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Mogliano. Il sindaco vuole chiarezza sulle fermate promesse

Appello ai colleghi per organizzare nuove azioni di protesta

MOGLIANO «C’era una volta la metropolitana di superficie, le sue fermate, i suoi progetti e i suoi immancabili ritardi». Potrebbe iniziare così una favola immaginaria sul progetto dell’Sfmr. Dopo anni di promesse mancate e rassicurazioni sistematicamente disattese, parlare del Sistema Ferroviario Metropolitano Regionale sembra quasi un’operazione di fantasia.

Lo sanno bene i pendolari di Preganziol, che venerdì mattina hanno promosso un sit-in per protestare contro la carenza di convogli.

E lo sanno bene, a Mogliano, anche i residenti di Marocco che da tempo attendono la realizzazione di un’ulteriore fermata in via Gatta.

Schiarite all’orizzonte non se ne vedono e al nuovo sindaco Carola Arena, che su questo fronte si era solennemente impegnata durante la scorsa campagna elettorale, non rimane che puntare dritto contro il governatore Luca Zaia: «Ricordo bene gli interventi sulla stampa del Presidente Zaia», scrive in una nota il sindaco, «che con il consueto decisionismo dichiarava come la situazione si sarebbe risolta in breve tempo e quanto lui avesse a cuore le esigenze dei pendolari veneti. Purtroppo è passato quasi un anno e nulla è cambiato, anzi le cose, se possibile, sono anche peggiorate, non si sente nemmeno più parlare di metropolitana regionale di superficie e di Stazione a Marocco; così tutti i bei discorsi sulla mobilità sostenibile e sulla conseguente riqualificazione viabilistica del Terraglio, si sono sciolti come neve al sole».

Carola Arena annuncia una mobilitazione: «La situazione», conclude il sindaco di Mogliano, «non può essere ulteriormente tollerata. Proprio per questo intendo chiedere un incontro, già nei prossimi giorni, ai sindaci dei comuni vicini e ai comitati per costruire, insieme, un calendario di azioni capaci di ottenere maggiore attenzione dalla Regione, per migliorare radicalmente il servizio e per chiedere che il progetto Sfmr sia riavviato con assoluta determinazione e con tempi di realizzazione certi».

Matteo marcon

 

PREGANZIOL – Raccolte 940 firme a sostegno delle petizione inviata a Regione e Trenitalia

Cinquanta persone al sit -in di protesta per chiedere di intensificare le fermate in stazione

Stazione dei treni di Preganziol blindata ieri mattina dalle forze dell’ordine per tenere sotto controllo il sit-in di protesta promosso dai pendolari che si battano da anni per avere più fermate dei treni. «È filato tutto liscio», hanno commentato soddisfatte Cristina Vianello e Irene Mori promotrici dell’iniziativa iniziata alle 7 alla quale hanno preso parte una cinquantina di pendolari.

Hanno raccolto in poco tempo 940 firme a sostegno della richiesta alla Regione e a Trenitalia le stesse fermate dei treni della stazione di Mogliano. “Treno fermati”, si leggeva sui pannelli sorretti dai pendolari al passaggio dei treni che sfrecciavano in direzione di Venezia senza fermarsi alla stazione di Preganziol.

Presenti alla manifestazione il sindaco Paolo Galeano e il presidente del Consiglio comunale Ennio Carraro. «La manifestazione è la logica conseguenza della miopia ingiustificata della Regione e di Trenitalia che non riescono a farsi carico dei problemi dei pendolari», ha sottolineato il sindaco. Tanti i cartelli appesi alla stazione e tenuti dai pendolari. Eccone alcuni: “Verrà mai attivato il servizio della metropolitana Treviso-Venezia, i cittadini di Preganziol se lo chiedono da 25 anni”; “Più treni meno inquinamento”; “Noi non possiamo permetterci di non arrivare puntuali al lavoro”.

Manuel Sponchiado, gestore del bar biglietteria della stazione fornisce il quadro della situazione: «Prima dell’entrata in vigore dell’orario cadenzato c’erano 230 fermate in più dei treni a Preganziol nell’arco di una settimana. I tagli di Trenitalia hanno ridotto alla domenica le fermate a otto in direzione di Venezia e a sette verso Treviso. Prima le fermate giornaliere domenicali erano sessanta. Alla sera l’ultimo treno che parte da Venezia è alle 21.15 orario che mette in seria difficoltà sia i lavoratori che i turisti che alloggiano nelle varie strutture alberghiere di Preganziol». Non è passata inosservata l’assenza al sit-in di ieri dei rappresentanti dei gruppi consigliari dell’opposizione.

Nello Duprè

 

IL PROGETTO – Il sindaco Arena: «Metropolitana, ecco la soluzione»

MOGLIANO – (N.D.) Piena solidarietà del sindaco di Mogliano Carola Arena alla manifestazione di ieri dei pendolari alla stazione ferroviaria di Preganziol. «La Regione – commenta Arena – deve rilanciare il servizio della metropolitana di superficie. Già nel corso della campagna elettorale per le amministrative del maggio 2014 avevo chiesto più volte all’allora assessore regionale alla mobilità, Renato Chisso, di venire alla stazione di Mogliano per scambiare, all’ora di punta del mattino quattro chiacchiere con i pendolari e capire come migliorare il servizio ferroviario. Purtroppo nè l’assessore Chisso, nè la Regione si sono mai preoccupati di verificare lo stato delle cose ed hanno replicato, in modo impersonale, che tutto, a loro dire, andava bene, che l’orario cadenzato avrebbe risolto ogni problema e che nel 2015 ci sarebbe stata la gara per cambiare la gestione del servizio ferroviario. E’ già passato un anno – aggiunge Arena – e nulla è cambiato. Anzi, le cose, se possibile, sono peggiorate. Nel frattempo non si sente più parlare di metropolitana regionale di superficie e della nuova stazione a Marocco di Mogliano».

Il sindaco Arena ha annunciato un incontro nei prossimi giorni con i sindaci dei comuni interessati al servizio della metropolitana di superficie della tratta Treviso-Venezia.

 

Acquisiti gli atti sui 50 milioni che la Regione ha destinato al restauro dello Studium e del palazzo del Patriarca. Gli errori sui lavori alla bocca di porto di Malamocco

VENEZIA – Un’indagine sulla pioggia di milioni di euro erogati dalla Regione Veneto a favore dello Studium Marcianum inaugurato nel 2008, voluto dall’ex patriarca di Venezia Angelo Scola, e un’altra indagine sulla conca di navigazione realizzata da Magistrato alle Acque e Consorzio Venezia Nuova in bocca di porto di Malamocco – per far entrare le navi in laguna quando il Mose sarà alzato – che il porto di Venezia ha chiesto al ministero delle Infrastrutture di modificare (progetto da 15 milioni di euro) perché troppo piccola per far transitare in sicurezza le navi oltre i 280 metri di lunghezza.

Sono le due nuove inchieste avviate dal procuratore della Corte dei conti Carmine Scarano (conca di navigazione) e dal procuratore aggiunto Giancarlo Di Maio (Marcianum) sul fronte sempre più controverso delle spese di “salvaguardia” della laguna di Venezia. Marcianum.

La Procura veneta ha in corso da qualche mese un’indagine contabile sui 50 milioni di euro di Legge speciale che la Regione Veneto – allora retta da Giancarlo Galan – aveva stornato dalle opere di disinquinamento (cui erano per legge destinati) per assegnarli alla Curia veneziana per il restauro del palazzo patriarcale in piazza San Marco e la nascita dello Studium Marcianum in Punta della Salute, ambizioso e patinato polo teologico-culturale voluto dall’allora patriarca Angelo Scola. Scuola media, liceo classico, facoltà di Teologia per qualche anno finanziato con generosi contributi pubblici e privati. O entrambi: come nel caso dei 100 mila euro del Consorzio Venezia Nuova che l’allora presidente del Cvn e della stessa Fondazione Studium Marcianum, Giovanni Mazzacurati non mancava mai di versare.

Poi i conti che non tornano, l’inchiesta sulle Tangenti Mose che ha fatto venire meno i finanziatori più ricchi e “fedeli”, la decisione del patriarca Francesco Moraglia – appena giunto a Venezia, nel 2013 – di chiudere l’esperienza Marcianum, per non dipendere da chicchessia. E ora l’indagine della Corte dei conti per verificare se vi sia stato un uso improprio dei fondi di Legge speciale, partendo da quanto segnalato da un articolo della scorsa estate de “La Nuova di Venezia e Mestre”, che ripercorreva il fiume di finanziamenti erogati dalla Regione Veneto al Marcianum – e al Patriarcato – per anni gigantesco cantiere per trasformare il vecchio seminario in Punta della Salute nel polo culturale ecclesiastico in laguna, con tanto di foresteria da 70 camere, spazi di ristoro, sale multimediali, biblioteca, spazi espositivi e sale congressi. Come foresteria, uffici e nuove sale vennero realizzate anche nel palazzo patriarcale di San Marco.

Si potevano spendere a questo scopo fondi di Legge speciale per il disinquinamento? Questo intende chiarire l’indagine, con i finanzieri del Nucleo Tributario incaricati di acquisire la documentazione.

Mose e conca di navigazione. Di ieri, invece, la decisione del procuratore veneto Carmine Scarano di aprire un fascicolo contabile per stabilire se vi sia o meno qualche ipotesi di danno erariale in merito a una notizia delle ultime ore: la conca di navigazione realizzata sulla diga di Pellestrina – per garantire il transito delle navi anche in caso di Mose in attività – e costata 280 milioni di euro, va già modificata. Costo, altri 10-15 milioni, Sin dal 2006 i piloti del porto avevano evidenziato il fatto che la “lunata” realizzata a protezione della conca era troppo vicina e le navi superiori ai 280 metri avrebbero avuto difficoltà di manovra. Allarme rilanciato anche dalla Capitaneria di Porto, ma sempre respinto dal Magistrato alle Acque. Ora il presidente del Porto Paolo Costa – che la conca aveva voluto da allora sindaco di Venezia – ha formalizzato al ministero un progetto, per realizzare una sorta di muro di sponda rafforzato dove le navi possono appoggiarsi per virare e allinearsi. Bisognava farlo prima? C’è danno? Questo intende verificare l’indagine.

Roberta De Rossi

 

Il bacino consente il transito fra due specchi d’acqua

Ma cos’è la conca di navigazione? È un apparato idraulico interposto tra due specchi d’acqua, collocati a un livello differente. La sua funzione è quella di garantire il passaggio di navi, imbarcazioni e natanti. La conca di navigazione viene utilizzata ad esempio, per consentire la navigazione tra il mare e le acque interne. Detta anche bacino di navigazione, la conca è costituita da due o più paratoie stagne mobili; da un invaso; da un sistema di tubazioni e valvole. Attraverso il sistema di valvole si mette in comunicazione l’invaso con lo specchio d’acqua da cui proviene l’imbarcazione. Per il principio dei vasi comunicanti il livello all’interno del bacino raggiunge quello esterno, permettendo l’accesso dei natanti all’interno della conca. Il sistema di conche di navigazione più conosciuto al mondo è quello del canale di Panama. I bacini vengono largamente usati nel Nord Europa per mantenere isolato dal mare (e, nel contempo, consentirgli di comunicare con esso) il vasto sistema di canali navigabili interni.

 

Inchiesta dell’Espresso da oggi in edicola: comandano sempre gli stessi

I Gattopardi del Mose

VENEZIA «Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi». La tesi espressa da Giuseppe Tomasi di Lampedusa nel suo capolavoro, Il Gattopardo, sembra attagliarsi alla perfezione al destino del Mose, a sette mesi dal maremoto giudiziario che lo ha travolto. Non è un caso, insomma, che sia intitolata «I gattopardi non mollano il Mose» l’inchiesta, firmata da Gianfranco Turano con la collaborazione di Alberto Vitucci, che appare sull’Espresso, in edicola da oggi. «Il nuovo e sorprendente protagonista degli affari in laguna è l’incontenibile prefetto di Roma Giuseppe Pecoraro, amico del piduista e piquattrista Luigi Bisignani, nonché cinghia di trasmissione di chi ha spadroneggiato sui sei miliardi di appalto del Mose e non intende lasciare la presa». È proprio lui, il prefetto Pecoraro – raccontano Turano e Vitucci – che ha redatto l’ordinanza di commissariamento che ha dato il benservito a Mauro Fabris e ha nomina i due nuovi commissari del Consorzio Venezia Nuova: Luigi Magistro, braccio destro di Gherardo Colombo, ai tempi di Mani Pulite, e di Francesco Ossola, progettista dello Juventus stadium. Prima di Natale – si ricorda nell’articolo – il prefetto Pecoraro è addirittura sbarcato in laguna, nella nuova sede del Consorzio all’Arsenale, e ha incontrato i rappresentanti delle tre principali imprese del Mose: Alberto Lang, per Condotte; Salvatore Sarpero, direttore generale di Fincosit; Romeo Chiarotto, proprietario della Mantovani. Insomma, i lavori saranno completati dalle stesse imprese che li hanno iniziati. Mentre i commissari resteranno in carica «fino a collaudo avvenuto». Questo significa almeno 2018 se i lavori, dopo l’ultimo slittamento, saranno completati nel 2017.

 

Il via libera al processo della giunta elezioni del Senato

«Matteoli incassò 550 mila euro per gli appalti a Socostramo»

VENEZIA – Un investimento di 25 mila euro per acquistare le quote aveva fruttato ben 48 milioni di utili. Molto più che un Gratta e Vinci quello strappato dall’impresa romana Socostramo srl dell’imprenditore Erasmo Cinque. Che, senza eseguire alcun lavoro, alla fine grazie all’ex ministro Altero Matteoli aveva guadagnato qualcosa come 48 milioni di euro. Un quadro chiaro e denso di prove quello ricostruito dai tre giudici per il Collegio dei reati ministeriali del Tribunale veneziano che ha chiesto – e ottenuto – dal Senato l’autorizzazione a procedere per l’ex ministro dell’Ambiente e delle Infrastrutture e Trasporti Altero Matteoli e i suoi «correi» Giovanni Mazzacurati, Piergiorgio Baita, Nicolò Buson, Erasmo Cinque e William Colombelli.

I tre giudici (Monica Sarti, Priscilla Valgimigli e Alessandro Girardi) ricostruiscono nella memoria inviata ai senatori i passaggi chiave che dimostrerebbe l’esistenza del reato di corruzione. Il reato, secondo i giudici, nasce in laguna nel giugno 2003 e continua nel maggio 2011, quando vengono sottoscritti gli «atti di impegno» per avviare il disinquinamento delle aree di Porto Marghera. Nell’ottobre del 2001 viene firmato il primo atto di transazione tra lo Stato e la Montedison che si impegnava allora a versare 271 milioni di euro a titolo di risarcimento per l’inquinamento prodotto a Marghera. L’ipotesi sostenuta da Matteoli è quella di affidare gli importi e l’attività di disinquinamento al Consorzio Venezia Nuova. Ma la condizione perché questo avvenga «è che di quei fondi doveva beneficiare la società Socostramo». Che nel novembre del 2000 era entrata a far parte della compagnia consortile di Venezia Nuova con una cifra irrisoria dello 0,006583 per cento, investendo poche migliaia di euro. Quota non sufficiente per partecipare a lavori così importanti, per cui del resto la Socostramo non era neanche attrezzata. Il rimedio è presto trovato: Mazzacurati assegna i lavori con il metodo del «fuori quota», e Baita associa l’impresa alla Mantovani, che effettua realmente i lavori. E rinuncia al 50 per cento dei suoi introiti in favore della piccola impresa.

Il Consorzio da parte sua, continua la memoria dei giudici, «beneficiava di un cosiddetto onere del concessionario per un ammontare complessivo di oltre 60 milioni di euro». Un’operazione con soldi dello Stato da cui tutti gli imputati traggono vantaggio. Matteoli avrebbe ricevuto secondo le indagini 400 mila euro in contanti da Mazzacurati e Baita, 150 mila da Colombelli e Nicolò Buson. «Le indagini hanno dimostrato un totale asservimento dei presidenti del Magistrato alle Acque (Patrizio Cuccioletta e Maria Giovanna Piva) al volere di Mazzacurati, che li remunerava con denaro contante ed utilità». E un «asservimento al Consorzio Venezia Nuova da parte di Altero Matteoli, nella sua veste di ministro dell’Ambiente e delle Infrastrutture». Quanto all’imprenditore Cinque, «forte del suo rapporto con Matteoli, decideva le sorti dei presidenti del Magistrato alle Acque». E il legame tra i due era talmente forte che l’imprenditore convocava nel suo ufficio Cuccioletta. «Per redarguirlo e minacciare il suo trasferimento a direttore del Personale».

Alberto Vitucci

 

Il processo a milano

Il Consorzio Venezia Nuova parte civile contro Milanese

VENEZIA – Il Consorzio Venezia Nuova, ora commissariato ma un tempo guidato da Giovanni Mazzacurati, il principale artefice del presunto «sistema corruttivo»al centro dello scandalo Mose, è parte civile al processo in corso a Milano a carico di Marco Milanese, l’ex parlamentare ed ex braccio destro dell’allora ministro Giulio Tremonti e che ieri era in aula.

Ad ammettere come parte civile il Cvn, così come il ministero dell’Economia, sono stati i giudici della quarta sezione penale del Tribunale di Milano presieduti da Oscar Magi.

Il collegio non ha invece accolto le eccezioni presentate dall’avvocato Bruno La Rosa, uno dei difensori di Milanese, tra cui quella sull’incompetenza territoriale a favore di Venezia, che aveva come obiettivo quello di ritrasferire il procedimento nella sede in cui è nato ed è incardinato il filone principale di indagine: insomma, in tal caso, secondo i difensori, l’inchiesta avrebbe dovuto partire da zero.

Il pm Roberto Pellicano, inoltre, in base alla sentenza con cui lo scorso 28 novembre la Cassazione ha scarcerato Marco Milanese, rimettendolo in libertà, ha leggermente modificato il capo di imputazione. Ha «bocciato» il reato di traffico di influenze ipotizzato nel provvedimento con cui oltre un mese fa la Suprema Corte ha annullato l’ordinanza di custodia cautelare in carcere ma ha riformulato l’accusa: ha ritenuto sia corretto contestare all’ex deputato del Pdl il concorso in corruzione ma, e questa è la differenza rispetto a prima, non con un ruolo di pubblico ufficiale bensì con una veste di «intermediario qualificato» in virtù dell’«autorevolezza» delle cariche politiche e i rapporti privilegiati – ha spiegato il pm ai giudici – con l’allora ministro dell’Economia che era anche presidente del Cipe».

Fu proprio il Cipe a decidere il maxistanziamento che nel 2003 ha di fatto sbloccato gli appalti per le paratoie del Mose da collocare nelle tre bocche di porto della laguna di Venezia. Per l’accusa Mario Milanese avrebbe ricevuto negli uffici di Milano di Palladio Finanziaria 500 mila euro da Mazzacurati in cambio del suo intervento per introdurre «una norma ad hoc per salvare il finanziamento di 400 milioni» per il Mose che altrimenti il Cipe avrebbe destinato ad altre opere nel Sud Italia. Il processo è stato aggiornato il prossimo 19 febbraio sempre a Milano.

 

SCANDALO IN LAGUNA

Il Consorzio Venezia Nuova si è costituto parte civile al processo in corso a Milano a carico di Marco Milanese, l’ex parlamentare ed ex braccio destro dell’allora ministro Giulio Tremonti. Mauro Fabris, già presidente, conferma che la decisione, presa ad ottobre, interesserà anche altri processi.

 

MAURO FABRIS «Una decisione presa ad ottobre, sarà così anche in altri casi»

TRIBUNALE – La costituzione è avvenuta nell’udienza a carico dell’ex braccio destro del ministro Tremonti

Processo a Milanese. Consorzio parte civile

Il Consorzio Venezia Nuova, ora commissariato, si è costituito parte civile al processo in corso a Milano a carico di Marco Milanese, l’ex parlamentare ed ex braccio destro dell’allora ministro Giulio Tremonti e che ieri mattina era in aula.
Ad ammettere come parte civile il Cvn, così come il ministero dell’Economia, sono stati i giudici della quarta sezione penale del Tribunale di Milano presieduti da Oscar Magi. Il collegio non ha invece accolto le eccezioni presentate dall’avvocato Bruno La Rosa, uno dei difensori di Milanese, tra cui quella sull’incompetenza territoriale a favore di Venezia e cioè di ritrasferire il procedimento nella sede in cui è nato ed è incardinato il filone principale di indagine.

Secondo l’accusa Milanese avrebbe ricevuto negli uffici di Milano di Palladio Finanziaria 500 mila euro dall’ex presidente Giovanni Mazzacurati in cambio del suo intervento per introdurre «una norma ad hoc per salvare il finanziamento di 400 milioni» per il Mose e che altrimenti il Cipe avrebbe destinato ad altre opere nel Sud Italia.

«Si tratta di una decisione che avevamo preso lo scorso ottobre – spiega Mauro Fabris, già presidente del Consorzio che ora è guidato dai commissari – è una linea che il consiglio di amministrazione aveva scelto tempo fa e che viene seguita in ogni vicenda processuale di questo tipo. Anche sui recenti patteggiamenti valuteremo, non appena sarà depositata la sentenza, di diventare parte lesa. Siamo intenzionati a costituirci parte civile anche sul fronte dei prossimi processi in città legati alla vicenda del Mose. Penso al caso dell’ex sindaco Orsoni, ma non solo in quella circostanza».
Il processo a carico di Milanese è stato aggiornato al prossimo 19 febbraio.

 

PROCESSO MOSE – “Venezia Nuova” parte civile contro Milanese

MILANO – Il Consorzio Venezia Nuova, ora commissariato ma un tempo guidato da Giovanni Mazzacurati, il principale artefice del presunto “sistema corruttivo” al centro del caso Mose, è parte civile al processo in corso a Milano a carico di Marco Milanese, l’ex parlamentare ed ex braccio destro dell’allora ministro Giulio Tremonti e che ieri era in aula. Ad ammettere come parte civile il Cvn, così come il ministero dell’Economia, sono stati i giudici della quarta sezione penale del Tribunale di Milano presieduti da Oscar Magi. Il collegio non ha invece accolto le eccezioni presentate dall’avvocato Bruno La Rosa, uno dei difensori di Milanese, tra cui quella sull’incompetenza territoriale a favore di Venezia e cioè di ritrasferire il procedimento nella sede in cui è nato ed è incardinato il filone principale di indagine. Il pm Roberto Pellicano ha leggermente modificato il capo di imputazione. Ha ritenuto sia corretto contestare all’ex deputato del Pdl il concorso in corruzione ma, e questa è la differenza rispetto a prima, non con un ruolo di pubblico ufficiale bensì con una veste di «intermediario qualificato» in virtù dell’«autorevolezza» delle cariche politiche e i rapporti privilegiati – ha spiegato il pm ai giudici – con l’allora ministro dell’economia che era anche presidente del Cipe”.

 

Le società di Baita e Minutillo, già coinvolte nell’inchiesta Mose, avevano preso parte alla gara

Si muove l’Autorità presieduta da Cantone

MEOLO – Intervento su sollecitazione della deputata sandonatese M5S Arianna Spessotto

Via del Mare, indaga Cantone

L’Autorità anticorruzione chiede alla Regione le carte sull’iter dell’autostrada a pagamento

Via del Mare: si muove l’Autorità nazionale anticorruzione (Anac). Dopo la richiesta di intervento affinché venisse sospesa la gara d’appalto per la progettazione, costruzione e gestione della superstrada a pedaggio A4-Jesolo, avanzata lo scorso dicembre al presidente dell’Anac Raffaele Cantone dalla deputata del Movimento 5Stelle Arianna Spessotto, l’Autorità anticorruzione ha dato il via a una procedura formale, invitando il direttore della Sezione Strade autostrade e concessioni della Regione, Mariano Carraro, a fornire, entro 30 giorni, una relazione dettagliata sullo stato attuale del procedimento di gara della Via del Mare e l’intera documentazione collegata, per verificare il rispetto delle condizioni di legalità della procedura.

L’iter per l’appalto dell’opera, pur rallentato, non è mai stato bloccato dalla Regione, nonostante due delle tre società promotrici fossero state coinvolte nella scandalo Mose. Nel 2012 erano stati proprio Claudia Minutillo per Adria Infrastrutture e Piergiorgio Baita per il Consorzio Vie del Mare, assieme alla società Strada del Mare, a presentare il progetto preliminare della superstrada a pedaggio, da realizzare in project financing. Le tre società si sono poi fuse in un solo gruppo, la Strada del Mare srl, diventato unico promotore, con diritto di prelazione sugli altri partecipanti all’appalto.

A marzo 2013 però, Baita e Minutillo finiscono nelle maglie della giustizia, un anno dopo è la volta dell’assessore regionale Renato Chisso, grande sostenitore della Via del Mare. Nonostante le sollecitazioni al governatore Zaia per l’annullamento del progetto, soprattutto del Pd e di diversi sindaci dei territori interessati dalla superstrada, l’iter del bando europeo per realizzare e gestire l’opera, indetto dalla Regione e scaduto a settembre 2013, prosegue anche se con tempi lunghi. Attualmente le offerte pervenute sono all’esame della commissione che dovrà stabilire il vincitore della gara. E non ci sono segnali dell’intenzione di bloccare il progetto. A meno che ora l’Anac non decida lo stop.

 

«La “Via del mare” mostri le carte»

L’Autorità anticorruzione vuole fare luce sulle procedure avviate per la costruzione della  superstarda a pedaggio

«Via del Mare, fuori tutte le carte». L’Autorità nazionale anticorruzione guidata da Raffaele Cantone vuole vederci chiaro sulle procedure avviate per la realizzazione della superstrada a pedaggio tra l’autostrada A4 e Jesolo, ed ha invitato il direttore della Sezione Strade Autostrade e Concessioni della Regione, Mariano Carraro, a fornire entro 30 giorni una relazione dettagliata sullo stato attuale della gara, oltre all’intera documentazione collegata, per verificare il rispetto delle condizioni di legalità della procedura.

Era stata la deputata del Movimento 5Stelle Arianna Spessotto a chiedere, nel dicembre scorso, l’intervento dell’Autorità anticorruzione affinché venisse sospesa la gara d’appalto per la progettazione, costruzione e gestione della suprestrada.

L’iter per l’appalto dell’opera, pur rallentato, non è però mai stato bloccato dalla Regione, nonostante due delle tre società promotrici fossero state coinvolte nello “scandalo Mose”. Nel 2012 erano stati proprio Claudia Minutillo per “Adria Infrastrutture” e Piergiorgio Baita per il “Consorzio Vie del Mare”, assieme alla società “Strada del Mare”, a presentare il progetto preliminare della superstrada a pedaggio, da realizzare in project financing.

Le tre società si sono poi fuse in un solo gruppo, la “Strada del Mare srl”, diventato unico promotore, con diritto di prelazione sugli altri partecipanti all’appalto. Nel marzo 2013 però, Baita e Minutillo finiscono nelle maglie della giustizia, un anno dopo è la volta dell’assessore regionale Renato Chisso, grande sostenitore della Via del Mare. Nonostante le sollecitazioni al governatore veneto Luca Zaia per l’annullamento del progetto, soprattutto da parte del Pd e di tutti i sindaci dei comuni che sarebbero stati attraversati dalla superstrada (con l’unica eccezione di quello di Jesolo), l’iter del bando europeo per realizzare e gestire l’opera, indetto dalla Regione e scaduto a settembre 2013, prosegue anche se con tempi lunghi.

«Quanto emerso dalle indagini sul Mose a proposito della società Adria Infrastrutture, citata dal Gip di Venezia come esempio di “sistema corruttivo diffuso e ramificato” – aveva affermato Spessotto anche in un appello rivolto al Zaia – dovrebbero farci riflettere sull’esigenza di procedere con una verifica immediata di legalità delle condizioni di aggiudicazione della gara».

Attualmente le offerte pervenute sono all’esame della commissione che dovrà stabilire il vincitore della gara, e non ci sono segnali dell’intenzione di bloccare il progetto. A meno che ora l’Anac non decida lo stop.

 

Il magistrato che presiede l’autorità nazionale anticorruzione vuole una dettagliata relazione

L’Anac si è mossa in seguito all’appello della deputata sandonatese grillina Spessotto

MUSILE – Autostrada del Mare: l’Autorità nazionale anticorruzione (Anac) vuole visionare tutta la documentazione relativa all’iter del bando per la concessione della progettazione definitiva e della costruzione, tramite project-financing, della superstrada che collegherà il casello dell’A4 di Meolo a Jesolo.

Nei giorni scorsi gli uffici dell’Autorithy, presieduta dal magistrato Raffaele Cantone (divenuto famoso per il suo impegno per la legalità sull’Expo), hanno scritto alla sezione “Strade, autostrade e concessioni” della Regione per chiedere «una circostanziata relazione sullo stato attuale del procedimento di gara, nonché su eventuali contenziosi insorti».

La Regione avrà tempo sino alla fine di gennaio per produrre l’incartamento. Va precisato che al momento sulla via del Mare non c’è alcuna indagine in corso da parte dell’Anac, ma si tratta di una richiesta di informazioni preliminari, per assicurare la verifica del rispetto delle condizioni di legalità della procedura.

L’Autorithy si è mossa in seguito all’appello lanciato lo scorso dicembre dalla deputata sandonatese Arianna Spessotto. L’esponente del Movimento 5 Stelle aveva chiesto a Cantone di intraprendere un’azione mirata alla sospensione dell’iter di aggiudicazione del bando di gara, alla luce del sistema di tangenti e malaffare emerso in Veneto dalle indagini sul Mose.

«Cantone ha risposto positivamente alla mia richiesta, annunciando l’avvio dell’esame preliminare della questione da me sollevata», commenta Arianna Spessotto, «è mia intenzione, come già fatto in precedenza, coinvolgere direttamente i sindaci dei Comuni interessati dalla realizzazione dell’opera in questa delicata fase di aggiornamento, per valutare congiuntamente l’effettiva o meno permanenza delle necessarie condizioni di legalità per l’aggiudicazione della gara per la costruzione della superstrada Meolo-Jesolo».

Ma la deputata del Movimento 5 Stelle chiama in causa soprattutto il governatore Zaia. «I comitati, le associazioni locali e quasi tutti i Comuni hanno già da tempo espresso la loro contrarietà alla costruzione della superstrada a pedaggio per la sua evidente inutilità.

Pertanto», conclude Arianna Spessotto, «ritengo necessario procedere su tutti i fronti per bloccare definitivamente questa assurdità. Mi auguro che si muovano in questa direzione altri sindaci, politici e magari il presidente della Regione Zaia, che formalmente si è dichiarato contrario all’opera, ma alla prova dei fatti non ha intrapreso alcuna azione concreta».

Giovanni Monforte

 

VENEZIA – L’ex ministro Matteoli può essere processato per corruzione per le vicende legate al Mose e alle bonifiche di Marghera. Il via libera è arrivato ieri dal Senato, che ha approvato a maggioranza (voto favorevole di Pd, Psi, Cinquestelle, no di Forza Italia) la richiesta di autorizzazione a procedere inviata dal Tribunale di Venezia («Collegio per i reati ministeriali») al presidente del Senato Pietro Grasso nell’ottobre scorso. Richiesta prevista dall’articolo 96 della Costituzione e dall’articolo 5 della Legge Costituzionale del 1989.

Sono parole molto pesanti quelle con cui i tre pm del Tribunale veneziano (Monica Sarti, Priscilla Valgimigli e Alessandro Girardi) hanno chiesto al Senato – e ieri ottenuto – l’autorizzazione a procedere in giudizio per l’ex ministro dell’Ambiente e delle Infrastrutture. Insieme a lui, come prevede la stessa legge, è arrivata l’autorizzazione a indagare anche per i «correi» coinvolti nell’inchiesta della procura veneziana sulla corruzione Mose.

Nella fattispecie l’ex presidente del Consorzio Venezia Nuova Giovanni Mazzacurati, l’ex presidente della Mantovani Piergiorgio Baita, gli imprenditori Nicolò Buson, Erasmo Cinque, William Ambrogio Colombelli.

«Le motivazioni della Procura veneziana sono state condivise dalla maggioranza dei senatori», commenta Felice Casson, senatore veneziano che fa parte della giunta per le autorizzazioni a procedere di Palazzo Madama, «è giusto che si faccia la massima chiarezza su questa vicenda».

Accuse pesanti quelle che pendono sul capo dell’ex ministro Altero Matteoli, nominato due volte responsabile dell’Ambiente – e poi anche delle Infrastrutture e Trasporti – nei governi Berlusconi.

«In violazione dei suoi doveri di imparzialità e di indipendenza», scrivono i giudici, «nell’asservimento delle proprie funzioni agli interessi del Consorzio Venezia Nuova», l’ex ministro avrebbe lavorato per far assegnare allo stesso Consorzio e alle imprese consorziate i finanziamenti per la bonifica di Marghera, in violazione della normativa sulle gare d’appalto, del codice sui contratti pubblici e delle direttive europee».

Sempre Matteoli avrebbe anche garantito a Mazzacurati e al Consorzio la nomina di un presidente «compiacente» (Patrizio Cuccioletta), completamente a disposizione del Consorzio venezia Nuova».

In cambio Matteoli, scrivono i giudici, «avrebbe ricevuto danaro contante direttamente da Mazzacurati e Baita nell’importo di 400 mila euro e altri 150 mila euro consegnati da Colombelli e Buson».

L’ex ministro di Forza Italia avrebbe anche ottenuto dal Consorzio l’assegnazione del subappalto della bonifica all’impresa Socostramo srl, «procurando a questa e al suo amministratore Erasmo Cinque un utile pari a 48 milioni, 672 mila 512 euro e 98 centesimi». Adesso le indagini possono proseguire anche sull’ex ministro.

Alberto Vitucci

 

Nuova Venezia – Il ricorso di Galan

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7

gen

2015

Parla il procuratore aggiunto Carlo Nordio: «Di nuove indagini non posso parlare ma è ovvio che un’inchiesta così complessa ha sempre delle clonazioni»

La legge consente di impugnare in Cassazione la sentenza che l’imputato ha invocato

VENEZIA – Carlo Nordio, procuratore aggiunto della repubblica e contitolare assieme ai pm Paola Tonini, Stefano Ancilotto e Stefano Buccini dell’inchiesta Mose, è l’uomo che ha gestito la trattativa sui patteggiamenti con gli avvocati degli imputati, secondo un principio che definisce di realtà. Patteggiamenti poi accolti nelle sentenze del giudice. Le sentenze si pronunciano «in nome del popolo italiano», ma qui ci sono due popoli che si fronteggiano: il paese reale e il paese legale. Il paese reale si sente orfano del processo Mose e vede nei patteggiamenti accuse pesanti e pene leggere.

Cosa ne pensa il paese legale? «Il processo serve a vedere se l’accusa è fondata o se non lo è. Tutto il resto è pura metafisica, mezzo politica e mezzo mediatica, che va discussa e risolta in altre sedi. Il codice di procedura penale dell’89 firmato da Giuliano Vassalli, medaglia d’oro della Resistenza, prevede che si possa patteggiare e quindi evitare il dibattito pubblico perché è conveniente per entrambe le parti. Quando con la riforma Vassalli noi abbiamo introdotto il processo accusatorio, alla Perry Mason per intenderci, sapevamo che non si poteva prescindere dall’istituto fondamentale che lo regge, il patteggiamento. Negli Stati Uniti il patteggiamento o plea bargain, chiedi l’affare, risolve oltre il 90% dei processi. Solo il 3% arriva a dibattimento».

E sulla sproporzione tra le accuse e l’entità delle pene? «Qui il discorso è di pragmatismo utilitaristico. Prendiamo il patteggiamento più importante, quello dell’ex governatore, 2 anni e 10 mesi, una carcerazione preventiva già sofferta, una carcerazione domiciliare ancora in fieri, una restituzione importante del maltolto, una sicura decadenza dalle cariche politiche. Per noi è una pena seria, bilanciata dal fatto che andavamo incontro a un processo estremamente lungo e costoso per tutti, con gli esiti incerti che hanno tutti i processi e non perché le prove fossero equivoche, secondo noi, ma perché ogni processo ha la sua stella, non ultimo il decorso del tempo e della prescrizione».

Eravate tutti d’accordo su questa linea in procura? «Assolutamente uniti. Alcuni patteggiamenti sono stati concordati con facilità, perché erano standard, parliamo soprattutto degli imprenditori. Per quelli più importanti e se vogliamo più delicati, abbiamo discusso tra di noi quale fosse la soglia minima soddisfacente, però puntando al rialzo. Poi la trattativa sul rialzo è stata condotta da me, con risultato quasi sempre uguale o un po’sopra la soglia minima che avevamo concordato tra di noi».

Gli avvocati di Galan dicono di aver accettato l’inaccettabile. Sembra un’imposizione della procura: avete imposto voi il patteggiamento o ve l’hanno chiesto? «Generalmente è la difesa che lo chiede, qualche volta lo chiede insistentemente e molte volte lo chiede molto insistentemente, quasi in ginocchio. Qualche volta è la procura che fa balenare la disponibilità. Poi si instaura una sorta di mercato».

Nel caso di Galan com’è andata? «Diciamo che le volontà si sono incrociate. Difficile dire in situazioni molto complesse da chi parte l’iniziativa. Un Rembrandt lei lo compera alzando un dito da Softeby’s, soltanto se va a comprare un chilo di pomodori deve chiedere quanto e come. Io ho il massimo rispetto per l’imputato e anche per i suoi difensori e comprendo benissimo che dopo una conclusione seriamente punitiva, secondo noi, si cerchi di mitigare la portata della soluzione attraverso interpretazioni più blande, più benevole».

Se poi aggiungiamo che il patteggiamento non è un’ammissione di colpa… «Attenzione, il patteggiamento ha delle conseguenze precise. Chi lo chiede sa benissimo, e lo deve sapere, che riceve una condanna. Le leggo l’articolo 445 cpp, secondo comma: “la sentenza di patteggiamento anche quando è pronunciata dopo la chiusura del dibattimento e non ha efficacia nei giudizi civili, salve diverse disposizioni di legge, è equiparata a una sentenza di condanna”.

Chi patteggia sa di aver avuto una condanna e ne accetta le conseguenze, giuridiche e anche logiche. Poi ognuno può anche proclamarsi innocente fino alla fine dei suoi giorni, è una scelta rispettabilissima perché fa parte dell’immagine che l’imputato vuol dare di sé».

Salvo che chi l’ascolta può crederci o meno. «Chi l’ascolta può domandarsi se sia una scelta di pura immagine o corrisponda alla realtà, ma per noi è assolutamente vincolante il fatto che la sentenza di patteggiamento è equiparata ad una condanna».

Gli avvocati di Galan hanno fatto ricorso in Cassazione contro il patteggiamento da essi stessi richiesto. Vogliono spostare alle calende greche il pagamento dei 2,6 milioni di sanzione, visto che il termine è fissato entro 90 giorni dopo che la sentenza passerà in giudicato e la sentenza adesso è quella della Cassazione? «La domanda più che legittima che lei fa è quella che si fa anche l’uomo della strada e cioè come fai a impugnare una sentenza che tu stesso hai invocato? È tuttavia una domanda senza risposta. La legge lo consente perché il legislatore è schizofrenico e l’avvocato fa il suo mestiere. Il difensore impugna per mille ragioni: perché se l’imputato è in stato di detenzione può continuare a espiare la detenzione ai domiciliari, così quando il giudizio diventerà definitivo l’ha già espiata a casa; oppure perché spera nella prescrizione; oppure perché spera in un’amnistia o in un indulto».

Quanto tempo richiederà il pronunciamento della Cassazione, nel nostro caso? «Penso poco, quattro o cinque mesi». Quindi non si rischia la prescrizione? «No, anzi, in questo caso la Cassazione dando torto al Riesame ha detto che l’inizio della prescrizione decorre molto più avanti».

Lei si riferisce al pronunciamento sul ricorso di Renato Chisso. Questo rimette in discussione tutte le posizioni? «No, quello che è patteggiato è patteggiato. A parte il fatto che ogni decisione vale solo per il singolo, non per gli altri».

Dieci anni di corruzione a questi livelli avevano bisogno di una copertura molto estesa. Massoneria? «Non ne so assolutamente niente. Non credo neanche che la massoneria abbia voce in capitolo. Piuttosto è la legge che è stata strutturata in modo tale da essere quasi un incentivo alla corruzione. Il Mose può essere paragonato a un tizio che ha avvelenato le acque perché era l’unico ad averne l’antidoto».

In che senso, scusi? «Le leggi degli ultimi trent’anni sulle opere pubbliche sono talmente bizantine e ingarbugliate che per un’opera gigantesca come il Mose hanno trovato più comodo fare una legge speciale. Non dico che avessero fatto apposta a produrre una legislazione schizofrenica, se la sono trovata sedimentata in decenni. Come quello che ha avvelenato le acque, in questo caso con una proliferazione legislativa, perché aveva l’antidoto, poter fare una legge speciale. Ma la legge speciale ha dato un potere e un arbitrio assoluto a tutti. Era quasi un invito alla corruzione. Dirò di più e peggio: oltre alla corruzione, allo spreco. Il Consorzio Venezia Nuova ha elargito a destra e a manca soldi nostri, senza nessuna ragione. La beneficenza uno deve farla con i soldi suoi, non con i soldi altrui. E qua mi fermo».

Lei dice: con i patteggiamenti abbiamo privilegiato l’aspetto pecuniario. «Diciamo che l’abbiamo tenuto in seria considerazione».

Ma uno si domanda: avete recuperato 12 milioni contro quanti sottratti alla collettività? «Ah, non lo sappiamo. Qui bisogna tener conto delle disponibilità aggredibili del soggetto. Se uno ci dice: questo lo posso pagare, il resto non ce l’ho, e addirittura non riesci a trovarglielo…»

È il caso dell’ex assessore Renato Chisso. «Sì, diciamo che il patteggiamento è sempre un compromesso. Però per noi è un compromesso accettabile».

Lei ha detto che non finisce qui, facendo capire che l’indagine va avanti: sulla sanità? «Di eventuali nuove indagini non posso parlare. Ma è ovvio che un’inchiesta così ha sempre delle clonazioni. Noi siamo molto orgogliosi di averla chiusa in termini ragionevoli per gran parte degli imputati».

E per le posizioni ancora da definire, Orsoni, Sartori e gli altri imputati? «I processi si faranno quanto prima».

Renzo Mazzaro

 

I grillini: «Deve lasciare la guida della commissione Cultura»

La Boldrini e Brunetta replicano che solo lui può andarsene

Dritta del Quirinale: a maggio si potrà rimuovere Galan

PADOVA – La via d’uscita, per “rimuovere” l’onorevole Giancarlo Galan (agli arrestati domiciliari) dalla presidenza della commissione Cultura di Montecitorio, l’ha indicata il professor Giancarlo Montedoro, consigliere del presidente della Repubblica per gli affari giuridici e le relazioni cosituzionali, chiamato in causa per un parere dallo stesso Giorgio Napolitano.

In una nota inviata al vicepresidente vicario-portavoce del Movimento Cinque Stelle, Andrea Cecconi, il consigliere Montedoro richiama il dettato l’articolo 20 comma 5 del Regolamento della Camera dei deputati: «Dalla data della loro costituzione, le Commissioni permanenti sono rinnovate ogni biennio e i loro componenti possono essere riconfermati».

Le somme le tira lo stesso Montedoro: «Ne consegue che, all’atto del rinnovo dei relativi organismi, i gruppi parlamentare ben potranno apprezzare la situazione evidenziata».

Orbene, la soluzione del rebus Galan, se non immediata, sembra comunque dietro l’angolo. Il deputato di Forza Italia è stato eletto presidente della Cultura, Scienza e Istruzione di Montecitorio il 7 maggio 2013; vuol dire che a primavera si procederà al rinnovo delle presidenze, e quella potrebbe l’occasione giusta per sostituire il parlamentare padovano, che ha potuto presiedere l’ultima commissione il 3 giugno 2014, alla vigilia della raffica di provvedimenti legati all’indagine sul sistema degli appalti del sistema di dighe anti-acqua alta. Oltre, par di capire, non si può andare.

«Al capo dello Stato», sottolinea il consigliere Montedoro, «non è consentito dalla Carta Costituzionale iniziative incidenti sull’autonoma organizzazione della vita parlamentare».

E di sicuro non sarà il capogruppo di Forza Italia, Renato Brunetta, a fare pressioni sul collega perché abbandoni la presidenza della commissione Cultura. «Non spetta certamente al presidente di un gruppo», scrive infatti l’onorevole Brunetta in una missiva di risposta al deputato pentastellato Cecconi, «intervenire in alcun modo per svolgere pressioni o indurre a dimissioni che il diritto parlamentare esclude. Tali pressioni sarebbero del tutto indebite».

Il professor Brunetta aggiunge che «le norme scritte e non scritte del diritto parlamentare giungono fino ad impedire ogni forma di sfiducia o di recall nei confronti di coloro che siano chiamati all’ufficio di presidente dell’Assemblea, di Commissione o di Giunta».

Che solo Galan possa decidere in ordine alla sua permanenza alla presidenza della commissione Cultura lo ha ribadito anche la presidente della Camera Laura Boldrini in un’altra lettera indirizzata all’onorevole Cecconi: «È noto che nel nostro ordinamento non sono ammissibili strumenti volti a revocare il presidente di un organo parlamentare. La rinuncia alla carica di presidente di commissione non può dunque, allo stato, che discendere dalle autonome determinazioni del deputato Galan».

S’indigna su Fb l’onorevole Federico D’Incà, deputato bellunese del Movimento Cinque Stelle, che ieri ha pubblicato una foto di Galan in giacca bianca e papillon: «Solo a guardare questa persona io mi sento a disagio. L’Italia non merita di essere rappresentata da Galan. Ricordo a tutti che i parlamentari del M5s hanno restituito fino a giugno 2014 la somma di 10 milioni di euro dei propri stipendi e rimborsi al fondo per il credito alle piccole medie imprese».

Il commissario delegato denuncia i comitati ambientalisti

Chi parla di Mose dell’entroterra porti le prove alla magistratura ma la smetta di insinuare dubbi e malizie sull’infrastruttura

VENEZIA – L’Autorità anticorruzione ha chiesto al Commissario tutta la documentazione relativa al progetto di finanza legato alla Superstrada pedemontana veneta. Lo conferma il commissario delegato, Silvano Vernizzi, che si lascia alle spalle l’anno più difficile della sua carriera.

Le amarezze legate al passaggio da segretario delle infrastrutture in Regione a dirigente di Veneto Strade, l’inchiesta sul Mose che ha decapitato il sistema Galan e l’arresto del suo grande amico Renato Chisso. Anche la Corte dei conti ha annunciato, per quest’anno, un’indagine approfondita sulla congruità del costo del project, soprattutto nel caso di mancato raggiungimento dei volumi di traffico.

Ma a rovinare gli ultimi giorni dell’anno di Vernizzi è stato Massimo Follesa, il coordinatore dei comitati veneti No-Pedemontana, che ha parlato della superstrada come «del nuovo Mose di terraferma», infarcito di tangenti e corruzione. «Credo che ogni cittadino possa esprimere la propria opinione – spiega Vernizzi –: della Pedemontana si può dire che non piace, che non serve, che inquina, che costa troppo o quant’altro. Ma nessuno ha diritto, senza averne le prove, di accusare questa infrastruttura di essere un riciclo di tangenti. Questo non lo accetto: non solo per per me ma soprattutto per le centinaia di persone che vi lavorano».

Vernizzi ha dato dunque l’incarico a un legale di procedere a denunciare il capo dei comitati No Pedemontana per diffamazione: «Se Follesa ha delle prove concrete le porti alla Procura della Repubblica. Ma basta con le allusioni. Credo che il segno sia stato varcato».

Qualcuno ha già interpretato questa mossa come un atto di intimidazione del commissario nei confronti dei comitati ambientalisti contrari alla Superstrada: «É vero piuttosto il contrario – risponde Vernizzi – intimidatorio è continuare a insinuare il dubbio che la Pedemontana sia un terreno di irregolarità ed abusi. Questo non è vero e tutti i tribunali amministrativi lo hanno finora dimostrato. Se qualcuno ha elementi di prova concreti li porti alla Procura: immediatamente».

Tutti ricordano, tuttavia, che il commissario ha lesinato la documentazione sull’infrastruttura asserendo una riservatezza legata al contratto con il concessionario: «I documenti li abbiamo consegnati tutti: ai comitati, ai 5 stelle, a chiunque ne abbia fatto richiesta – replica Vernizzi – l’unico documento che non mi è stato possibile consegnare è stato il Piano economico finanziario. C’è una disposizione dell’Avvocatura di Venezia che mi impone la riservatezza in quanto contiene dati di privativa industriale. Mi attengo a quella».

Quanto allo stato dell’opera, la Pedemontana sembra procedere secondo il cronogramma: i cantieri nel Vicentino sono concentrati nella galleria di Sant’Urbano e nel traforo di Malo; nel mese di marzo prenderanno corpo anche i cantieri nella provincia di Treviso. L’opera dovrebbe essere ultimata entro il 2018.

Daniele Ferrazza

 

Gazzettino – Quel terremoto nei palazzi del potere

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30

dic

2014

ADDIO 2014 /1 La grande retata del Mose punto di svolta di un anno da ricordare

Il 2014 resterà nella memoria come l’anno del terremoto nei palazzi del potere. La Venezia dei corrotti, dei furbi, degli amici degli amici e di quelli che “io non c’ero e se c’ero dormivo” ha ricevuto una mazzata storica dall’inchiesta Mose. Un sistema di potere e una rete spaventosa di connivenze sono stati azzerati; sono usciti di scena personaggi per decenni onnipresenti e onnipotenti. Da qui, dalla grande retata, si riparte. Considerazioni negative ne sono state fatte tante, certo mai troppe visto quel che ribolliva nel nauseabondo pentolone scoperchiato. Però, malgrado tutto, ci si può ancora sforzare di pensare positivo. Ricordando innanzitutto che la collettività – grazie a investigatori e magistrati preparati e determinati – ha dimostrato di possedere gli anticorpi per difendersi dal malaffare e dalla corruzione. E c’è da sottolineare che il crac del citato sistema di potere e relazioni può aprire le porte a un reale ricambio delle classi dirigenti.

 

L’anno del terremoto a Palazzo

Il ciclone Mose ha spazzato via equilibri consolidati e aperto una fase di transizione

ABUSIVI – Padroni delle spiagge, signori delle calli. La contraffazione sublimata ad arte, con le borse false delle grandi firme vendute perfino davanti ai negozi delle stesse griffe. Prima gli ambulanti fuggivano quando vedevano le divise, ora fanno gruppo e resistono, passando al contrattacco: è successo questa estate, più volte, a Jesolo e Sottomarina. Sul ponte sventola bandiera bianca (falsa, s’intende)

BAITA – Simbolo dei furboni, più che dei furbetti. Come è possibile che chi è stato beccato in passato con le mani nella marmellata sia lasciato vicino ai vasetti più appetibili? Come si può concepire che torni a stare nel Palazzo (vedi per citarne uno Enzo Casarin, responsabile della segreteria di Chisso in Regione) chi aveva già saccheggiato la credibilità della Pubblica amministrazione?

CONTORTA – Un canale che conoscevano solo gli addetti ai lavori è diventato l’ultimo fronte della battaglia contro le grandi navi. Tra chi teme la definitiva devastazione della laguna e chi paventa l’affossamento della crocieristica, un bivio tra ragioni della città (di buona parte di essa, quantomeno) e logiche dell’economia e del lavoro destinato a lasciare una lunga scia di polemiche. Qualunque strada si prenda.

DEL PIERO – Una ragazza ha perfino dedicato una tesi di laurea al suo tour veneziano, questa estate. Vero Re Mida dell’immagine, trasforma in oro tutto quel che avvicina, ed è innegabile che la passerella sul litorale in occasione dei (tristi, per noi) mondiali brasiliani abbia regalato una bella botta di visibilità a Jesolo.

EXPO – Bravi i veneziani (Fincato in testa) a salire in corsa sul volano dell’esposizione milanese. “Aquae” promette di essere una grande occasione di rilancio per la nostra economia soprattutto se i flussi turistici saranno effettivamente spalmati sul territorio, come si annuncia.

FINE – Il 2014 è stato un anno-capolinea. Decapitato il vertice del Consorzio Venezia Nuova, azzerata la Giunta di Venezia, a fine corsa la Provincia, molte altre istituzioni (Apt, Ater) in bilico. Cancellati dalla scena per via giudiziaria personaggi come Giovanni Mazzacurati, Renato Chisso, Giorgio Orsoni. Per forza di cose e in modo brutale si è chiusa una stagione ma per ora non si intravede un rinnovamento, bensì solo un’indecifrabile fase di transizione. Una città pericolosamente acefala abbiamo scritto e, a cominciare dal patriarca Moraglia, tanti hanno condiviso il ragionamento e le relative preoccupazioni.

GREEN – Verde come il piano da 200 milioni annunciato dall’Eni per Porto Marghera, con la creazione di un polo tecnologico della chimica all’insegna dell’innovazione e della sostenibilità. Dopo la desertificazione produttiva, almeno una speranza di futuro.

HERIOT – O anche Hotel. A Venezia ogni palazzo di pregio, come la villa citata, sembra destinato a diventare albergo (anche se per per ora l’asta è andata deserta), mentre a Mestre sono state avviate negli uffici comunali le pratiche per aggiungere altri 5 mila posti letto. Il nuovo regolamento edilizio vorrebbe mettere dei correttivi ma il futuro rischia di essere molto peggio di un presente già catalogato come insostenibile. E se il dibattito viene alimentato da chi a Roma si sveglia alla mattina per lanciare proposte demenziali e farsi pubblicità, stiamo freschi.

ISOLE – Isole vere, come quella di Poveglia, oggetto del desiderio di Luigi Brugnaro. O virtuali, come quella dell’area pedonalizzata di San Donà, al centro di un braccio di ferro senza esclusione di colpi tra commercianti e Giunta. Comunque isole piene di polemiche.

JONA – L’inaugurazione del nuovo padiglione dell’ospedale civile di Venezia rappresenta il simbolo del rilancio della sanità in centro storico. Se l’ex dg dell’Ulss 12 Antonio Padoan aveva puntato decisamente sulla terraferma e sull’Angelo di Mestre, l’attuale responsabile della sanità veneziana Giuseppe Dal Ben, anche attraverso altre operazioni (vedi gli ambulatori di piazza San Marco e piazzale Roma), mostra di voler puntare sulla logica dei due poli ospedalieri.

KORABLIN – Il russo che doveva riportare nel Grande Calcio il club cittadino e realizzare l’impianto del futuro a Tessera sembra battere in ritirata. Qualcuno dice per problemi di salute, altri di soldi. Sarà la maledizione dello stadio, sarà che chiunque cerchi di fare qualcosa a Venezia trova le sabbie mobili. Chiedere a Zamparini o, più recentemente, a Cardin.

LIBIA – Dove è stato tenuto in ostaggio Gianluca Salviato, da Martellago, liberato dopo mesi di angoscia e trattative. È stato bello vederlo festeggiare col tricolore, sentirgli dire che non ha mai avuto la sensazione che l’Italia si fosse dimenticata di lui. Anche se la madre, qualche mese prima, in una lettera al Gazzettino aveva giustamente sottolineato come trovasse inaccettabile che suo figlio (e tanti altri figli) fosse stato costretto ad andare a rischiare la vita per trovare un lavoro fuori del Paese.

(1- continua)

 

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