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L’ex ministro: «È tutto in regola e il Consorzio non c’entra. Conosco Mazzacurati ma con Baita mai avuto a che fare»

VENEZIA – Soldi dalle imprese del Mose per la campagna elettorale di Renato Brunetta. Il nome dell’ex ministro del Pdl, oggi capogruppo del partito di Berlusconi alla Camera, compare nell’inchiesta della Finanza sul Consorzio Venezia Nuova. Avrebbe ricevuto somme di denaro per la campagna elettorale a sindaco di tre anni fa. Una campagna piuttosto ruvida, quando Brunetta ricopriva l’incarico di ministro del governo Berlusconi. E nelle ultime settimane aveva avviato un’offensiva mediatica intensa. Venendo a Venezia e portandosi dietro i ministri del suo governo, promettendo grandi opere e finanziamenti miliardari. Qualche giorno prima del voto Brunetta era sbarcato in città con il ministro delle Infrastrutture Altero Matteoli. Incontri con Save e Porto, con i vertici del Consorzio.

Campagna elettorale all’insegna delle grandi opere. Adesso spuntano i finanziamenti. Versati in parte anche all’avversario di Brunetta, l’avvocato poi diventato nel 2010 sindaco della città, Giorgio Orsoni. Anche in passato il Consorzio, la più grande realtà economica veneziana, aveva garantito finanziamenti a candidati. Nella lista delle attuali sponsorizzazioni ci sono anche enti culturali come la Fenice, Fondazioni religiose come il Marcianum fondato dal cardinale Scola, la fondazione VeDrò, di Enrico Letta, di cui fanno parte anche ministri dell’attuale governo che si occupano di Salvaguardia. Come il titolare delle Infrastrutture Maurizio Lupi e quello dell’Ambiente Andrea Orlando.

«Contributi elettorali? È tutto certificato regolarmente», risponde Brunetta. Dunque lei ha ricevuto finanziamenti dal Consorzio? «Non mi sono mai occupato direttamente di conti, c’era un comitato elettorale che faceva tutto e teneva la lista di quelli che davano i contributi. In ogni caso non dal Consorzio, da qualche impresa sicuramente». Anche da imprese che lavorano per il Consorzio. «Non lo so. È probabile. Quando ho lanciato il mio progetto a Venezia molte imprese hanno aderito e hanno dato il loro contributo. Erano tante, e non mi ricordo quali lavorassero per il Mose. Non ci ho mai avuto a che fare». Qualcuna è anche abbastanza famosa. «I nomi davvero non li so. Posso dire che il mio comitato elettorale ha certificato i versamenti, che è tutto in regola. Credo del resto che anche le società che hanno versato avranno avuto una delibera approvata dai loro Consigli di amministrazione». Con Mazzacurati non ha mai avuto rapporti? «Certo, da vent’anni parliamo di come realizzare il Mose. Non è un segreto». Con Baita, l’ex presidente della Mantovani? «No, con lui no, non mi sono mai interessato delle imprese dei lavori. Non mi occupo di imprese». La preoccupa questa situazione, le inchieste, l’incertezza sui lavori del Mose per cui si è tanto battuto? «Spero che il progetto vada avanti, l’ho sempre sostenuto. Quanto alle vicende giudiziarie, male non fare paura non avere. Ripeto, le spese della mia campagna elettorale sono assolutamente trasparenti e certificate».

Alberto Vitucci

 

Intercettato anche l’ex assessore leghista di Chioggia 

«Io soldi dal Consorzio? Ma siamo matti? Io li ho sempre attaccati, per questo poi mi hanno fatto fuori». Massimo Malaspina (nella foto), ex assessore leghista di Chioggia, da due anni non fa più politica. È stato cacciato dalla Lega e ha abbandonato la politica. Era stato tra gli accusatori nella vicenda della morìa di vongole in laguna, che era stata attribuita agli scavi del Mose. Adesso il suo nome compare nelle intercettazioni dell’inchiesta sulla Finanza. «Certo che posso aver parlato con le imprese chioggiotte, era il mio dovere di assessore», racconta, «mi telefonavano e mi dicevano che lavoravano sempre gli stessi e loro non cela facevano più. Era un problema sociale. Per la mia campagna elettorale ho speso in tutto 30 mila euro. Mi hanno aiutato alla luce del sole alcune imprese chioggiotte. Ma non il Consorzio».(a.v.)

 

CONTRIBUTI ELETTORALI – Dalla Finanza un dossier sulle somme elargite a personaggi politici

Il sindaco Giorgio Orsoni: «Due o tre aziende su una ventina di sponsor, tutto alla luce del sole»

ELEZIONI – Il sindaco Giorgio Orsoni durante la campagna elettorale 2010

«Se non ricordo male, due o tre aziende facenti parte del Consorzio Venezia Nuova figurano nell’elenco dei sostenitori nella mia campagna elettorale. Tutto ovviamente alla luce del sole, ufficiale e registrato da parte del mandatario elettorale che era la persona che curava la parte economica della campagna e quindi anche i rapporti con i sostenitori».
Per il sindaco Giorgio Orsoni non ci sono problemi ad ammettere ciò che è stato scritto nero su bianco dalle Fiamme Gialle nell’informativa inviata al Pm Paola Tonini durante l’inchiesta che ha recentemente portato in carcere l’ex presidente del Consorzio, Giovanni Mazzacurati.
«Si tratta di dati che devo però verificare – continua – perché della gestione dei contributi mi sono occupato solo il tempo necessario, alla fine di tutto, per verificare che l’elenco delle aziende sostenitrici fosse regolare. In tutto erano una ventina di aziende, mentre in questo momento non ricordo quali fossero in particolare quelle del Consorzio e per quanti soldi. Ma quell’elenco ce l’ho da qualche parte e potrei tirarlo fuori. Immagino che l’abbiano fatto, come si fa spesso, anche con il mio avversario».
In effetti, accade quasi sempre che le più importanti realtà economiche di una città contribuiscano sia ad una fazione politica che all’altra. Il sindaco è comunque assolutamente tranquillo sulla vicenda, anche perché nei confronti del Consorzio si è posto spesso in maniera conflittuale, quando si trattava di fare gli interessi della città. Ad esempio, quando il Governo Monti assegnò a Venezia l’intero Arsenale e poi, con un blitz, il Consorzio riuscì a far inserire una postilla in cui si escludevano le aree che questo ha in concessione diretta.
«Feci di tutto per far riavere alla città il suo Arsenale – conclude – ma credo di aver avuto un rapporto sempre equilibrato con il Consorzio».

 

Fellin dovette lasciare il Comitato tecnico: «Consulenti pagati dai progettisti, tutto molto strano»

VENEZIA – Esperti licenziati perché «poco obbedienti». Lorenzo Fellin, ingegnere padovano docente di impiantistica e Armando Memmio, suo collega trevigiano strutturista, erano stati nominati come consulenti nel Comitato tecnico di Magistratura qualche anno fa dall’allora presidente del Magistrato alle Acque Maria Giovanna Piva. Per le critiche al Mose e ai progetti del Consorzio Venezia Nuova ci hanno rimesso il posto. E ce l’ha rimesso anche l’ingegner Piva, trasferita a Bologna dal ministro Matteoli. Una storia che riemerge nei giorni in cui la magistratura indaga sulla salvaguardia. Cos’era successo? Nel consesso di esperti del Ctm (Comitato tecnico di magistratura) si approvano tutti i progetti del concessionario unico per la Salvaguardia. I dubbi dei due ingegneri sulla modalità di costruzione delle cerniere del Mose non erano stati graditi. «Io mi sono dimesso dopo aver verificato che in quell’organismo la critica non era ammessa», racconta Fellin, «e per avere espresso le mie posizioni mi sono preso anche degli insulti». Di cosa si parlava? «In quel caso delle cerniere del Mose, il cuore delicato del sistema di dighe mobili. Io ero l’unico esperto di impianti, chiamato a far parte del Comitato dalla presidente Piva. Dopo lunghi studi ero arrivato alla conclusione che non fosse opportuno costruire le cerniere saldando i due pezzi. La letteratura scientifica internazionale lo dice». Invece? «Avevano già scelto di farle saldate, affidandole alla Fip di Padova, azienda acquistata dalla Mantovani specializzata in quel tipo di lavorazione. Mentre il progetto originario prevedeva di costruirle fuse, con una tecnologia consolidata e più sicura, usata anche per le turbine che sono molto più grandi». Nessuno del Comitato le aveva dato man forte? «Lo chiamavamo anche il circolo della Terza Età, vista la presenza di molti pensionati. In tutte le riunioni a cui ho partecipato non ci sono mai stati interventi critici, qualcuno che alzasse la mano per dire no così non va. In fondo era quello il nostro compito, controllare. Molti avevano anche progetti che andavano in discussione. O erano consulenti delle imprese del Mose o di imprese ad esse collegate». Come finì? «La presidente Piva decise di chiamare un esperto da Londra, il profesor Paolucci. La accusarono di aver ritardato i lavori e venne trasferita a Bologna, in laguna tornò Patrizio Cuccioletta. La relazione iniziale di Paolucci venne modificata, Cuccioletta telefonava a noi due dicendo che quella relazione così non andava. E lei si è dimesso «Uscii sbattendo la porta dopo una tesissima riunione del Precomitato. Anche questa una stranezza. Perché in quella sede il dibattito non viene registrato, a differenza del Comitato. E le eventuali differenze si possono appianare. Così mi sono dimesso. Prima di me avevano cacciato l’ingegner Mammino, esperto strutturista che si prendeva la briga di fare i conti e di criticare le proposte presentate. Venne sostituito dall’ingegner Vitaliani, quello delle fondazioni del Ponte di Calatrava. Nessuno aveva raccolto il suo allarme. «No. Ma tutto il sistema era abbastanza strano. Pensi che a pagare i consulenti che dovevano giudicare sui progetti erano i progettisti stessi, il Consorzio. Una situazione che mi creava un po’ di disagio. E poteva in qualche modo mettere qualcuno in soggezione psicologica». Resta una curiosità: le cerniere saldate funzioneranno bene come le fuse? «Non credo. Devono vivere sott’acqua. Il rischio di rottura aumenta. E comunque occorre una manutenzione maggiore»

Alberto Vitucci

 

Sotto inchiesta ma in lizza per un’altra grande opera

Mantovani e Consorzio anche per il porto off shore

VENEZIA – Mantovani e Consorzio Venezia Nuova sotto inchiesta. Ma intanto si progetta di affidare a loro anche un’altra grande opera, la piattaforma off shore da tre miliardi di euro al largo dell’Adriatico voluta dal Porto per le petroliere e le grandi navi portacontainer. «Sarebbe meglio bloccare nuove spese affidate a questi soggetti finché tutto non sarà chiarito», attacca Giovanni Anci, leghista e rappresentante della Provincia di Venezia in Comitato portuale. Il progetto di off shore proposto dal Porto e sostenuto da regione e Magistrato alle Acque andrà il 30 luglio all’esame della commissione Via regionale. «La progettazione è di Tethis, società della Mantovani», scrive Anci, «la progettazione infrastrutturale della Mantovani, il coordinamento del Consorzio Venezia Nuova. È un’opera rischiosa, come dimostrano gli studi, perché in caso di incidente il petrolio entrerebbe in laguna. Adesso sono curioso di vedere chi voterà a favore di quel progetto. È inutile piangere sempre dopo sul latte versato»(a.v.)

 

La Finanza: Consorzio sponsor di Orsoni alle ultime elezioni

Da un rapporto spuntano contributi anche a Marchese (Pd)

Il sindaco: tutto regolare, ho registrato quei finanziamenti

VENEZIA – I 600 mila euro che la Cooperativa San Martino di Chioggia ha prelevato dai suoi fondi neri (costituiti con la frode fiscale) e consegnato a Pio Savioli, rappresentante delle coop nel Consiglio direttivo del Consorzio Venezia Nuova, non sono che una piccola parte dell’enorme flusso di denaro che veniva versato dalle imprese consorziate nelle casse del Consorzio. Gli investigatori della Guardia di finanza, in un lungo rapporto ora finito negli atti che tutti gli avvocati difensori degli indagati hanno acquisito, spiegano che tutte le imprese dovevano versare lo 0,5 per cento dell’importo dei lavorii ottenuti per il Mose. Sono un sacco di soldi che poi venivano utilizzati sulla base delle direttive di quello che gli associati nelle intercettazioni chiamano il «Re», l’«Imperatore» o il «Doge», cioè Giovanni Mazzacurati. E in quel lungo rapporto, consegnato agli avvocati con numerose pagine coperte dagli omissis, probabilmente con le identità dei politici e dei funzionari pubblici corrotti, sono rimasti in chiaro i nomi di tre politici. Le «fiamme gialle» scrivono che le imprese del Consorzio Venezia Nuova avrebbero contribuito economicamente alle campagne elettorali del sindaco di Venezia Giorgio Orsoni e del consigliere regionale del Pd Giampietro Marchese, storico esponente del partito di Epifani e ora anche amministratore delegato di Ames (società comunale che gestisce in laguna farmacie e mense). Raggiunto telefonicamente il primo cittadino lagunare sembra quasi che si aspettasse questa notizia: «Non mi sono occupato dell’aspetto economico della mia unica campagna elettorale», spiega, «avevo un mandatario, il quale naturalmente alla fine mi ha fornito l’elenco dei sostenitori e tra questi c’erano anche alcune imprese del Consorzio Venezia Nuova». Fondi registrati e denunciati quindi, riferisce Orsoni. Il terzo nome spunta da alcune intercettazioni telefoniche, è quello dell’ex segretario della Lega Nord di Chioggia, poi assessore comunale e anche provinciale, Massimiliano Malaspina. L’allora assessore telefona ai vertici del Consorzio Venezia Nuova per perorare la causa di un’impresa di un chioggiotto, quella di Salvatore Tiozzo Brasiola. Chiede che lo facciano lavorare negli interventi alle bocche di porto per il Mose. Nessuno dei tre politici risulta indagato. Indagati, invece, anche per corruzione lo sono Giovanni Mazzacurati, Pio Savioli e altri dirigenti del Consorzio, che per ora sono stati arrestati «solo» per turbativa d’asta. Secondo i finanzieri, l’anziano ingegnere grazie alla sua posizione di potere nel Consorzio, avrebbe convogliato benefici attraverso una sua società, la «Ingegner Mazzacurati Giovanni sas» a favore delle tre figlie femmine. Gli investigatori non si sono dimenticati del Magistrato alle acque, l’organo locale del ministero delle Infrastrutture, che avrebbe dovuto controllare passo a passo il procedere dei lavori del Mose e anche i costi dell’opera. Nel loro rapporto scrivono che il rapporto tra Consorzio Venezia Nuova e Magistrato alle acque è opaco e che quest’ultimo è succube del primo. Osservazione che probabilmente, nelle pagine coperte da omissis, hanno un seguito e che con i prossimi accertamenti porteranno a nuove incriminazioni. I finanzieri, ad esempio, hanno scoperto che la Cooperativa San Martino, per quanto riguarda i sassi acquistati in Croazia, si sarebbe fatta pagare più del doppio del loro costo reale ed è così che ha costituito i fondi neri in Austria coperti con le fatture per operazioni inesistenti. Chi doveva controllare non si è accorto di nulla. Il Tribunale del riesame di Venezia, nel frattempo, ha fissato per venerdì 26 l’udienza in cui discuterà dei ricorsi, che probabilmente quasi tutti gli indagati presenteranno.

Giorgio Cecchetti

L’INCHIESTA – Ricostruita la “gestione” della gara da 12,5 milioni per i lavori di scavo dei canali portuali

Microspie e gps hanno registrato tutto, compresi gli estenuanti viaggi di Savioli, consigliere del Consorzio

Colloqui, incontri, promesse, pressioni più o meno velate, furbizie per ottenere qualche contropartita. La vicenda della presunta gara “pilotata” per lavori di scavo dei canali portuali è uno spaccato eloquente di come funziona il mondo degli appalti. La Guardia di Finanza l’ha ricostruita ora per ora, in una sorta di film, attraverso intercettazioni telefoniche e ambientali, ma anche grazie a rilevatori gps che hanno fornito conferma della presenza degli indagati agli appuntamenti nei corso dei quali si sarebbe discusso dell’accordo illecito.
L’appalto finito sotto accusa – tre stralci per complessivi 12,5 milioni di euro – fu aggiudicato nel 2011 (con un’offerta al ribasso di circa l’11 per cento) all’Assoziazione temporanea di imprese (Ati) capeggiata dalla “Lavori marittimi e dragaggi spa” di Roberto Boscolo Anzoletti, a cui aderivano le società “Zeta srl” di Valentina Boscolo Zemello, “Clodiense opere marittime” di Antonio Scuttari, “Somit srl” di Carlo Tiozzo Brasiola, “Dragaggi srl” di Luciano Boscolo Cucco, “Gianfranco Tiozzo srl” di Dimitri Tiozzo, “Nautilus srl” di Juri Barbugian e “Boscolo Sergio Menela e figli srl” di Erminio Moscolo Menela, tutti indagati.
IL CAPO SUPREMO – 17 maggio 2011: manca una settimana alla scadenza del termine per la presentazione delle offerte e, alle 11 del mattino, Pio Savioli (consigliere del Consorzio Venezia Nuova e collaboratore del Coveco) incontra Franco Morbiolo, presidente del Coveco, e gli spiega che c’è un accordo per lasciare l’appalto alle piccole imprese, le quali avevano in precedenza protestato con il presidente del Consorzio Venezia Nuova, Giovanni Mazzacurati perché sempre escluse. «Il capo supremo ha dato l’ordine…», spiega Savioli aggiungendo che Mantovani e Nuova Coedmar hanno già accettato di non partecipare, mentre a lui spetta il compito di convincere la cooperativa San Martino di Chioggia. Nel pomeriggio Savioli telefona a Federico Sutto, uomo di fiducia di Mazzacurati per discutere del fatto che i tre stralci dell’appalto saranno gestiti come «una cosa unica».
LA CONTROPARTITA – Poi Savioli si mette in auto e alle 16 è a Chioggia, come risulta dal rilevatore gps. Alle 17.45 Sutto lo contatta per avere notizie: «Hai il disco verde per tutte le rogne», lo tranquillizza Savioli, comunicandogli che la San Martino accetta di ritirarsi in cambio di una contropartita. Savioli annuncia di avere già fissato un appuntamento con Mazzacurati due giorni più tardi, ma la sua lunga giornata non è ancora finita: alle 18.47 è nuovamente al Coveco e le microspie registrano un altro colloquio con Morbiolo, il quale gli comunica che parteciperà ugualmente alla gara. I due, prevedendo tensioni, concordano la versione che Savioli dovrà dare al Consorzio Venezia Nuova. Più tardi, attorno alle 20, Stefano Boscolo Bacheto della San Martino viene informato delle intenzioni di Morbiolo e l’imprenditore di Chioggia si dice contrario, sostenendo che bisogna ubbidire a Mazzacurati. Con Savioli concordano la contropartita per il ritiro della San Martino, ovvero lavori per il cosiddetto refluimento dei terreni, le opere per la ricostituzione delle barene in laguna. «Dobbiamo essere sicuri di essere nel gruppo anche noi…», dice Stefano Boscolo Bacheto e Savioli lo rassicura. «Adesso lo sentirò e ti dico…se c’è la parola dell’uomo credo che basti…»
ACCORDO APPROVATO – Il 19 maggio Savioli incontra Mazzacurati e, subito dopo, alle 11.17 chiama Boscolo Bacheto per dirgli che l’accordo è stato approvato dal presidente del Venezia Nuova con la contropartita richiesta. Il 24 maggio vengono registrate due telefonate tra Savioli e Morbiolo. Il secondo rivela di aver incontrato Mario Boscolo Bacheto e di avergli prospettato perplessità sull’accordo, definito «un inciucio». «Qui si va in galera», sbotta. Da Boscolo aggiunge di aver saputo che il ribasso concordato per vincere è tra l’8 e il 10 per cento, mentre normalmente gli appalti del Porto vengono aggiudicati con ribassi dal 48 al 57 per cento.
LE OFFERTE – Il 26 maggio, pochi minuti prima della scadenza, Morbiolo presenta un’offerta con ribasso del 16,26 per il secondo stralcio. Sutto viene informato da Roberto Boscolo Anzoletti e poi telefona a Savioli. «Anzoletti aveva una persona all’interno del’autorità portuale che lo informava tempestivamente delle domande in arrivo», scrive il gip Alberto Scaramuzza nell’ordinanza di custodia cautelare.
L’IRA DEL PRESIDENTE – Il 27 maggio alle 8.17 Mazzacurati telefona arrabbiatissimo a Savioli: «Pio è successo un casino… il Coveco ha fatto l’offerta su quella gara… Hai fatto un trucco e mi vuoi anche far passare per scemo! – gli contesta il presidente del Consorzio Venezia Nuova – La trovo una cosa inaudita… mi crei un problema gigantesco per niente… che razza di truffanti ci sono…».
Da questo momento iniziano le pressioni su Morbiolo: Savioli gli propone subito di subappaltare ad imprese minori. Poi, alle 10.17, Luciano Boscolo Cucco gli chiede di ritirare l’offerta prima dell’apertura buste, facendo riferimento ad un accordo definito nel corso di una riunione tenutasi alla San Martino, alla presenza di tutte le aziende coinvolte. Le pressioni proseguono frenetiche il 6 giugno, giorno di apertura delle prime buste. L’8 giugno un dirigente del Venezia Nuova, Giorgio Mainoldi, si reca alle 8.47 nell’ufficio di Morbiolo, il quale un’ora più tardi comunica a Savioli di aver accettato di rinunciare all’appalto in cambio di 150mila euro e una parte di altri lavori. Successivamente il Coveco non presenterà la documentazione richiesta e sarà escluso. Il gip Scaramuzza scrive che, in un secondo momento, Mantovani, Nuova Dragomar (in rappresentanza Nuova Coedmar) e San Martino hanno ricevuto lavori di refluimento in barena per 560mila, 235mila e 140mila euro.

 

ASSOCIAZIONE TEMPORANEA DI IMPRESE Per gli appalti del Consorzio in barena. Sotto il consigliere Pio Savioli e a destra l’ex presidente Giovanni Mazzacurati

L’AVVISO  «Il capo supremo ha dato l’ordine…»

LA PREOCCUPAZIONE  «E’ un inciucio qui si va in galera»

COME IN UN FILM – Colloqui, incontri, promesse e pressioninulla è sfuggito alla Guardia di Finanza

I RICORSI DEGLI IMPRENDITORI – Venerdì la prima udienza del tribunale del riesame

Il Tribunale del riesame ha fissato per venerdì 26 luglio la prima udienza per discutere le richieste di revoca delle misure cautelari relative al presunto appalto “pilotato” per lavori nei canali portuali di Venezia. Il primo ad aver presentato ricorso è stato Juri Barbigian della Nautilus srl (avvocato Marco Vassallo), accusato di turbativa d’asta assieme all’ex presidente del Consorzio venezia Nuova, Giovanni Mazzacurati e ai titolari delle altre società che, secondo il pm Paola Tonini, avrebbero stretto un accordo illecito per aggiudicarsi lavori. Gli indagati complessivamente sono una ventina. La Finanza ha raccolto numerosi elementi di prova, ma i titolari delle piccole società aderenti all’Ati vincitrici degli appalti sostengono che non vi è nulla contro di loro.
In attesa della decisione del Riesame, il gip Alberto Scaramuzza ha revocato parzialmente l’obbligo di dimora imposto a Dimitri Tiozzo (avvocato Loris Codato) concedendogli libertà di movimenti nella giornata di lunedì per poter lavorare.

 

La pista: i 600 mila euro dati dalla coop San Martino a Savioli finiti a politici e alti funzionari di Roma per l’ok alle dighe mobili

VENEZIA – In attesa del Tribunale del riesame, che ha già fissato per venerdì 26 luglio la discussione sulla posizione di tutti coloro che hanno già presentato o presenteranno ricorso nei prossimi giorni contro gli arresti domiciliari o l’obbligo di dimora (il primo è stato l’avvocato Marco Vassallo per Juri Barbugian di «Nautilus srl»), gli investigatori della Guardia di finanza seguono i soldi: non ci sono soltanto i sette milioni e mezzo di «nero» della Mantovani di Piergiorgio Baita in Svizzera, ma anche i cinque milioni e 864 mila euro, anch’essi creati con la fatturazione fasulla, della Coop San Martino di Chioggia. Nei loro rapporti al pm Paola Tonini, una parte dei quali i difensori hanno già potuto leggere, le «fiamme gialle» avanzano l’ipotesi che anche i fondi neri dei chioggiotti siano stati utilizzati per pagare tangenti. E non è un caso che avanzino l’ipotesi di indagare più di un dirigente del Consorzio Venezia Nuova per concussione o corruzione. Già nell’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di Giovanni Mazzacurati e gli altri si legge che a Pio Savioli, rappresentante delle cooperative nel Consorzio, siano andati in due anni ben 600 mila euro. Perchè? Stando alle ipotesi investigative, i Boscolo Bacheto (ai domiciliari ci sono Mario e Stefano) avrebbero dovuto pagare per ottenere appalti e lavori dal Consorzio Venezia Nuova alle bocche di porto. Ma c’è un’altra ipotesi, che alcuni degli stessi indagati potrebbero avanzare: quei soldi, come molti altri versati dalle numerose imprese che compongono il Consorzio, sarebbero andati a formare un fondo per pagare le mazzette a Roma, non solo ad esponenti politici ma anche ad alti funzionari per fare in modo di ottenere via libera per il Mose.

C’è tra gli arrestati chi sarebbe pronto a raccontare questa verità, magari scaricando sul presidente Mazzacurati la responsabilità di fare i nomi, se lo deciderà, di coloro che hanno incassato. Gli stessi nomi, presumibilmente, che Piergiorgio Baita avrebbe confermato dopo che l’ex segretaria di Giancarlo Galan trasformatasi in manager Claudia Minutillo ha fatto al pm Stefano Ancilotto, ma lei solo per sentito dire.

Concussione o corruzione che sia si tratta di reati contestabili soltanto a pubblici ufficiali, ma ci sono ormai numerose sentenze anche di Cassazione in cui si legge che «i soggetti inseriti nella struttura organizzativa e lavorativa di una società per azioni possono essere considerati pubblici ufficiali o incaricati di pubblico servizio quando l’attività della società sia disciplinata da una normativa pubblicistica e persegua finalità pubbliche». E il Consorzio ha addirittura una legge dello Stato che lo ha reso concessionario unico.

Da sottolineare che il giudice veneziano Antonio Liguori, facendo arrestare Lino Brentan, scriveva che la società Autostrada Venezia-Padova «non è rimessa al mercato e alla libera concorrenza sol perchè posta in essere in forma di società a partecipazione pubblica». Assicura «la cura dell’interesse pubblico affidata istituzionalmente e in via esclusiva dalla legge alla concessionaria».

Giorgio Cecchetti

 

Treviso, Pd in attesa dell’autosospensione «Savioli tolga il partito dall’imbarazzo»

E il Pd di Treviso, di cui Pio Savioli è militante (siede nel direttivo della sezione di Villorba, ma già negli anni 80 aveva la tessera del Pci) attende sempre che il consigliere del Consorzio Venezia Nuova si autosospenda dal partito, prima di procedere con i provvedimenti disciplinari previsti dalle norme statutarie. I Democratici della Marca, su questo, sono molto rigidi: il primo a essere inflessibile è il segretario provinciale Roberto Grigoletto, che chiede a Savioli di «togliere il partito dell’imbarazzo, in attesa che la giustizia faccia il suo corso». Il Pd trevigiano è esplicito: «Il nostro codice etico non ci consente di passare sopra a vicende simili. Se non lo farà lui in tempi ragionevoli, agiremo noi», Savioli è entrato nel direttivo nel 2009, ma è iscritto al Pd dalla metà dello scorso decennio, dopo aver contribuito alla campagna per le comunali 2001 nel comune villorbese. La notizia del suo arresto ha creato sorpresa, nel Pd e doppiamente, perché pochi sapevano che il manager fosse iscritto, anche a Villorba. Lo statuto del Pd, in casi simili, prevede il deferimento al comitato di garanzia e provvedimenti che possono arrivare all’espulsione. Fra segreteria provinciale e sede di Villorba, in questi giorni, linee roventi. Ma ancora si è in attesa, con palpabile imbarazzo.

 

Si presenta dal gip anche Mazzacurati. Parlano solo due imprenditori: «Mai conosciuto l’ex presidente di Venezia Nuova»

VENEZIA. È arrivato per ultimo, alle 17, accompagnato dai suoi due avvocati, Alfredo Biagini e Giovanni Battista Muscari Tomaioli, e come la maggior parte degli altri indagati ha scelto di tacere. In un primo momento sembrava che l’ex presidente del Consorzio Venezia Nuova Giovanni Mazzacurati, 81 anni compiuti e con alcuni problemi di salute, non si sarebbe presentato e, invece, è arrivato e si è avvalso della facoltà di non rispondere che il codice concede a tutti coloro che finiscono sotto inchiesta. Poco meno di mezz’ora, il tempo per il giudice veneziano Alberto Scaramuzza, lo stesso che ha firmato l’ordinanza di custodia cautelare che costringe l’anziano ingegnere e altri sei complici a rimanere agli arresti domiciliari, di spiegare quali fatti gli vengono contestati e poi via, di nuovo nella sua casa veneziana. Avevano compiuto la stessa scelta, due giorni fa davanti al giudice di Treviso, il suo braccio destro Federico Sutto e il rappresentante delle Coop nel Consorzio Pio Savioli, e lo stesso hanno fatto ieri altri otto indagati. Hanno taciuto Roberto Boscolo Anzoletti della «Lavori Marittimi e Dragaggi», difeso dall’avvocato Cristina Rossato, Mario e Stefano Boscolo Bacheto, della «Cooperativa San Martino», difessi dagli avvocati Antonio Franchini e Loris Tosi, Flavio Boscolo Contadin della «Nuova Co.Ed.Mar» difeso dall’avvocato Giuseppe Sarti, Luciano Boscolo Cucco, della »Dragaggi srl» difeso dall’avvocato Daniele Grasso, Erminio Boscolo Menela della »Boscolo Sergio Menela e Figli» difeso dagli avvocati Rosario Grasso e Giuseppe Boscolo, Antonio Scutari della «Clodiense Opere Marittime» difeso dall’avvocato Tommaso Bortoluzzi, e Carlo Tiozzo Brasiola della «Somit» difeso dall’avvocato Gianluca Rizzardi.

Gli unici a rispondere alle domande sono stati Juri Barbugian della «Nautilus» , difeso dall’avvocato Marco Vassallo, e Dimitri Tiozzo della «Tiozzo Gianfranco» difeso dagli avvocati Loris Codato ed Ernesto Nichetti. Il primo ha spiegato al giudice di non aver mai incontrato Mazzacurati, che secondo l’accusa è colui che avrebbe ideato e organizzato – dando gli ordini ai suoi uomini perché si muovessero in questa direzione – la turbativa d’asta per l’appalto dello scavo dei canali bandito dall’Autorità portuale. «Credo che neppure lui mi conosca» avrebbe aggiunto l’imprenditore, sostenendo di aver partecipato all’Associazione d’imprese che aveva vinto quel lavoro per una quota del 2,7 per cento, visto che la parte del leone l’aveva fatta Boscolo Anzoletti.

Anche Dimitri Tiozzo avrebbe sostenuto di non aver mai visto di persona Mazzacurati e di aver avuto un ruolo marginale in quell’ appalto e soprattutto di aver poi rinunciato al lavoro, senza arrivare alla fine dell’opera. Per i suoi difensori non sembrano esserci i gravi indizi di colpevolezza nei suoi confronti e hanno chiesto la revoca della misura al magistrato. L’avvocato Vassallo ed altri quattro difensori di altrettanti indagati hanno già presentato il ricorso al Tribunale del riesame, il cui presidente Angelo Risi probabilmente già oggi fisserà il giorno per l’’udienza e la discussione.

Giorgio Cecchetti

 

PERQUISIZIONE AL MARCIANUM

Guardia di finanza anche in Seminario 

VENEZIA – Finanzieri nel Seminario patriarcale. Fra i tanti mandati di perquisizione emessi dal giudice per l’inchiesta sui vertici del Consorzio Venezia Nuova c’è anche quello per gli uffici dello Studium generale Marcianum, la Fondazione religiosa creata dieci anni fa dall’allora patriarca Angelo Scola, oggi arcivescovo di Milano che si occupa di cultura. I finanzieri della polizia giudiziaria si sono presentati venerdì scorso alle 6 del mattino in campo della Salute a Venezia. Qui ha sede il seminario, al civico 1 di Dorsoduro. I militari hanno però dovuto attendere le 7 e mezza, ed entrare solo all’arrivo del custode. Se ne sono andati portandosi via file e fatture della contabilità del Marcianum. Perché l’istituto culturale, che ha una sua casa editrice (che pubblica la rivista Oasis) e al suo interno anche la biblioteca vistata da papa Ratzinger e il liceo classico Giovanni Paolo I, è una Fondazione di cui Giovanni Mazzacurati, il presidente del Consorzio Venezia Nuova agli arresti domiciliari con l’accusa di turbativa d’asta, è presidente. Ogni anno il Consorzio corrisponde circa mezzo milione di euro di contributi per l’attività culturale. È una delle tante istituzioni veneziane sponsorizzate dal pool di imprese che dal 1984 detiene la concessione unica per la salvaguardia. Attività legittima, a volte anche benefica, finanziata con i cosiddetti «oneri del concessionario», il 12 per cento sui lavori che per legge spetta al concessionario. Aperta l’inchiesta, gli inquirenti hanno raccolto nella mattinata di venerdì documentazioni e fatture intercorse con il Consorzio anche nelle attività di sponsorizzazione e nelle imprese collegate. Sono state vistate anche le sedi della società Tethis e la casa padovana della sua presidente e vicedirettore del Consorzio Maria Teresa Brotto. (a.v.)

 

COSTRUITA DAl CONSORZIO NONOSTANTE IL PARERE DEGLI ESPERTI

La diga inutile da 43 milioni che crollò per la mareggiata 

VENEZIA – Bocciata dagli esperti perché «non utile a ridurre la marea». Depennata dall’elenco delle opere dal ministro Lunardi, che certo non passava per ambientalista. Mai autorizzata dall’ex presidente del Magistrato alle Acque Maria Giovanna Piva. Eppure la «lunata» di San Nicolò, diga foranea lunga un chilometro davanti alla bocca di porto di Lido, era stata resuscitata. Massi provenienti dall’Istria, trasportati dalle chiatte fino in laguna e scaricati in mare. Uno dei punti dell’ultima inchiesta avviata dalla Procura veneziana. I prezzi di quei massi venivano gonfiati? Le quantità dichiarate rispondevano al vero? Domande a cui l’inchiesta darà presto risposte. Intanto c’è da ricordare come quella piccola grande opera sia stata ripescata nel 2009, quando in laguna era tornato il presidente Patrizio Cuccioletta, fedelissimo del ministro Matteoli. E sotto la sua guida il Comitato tecnico di magistratura l’aveva ripescata, finanziando il Consorzio Venezia Nuova con 43 milioni di euro per realizzare la terza lunata, dopo quelle di Malamocco e Chioggia. Inutili le proteste del Comune, che aveva verificato con studi che quell’opera «non serviva». Dovevano essere le famose «opere complementari», realizzate per ridurre il livello di marea. Ma alla fine la riduzione si era fermata a 1,3 centimetri. Un po’ poco per giustificare centinaia di migliaia di tonnellate di massi e 43 milioni di spesa. La stessa cifra che il Comune aveva chiesto al governo Berlusconi-Letta per la manutenzione urbana, senza mai ottenerla. La lunata di Lido tra l’altro è crollata pochi mesi dopo essere stata completata. La mareggiata del novembre scorso e i forti venti di scirocco ne avevano provocato lo smottamento all’estremità sud. Inchiesta aperta dal Magistrato alle Acque dopo le denunce dei comitati. Che hanno chiesto conto di quei lavori costati 43 milioni per un’opera che lo stesso ministro dei Lavori pubblici aveva bocciato.

Alberto Vitucci

 

Gazzettino – Venezia. Mose, il silenzio di Mazzacurati.

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19

lug

2013

TERREMOTO SUL MOSE

L’INCHIESTA L’ex presidente del Consorzio sceglie di non parlare

Nel mirino la “rete” di Palladio

Giovanni Mazzacurati, ex presidente del Consorzio Venezia Nuova, ieri è comparso davanti al gip ma si è avvalso della facoltà di non rispondere. Sul fronte delle indagini, nel mirino della Finanza c’è la rete di rapporti e relazioni di Palladio Finanziaria i cui uffici di Vicenza e Milano sono stati perquisiti venerdì, insieme alle residenze dell’ad Roberto Meneguzzo (non è indagato), a Vicenza e all’Excelsior al Lido.

 

SOTTO ACCUSA – L’ex amministratore della società Mantovani Giorgio Baita, arrestato e ora rilasciato

Al vaglio degli inquirenti la notevole mole di materiale cartaceo e informatico acquisita negli uffici della Finanziaria e nelle case del suo leader Meneguzzo

VENEZIA – Si sono quasi tutti avvalsi della facoltà di non rispondere gli indagati dell’inchiesta sulla turbativa d’asta sugli appalti al Consorzio Venezia Nuova. L’ex presidente Giovanni Mazzacurati, principale indagato attualmente ai domiciliari, è entrato negli uffici del gip di Venezia qualche minuto prima delle 17. «Speriamo che il Mose venga ultimato» avrebbe detto visibilmente affaticato prima che gli avvocati Giovan Battista Muscari Tomaioli e Alfredo Biagini, che contestano le accuse della Procura, lo accompagnassero nell’aula dove si è avvalso della facoltà di non rispondere. La sua scelta era stata seguita, in mattinata, anche da altri come Luciano Boscolo Cucco (avvocato Grasso), Antonio Scuttari (avvocato Bortoluzzi), Carlo Tiozzo Brasiola (avvocato Rizzardi). Marco Vassallo, che difendeva Juri Barbugian ha consegnato una memoria spiegando che il suo assistito si era limitato a partecipare ad un consorzio di imprese e che non sapeva nulla della turbativa d’asta. Chi invece ha parlato è stato Dimitri Tiozzo. «Il nostro assistito – hanno detto gli avvocati Codato e Nichetti – ha spiegato che nel raggruppamento di imprese aveva appena il 2,7 per cento. Non solo è estraneo alle vicende del Consorzio, ma non ha mai conosciuto Mazzacurati. Questa storia sta procurando danni all’azienda, puntiamo alla revoca dell’obbligo di dimora». Nel pomeriggio, davanti al gip, gli interrogatori sono ripresi con i titolari della Cooperativa San Martino dove la Finanza ipotizza anche la frode fiscale. Mario Boscolo Bacheto non si è presentato mentre Stefano Boscolo Bacheto, difeso dagli avvocati Tosi e Bianchini, si è avvalso della facoltà di non rispondere così come ha fatto anche Roberto Boscolo Anzoletti che era difeso dall’avvocato Caterina Rossato.

G.P.B.

 

L’INCHIESTA Il Gip ha sentito alcuni indagati, quasi tutti hanno taciuto. Solo una battuta di Mazzacurati, ex Presidente del Consorzio

«Speriamo che i lavori vengano ultimati»

L’INCHIESTA – Nel mirino gli intrecci con Estcapital e Mantovani

RELAZIONI D’AFFARI – Diverse aziende del Cvn “legate” alla holding vicentina

IN PROCURA – L’ex presidente del Consorzio Mazzacurati con l’avv. Biagini

Mose, sotto la lente la “rete” della Palladio

Contratti, pc anche portatili, materiale documentale cartaceo e informatico. Ci vorranno parecchie settimane ai militari delle Fiamme Gialle per passare al setaccio quanto acquisito negli uffici della Palladio Finanziaria Spa, salotto buono della finanza non solo veneta ma dell’intero Nordest, protagonista di partite finanziarie importanti come quella di Fonsai o di Generali. A disporre il decreto di perquisizione nella sede “madre” a Vicenza e in quella staccata a Milano, è stato il sostituto procuratore lagunare, Paola Tonini, titolare dell’inchiesta che ha travolto il Consorzio Venezia Nuova con l’arresto, fra gli altri, del suo creatore, l’ingegnere Giovanni Mazzacurati, dimessosi dalla carica di presidente appena una decina di giorni prima dell’esecuzione delle ordinanze di custodia cautelare nei confronti anche di altre 13 persone, sei ai domiciliari come il “capo supremo” e 7 con obbligo di dimora.
Cosa c’entra la holding amministrata dal fondatore, il vicentino Roberto Meneguzzo, e da Giorgio Drago, con Cvn, concessionario unico per le opere di salvaguardia della laguna, in primis del Mose, il progetto di dighe mobili contro l’acqua alta, del costo, a regime, di sei miliardi e mezzo di euro?
Da quanto emerso la pm Tonini, che contesta il reato di turbativa d’asta in merito a un appalto da 12 milioni e mezzo di euro indetto dall’Autorità portuale, vuole scandagliare le consulenze, i finanziamenti, i contributi assegnati da Cvn a società o persone fisiche.
E su questo sfondo si può presumere che Palladio Finanziaria abbia più volte incrociato i propri interessi o quelli di soci e partecipate, con Cvn il moloch veneziano in grado di drenare e gestire, con una grossa percentuale di discrezionalità, i miliardi stanziati dallo Stato attraverso la Legge speciale per Venezia. Gli intrecci, del resto, sono molto fitti e contigui. Perché Palladio Finanziaria che, attraverso Ferak e poi Effeti è anche azionista di peso di Generali con il 2,2%, nella città della Serenissima ha legami molto forti con Est Capital, ovvero la sgr che ha importanti progetti al Lido di Venezia, dalla riqualificazione degli hotel Excelsior e Des Bains all’ Ospedale al Mare, un’operazione, quest’ultima, da 55 milioni di euro con l’obiettivo di costruire una darsena con posti barca e per la quale ha già versato nelle casse di Ca’ Farsetti rate per 32 milioni. Ebbene Est Capital, che non è direttamente coinvolta nelle indagini, ha tra i suoi principali azionisti con il 20%, Eta Finance Spa che fa capo a Palladio Finanziaria per il 70% e a Veneto Banca per il restante 30%. Non solo: a Est Capital fa capo Real Venice II uno dei fondi immobiliari impegnati nei progetti al Lido le cui quote sono state sottoscritte in maggioranza da tre aziende consorziate in Cvn per la costruzione del Mose: Grandi Lavori Fincosit, Condotte e quella Mantovani finita nell’occhio del ciclone lo scorso marzo, sempre nell’ambito di un’inchiesta della Procura di Venezia stavolta coordinata dal pm Stefano Ancilotto, con l’arresto del patron Piergiorgio Baita accusato di associazione a delinquere finalizzata alla frode fiscale. Mantovani peraltro e’ stata spesso al fianco di Palladio in importanti operazioni immobiliari, per esempio nella Summano sanità, la società che guidato la costruzione dell’ospedale di Thiene. A condurre le indagini tanto su Cvn che su Baita, sono gli stessi finanzieri, guidati dal colonnello Renzo Nisi, che hanno perquisito anche l’abitazione in Contrà Zanella a Vicenza di Meneguzzo – che non è indagato – e il suo domicilio all’Excelsior, prestigioso hotel del Lido, che fa parte della galassia Est Capital.

Monica Andolfatto

 

SPONSOR – Dal Consorzio 50mila euro al pensatoio di Enrico Letta

Ammonta a 50mila euro la sponsorizzazione che il Consorzio Venezia Nuova ha concesso tra il 2011 e il 2013 all’associazione veDrò, il pensatoio fondato da Enrico Letta. Il Consorzio è stato in particolare uno dei partner istituzionali del meeting che l’associazione tiene da alcuni anni a Dro, nel Trentino (l’edizione di quest’anno è stata sospesa). Proprio per raccogliere documentazione sui rapporti tra Cvn e veDrò venerdì scorso la Guardia di Finanza aveva perquisito l’abitazione di Riccardo Capecchi il tesoriere del pensatoio, uomo da sempre molto vicino al presidente del Consiglio Enrico Letta

 

IL PRECEDENTE – L’azienda era già finita nel ciclone Tangentopoli

APPALTI & FONDI NERI – È lunga la lista delle ditte coinvolte nell’inchiesta nata dal filone dei lavori in laguna

Rapporti col Consorzio: perquisiti. I finanziari hanno visitato la sede della Cantieri Costruzioni Cemento di Musile di Piave

MESTRE – Quello della CCC è uno dei nomi che spiccano nell’elenco delle società veneziane perquisite nell’ambito dell’inchiesta che si è abbattuta come un tornado sul Consorzio Venezia Nuova. Già perché la Cantieri Costruzioni Cemento, con sede in via Verdi 21 a Musile di Piave, non è la prima volta che viene ispezionata su decreto di un magistrato. Era infatti il 1992 quando, nel pieno della Tangentopoli veneta, l’impresa fondata 46 anni prima «per partecipare all’esecuzione dei lavori di bonifica e di sistemazione idraulica che interessano nel dopoguerra il Veneto Orientale» come si legge nel profilo on line, finisce nell’occhio del ciclone. Era maggio quando l’allora giudice Felice Casson dispose, su richiesta del pm Ivano Nelson Salvarani, l’arresto dei titolari della CCC, Alessandro, Paolo e Renzo Merlo e del vicepresidente Vincenzo Janna. E nella stessa ordinanza c’è anche l’ordine di carcerazione per Franco Ferlin, capo di gabinetto di Carlo Bernini, quando il potente ministro democristiano era presidente della Regione Veneto. Fu proprio la perquisizione alla CCC, il 26 novembre del 1991, a mettere Nelson Salvarani sulla strada delle mazzette venete sullo sfondo di appalti legati a grandi opere pubbliche fra cui la Vasca della Rana a Marghera, la quarta linea del depuratore di Fusina, la bretella autostradale che collega Mestre all’areoporto di Tessera, quest’ultima costruita con la “Grassetto” di Padova (un affare da 140 miliardi di lire che costò le manette anche a Giuseppe Agostosi amministratore della società patavina controllata dal Gruppo Ligresti, i cui vertici proprio l’altro ieri sono stati arrestati per falso in bilancio nell’ambito dell’operazione Fonsai).
Tornando a oggi, i finanzieri su delega del sostituto procuratore Paola Tonini, hanno perquisito anche l’abitazione di Paolo Merlo a San Donà, che va chiarito non è indagato, bensì persona informata sui fatti, per i contatti con Cvn. D’altronde i rapporti di conoscenza e di collaborazione fra i Merlo e Cvn, in particolare con l’ex presidente Giovanni Mazzacurati, e con Piergiorgio Baita (tuttora ai domiciliari per evasione fiscale e arrestato anche nel ’92) sono di vecchissima data.
Nella lista dei perquisiti veneziani anche la Ciac di Marghera (consorziata Coveco), la Clodia di Chioggia (partecipata Condotte), la Selc di Andrea Rismondo a Marghera (che ha realizzato anche il progetto de Le tegnue dell’Alto Adriatico a Chioggia) e la Clea di Sandro Zerbin a Campolongo Maggiore.

Monica Andolfatto

 

LE REAZIONI – I costruttori: «Così la politica ha ucciso il 30% delle imprese»

«Basta con gli alibi per coprire chi ha ucciso le nostre imprese!». Il presidente dell’Ance, Ugo Cavallin, attacca i commenti politici che avrebbero ricondotto al sistema del Consorzio Venezia Nuova tutti i problemi del settore delle costruzioni.
«Lascia interdetti – ha attaccato all’assemblea annuale – l’interpretazione che di questi fatti hanno sviluppato alcuni commentatori ed esponenti politici. Per molti di loro è dietro le pur gravi imputazioni penali che si nasconderebbero le ragioni delle difficoltà e delle storture del settore edile veneziano, le cause della morte di oltre il 30% delle imprese e della perdita di migliaia di posti di lavoro».
Nel mirino di Cavallin ci sono quelle che definisce le vere storture.
«Il cieco rigorismo della politica, che ha ridotto all’osso gli investimenti tassando imprese e cittadini – specifica – i mancati pagamenti della pubblica amministrazione e dei privati, la chiusura dei canali del credito, i folli vincoli del patto di stabilità interno, i massimi ribassi nelle gare d’appalto, l’abuso dello strumento del concordato preventivo che condiziona la libera concorrenza. La burocrazia – ha proseguito – ha fatto abortire un progetto come la Torre Cardin, che avrebbe rivitalizzato tutta l’economia veneziana e solo ora – conclude – e solo per esigenze di bilancio, anche da parte del Comune, si comprenda quale straordinaria occasione di rigenerazione urbana abbiamo perduto».
Non sono affatto piaciute al consigliere comunale Beppe Caccia le decisioni del Consorzio Venezia Nuova di andare avanti come se niente fosse accaduto dopo l’arresto del suo ex presidente e dell’ex presidente della principale impresa operante nel Consorzio stesso.
«Verrebbe voglia di solidarizzare con gli ingegneri Piergiorgio Baita e Giovanni Mazzacurati – esordisce Caccia – dopo aver letto le conclusioni del direttivo del Consorzio Venezia Nuova. È semplicemente vergognoso il tentativo di scaricare su singoli individui l’esclusiva responsabilità di quanto è accaduto in questi anni. Baita e Mazzacurati ne sono i principali artefici, ma è il sistema politico-affaristico creato dal 1984 a costituire la malattia, mentre si vorrebbe continuare a fare gli affari di sempre rifilando per esempio al Comune gli onerosissimi costi di manutenzione del Mose».
Per Caccia, l’inchiesta della magistratura, confermerebbe quanto da lui denunciato in tanti anni di attività politica.

 

LA BUFERA SUL MOSE

«I giudici non si fermino. Tutti paghino i danni»

Il Comitato Ambiente Venezia: «Perché non sono stati presi in considerazione progetti meno costosi? E perché ora non si fanno prove con il mare mosso»

VENEZIA

«Chiediamo alla magistratura di andare fino in fondo. E alla Corte dei Conti di prepararsi a chiedere i danni non soltanto a chi ha realizzato le opere ma anche a tutti i dirigenti che l’hanno spinta nonostante le critiche e i pareri tecnici contrari».

Il Comitato Ambiente Venezia torna alla carica. E annuncia battaglia sulla grande opera. Adesso che la Finanza ha scoperchiato la pentola, le associazioni ricordano battaglie inascoltate di anni.

«La società francese Principia ha dimostrato che in condizioni di mare mosso le paratoie non funzionano e si ha l’effetto risonanza»,

attacca Armando Danella, per molti anni responsabile del Comune per il settore legge Speciale,

«dubbi che erano stati posti anche dai cinque saggi nel 1998. Perché non fanno le prove?».

La tesi dei comitati è chiara: con onde superiori ai tre metri e mezzo le singole paratoie entrano in risonanza. Cioè fanno passare l’acqua. Poco importa che in questi giorni il Consorzio abbia varato le prime quattro paratoie, dando il via alle «prove in bianco».

«Chiaro che il principio di Archimede funziona», dice Danella «ma le verifiche vanno fatte in condizioni di mare agitato e con modelli matematici».

Ambiente Venezia, che ha presentato anni fa un esposto alla Procura e all’Unione Europea, chiede che adesso si faccia chiarezza su alcuni passaggi «strani» di approvazione dell’opera. Danella ricorda come nel 2006 (premier Romano Prodi) il sindaco Cacciari avesse ottenuto dal governo di mettere a confronti progetti alternativi,

«meno impattanti e meno costosi». La commissione era presieduta da Enrico Letta, attuale presidente del Consiglio e allora sottosegretario di Prodi», ricorda Danella, «il ministro Di Pietro aveva affidato la relazione tecnica alla III commissione del Consiglio superiore, dove fino a pochi giorni prima era presidente Angelo Balducci, poi finito nei guai e condannato per le tangenti della cricca. Il coordinatore era l’allora segretario generale della presidenza Carlo Malinconico, anche lui coinvolto in uno scandalo. Le alternative vennero presto archiviate, e si decise di proseguire con i lavori del Mose».

«Ma adesso», hanno detto ieri i comitati in una improvvisata conferenza stampa, «occorre accendere i riflettori sui lavori».

«Troppi gli intrecci che emergono, e le gare per gli scavi del Porto sono solo una piccola questione»,

dicono i comitati,

«adesso deve rispondere la politica. Gli intrecci di interessi bypartizan che hanno portato ad approvare quel progetto senza mai ascoltare le critiche anche tecniche che venivano sollevate».

Nomi? I comitati allegano al loro dossier, reinviato alle Procure, uno schema di nomi che dal 1982 ad oggi hanno sostenuto la grande opera. Gianni De Michelis e Franco Nicolazzi, Franco Cremonese, Giancarlo Galan e Silvio Berlusconi, Romano Prodi, Paolo Costa e Antonio Di Pietro.

Alberto Vitucci

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Faro su tutte le consulenze del Consorzio

In casa del finanziere Meneguzzo biglietto di ringraziamento di Gianni Letta. Oggi gli interrogatori davanti al gip di Venezia

VENEZIA – In un modo o nell’altro, comunque indirettamente, in questa indagine su Giovanni Mazzacurati ed il Consorzio Venezia Nuova sono entrati sia il nipote Enrico Letta, ora presidente del Consiglio dei ministri, sia lo zio Gianni Letta, potente braccio destro di Silvio Berlusconi ed ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio. Gli investigatori veneziani della Guardia di finanza, infatti, con quelle 110 perquisizioni hanno scoperchiato il pentolone dei rapporti d’affari, di cortesia, di scambio di favori tra numerose istituzioni, personaggi politici e importanti operatori finanziari da un lato e l’associazione di imprese incaricata di una delle grande opere italiane, il Mose, dall’altro. Tra quelli che hanno ricevuto la visita delle «fiamme gialle», come già riportato, c’è il finanziere vicentino Roberto Meneguzzo, al vertice della potente holding di Vicenza «Palladio Finanziaria». Sia negli uffici della holding, nella città berica e a Roma, sia nelle abitazioni del presidente, all’hotel Excelsior al Lido di Venezia e a Vicenza, hanno raccolto tutta la documentazione che può interessare l’inchiesta veneziana e tra le carte ci sarebbe un biglietto a firma di Gianni Letta, che ringrazia Meneguzzo per il regalo ricevuto. Non solo, le «fiamme gialle» veneziane si sarebbero portate via anche la copiosa corrispondenza intercorsa tra il finanziere vicentino e l’europarlamentare del Pdl Lia Sartori. Sia Letta sia Sartori non sono estranei alle attività del Consorzio Venezia Nuova. Soprattutto il primo è stato uno dei maggiori sponsor, quando era al governo accanto a Berlusconi, della grande opera alle bocche di porto lagunari e delle imprese che da oltre 20 anni sono al lavoro per concluderla. Al nipote Enrico, invece, gli investigatori veneziani sono arrivati, sempre indirettamente, perquisendo l’ufficio nella sede romana della fondazione «VeDrò», che fa capo all’attuale capo del Governo, e l’abitazione del tesoriere Riccardo Capecchi. Nel decreto di perquisizione firmato dal pubblico ministero Paola Tonini, che coordina le indagini, è spiegato il motivo delle numerose visite, compresa quella alla fondazione di Letta e al suo tesoriere. «Ritenuto di dover accertare», si legge, «se sia stato osservato un criterio equitativo e di imparzialità dispone l’acquisizione di tutta la documentazione pertinente alle opere, ovvero alle consulenze o finanziamenti, assegnate dal Consorzio Venezia Nuova direttamente o per il tramite di società intermedie o persone fisiche». E la fondazione «VeDrò» è uno di quegli istituti che ha usufruito delle sponsorizzazioni del Consorzio veneziano nel 2011 e nel 2012. Per quanto riguarda gli accertamenti sul colonnello della Guardia di finanza in servizio a Venezia sospettato di aver passato alcune informazioni ad alcuni di coloro che sono finiti in manette per frode fiscale e turbativa d’asta ad incastrarlo sarebbero alcune telefonate intercettate agli indagati di Chioggia. L’ufficiale anche due giorni prima che scattassero gli arresti avrebbe fornito informazioni agli imprenditori, che da tempo frequentava. Oggi, intanto, al via gli interrogatori davanti al giudice Alberto Scaramuzza.

Giorgio Cecchetti

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VENEZIA NUOVA E I SUOI 29 anni DI contributi

Quel fiume di denaro nel mirino della Finanza

VENEZIA – Milioni in consulenze, sponsorizzazioni, pubblicità. Libri e pubblicazioni, brochure sulla salvaguardia e le attività del Mose. Ma anche orari Actv, libri – di letteratura e d’arte, con una casa editrice dedicata – contributi, convegni. Un fiume di denaro che il Consorzio Venezia Nuova, concessionario unico per la salvaguardia di Venezia e della sua laguna, ha distribuito in questi 29 anni. Attingendo quasi sempre da quel fondo garantito per legge. Il 12 per cento che per ogni opera realizzata spetta al Consorzio Venezia Nuova. Era salito fino al 15, nei primi anni Novanta, poi ridotto dall’allora presidente del Magistrato alle Acque Felice Setaro. Sui quasi 6 miliardi di euro spesi per il Mose e altre opere in laguna sono circa 600 milioni di euro. Necessari per pagare gli stipendi e garantire la vita dell’organismo consortile. Ma anche per molto altro. Il Consorzio ha organizzato convegni e iniziative – molti anni fa anche una riunione di aggiornamento dei magistrati della Corte dei Conti al centro Zitelle della Giudecca – e adesso, come emerge dalle carte, anche contributi a enti e associazioni culturali ed economiche, come la Fondazione dell’attuale premier Enrico Letta: Riccardo Capecchi, tesoriere di VeDrò, è stato infatti destinatario di una delle 110 perquisizioni della Finanza. Niente di illecito nel dispensare contributi, ci mancherebbe. Anche se Letta, ricordano i comitati antiMose, fu nel 2006 il coordinatore della commissione insediata da Prodi – di cui era sottosegretario – che aveva bocciato tutte le alternative al Mose proposte dal Comune e dal sindaco Massimo Cacciari. Contributi anche sostanziosi. Che il Consorzio versa ogni anno ad esempio al teatro La Fenice, l’ente lirico veneziano di cui è principale sponsor. Mazzacurati siede nel consiglio della Fondazione, ed è anche presidente del Marcianum, l’istituto culturale religioso fondato dall’ex patriarca Angelo Scola, ora arcivescovo di Milano, a cui versa sostanziosi contributi per la prosecuzione delle attività culturali e delle scuole. Soldi finiti per iniziative benefiche anche alla Banca degli Occhi, legata all’Asl 12, alla Fondazione Umberto Veronesi, a qualche convegno di Emergency. E, ancora, alla Fondazione Querini Stampalia e agli Amici della Fenice, Amici dei Musei, Istituzione per giovani artisti Bevilacqua La Masa, Ateneo veneto, Iaes (International Academy of Enviromental sciences). Non tutti hanno ricevuto la visita della Finanza per verificare la ragione dei contributi. Gli investigatori hanno effettuato nei giorni scorsi oltre centro perquisizioni e in alcuni casi visite e richieste di documenti. Tra questi anche il nuovo presidente del Consorzio Mauro Fabris, la capoufficio stampa Flavia Faccoli, le segretarie dell’ex presidente Mazzacurati, gli uffici della Tethis – società di ricerca acquistata dal Consorzio Venezia Nuova – con sede all’Arsenale. L’onchiesta va avanti, le polemiche sul monopolio anche.

Alberto Vitucci

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Il direttivo di Venezia Nuova: «Noi estranei e pronti a collaborare con la magistratura»

Il Consorzio Venezia nuova ha riunito ieri il consiglio direttivo dopo il rinnovamento dei vertici del 28 giugno scorso che, poco prima del terremoto giudiziario che ha portato ai domiciliari Giovanni Mazzacurati e altre sei persone, ha condotto Mauro Fabris alla presidenza e Hermes Redi alla direzione generale. «Dopo un’attenta e vasta disanima delle vicende in cui si vorrebbe vedere coinvolto il consorzio Venezia Nuova, emerse nei giorni scorsi, – precisa una nota – il direttivo ha ritenuto di confermare allo stato la totale estraneità del consorzio ai fatti oggetto delle indagini in corso e ha ribadito la propria completa disponibilità e il proprio interesse a collaborare pienamente con la magistratura». Il direttivo ha quindi «dato ampio mandato a Redi, che già aveva ricevuto i necessari poteri, di procedere a una complessiva riorganizzazione del Consorzio. Quale primo atto, il direttore ha proceduto al ritiro delle deleghe, in precedenza attribuite ad altri, per esercitarle direttamente». Il direttivo si è riservato di adottare «tutte le misure necessarie a propria tutela, considerandosi parte lesa in questa vicenda». La nota si conclude sottolineando «la determinazione del Cvn e delle imprese che lo costituiscono ad onorare l’impegno assunto con lo Stato del completamento delle opere del Mose, oggi realizzate per oltre il 75%, entro il 2016».

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TERREMOTO SUL MOSE

La procura ora indaga anche su tutti gli altri appalti del Porto

Al setaccio i computer sequestrati negli uffici alcuni giorni fa

Giornata fitta di interrogatori alla Cittadella della giustizia di piazzale Roma. Il gip Alberto Scaramuzza ha convocato per oggi tutti gli indagati per i quali ha disposto gli arresti domiciliari e l’obbligo di dimora. Molto probabilmente nessuno accetterà di rispondere alle sue domande, riservandosi di farlo dopo che i legali saranno riusciti a studiare gli atti dell’inchiesta e quindi a decidere la migliore strategia difensiva. Davanti al gip è stato chiamato anche l’ex presidente del Consorzio Venezia Nuova, Giovanni Mazzacurati: il suo avvocato, Giovanni Muscari Tomaioli, ha però chiesto al giudice, alla luce delle precarie condizioni di salute del suo assistito, di poter rinviare l’interrogatorio ad altra data per evitargli una lunga attesa nei corridoi del palazzo di giustizia.

 


lL MOSE – Ambiente Venezia denuncia: «Sperpero di denaro pubblico. Nessuno sarà chiamato a pagare»

«Se, come annunciato dal presidente Mauro Fabris, il Consorzio Venezia Nuova chiuderà i battenti poco dopo la conclusione del Mose, chi renderà conto dei danni non solo erariali in caso di inefficacia delle sue paratoie?» A chiederselo ieri sono stati Armando Danella e Cristiano Gasparetto di Ambiente Venezia, durante un incontro in cui l’associazione ha ribadito la propria contrarietà alla grande opera e la sua posizione in merito all’inchiesta della Magistratura sul concessionario unico dei lavori.

«Continueremo l’azione di denuncia e contrasto al Mose. Attraverso una vertenza tenuta aperta in Europa da una petizione di oltre 12mila firme, e da una documentazione che in tempi non sospetti segnalava incongruenze tecniche e possibili ripercussioni finanziarie»,

hanno detto Danella e Gasparetto. Aggiungendo che

«questo sistema affaristico non è in grado di autoriformarsi, e i danni che sta provocando si ripercuoteranno su noi tutti e le generazioni future, compromettendo l’intera laguna e con essa Venezia».

E contestando

«il perseverare nel proseguimento dei lavori alle bocche di porto, senza alcuna pausa di riflessione volta a bloccare prima, e riconvertire poi, il sistema Mose».

Per i rappresentanti di Ambiente Venezia,

«i fatti impongono un radicale cambiamento in corso d’opera, volto a recepire altre soluzioni pur in presenza di un costoso avanzamento dei lavori. Soluzioni ancor oggi possibili, con un parziale recupero della spesa e il risparmio di quelle miliardarie di completamento».

Nel mirino di Danella e Gasparetto, soprattutto il bando da 27 milioni di euro per 22 paratoie:

«Le prove in bianco non servono – hanno sbottato – Da diversi anni, studi come quello di Principia pongono seri dubbi proprio sulla funzionalità e l’efficacia delle paratoie in certe situazioni meteo. E se il Consorzio cesserà l’attività a opera conclusa, va chiarito chi risponderà dello sperpero di denaro pubblico se queste osservazioni e questi studi dovessero trovare conferma nei fatti».

Vettor Maria Corsetti

 

L’INCHIESTA – False fatture e gare pilotate per i lavori in laguna

LA STRATEGIA – Gli inquirenti attendono che qualcuno inizi a collaborare

Uno screening dei più recenti appalti relativi ad opere portuali per verificare la sussistenza di eventuali irregolarità o accordi come quelli emersi nel corso delle indagini sulle presunte fatture gonfiate contestate alla cooperativa San Martino e alla gara che sarebbe stata “pilotata” per far vincere un gruppo di piccole imprese di Chioggia.
È così che si spiega l’acquisizione di documentazione, anche informatica, da parte della Guardia di Finanza negli uffici dell’Autorità portuale di Venezia, committente delle opere finite sotto accusa. Le Fiamme gialle, su incarico del sostituto procuratore Paola Tonini, hanno già iniziato ad analizzare la gran mole di atti sequestrati e, molto probabilmente, ne avranno per mesi alla ricerca di elementi utili a rafforzare il quadro istruttorio o di spunti per avviare nuovi filoni d’indagine.
Il magistrato che coordina l’inchiesta sta aspettando che si concludano gli interrogatori di garanzia dei 14 indagati, per i quali sono stati disposti gli arresti domiciliari o l’obbligo di dimora, per decidere i prossimi passi. Quasi certamente la dottoressa Tonini vorrà ascoltare personalmente gli imprenditori coinvolti nella presunta frode delle fatture gonfiate relative alle forniture di sassi da affondamento, ma anche quelli che hanno avuto un ruolo nel contestato appalto “pilotato”, per il quale l’accusa è di turbativa d’asta. Sarà interessate capire se qualcuno è disposto a collaborare, a raccontare come sono andate veramente le cose. Gli investigatori sospettano che il ricorso a fatture gonfiate non sia un episodio isolato e che, al contrario possa essere stato utilizzato in altre occasioni da imprenditori senza scrupoli per aumentare i profitti. E lo stesso dicasi per le gare d’appalto “pilotate”. Ma per passare da sospetti alle certezze è necessario trovare le prove: ovvero documenti, ma anche confessioni e testimonianze. I finanzieri confidano che qualcuno degli imprenditori decida di iniziare a parlare, ora che non ha più nulla da perdere, aiutandoli a fare luce su quel mondo degli appalti che, ad ogni inchiesta, appare sempre più compromesso. Lo stesso Piergiorgio Baita, che ha iniziato a collaborare nell’inchiesta parallela coordinata dal pm Stefano Ancilotto, ha ammesso che non c’è appalto per il quale non si paghi.

 

 

SPONSORIZZAZIONI SOSPETTE

A “veDrò” finanziamenti per decine di migliaia di euro

VENEZIA – Fonti vicine alla maxi inchiesta della Procura lagunare e della guardia di Finanza hanno confermato la notizia, anticipata ieri dal Gazzettino, della perquisizione eseguita per l’acquisizione di documentazione su sponsorizzazioni del Consorzio Venezia Nuova nei confronti di “veDrò”, il think tank creato da Enrico Letta, di cui è tesoriere uno dei più stretti collaboratori del premier. Riccardo Capecchi (che non è indagato) ha ricevuto la visita dei finanzieri a casa (a Perugia) e nella sede dell’associazione politico-culturale, a Roma, in base al decreto del Pm Paola Tonini. Sono stati acquisiti documenti contabili e fatture sulle sponsorizzazioni che il Consorzio ha dato negli anni a “veDrò”, al pari di molte altre società, per l’organizzazione del meeting estivo nella cittadina trentina di Dro. Iniziativa partita nel 2005 e interrottasi quest’anno, con la nomina di Letta a presidente del Consiglio. La verifica su “veDrò” è una delle circa 100 perquisizioni eseguite dai finanzieri, al comando del colonnello Renzo Nisi. I finanziamenti ricevuti ammonterebbero a diverse decine di migliaia di euro. La Gdf sta passando al setaccio conti e fatture per vedere se vi siano o meno irregolarità.

 

Mose, svolta al Consorzio. Tutti i poteri al direttore

Ritirate tutte le deleghe ai dirigenti. D’ora in poi ogni carta dovrà passare sul tavolo del nuovo direttore generale, l’ingegnere Hermes Redi. La decisione del Consiglio direttivo del Consorzio Venezia Nuova – il primo dopo le dimissioni del presidente-direttore, Giovanni Mazzacurati, che nel frattempo è finito agli arresti domiciliari – suona come un piccolo terremoto. La parola fine sull’epoca Mazzacurati, sostituito a fine giugno dal presidente Mauro Fabris e dallo stesso Redi.
I due dovevano presentarsi al Consiglio già la settimana scorsa. Invece è scoppiato il caso giudiziario, con l’arresto, tra gli altri, anche dell’ex presidente “storico”, nonché di uno dei consiglieri, il rappresentante del Consorzio Veneto Cooperative, Pio Savioli. E così al direttivo, slittato a ieri, c’era una sedia vuota. Per il momento Savioli non ha rassegnato le dimissioni. «Spetta alla sua impresa nominare un nuovo rappresentante – spiega Redi – ci auspichiamo che lo faccia. Il Consiglio direttivo ha bisogno di lavorare in tranquillità». In questa fase è proprio il direttore generale a parlare. Il presidente Fabris rimanda al comunicato in cui il Consiglio conferma lo «stato di totale estraneità del Cvn ai fatti oggetto delle indagini in corso» e ribadisce la sua «completa disponibilità e il proprio interesse a collaborare pienamente con la magistratura». «Il Direttivo – prosegue la nota – nel valutare le possibili ricadute dalle questioni apertesi, che potrebbero investire il Consorzio a causa dei comportamenti di soggetti a vario titolo ad esso collegati, si riserva di adottare tutte le misure necessarie a propria tutela, considerandosi parte lesa in questa vicenda».
«É innegabile che siamo imbarazzati – aggiunge Redi – Vederci sbattuti in prima pagina come dei mostri, non è piacevole. É vero che in questa inchiesta sono coinvolti soci del Cvn, ma tutte le imprese che si occupano di lavori in laguna sono nostri soci. Mi auguro che non abbiano combinato nulla, ma in ogni caso l’avrebbero fatto al di fuori dei loro rapporti con il Consorzio». Redi sottolinea come il Cvn si limiti a girare i soldi alle imprese: «L’idea di possibili fondi neri può essere inquietante. Ma potrebbe essere evasione fiscale. Se si sono messi via dei soldi, penso sia più probabile che l’abbiano fatto per non pagare le tasse».
«A questo punto stiamo tutti aspettando di capire. Noi ci sentiamo parte lesa in questa vicenda – ribadisce il direttore generale – Stiamo patendo un danno d’immagine. Il Cvn ha un codice etico e se risulterà che qualcuno ha fatto qualcosa, faremo causa a questa gente. Vogliamo distinguere chiaramente le posizioni. In trent’anni, il Consorzio non ha mai avuto problemi, è passato indenne per Tangentopoli, mi pare strano che accada questo a tre anni dalla fine dei lavori».
Intanto al nuovo direttore spetta il compito di riorganizzare la macchina del Cvn. Anche per questo il ritiro delle deleghe che Mazzacurati, unendo le due figure di presidente e direttore, aveva distribuito a una mezza dozzina di dirigenti. Deleghe al personale, ai pagamenti, alla richiesta di preventivi. «Ora che ci sono un presidente e un direttore, mi occuperò di tutte le cose operative – spiega Redi -. Esercitare direttamente le deleghe è anche un modo per avere una migliore conoscenza del Consorzio e poi procedere alla riorganizzazione. L’obiettivo resta quella di procedere velocemente nella realizzazione del Mose entro il 2016 e poi di seguire l’opera solo per un breve avviamento. Sarà il Magistrato, o chi per lui, a dover trovare a chi affidarlo».

Roberta Brunetti

 

Le Fiamme Gialle nell’abitazione di un collega ufficiale: sotto la lente il suo rapporto con gli imprenditori indagati

VENEZIA – Inchiesta grandi opere e fondi neri in Veneto, perquisito un ufficiale della Guardia di Finanza legato al Reparto Aeronavale. Il pm Paola Tonini, che ha arrestato Giovanni Mazzacurati, ex presidente del Consorzio Venezia Nuova, sta dando la caccia alle “talpe” che passavano informazioni, agli indagati, sugli sviluppi delle indagini. Un aspetto già emerso dall’inchiesta del pm Stefano Ancilotto che aveva portato in carcere Piergiorgio Baita, un altro “pezzo da novanta” del mondo dell’impreditoria veneta legata alle grandi opere. C’è il sospetto che questo ufficiale abbia passato qualche informazione agli indagati poi finiti agli arresti domiciliari. L’ufficiale, comunque, non è indagato. Lunedì alcuni finanzieri si sono presentati a casa dell’ufficiale e poi sono andati anche nel suo ufficio. Cercavano le prove che fosse lui una delle “talpe” e se magari avesse pure degli atti del procedimento. Magari documenti ricevuti da altri considerato che non appartiene al reparto che si sta occupando delle indagini. Lo stesso ufficiale ha consegnato spontaneamente ai colleghi, materiale informatico: pc, chiavette usb ed elenchi di numeri telefonici. Materiale su cui ora saranno svolti degli accertamenti. Non è stata una cosa semplice per i finanzieri perquisire il loro collega che ha sempre goduto della stima di superiori e sottoposti. Ma del resto quanto emerso dalle indagini non lasciavano alternative al sostituto Tonini. Infatti intercettando i telefoni di alcuni imprenditori chioggiotti, poi finiti agli arresti domiciliari, gli investigatori sentono il loro collega parlare con gli indagati. Pronuncia frasi che lasciano a dir poco perplessi i colleghi. Da quanto si è appreso avrebbe messo in guardia gli imprenditori: «Attenti a cosa dite, l’indagine sul Mose si sta allargando». È la sintesi delle frasi pronunciate dall’ufficiale. Gli investigatori vogliono capire quanto l’ufficiale conosce delle indagini, quanto realmente ha passato agli imprenditori chioggiotti e perché lo ha fatto. Sempre che la frase non sia stata detta in tono provocatorio a delle persone conosciute. Comunque il tono confidenziale mostrato tra il finanziere e gli imprenditori, non mette certo allegria agli investigatori. Il momento, per le inchieste che stanno smantellando un sistema politico-economico basato sul malaffare e durato in Veneto oltre vent’anni, è delicato. Fin dall’inizio sia il pm Ancilotto che la collega Tonini, hanno capito che la rete di copertura creata dal sistema «Mazzacurati-Baita», poteva contare su diverse “talpe” nel mondo delle forze dell’ordine e in quello giudiziario. Agli indagati sono arrivate, puntuali, parecchie informazioni su come si stavano muovendo o cosa avevano scoperto i finanzieri del Nucleo Provinciale di Polizia Tributaria della Guardia di Finanza di Venezia. Sono stati indagati poliziotti, ex funzionari dei servizi segreti e direttori di siti giornalistici web legati ai servizi: la rete di protezione messa in piedi dal sistema era capillare e agiva sia localmente che a Roma. Per il momento ha funzionato ben poco. Ma certo non tutte le talpe sono state scoperte.

Carlo Mion

 

treviso, SI SONO AVVALSI DELLA FACOLTÀ DI NON RISPONDERE

Sutto e Pio Savioli in silenzio davanti al gip

TREVISO – Previsioni rispettate: l’ex socialista Federico Sutto ed il rappresentante delle Coop nel consiglio d’amministrazione del Consorzio Venezia Nuova Pio Savioli non hanno parlato. I due indagati eccellenti nell’inchiesta della procura di Venezia sul presunto giro di fatture false e appalti distorti nei lavori per il Mose si sono avvalsi della facoltà di non rispondere, all’interrogatorio di garanzia, ieri, in tribunale a Treviso. Non perché non avessero argomenti da sostenere a proprio favore, come precisano i loro legali, ma per pura strategia difensiva. Gli avvocati Paolo De Girolami, che difende Savioli, e Gianni Morrone, legale dell’ex segretario di Gianni De Michelis, vogliono prima leggere le carte contenute nei tre faldoni a carico dei loro assistiti e poi li sottoporranno agli interrogatori della procura. Sebbene Savioli non abbia parlato, il suo legale ha comunque chiesto al gip di Treviso Cristian Vettoruzzo, che per rogatoria ha presieduto gli interrogatori di garanzia, di revocare la misura cautelare dei domiciliari. Nessuna richiesta, invece, da parte della difesa di Sutto. Starà ora al giudice di Venezia Alberto Scaramuzza a decidere sulle istanze difensive. Ma è difficile ipotizzare, per il momento, un allentamento della misura dei domiciliari. «Il mio cliente – spiega l’avvocato De Girolami – non ha parlato ma ha anche negato ogni addebito contestato. Ho chiesto al gip di rimettere Savioli in libertà, anche perché l’indagine si può ritenere conclusa rispetto ai fatti contestati. Ci riserviamo di rispondere alle accuse dopo aver letto compiutamente le carte in mano alla procura». L’avvocato Morrone ribadisce: «Abbiamo rapidamente precisato il ruolo rivestito da Sutto all’interno del Consorzio Venezia Nuova. Per il momento non abbiamo chiesto modifiche particolari alla misura cautelare».

 

IL DIRETTORE di venezia nuova HERMES REDI

«Il Consorzio è parte lesa noi rispettiamo le leggi»

VENEZIA «È vero che ci sono persone del Consorzio coinvolte in questa inchiesta. Ma hanno agito personalmente, non per il Consorzio. Mi auguro che si possa dimostrare la loro estraneità, ma in caso contrario noi ci costituiremo come parte lesa». Hermes Redi, ingegnere padovano di lungo corso, è arrivato al vertice tecnico del Consorzio Venezia Nuova nel bel mezzo della bufera. A dire il vero qualche ora prima della bufera e degli arresti che hanno decapitato il vertice del concessionario unico. Oggi nella nuova sede dell’Arsenale, a Venezia, è convocato il primo Consiglio di amministrazione della nuova era. «Dovevamo farlo la settimana scorsa, ma poi sono arrivati gli arresti..» confessa Redi. Sarà il Consiglio della svolta. Perché in pochi mesi al Consorzio è cambiato tutto. Non c’è più Piergiorgio Baita, ex presidente della Mantovani, l’azienda padovana che ha il 40 per cento delle quote del Cvn e quasi il monopolio dei lavori nel Veneto. Ma non c’è più nemmeno Giovanni Mazzacurati, inventore del Mose, direttore dal 1984, presidente dal 2005. Al suo posto il vicentino Mauro Fabris, e direttore è arrivato Redi. «Al Consiglio dirò alcune cose molto chiare», anticipa l’ingegnere, «la prima è che noi siamo qui per collaborare con la magistratura. Non è solo un dovere, ma anche nostro interesse. Poi che queste vicende non riguardano l’attività del Consorzio». Turbativa d’asta il reato contestato all’ormai ex presidente Mazzacurati. Di gare nell’attività del concessionario unico, il cui monopolio è garantito per legge, ce ne sono ben poche. Quella era una licitazione bandita dall’Autorità portuale per uno scavo di canali del 2011. Secondo l’accusa il presidente sarebbe intervenuto «consigliando» alcune imprese a non partecipare. Al Consorzio molti sono ancora increduli, conoscendo il carattere mite dell’ingegnere. «Forse», sussurrano, «voleva tutelare le imprese minori, per troppi anni schiacciare dalle grandi. E poi, che vantaggio ne avrebbe ricavato il Consorzio? «Eventuali fondi neri», scandisce Redi, «certo non sono transitati qui. Noi i soldi li giriamo alle imprese, tratteniamo solo il 12 per cento previsto dalla legge come oneri. Quello che fanno le imprese con i loro soldi non lo possiamo sapere». Poi c’è la questione dei sassi. Fatturazioni false, prezzi gonfiati, si sospetta anche quantitativi diversi da quelli dichiarati. «Ci auguriamo che la magistratura accerti al più presto», dice Redi, «certo se il direttore dei lavori fa il suo dovere mi pare difficile imbrogliare sulle quantità». Infine il futuro. «Il Consorzio Venezia Nuova ha quasi esaurito il suo compito», dice Redi, «finiremo il Mose nel 2016, per due anni controlleremo che funzioni. Poi la sua gestione sarà affidata a un soggetto terzo con gara pubblica. Ma fino ad allora continueremo ad operare. Ci teniamo alla nostra faccia. Se ci sono state storture ed errori, è giusto rimediare. Ma senza gettare via un lavoro di anni».

Alberto Vitucci

 

INTERROGAZIONE PD ai ministri delle infrastrutture e dell’ambiente

Casson al Senato: «Mai più un concessionario unico»

VENEZIA «Ristabilire la legalità e superare il sistema del concessionario unico, che produce zone grigie e come dimostrato dalle ultime inchieste un alto indice di criminalità nei soggetti interessati». Felice Casson, ex pm a Venezia e oggi senatore del Pd, va all’attacco. E chiede l’abolizione del monopolio e delle concessioni a soggetti – come il Consorzio Venezia Nuova, la società aeroportuale Save e l’Autorità portuale – che in mancanza di effettivi controlli tendono a prevaricare e a sovrapporsi all’Autorità pubblica». Un’accusa inviata sotto forma di interrogazione ai ministri delle Infrastrutture e dell’Ambiente. Casson ricorda come nel suo testo di nuova Legge Speciale, già in discussione al Senato nella passata legislazione, fossero presenti importanti modifiche dei poteri nella direzione del federalismo e della trasparenza. Poteri sulle acque e su Marghera al sindaco, abolizione dei concessionari, poteri effettivi al Magistrato alle Acque, l’ufficio lagunare del ministero. «Più che un controllore istituzionale, efficace ed efficiente», scrive Casson, «ha dimostrato di essere quasi l’ancella del Consorzio Venezia Nuova, succube nei suoi confronti». Prima di darsi alla politica, Casson aveva da pm aperto numerose inchieste ambientali, tra cui una a carico dell’ex presidente del Magistrato alle Acque Patrizio Cuccioletta e sul rapporto controllori-controllati. Nel 2009 era stato anche grazie a una sua interrogazione che la delibera firmata dal magistrato della Corte dei Conti Antonio Mezzera – insabbiata per mesi – molto critica sulla gestione dell’attività di salvaguardia era stata alla fine pubblicata, pur con pesanti interventi sul testo originario. Sulla concessione unica, Casson ricorda che si tratta di «norma antiquata», formalmente abrogata dall’articolo 6 bis della legge 206 del 1995. «Ma di fatto sopravvissuta», annota il senatore, «grazie a escamotage giuridici del governo Berlusconi, che si era inventato un compromesso pateracchio». Facendo risalire tutti i successivi atti relativi al Mose come una prosecuzione della convenzione originaria. Così l’11 maggio del 2005 un atto aggiuntivo della stessa convenzione fissava per il Mose un prezzo chiuso (3710 milioni di euro più iva), fissando il termine dei lavori per il 31 dicembre 2012. Nessuno dei due è stato poi rispettato. Il Mose costerà 5600 milioni e sarà finito, pare, nel 2016.(a.v.)

 

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