerla ai domiciliari per un reato di finanziamento illecito dei partiti che è già prescritto. Il provvedimento non doveva neppure essere emesso» spiega l’avvocato Zanettin che ha sintetizzato le sue considerazioni in una memoria. «Prima vogliamo uscire, poi ci difenderemo nel merito». E replica al gip Scaramuzza che, negando alcuni giorni fa la liberazione, ha spiegato come non sia prevedibile una condanna sotto i limiti della prescrizione, visto che l’indagata non ha presentato richiesta di riti alternati. «Se lo scordi che chiederemo il patteggiamento» replica ora l’avvocato Zanettin, affilando le armi in vista della discussione di martedì prossimo.
In Procura a Venezia negano che siano scattati i tempi della prescrizione, anche se i termini sono abbastanza ravvicinati. L’ex parlamentare è finita nei guai per alcuni versamenti elettorali da parte del Consorzio Venezia Nuova. Bisogna prestare attenzione alle date. I primi 25 mila euro risalgono al 2009, con la dimenticanza di delibera da parte degli organi sociali del Consorzio. Altri 200 mila euro sarebbero stati corrisposti, come finanziamento elettorale, in un periodo che va dal 2006 al 2012. Il capo d’imputazione fa riferimento, in concreto, a 50 mila euro consegnati personalmente (e in contanti) da Giovanni Mazzacurati, padre-padrone del Consorzio, il 6 maggio 2010 in un albergo di Mestre.

G. P.

 

AMBIENTE VENEZIA – Sollecitato un incontro con il commissario prefettizio

Mose, appello a Zappalorto: «Esperti estranei al Consorzio»

Una conferenza stampa davanti a Ca’ Loredan, quella organizzata ieri da Ambiente Venezia per sollecitare un incontro con il commissario Vittorio Zappalorto in materia di Mose e grandi navi. «Temi sui quali ha ascoltato tutti, fuorché noi – hanno detto Armando Danella e Luciano Mazzolin – Poco fa abbiamo consegnato alla sua segreteria la richiesta scritta di audizione, accompagnata dalla versione aggiornata del Libro bianco sulle grandi navi e dal testo dell’esposto su eventuali danni erariali legati al sistema Mose, depositato il 17 luglio presso la Procura della Repubblica».
Nello spiegare che per loro quest’ultimo «è sempre stato un progetto sbagliato e costosissimo, sia per la realizzazione sia per la manutenzione», i promotori dell’iniziativa hanno spiegato che dal commissario pretendono «la nomina di una commissione di esperti per eventuali varianti in corso d’opera, oltre alla sospensione dei lavori e al blocco dei fondi assegnati dal Cipe e non ancora spesi».
Sulle grandi navi da crociera, invece, Ambiente Venezia invita Zappalorto a dissociarsi dal Governo «qualora volesse forzare i tempi convocando il Comitatone o riunioni tecniche più o meno partecipate, inserendo l’ipotesi di scavare nuovi canali in laguna nel provvedimento sull’accelerazione delle opere infrastrutturali che il premier Renzi vorrebbe emanare entro il 31 luglio». E chiedendo altresì al commissario «di farsi interprete e garante delle nostre richieste di sottoporre tutti i progetti presentati a parere tecnico preliminare della commissione nazionale Via, di tener conto dei tre pareri espressi da questa nel settembre 2013, di non nominare esperti che abbiano avuto collaborazioni con il Consorzio Venezia Nuova e di pubblicizzare tutti gli atti».

 

IMPRESE – Dopo l’arresto per le tangenti Expo, Enrico fuori dal cda, via anche le sorelle Elena e Adriana. E in futuro nuovo brand

E la Maltauro ora pensa di cambiare nome

NOVITÀ AL VERTICE – Organismo di vigilanza: arriva un generale della Gdf

VENEZIA – Signori si cambia. Sembra essere proprio questo il motto del nuovo corso della Maltauro, il gruppo vicentino delle costruzioni, tra le prime dodici aziende italiane del settore, forte di un portafolgio ordini vicino ai 3 miliardi di euro. Dopo l’arresto del presidente Enrico Maltauro, coinvolto nella scandalo delle tangenti legate all’Expo, l’azienda ha deciso di avviare una vera e propria rivoluzione, che porterà quasi certamente anche alla scomparsa dello stesso storico nome dell’impresa vicentina nata nel 1921 a Recoaro Terme. Intanto il nome, anzi il cognome, Maltauro è già sparito dagli organigrammi di vertice del gruppo. Dal nuovo consiglio d’amministrazione dell’impresa sono infatti usciti non solo il protagonista dell’inchiesta sull’Expo, ossia Enrico Maltauro (a cui fa capo il 25% della società), attualmente agli arresti domiciliari, ma anche le sorelle Elena e Adriana, anch’esse titolari di una quota del 25% a testa. La continuità aziendale sarà comunque garantita da Gianfranco Simonetto, alla cui famiglia fa capo il restante 25% della Maltauro. Simonetto, con la qualifica di amministratore delegato, condividerà la guida dell’azienda con il nuovo amministratore delegato, Alberto Liberatori, entrato in azienda all’inizio di luglio. Alla presidenza della società arriva una donna, la commercialista milanese Gabriella Chersicla, tra l’altro vice presidente del gruppo Parmalat. Nel consiglio sono stati invece confermati i due consiglieri indipendenti Alberto Regazzo e Francesco Marena, mentre al posto delle sorelle Maltauro sono entrati due nuovi consiglieri: Piergiuseppe Biandrino, general counsel di Edison e Bettina Campedelli, docente dell’università di Verona e membro del cda di Cattolica. Rinnovato anche l’organismo di vigilanza alla cui presidenza è stato chiamato Rodolfo Mecarelli, generale di brigata della Guardia di Finanza nonchè consigliere della Banca d’Italia. La novità più clamorosa dovrebbe però arrivare nei prossimi mesi con l’abbandono del marchio storico, cioè il nome Maltauro, danneggiato sul piano dell’immagine dall’inchiesta milanese sull’Expo, e l’individuazione di un nuovo nome per il gruppo vicentino.

(lil.ab)

 

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Comunicato Stampa Opzione Zero


Altri due Comuni del Miranese-Riviera del Brenta chiedono il ritiro del progetto; in tutto sono cinque i Comuni contrari, tutti quelli collocati alla “testata” della famigerata romea commerciale.

La pressione dei Comitati, l’insostenibilità dell’opera, e il marciume legato alle grandi opere stanno ribaltando nei territori la retorica “del fare comunque” tanto cara a Renzi e Zaia.

Dall’inchiesta MOSE emerge in modo chiaro come proprio la nuova autostrada fosse pensata e voluta a solo uso e consumo delle cricche del cemento legate alla Mantovani, a Bonsignore e alle Coop emiliane.

Il mostro di asfalto si può e si deve sconfiggere, la priorità deve diventare è la messa in sicurezza della Romea.

Dopo la presa di posizione del Comune di Mira, Dolo, Fiesso ora si aggiungono anche i Comuni di Pianiga e Mirano: l’Autostrada Orte-Mestre è un progetto che deve essere stracciato nella sua interezza.

Infatti i voti dei consigli Comunali di Pianiga e Mirano contro la Orte-Mestre segnano ancora una volta una inequivocabile e netta inversione di tendenza: di fronte all’evidenza dei fatti, gli argomenti e le ragioni di chi continua a sostenerla non reggono più, diventando pura retorica, tanto più se chi la sostiene ora si trovano in carcere o agli arresti domiciliari proprio a causa di una gestione mafiosa della grandi opere.

Da dieci anni, i comitati analizzano dati ufficiali e incontrovertibili ponendoli all’attenzione delle istituzioni locali che, finalmente, si sono decise a prenderne atto: l’opera, oltre che anacronistica, risulta del tutto insostenibile e distruttiva da qualsiasi punto di vista. E del resto proprio dalle indagini sul MOSE, (dichiarazioni di Claudia Minutillo), emerge come proprio la nuova autostrada Orte-Mestre, del costo di almeno 10 miliardi di euro, fosse in cima agli interessi della cricca veneta del cemento così come di quella genovese legata a Bonsignore e di quella legata alle Coop Emiliane: dopo il MOSE, la nuova autostrada sarebbe diventata un altro grosso “osso” da spolpare attraverso la truffa del Project Financing.

Non è un caso che, a livello istituzionale, siano proprio i Comuni ad alzare per primi la voce. Sono infatti le amministrazioni e le popolazioni locali i soli a pagare gli effetti devastanti delle cosiddette “grandi opere” come la Orte-Mestre, sia in termini ambientali sia in termini economici. Anche per i Sindaci più possibilisti ormai è chiaro che le solite promesse di Governo e Regione sulle opere di compensazione sono solo specchietti per le allodole: la storia del Passante sta lì a dimostrarlo.

Rebecca Rovoletto e Lisa Causin, portavoce del Comitato, esprimono grande soddisfazione per questo importante risultato che continua a rafforzare e dà speranza a chi è da sempre impegnato in questa difficile battaglia; e che dimostra che i Comuni nel cui territorio dove dovrebbe trovare spazio la “testa” dell’autostrada si oppongono a tale progetto.

Inoltre la portata di questa presa di posizione supera finalmente la discussione artificiosa e fuorviante, tipicamente NIMBY, in quanto tale progetto viene rigettato per intero.

Secondo Mattia Donadel, presidente di Opzione Zero, “bisogna crederci fino in fondo”: l’approvazione del progetto preliminare della Orte-Mestre non è per nulla irreversibile, si tratta di una decisione politica e come tale può essere messa in discussione in ogni momento.

Per Opzione Zero e per tutto il variegato arcipelago di organizzazioni che costituisce la Rete Nazionale Stop Orte-Mestre, è fondamentale che Comuni e le forze politiche trovino il coraggio di cambiare posizione a capiscano che è invece necessario affrontare in modo prioritario il tema della messa in sicurezza immediata della SS 309 e del trasporto pubblico locale, vere urgenze per i cittadini della Riviera.

 

Quote Ihfl con Galan: Zaia apre un’inchiesta su Pavesi e Simoni

Il governatore manda gli atti alla procura della Repubblica «Il manager di Usl 17 e Usl 8 hanno un rapporto di esclusiva»

VENEZIA – Luca Zaia non finisce di stupirsi. Aveva nominato Bortolo Simoni direttore generale dell’Usl 8 di Asolo, al posto del galaniano di ferro Renato Mason. Pensava di aver fatto la scelta giusta: un medico in sostituzione dell’ex segretario regionale degli artigiani della Cgia, trasvolato dai problemi delle piccole aziende a quelli delle sale operatorie. Va bene che tutti possono fare tutto, ma utilizzare le competenze appropriate nei settori di riferimento, come minimo riduce i problemi. Nossignore, oggi Zaia si ritrova il dottor Simoni dentro alla Ihfl, la società costituita da Giancarlo Galan assieme a Giancarlo Ruscitti, l’ultimo segretario regionale alla sanità di quella gestione, l’uomo che aveva lanciato gli appalti per Area Vasta in modo da sottrarre autonomia ai direttori generali e far risparmiare soldi ai contribuenti. Senza accorgersi dell’«effetto collaterale», la gestione calore negli ospedali andava quasi dappertutto alla Gemmo Impianti, una delle poche imprese abituate a vincere sempre nel quindicennio di Galan. Con contratti milionari per 9 anni, rinnovabili per altri 9. Ne vennero fuori ricorsi alla magistratura in tutte le province, che paralizzarono il giochino, almeno per un po’. Dentro a Ihlf Galan ha reclutato anche il vecchio amico Giovanni Pavesi, direttore generale dell’Usl 17 Monselice-Este, dove i casi della vita vedono oggi l’ex presidente della Regione ricoverato come paziente a rischio. Di passaggio registriamo che la frattura a tibia e perone sembrerebbe retrocessa a semplice frattura del malleolo. Meno male, Giancarlo potrà guarire più in fretta: chi non lo vorrebbe? Pavesi era stato insediato nel 2008 ma è stato confermato il 31 dicembre 2012 da Luca Zaia. Questa è la seconda sgradita sorpresa per l’attuale inquilino di palazzo Balbi. Più seria di quella di Simoni, perché alla giunta regionale risulta che Pavesi sia presente anche in altre società, sempre in conflitto con l’attività esclusiva di direttore generale. Dentro ad Ihfl troviamo un altro medico veneto, Alberto Prandin, fino al 1° marzo 2013 direttore generale dell’Oras di Motta di Livenza, un ospedale ad alta specializzazione riabilitativa per cerebrolesi, a gestione mista pubblico-privato. Prandin era espressione della parte privata. E’ grande amico di Giancarlo Galan, che da presidente della Regione andava a inaugurare i nuovi padiglioni con dichiarazioni frizzanti alle tv: «L’Oas è un’eccellenza che dimostra come sono fuori luogo certi atteggiamenti post bolscevichi, in cui il privato è quasi sempre un pregiudicato da tenere lontano». Il 1° marzo 2013 Prandin è stato sfiduciato dal Cda e licenziato in tronco, non s’è mai capito bene perché. Forse premi contestati, ci sono cause in corso. Altri soci della Ihfl, i cui nomi sono già apparsi sui giornali, sono Massimo Bufacchi, direttore dell’Ulsa, l’ufficio per il lavoro della sede apostolica del Vaticano e Stefano Del Missier, vicedirettore generale della sanità lombarda. Giancarlo Galan controlla il 50% di Ihfl mascherato da una società fiduciaria, la Sirefid, il cui Cda è presieduto da Angelo Caloia, professore dell’Università Cattolica di Milano nonché ex direttore dello Ior, la banca del Vaticano, prima di Gotti Tedeschi. La Ihfl viene costituita il 29 dicembre 2011 nello studio milanese del notaio Angelo Busani, già candidato sindaco a Parma per Forza Italia. Lo stesso notaio che ratifica la formazione di un’altra società, la Prohealth, che avrebbe la stessa ragione sociale della Ihlf e tra i cui soci figurerebbe la Gemmo Impianti di Vicenza. Questi intrecci societari, secondo la procura di Venezia, miravano a controllare la realizzazione del nuovo ospedale di Padova, il cui promotore è un’Ati presieduta da Palladio Finanziaria di Roberto Meneguzzo. Meneguzzo è l’imputato più conteso dopo il 4 giugno: arrestato su richiesta della procura di Venezia,ha tentato il suicidio in carcere, gli hanno concesso i domiciliari, ma è stato immediatamente reincarcerato, su richiesta della procura di Milano. Le vicende sono contigue: mettetevi d’accordo verrebbe da dire. Questo tourbillon non ha fatto girare la testa a Luca Zaia. E’ lui che nomina i direttori generali della sanità. Dopo la sorpresa del primo giorno, con l’uscita dei nomi e l’intreccio societario, Simoni e Pavesi sono stati immediatamente convocati al Balbi per una formale contestazione. I due hanno risposto: Simoni ha invocato la buonafede (si sarebbe trovato coinvolto da persone di cui professionalmente non dubitava, senza cogliere la necessità di informare la giunta regionale); Pavesi ha scritto poche righe, rivendicandola correttezza dell’operato. Sulla quale invece ci sono dubbi serissimi. Le due memorie sono al vaglio dell’avvocatura regionale: il direttore generale ha un contratto con la Regione che prevede l’esclusività. Non aver dichiarato di far parte di una società che si occupa di sanità, costituita prima di firmare il contratto con la Regione, è un duplice conflitto: di interesse e di mancata esclusività. Il rapporto fiduciario è minato. Le carte del procedimento sono state mandate alla procura della repubblica.

Renzo Mazzaro

 

Galan in ospedale, martedì vota la Camera: nessuna perizia dei pm

In attesa della decisione della Camera dei deputati nei confronti dell’ex ministro e parlamentare di Forza Italia Giancarlo Galan, i pubblici ministeri Paola Tonini, Stefano Ancilotto e Stefano Buccini proseguono gli interrogatori degli indagati: nei giorni scorsi sono stati risentiti tra gli altri il dirigente del Consorzio Venezia Nuova Pio Savioli, l’ingegner Luciano Neri, tecnico anche lui del Consorzio, e il consigliere regionale del Pd Giampiero Marchese. I rappresentanti dell’accusa vogliono chiudere al più presto le indagini, chiedendo il giudizio immediato davanti al Tribunale collegiale per tutti coloro che sono ancora sottoposti alla misura cautelare del carcere o degli arresti domiciliari e la citazione diretta davanti al giudice monocratico per coloro che sono accusati del solo reato di finanziamento illecito ai partiti. Naturalmente prima dei processi potrebbe esserci più di qualcuno che raggiungerà l’accordo con la Procura per patteggiare la pena e quindi eviterà di presentarsi in aula. Il questo modo i processi potrebbero svolgersi prima della primavera del prossimo anno. Per quanto riguarda la malattia di Galan o, meglio, l’impossibilità che ha segnalato al presidente della Camera Laura Boldrini di non potersi muovere per almeno40giorni, Procura e giudice delle indagini preliminari non hanno disposto alcuna consulenza o perizia medico legale per lo stesso motivo per cui hanno respinto la richiesta di trasformare la custodia in carcere in arresti domiciliari (il provvedimento è sospeso in attesa della decisione dei deputati). Ma leggendo la documentazione sanitaria che lo stesso Galan ha inviato si può osservare che non c’è alcuna frattura di tibia o perone, bensì quella meno grave del malleolo della gamba sinistra, frattura tra l’altro «composta» scrive il direttore dell’Unità di Ortopedia dell’ospedale Sant’Antonio di Padova. Insomma, poco più di una forte storta alla caviglia sinistra, che va comunque aggiunta alle altre patologie dell’esponente politico se si valuta la condizione generale della sua salute. Ma ad essere messa in discussione è la sua impossibilità a muoversi.

(g.c.)

 

Mose, rischiano le imprese

Cantone a Venezia: «Valuterò se andranno commissariate»

Cantone: «Mose peggio dell’Expo bloccare il monopolio dei privati»

Il presidente dell’Anticorruzione: «Il Consorzio Venezia Nuova non ha mai fatto un appalto dal 1984

Più che il commissariamento ci vuole subito una legge per assegnare la gestione dell’opera»

VENEZIA «Il Mose? Peggio dell’Expo». Commissariamento alle porte, dunque? Un’ipotesi possibile, ma da verificare nel caso veneziano: «Ho bisogno di capire se la norma che prevede il commissariamento delle imprese coinvolte sia applicabile anche a imprese che non sono transitate per un appalto. Il Consorzio Venezia Nuova non ha mai fatto un appalto. Assegnava lavori a imprese che ne facevano parte. Legalmente, perché la legge glielo permetteva. Valuteremo cosa fare, al Consorzio ho acquisito dei documenti che dovrò valutare». Al termine della sua lunga giornata veneziana – tra una visita alla centrale operativa del Mose e un incontro con i vertici del Consorzio Venezia Nuova, un faccia-a-faccia con i pubblici ministeri che si occupano dell’inchiesta e un affollato dibattito pubblico con senatore pd Felice Casson – il presidente dell’Autorità Anticorruzione, Raffaele Cantone, ha giudizi taglienti, seziona punti critici dello scandalo Mose (partendo dalla legge sul concessionario unico), ma non ha interventi certi da annunciare: l’impressione è che il commissariamento delle imprese coinvolte nell’indagine-terremoto “gli pruda” tra le mani,ma che non sia scontata la sua applicabilità al caso veneziano. Così è cauto sul presente e netto per il futuro: per la gestione del Mose, Cantone chiede una legge che blindi il futuro dagli errori del passato. «La più grande opera d’Italia, quella che il mondo sta studiando e incredibilmente», ha sottolineato Cantone, «ha avuto una gestione privatistica. Ora però si apre una questione fondamentale. Chi farà la manutenzione del Mose: sarà il grande affare successivo e bisognerà tenere gli occhi aperti», «ci vorrà una legge per stabilire come verrà gestita, anche perché dobbiamo partire da una domanda: quali aziende avranno la competenza per la gestione del Mose? Probabilmente solo quelle che lo hanno costruito, e quindi bisognerà tenere gli occhi bene aperti. Questo rischia di trasformarsi in un appalto a vita», frutto di una «legge criminogena, quella del 1984, che ha permesso che un consorzio prima in parte pubblico e privato, e poi solo privato, gestisse una somma enorme di soldi, praticamente senza nessun controllo da parte dell’autorità pubblica, e se qualche controllo c’è stato è stato corrotto o comprato». «Per me è molto strana l’idea di un privato che gestisca soldi pubblici e faccia anche i lavori», aveva commentato al termine del suo incontro con i vertici del Consorzio (il presidente Mauro Fabris, il direttore Hermes Redi, accompagnati anche dall’avvocato del Cvn Biagini) che gli hanno illustrato lo stato di avanzamento delle opere e la centrale operativa, da dove attivare il Mose a quota 110 cm di marea sul medio mare. Tornando all’ipotesi di commissariamento, il problema è giuridico, perché l’articolo 32 del decreto 90/2014 parla di «impresa aggiudicataria di un appalto per la realizzazione di opere pubbliche, servizi o forniture»: il Consorzio (privato) le opere le ha ottenute come concessionario unico dello Stato e le ha date in appalto, anche se i suoi vecchi vertici sono accusati di aver stipendiato i controllori e coperto di danaro chi doveva decidere sui progetti, mettendo le tangenti in conto allo stato con fatture per spese inesistenti. «Gli atti che posso firmare devono essere conseguenti a atti giudiziari: avevo bisogno di capire», ha detto ancora Cantone al termine dell’incontro con il procuratore Luigi Delpino, il neo procuratore aggiunto Adelchi d’Ippolito, i pubblici ministeri che hanno seguito l’inchiesta Stefano Ancilotto, Stefano Buccini e Paola Tonini. «La vicenda non è semplice, né tranquilla: questa è l’opera più complicata che c’è in Italia».

Roberta De Rossi e Francesco Furlan

 

l’incontro con casson e i cittadini a marghera

«Trattare i corruttori come mafiosi»

Il magistrato al convegno sul malaffare: un cancro da combattere

MARGHERA «La corruzione è un cancro come la mafia: fino a che molte persone continueranno ad accettare i corruttori perché in qualche modo simpatici, capaci di risolvere i problemi, nulla potrà essere risolto». Il presidente dell’Autorità Anti-corruzione Raffaele Cantone arriva a Marghera dopo la sua giornata in centro storico e trova ad accoglierlo un teatro Aurora strapieno per l’incontro promosso dall’associazione Umberto Conte per discutere, in un dialogo con l’ex magistrato e senatore del Pd Felice Casson, di politica e malaffare, proprio a partire dall’Expo e dal Mose. «Sembra essere tornati indietro di vent’anni perché sia a Milano che a Venezia», dice Cantone, «ricorrono i nomi delle stesse aziende, degli stessi imprenditori ». Da Tangentopoli in poi, dice il magistrato napoletano, non è stato fatto nulla dal punto di vista della prevenzione, non si è lavorato per stigmatizzare la corruzione, perché in fondo chi corrompe risolve i problemi, permette che gli affari vadano avanti «e invece elimina la concorrenza e uccide le aziende sane: nessuno si meraviglia se una persona condannata per corruzione torna in parlamento». È un problema, anche, di anticorpi, da risolvere, secondo Casson, in tre mosse: repressione, prevenzione, e formazione. Perché c’è anche quella forma di corruzione legale che, per il senatore del Pd, ha permesso che per vent’anni quasi nessuno, a destra come a sinistra, aprisse bocca sul meccanismo perverso creato in laguna, dove «Il Consorzio ha pagato sponsorizzato, anche legalmente, moltissimi soggetti», dice Casson, «come possiamo pretendere che poi questi soggetti prendano decisioni contrarie agli interessi del Consorzio che li finanzia?». È una realtà, quella del Mose, che Cantone dovrà approfondire nei prossimi giorni, prima di decidere come muoversi, sulla scorta dei documenti che ha acquisito al Consorzio. E ci sono documenti che vorrebbero vedere anche Carlo Giacomini e Andreina Zitelli, docenti universitari ed ex componenti della commissione nazionale di valutazione d’impatto ambientale del Mose, che combattono da anni. «Il Consorzio ritiene di avere una struttura privatistisca e di non essere soggetto alla trasparenza», ha risposto loro Cantone, a margine, alla fine dell’incontro. Quella stessa trasparenza che, come ha sottolineato più volte lo stesso Cantone, è fondamentale per combattere la corruzione «perché se un’azienda vince un appalto con un ribasso del 41% e poi in corso d’pera l’importo aumenta in modo esponenziale tutti capirebbero che c’è qualcosa che non torna». Il dibattito vola dai passi avanti della legge Severino, nell’alveo della quale è maturata la sua nomina a presidente dell’Autorità, al codice degli appalti da riformare «perché avvantaggia solo i grandi gruppi e schiaccia i più piccoli ». Si parla anche di mafia: «Le infiltrazioni al Nord ci sono ma la corruzione non è in questo caso un fatto mafioso».

Francesco Furlan

 

In elicottero col Cvn, poi il sì alla maxi isola

Davanti a Sant’Erasmo gli edifici per la centrale elettrica, il soprintendente Rossini si era opposto

VENEZIA – Decine di edifici in ferro e cemento che oscurano la vista del mare. Una colata di calcestruzzo in mezzo alla laguna, dove prima c’erano acqua e bassi fondali. Uno degli interventi più importanti del progetto Mose è la nuova isola artificiale davanti a Sant’Erasmo. Tredici ettari di cemento, con le nuove costruzioni ormai quasi ultimate. Adesso dovranno essere realizzate anche le ciminiere, la grande centrale elettrica per creare l’energia necessaria a far funzionare il Mose. Un pezzo della grande opera che aveva sollevato esposti e proteste sempre ignorate. Adesso, nel mezzo della grande inchiesta che prova a far luce su trent’anni di concessione unica, anche quelle vicende assumono una nuova luce. L’iter di autorizzazioni che aveva portato alla realizzazione dell’isola presenta infatti numerosi aspetti piuttosto originali. Il parere della Soprintendenza veneziana al progetto definitivo è infatti di segno nettamente negativo. L’allora soprintendente Giorgio Rossini manda al ministero il 3 settembre 2003 un lungo e articolato parere istruttorio. «L’insieme delle opere da realizzarsi nelle tre bocche di porto», scrive, «presenta elementi di alterazione fisica e paesaggistica di rilevante entità, la cui accettazione potrebbe essere giustificata solo alla luce dell’assoluta certezza dell’utilità dell’opera e della sua effettiva durata». «Tale intrusione», scrive Rossini, «risulta infatti permanente e irreversibile, ostativa di eventuali modifiche a fronte di possibili future esigenze». Quanto basta per ricevere almeno uno studio che risponda ai quesiti sollevati. Invece solo tre mesi dopo, il 3 dicembre del 2003, il Comitato di settore per i Beni ambientali e architettonici, riunito a Roma e presieduto da Marisa Bonfatti Paini, supera – e annulla – il parere negativo del soprintendente. «Vista la complessità della questione», scrive la commissione, di cui fanno parte anche il direttore generale Roberto Cecchi, già soprintendente in laguna, Giovanni Carbonara, Stella Casiello e Ruggero Martines, «ha deciso di effettuare un sopralluogo in elicottero». Alla fine del giro sull’elicottero del Consorzio Venezia Nuova il parere è positivo e rassicurante: «Nessuna opera interessa direttamente manufatti vincolati». Il Mose può andare avanti.

Alberto Vitucci

 

L’OPINIONE

di Giuseppe Tattara – Già professore a Ca’ Foscari dipartimento di Economia

È necessaria una verifica tecnica del Mose

Gentile dottor Raffaele Cantone, ho ascoltato la trasmissione televisiva “In onda” (TV7) e ho letto le sue dichiarazioni riportate sui giornali in merito al Mose. Lei sembra affermare una cosa che molti dicono, e cioè che il Mose è in stadio molto avanzato, pressoché al termine, e che una possibile azione del suo ufficio può riguardare solo la sua futura manutenzione. Io la vorrei invitare a prendere in esame alcuni fatti. 1) la tecnologia impiegata. A suo tempo e ancora oggi sono stati avanzati molti dubbi sul fatto che funzionerà (ad esempio i pareri del Consiglio superiore dei lavori pubblici e della commissione“Via”, 1998). Le verifiche tecniche operate dal Magistrato alle Acque erano frutto di corrutela e altre non ce ne sono state. Che senso ha terminare un’opera anche mancasse poco alla fine, cosa non vera, senza fare prima una verifica tecnica indipendente? Anche il Collegio di esperti internazionali a suo tempo convocato notò la “possibilità di una indesiderata risonanza tra gli elementi delle barriere”(Rapporto, 1998), che vanificherebbe l’efficacia dell’opera. Vogliamo che tutto marcisca nel fondo della laguna senza mai operare? Perché non fare oggi quella verifica tecnica che sarebbe stato necessario fare a suo tempo e non fu mai fatta? 2) ll Mose manca di un progetto esecutivo (Corte dei Conti, 2003) in base al quale si possa affermare che a tutt’oggi ne è stata completata una quota definita. Bisogna fare un’ attenta verifica circa lo stato di avanzamento dei lavori e valutare dove e se è eventualmente possibile intervenire (ad esempio le cerniere, il materiale delle paratie e altro). 3) Lei ha fatto presenti a più riprese le incongruità della Concessione Unica. Benissimo. Ma lei sa bene che nel 1995 una legge ha stabilito la abrogazione della Concessione unica e le nuove opere sono state realizzate dal Consorzio considerandole “aggiuntive” alla concessione originaria, quindi senza concorso pubblico. Ma lei vuole veramente continuare su questa strada e affidare i lavori mancanti al Consorzio? È ovvio che si sta aggirando la legge con un espediente indegno di un Paese civile. Spero veramente che lei ci ripensi o di aver capito male le sue intenzioni.

 

LAVORI DEL MOSE

Dopo la grande retata non è cambiato niente

A un mese mezzo dalla grande retata del Mose, tutto è come prima. I lavori alle bocche di porto continuano,con la posa in opera dei cassoni alla bocca di porto di Chioggia. Il Consorzio Venezia Nuova ha cambiato i vertici corrotti,come pure Mantovani Spa, l’impresa capofila del Consorzio. Il tutto come fosse un’ordinaria storia di corruzione: qualche mariuolo che per motivi di lucro personale ha gestito il malaffare. Ma l’inchiesta non dice questo: l’inchiesta sta mettendo in luce quanto da anni sostenevano le associazioni ambientaliste e i comitati e cioè che la “concessione unica” a un consorzio privato di imprese ha creato un mostro che ha partorito una grande opera inutile e dannosa, un progetto sbagliato, imposto con il monopolio della corruzione, che ha superato tutti i passaggi di approvazione con la tangente. Leggiamo sulla “Nuova Venezia” del 12 luglio che un impresa subappaltante (la CoopSanMartino) pagava250 mila euro in fondi neri-tangente alla “cupola” del Consorzio per ogni cassone (quelle scatole in cemento armato, grandi come un condominio, del costo di otto milioni ec entomila euro l’uno, che vengono posate sul fondo delle bocche di porto e nelle quali vengono collocate le paratoie): chi ci dice che l’impresa subappaltante poi, per rifarsi dei costi extra, non abbia fatto la cresta sul ferro e sul cemento? Chi ci assicura che le singole opere, pure di un sistema con molte criticità mai accertate (vedi le cerniere o il fenomeno della risonanze delle paratie) siano state realizzate adopera d’arte, per quanto riguarda i materiali e le tecniche di realizzazione? Tanto poi i collaudi erano pilotati pure quelli, come accertato dall’inchiesta. A quando un’ispezione tecnico- scientifica e contabile, da parte di un authority indipendente, sui lavori che sono stati effettuati e quelli da effettuare, che valuti anche la possibilità di una variante in corso d’opera per le criticità già denunciate?

Stefano Micheletti – Associazione Ambiente Venezia

 

Fabris: ma qui nessuna mazzetta per vincere appalti

«Ci siamo già confrontati altre volte con il governo dopo la scoperta di questa triste e schifosa vicenda e lo faremo in futuro, ma siamo convinti che le imprese possano concludere il Mose senza commissariamenti». Così il presidente del Consorzio Venezia Nuova Mauro Fabris . «La norma prevede il commissariamento di quelle aziende che si siano macchiate di atti corruttivi per ottenere appalti e nulla di questo è contestato per il Mose. Poi abbiamo segnato molti atti di discontinuità rispetto al passato: nuovo presidente, direttore, organi di vigilanza, la revoca delle deleghe ai dirigenti, tagli alle spese non nel nostro core business». Confermata la chiusura dei lavori entro il 2016, con una spesa finale di 5,493 miliardi. «A condizione che ci vengano garantiti i flussi finanziari necessari», chiosa il direttore Hermes Redi, «siamo avanti di tre anni rispetto ai fondi erogati dal governo,ma non ancora disponibili: ci siamo indebitati con le banche per 700 milioni per garantire i lavori». Gli interessi – spiega Fabris – «rientrano nel12% di corrispettivo del Cvn».

(r.d.r.)

 

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