Segui @OpzioneZero Gli aggiornamenti principali anche su Facebook e Twitter. Clicca su "Mi piace" o "Segui".

Questo sito utilizza cookie di profilazione, propri o di terze parti per rendere migliore l'esperienza d'uso degli utenti. Continuando la navigazione acconsenti all'uso dei cookie. Per maggiori informazioni cliccare qui



Sostieni la battaglia contro l'inceneritore di Fusina, contribuisci alle spese legali per il ricorso al TAR. Versamento su cc intestato a Opzione Zero IBAN IT64L0359901899050188525842 causale "Sottoscrizione per ricorso TAR contro inceneritore Fusina" Per maggiori informazioni cliccare qui

MOSE – All’esame le dichiarazioni di Dal Borgo

Un nuovo filone nell’inchiesta sul Mose: i rapporti tra i cavatori e gli amministratori pubblici. La Procura della Repubblica di Venezia sta vagliando e cercando riscontri alle dichiarazioni di Luigi Dal Borgo, l’imprenditore bellunese accusato di millantato credito che da tempo collabora con la magistratura. L’uomo avrebbe parlato di finanziamenti ripetuti nel tempo anche in questo settore.

 

TANGENTI IN LAGUNA – Un nuovo filone aperto dalle dichiarazioni dell’imprenditore bellunese Dal Borgo

“Sistema Mose”, nel mirino anche le cave

La Procura intende chiarire eventuali rapporti tra imprenditori del settore e amministratori pubblici

Enzo Casarin, già collaboratore di Chisso, chiamato in causa da Dal Borgo

Il prossimo filone dell’inchiesta della Procura di Venezia potrebbe svilupparsi sul fronte delle cave e di presunti contributi illeciti diretti ad amministratori e tecnici. Sono state le dichiarazioni di uno degli indagati dello scandalo relativo al cosiddetto “sistema Mose” ad illuminare la nuova pista, raccontando tutti i particolari a sua conoscenza. Gli investigatori si apprestano ad avviare i necessari accertamenti, al fine di cercare conferme e di acquisire possibili elementi di riscontro. L’impresa non è semplice: gli episodi finiti all’attenzione potrebbero essere piuttosto datati nel tempo e, come sempre accade nel caso di reati contro la pubblica amministrazione, le prove documentali sono poche, se non inesistenti. E risultano essenziali le confessioni di chi decide, magari anche per interesse personale, di rompere il meccanismo illecito e di illustrarne i meccanismi agli inquirenti. Confessioni sempre molto rare.

Il primo a offrire spunti su questo nuovo filone è stato Luigi Dal Borgo, l’imprenditore bellunese accusato di millantato credito nell’inchiesta sul Mose, per aver fatto credere a Piergiorgio Baita, tra il 2011 e il 2013, di poter ottenere informazioni riservate sull’inchiesta che la Guardia di Finanza stava conducendo sulle false fatture emesse dalla società di costruzioni Mantovani spa.

Dopo essere finito in carcere, Dal Borgo ha accettato la scorsa estate di rendere alcuni interrogatori davanti ai pm Stefano Ancilotto e Stefano Buccini, nel corso dei quali ha raccontato di essersi prestato ad aprire alcune cassette di sicurezza in una banca austriaca per conto di Enzo Casarin, all’epoca segretario dell’ex assessore alle Infrastrutture, Renato Chisso, e di aver saputo da Casarin che le somme custodite all’interno di quelle cassette appartenevano a Chisso. L’ex assessore è uscito dall’inchiesta patteggiando la pena di due anni e sei mesi e 20 giorni di reclusione per il reato di corruzione.

Davanti ai magistrati Dal Borgo ha riferito anche degli stretti rapporti intrattenuti da alcuni cavatori con qualche amministratore pubblico, facendo riferimento a finanziamenti ripetuti nel tempo. Vero o falso? È quanto la Procura vuole accertare. Innanzitutto cercando conferme dell’esistenza di eventuali contributi, per poi verificare, in caso affermativo, se si sia trattato di versamenti regolari oppure no. E se tali versamenti fossero riferibili a specifici atti amministrativi.

La questione delle cave è una tra le più delicate e controverse. Da circa 30 anni il Veneto è in attesa di una legge e del relativo Piano regionale che regolamenti il settore per evitare che prosegua lo sfruttamento selvaggio del territorio. Invano. Per ben tre volte, dal 2003, il testo di legge approntato tra mille difficoltà in Regione è stato rispedito al mittente. L’ultima è accaduta pochi mesi fa, nel settembre dello scorso anno. Colpa della potente lobby dei cavatori, denunciano gli ambientalisti. Rinvio giustificato semplicemente della complessità della materia, si sono giustificati in Regione, auspicando che la normativa possa essere approvata prima della conclusione della legislatura, cioè entro la prossima primavera. Obiettivo alquanto ambizioso. Nel frattempo anche la Procura potrebbe iniziare a scavare.

 

MOSE – Il presidente di Assoagenti: «Le autorità non si fidano a far passare unità sopra i 218 metri»

MALAMOCCO – La conca di navigazione pensata per le navi lunghe fino a 280 metri. Al momento possono però passare solo navi medio-piccole

D’accordo, da una conca di navigazione progettata per navi fino a 280 metri e larga fino a 39 non potrà passare nemmeno una delle navi da crociera di nuova generazione. Questo è assodato perché tutte le unità più recenti superano queste misure. Il problema ancora aperto riguarda invece la possibilità di far arrivare in porto, con il Mose alzato, le navi di dimensioni inferiori a quelle di progetto.

Per Alessandro Santi, presidente di Assoagenti Veneto, l’associazione che raggruppa gli agenti marittimi e raccomandatari che si servono quotidianamente del porto di Venezia, le rassicurazioni fornite dall’ingegner Redi, direttore generale del Consorzio Venezia Nuova, non sono sufficienti. Redi, un paio di giorni fa aveva detto che erano passate per la conca durante la posa dei cassoni del Mise oltre cento navi fino a 218 metri. Navi più grandi, aveva poi detto Redi, non ne sono passate e quindi non si sono potute fare le prove.

«Durante il periodo di posa dei cassoni iniziata il 19 giugno e terminata il 16 ottobre – smentisce Santi – il porto ha avuto l’entrata di 15 unità con lunghezza superiore ai 218 metri (tra le quali la mv Fyla da 235 metri). Quindi, contrariamente a quanto evidenziato da Cvn, vi sono state navi di dimensioni maggiori che potevano essere fatte transitare per la conca. Vi sono state molte navi di dimensioni comunque inferiori a quelle di progetto che non sono state fatte transitare per la conca ma hanno dovuto aspettare di transitare per la canaletta, proprio per i limiti imposti dalle autorità competenti, che evidentemente non si fidavano di farle passare per la conca. Questo – continua – a conferma della non idoneità della conca con i dati di progetto. E navi di tali dimensioni scalano regolarmente il nostro porto: le autorità competenti, a loro discrezione, possono provvedere a farle transitare in conca».

Ma gli agenti ne hanno anche per il presidente dell’Autorità portuale, Paolo Costa, il quale afferma che con il molo offshore i problemi per le unità più grandi saranno risolti.

«Sulla base degli accessi del 2014, anche in presenza della piattaforma offshore per container e prodotti petroliferi, circa 2000 unità transitano annualmente in ingresso e altrettante in uscita – puntualizza Santi – Di queste, almeno 350, allo stato attuale e con i limiti in essere, sarebbero interdette al transito in conca».

Tra queste ci sono anche le preziose navi portacarbone che riforniscono la centrale Enel di Fusina.

«Ribadisco – conclude Santi – che gli operatori portuali e gli armatori che rappresento, richiedono semplicemente alle autorità preposte che la conca garantisca l’agibilità portuale con navi fino a 280 metri come da progetto e da accordi sottoscritti».

Michele Fullin

 

Acquisiti gli atti sui 50 milioni che la Regione ha destinato al restauro dello Studium e del palazzo del Patriarca. Gli errori sui lavori alla bocca di porto di Malamocco

VENEZIA – Un’indagine sulla pioggia di milioni di euro erogati dalla Regione Veneto a favore dello Studium Marcianum inaugurato nel 2008, voluto dall’ex patriarca di Venezia Angelo Scola, e un’altra indagine sulla conca di navigazione realizzata da Magistrato alle Acque e Consorzio Venezia Nuova in bocca di porto di Malamocco – per far entrare le navi in laguna quando il Mose sarà alzato – che il porto di Venezia ha chiesto al ministero delle Infrastrutture di modificare (progetto da 15 milioni di euro) perché troppo piccola per far transitare in sicurezza le navi oltre i 280 metri di lunghezza.

Sono le due nuove inchieste avviate dal procuratore della Corte dei conti Carmine Scarano (conca di navigazione) e dal procuratore aggiunto Giancarlo Di Maio (Marcianum) sul fronte sempre più controverso delle spese di “salvaguardia” della laguna di Venezia. Marcianum.

La Procura veneta ha in corso da qualche mese un’indagine contabile sui 50 milioni di euro di Legge speciale che la Regione Veneto – allora retta da Giancarlo Galan – aveva stornato dalle opere di disinquinamento (cui erano per legge destinati) per assegnarli alla Curia veneziana per il restauro del palazzo patriarcale in piazza San Marco e la nascita dello Studium Marcianum in Punta della Salute, ambizioso e patinato polo teologico-culturale voluto dall’allora patriarca Angelo Scola. Scuola media, liceo classico, facoltà di Teologia per qualche anno finanziato con generosi contributi pubblici e privati. O entrambi: come nel caso dei 100 mila euro del Consorzio Venezia Nuova che l’allora presidente del Cvn e della stessa Fondazione Studium Marcianum, Giovanni Mazzacurati non mancava mai di versare.

Poi i conti che non tornano, l’inchiesta sulle Tangenti Mose che ha fatto venire meno i finanziatori più ricchi e “fedeli”, la decisione del patriarca Francesco Moraglia – appena giunto a Venezia, nel 2013 – di chiudere l’esperienza Marcianum, per non dipendere da chicchessia. E ora l’indagine della Corte dei conti per verificare se vi sia stato un uso improprio dei fondi di Legge speciale, partendo da quanto segnalato da un articolo della scorsa estate de “La Nuova di Venezia e Mestre”, che ripercorreva il fiume di finanziamenti erogati dalla Regione Veneto al Marcianum – e al Patriarcato – per anni gigantesco cantiere per trasformare il vecchio seminario in Punta della Salute nel polo culturale ecclesiastico in laguna, con tanto di foresteria da 70 camere, spazi di ristoro, sale multimediali, biblioteca, spazi espositivi e sale congressi. Come foresteria, uffici e nuove sale vennero realizzate anche nel palazzo patriarcale di San Marco.

Si potevano spendere a questo scopo fondi di Legge speciale per il disinquinamento? Questo intende chiarire l’indagine, con i finanzieri del Nucleo Tributario incaricati di acquisire la documentazione.

Mose e conca di navigazione. Di ieri, invece, la decisione del procuratore veneto Carmine Scarano di aprire un fascicolo contabile per stabilire se vi sia o meno qualche ipotesi di danno erariale in merito a una notizia delle ultime ore: la conca di navigazione realizzata sulla diga di Pellestrina – per garantire il transito delle navi anche in caso di Mose in attività – e costata 280 milioni di euro, va già modificata. Costo, altri 10-15 milioni, Sin dal 2006 i piloti del porto avevano evidenziato il fatto che la “lunata” realizzata a protezione della conca era troppo vicina e le navi superiori ai 280 metri avrebbero avuto difficoltà di manovra. Allarme rilanciato anche dalla Capitaneria di Porto, ma sempre respinto dal Magistrato alle Acque. Ora il presidente del Porto Paolo Costa – che la conca aveva voluto da allora sindaco di Venezia – ha formalizzato al ministero un progetto, per realizzare una sorta di muro di sponda rafforzato dove le navi possono appoggiarsi per virare e allinearsi. Bisognava farlo prima? C’è danno? Questo intende verificare l’indagine.

Roberta De Rossi

 

Il bacino consente il transito fra due specchi d’acqua

Ma cos’è la conca di navigazione? È un apparato idraulico interposto tra due specchi d’acqua, collocati a un livello differente. La sua funzione è quella di garantire il passaggio di navi, imbarcazioni e natanti. La conca di navigazione viene utilizzata ad esempio, per consentire la navigazione tra il mare e le acque interne. Detta anche bacino di navigazione, la conca è costituita da due o più paratoie stagne mobili; da un invaso; da un sistema di tubazioni e valvole. Attraverso il sistema di valvole si mette in comunicazione l’invaso con lo specchio d’acqua da cui proviene l’imbarcazione. Per il principio dei vasi comunicanti il livello all’interno del bacino raggiunge quello esterno, permettendo l’accesso dei natanti all’interno della conca. Il sistema di conche di navigazione più conosciuto al mondo è quello del canale di Panama. I bacini vengono largamente usati nel Nord Europa per mantenere isolato dal mare (e, nel contempo, consentirgli di comunicare con esso) il vasto sistema di canali navigabili interni.

 

Inchiesta dell’Espresso da oggi in edicola: comandano sempre gli stessi

I Gattopardi del Mose

VENEZIA «Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi». La tesi espressa da Giuseppe Tomasi di Lampedusa nel suo capolavoro, Il Gattopardo, sembra attagliarsi alla perfezione al destino del Mose, a sette mesi dal maremoto giudiziario che lo ha travolto. Non è un caso, insomma, che sia intitolata «I gattopardi non mollano il Mose» l’inchiesta, firmata da Gianfranco Turano con la collaborazione di Alberto Vitucci, che appare sull’Espresso, in edicola da oggi. «Il nuovo e sorprendente protagonista degli affari in laguna è l’incontenibile prefetto di Roma Giuseppe Pecoraro, amico del piduista e piquattrista Luigi Bisignani, nonché cinghia di trasmissione di chi ha spadroneggiato sui sei miliardi di appalto del Mose e non intende lasciare la presa». È proprio lui, il prefetto Pecoraro – raccontano Turano e Vitucci – che ha redatto l’ordinanza di commissariamento che ha dato il benservito a Mauro Fabris e ha nomina i due nuovi commissari del Consorzio Venezia Nuova: Luigi Magistro, braccio destro di Gherardo Colombo, ai tempi di Mani Pulite, e di Francesco Ossola, progettista dello Juventus stadium. Prima di Natale – si ricorda nell’articolo – il prefetto Pecoraro è addirittura sbarcato in laguna, nella nuova sede del Consorzio all’Arsenale, e ha incontrato i rappresentanti delle tre principali imprese del Mose: Alberto Lang, per Condotte; Salvatore Sarpero, direttore generale di Fincosit; Romeo Chiarotto, proprietario della Mantovani. Insomma, i lavori saranno completati dalle stesse imprese che li hanno iniziati. Mentre i commissari resteranno in carica «fino a collaudo avvenuto». Questo significa almeno 2018 se i lavori, dopo l’ultimo slittamento, saranno completati nel 2017.

 

Il via libera al processo della giunta elezioni del Senato

«Matteoli incassò 550 mila euro per gli appalti a Socostramo»

VENEZIA – Un investimento di 25 mila euro per acquistare le quote aveva fruttato ben 48 milioni di utili. Molto più che un Gratta e Vinci quello strappato dall’impresa romana Socostramo srl dell’imprenditore Erasmo Cinque. Che, senza eseguire alcun lavoro, alla fine grazie all’ex ministro Altero Matteoli aveva guadagnato qualcosa come 48 milioni di euro. Un quadro chiaro e denso di prove quello ricostruito dai tre giudici per il Collegio dei reati ministeriali del Tribunale veneziano che ha chiesto – e ottenuto – dal Senato l’autorizzazione a procedere per l’ex ministro dell’Ambiente e delle Infrastrutture e Trasporti Altero Matteoli e i suoi «correi» Giovanni Mazzacurati, Piergiorgio Baita, Nicolò Buson, Erasmo Cinque e William Colombelli.

I tre giudici (Monica Sarti, Priscilla Valgimigli e Alessandro Girardi) ricostruiscono nella memoria inviata ai senatori i passaggi chiave che dimostrerebbe l’esistenza del reato di corruzione. Il reato, secondo i giudici, nasce in laguna nel giugno 2003 e continua nel maggio 2011, quando vengono sottoscritti gli «atti di impegno» per avviare il disinquinamento delle aree di Porto Marghera. Nell’ottobre del 2001 viene firmato il primo atto di transazione tra lo Stato e la Montedison che si impegnava allora a versare 271 milioni di euro a titolo di risarcimento per l’inquinamento prodotto a Marghera. L’ipotesi sostenuta da Matteoli è quella di affidare gli importi e l’attività di disinquinamento al Consorzio Venezia Nuova. Ma la condizione perché questo avvenga «è che di quei fondi doveva beneficiare la società Socostramo». Che nel novembre del 2000 era entrata a far parte della compagnia consortile di Venezia Nuova con una cifra irrisoria dello 0,006583 per cento, investendo poche migliaia di euro. Quota non sufficiente per partecipare a lavori così importanti, per cui del resto la Socostramo non era neanche attrezzata. Il rimedio è presto trovato: Mazzacurati assegna i lavori con il metodo del «fuori quota», e Baita associa l’impresa alla Mantovani, che effettua realmente i lavori. E rinuncia al 50 per cento dei suoi introiti in favore della piccola impresa.

Il Consorzio da parte sua, continua la memoria dei giudici, «beneficiava di un cosiddetto onere del concessionario per un ammontare complessivo di oltre 60 milioni di euro». Un’operazione con soldi dello Stato da cui tutti gli imputati traggono vantaggio. Matteoli avrebbe ricevuto secondo le indagini 400 mila euro in contanti da Mazzacurati e Baita, 150 mila da Colombelli e Nicolò Buson. «Le indagini hanno dimostrato un totale asservimento dei presidenti del Magistrato alle Acque (Patrizio Cuccioletta e Maria Giovanna Piva) al volere di Mazzacurati, che li remunerava con denaro contante ed utilità». E un «asservimento al Consorzio Venezia Nuova da parte di Altero Matteoli, nella sua veste di ministro dell’Ambiente e delle Infrastrutture». Quanto all’imprenditore Cinque, «forte del suo rapporto con Matteoli, decideva le sorti dei presidenti del Magistrato alle Acque». E il legame tra i due era talmente forte che l’imprenditore convocava nel suo ufficio Cuccioletta. «Per redarguirlo e minacciare il suo trasferimento a direttore del Personale».

Alberto Vitucci

 

Il processo a milano

Il Consorzio Venezia Nuova parte civile contro Milanese

VENEZIA – Il Consorzio Venezia Nuova, ora commissariato ma un tempo guidato da Giovanni Mazzacurati, il principale artefice del presunto «sistema corruttivo»al centro dello scandalo Mose, è parte civile al processo in corso a Milano a carico di Marco Milanese, l’ex parlamentare ed ex braccio destro dell’allora ministro Giulio Tremonti e che ieri era in aula.

Ad ammettere come parte civile il Cvn, così come il ministero dell’Economia, sono stati i giudici della quarta sezione penale del Tribunale di Milano presieduti da Oscar Magi.

Il collegio non ha invece accolto le eccezioni presentate dall’avvocato Bruno La Rosa, uno dei difensori di Milanese, tra cui quella sull’incompetenza territoriale a favore di Venezia, che aveva come obiettivo quello di ritrasferire il procedimento nella sede in cui è nato ed è incardinato il filone principale di indagine: insomma, in tal caso, secondo i difensori, l’inchiesta avrebbe dovuto partire da zero.

Il pm Roberto Pellicano, inoltre, in base alla sentenza con cui lo scorso 28 novembre la Cassazione ha scarcerato Marco Milanese, rimettendolo in libertà, ha leggermente modificato il capo di imputazione. Ha «bocciato» il reato di traffico di influenze ipotizzato nel provvedimento con cui oltre un mese fa la Suprema Corte ha annullato l’ordinanza di custodia cautelare in carcere ma ha riformulato l’accusa: ha ritenuto sia corretto contestare all’ex deputato del Pdl il concorso in corruzione ma, e questa è la differenza rispetto a prima, non con un ruolo di pubblico ufficiale bensì con una veste di «intermediario qualificato» in virtù dell’«autorevolezza» delle cariche politiche e i rapporti privilegiati – ha spiegato il pm ai giudici – con l’allora ministro dell’Economia che era anche presidente del Cipe».

Fu proprio il Cipe a decidere il maxistanziamento che nel 2003 ha di fatto sbloccato gli appalti per le paratoie del Mose da collocare nelle tre bocche di porto della laguna di Venezia. Per l’accusa Mario Milanese avrebbe ricevuto negli uffici di Milano di Palladio Finanziaria 500 mila euro da Mazzacurati in cambio del suo intervento per introdurre «una norma ad hoc per salvare il finanziamento di 400 milioni» per il Mose che altrimenti il Cipe avrebbe destinato ad altre opere nel Sud Italia. Il processo è stato aggiornato il prossimo 19 febbraio sempre a Milano.

 

SCANDALO IN LAGUNA

Il Consorzio Venezia Nuova si è costituto parte civile al processo in corso a Milano a carico di Marco Milanese, l’ex parlamentare ed ex braccio destro dell’allora ministro Giulio Tremonti. Mauro Fabris, già presidente, conferma che la decisione, presa ad ottobre, interesserà anche altri processi.

 

MAURO FABRIS «Una decisione presa ad ottobre, sarà così anche in altri casi»

TRIBUNALE – La costituzione è avvenuta nell’udienza a carico dell’ex braccio destro del ministro Tremonti

Processo a Milanese. Consorzio parte civile

Il Consorzio Venezia Nuova, ora commissariato, si è costituito parte civile al processo in corso a Milano a carico di Marco Milanese, l’ex parlamentare ed ex braccio destro dell’allora ministro Giulio Tremonti e che ieri mattina era in aula.
Ad ammettere come parte civile il Cvn, così come il ministero dell’Economia, sono stati i giudici della quarta sezione penale del Tribunale di Milano presieduti da Oscar Magi. Il collegio non ha invece accolto le eccezioni presentate dall’avvocato Bruno La Rosa, uno dei difensori di Milanese, tra cui quella sull’incompetenza territoriale a favore di Venezia e cioè di ritrasferire il procedimento nella sede in cui è nato ed è incardinato il filone principale di indagine.

Secondo l’accusa Milanese avrebbe ricevuto negli uffici di Milano di Palladio Finanziaria 500 mila euro dall’ex presidente Giovanni Mazzacurati in cambio del suo intervento per introdurre «una norma ad hoc per salvare il finanziamento di 400 milioni» per il Mose e che altrimenti il Cipe avrebbe destinato ad altre opere nel Sud Italia.

«Si tratta di una decisione che avevamo preso lo scorso ottobre – spiega Mauro Fabris, già presidente del Consorzio che ora è guidato dai commissari – è una linea che il consiglio di amministrazione aveva scelto tempo fa e che viene seguita in ogni vicenda processuale di questo tipo. Anche sui recenti patteggiamenti valuteremo, non appena sarà depositata la sentenza, di diventare parte lesa. Siamo intenzionati a costituirci parte civile anche sul fronte dei prossimi processi in città legati alla vicenda del Mose. Penso al caso dell’ex sindaco Orsoni, ma non solo in quella circostanza».
Il processo a carico di Milanese è stato aggiornato al prossimo 19 febbraio.

 

PROCESSO MOSE – “Venezia Nuova” parte civile contro Milanese

MILANO – Il Consorzio Venezia Nuova, ora commissariato ma un tempo guidato da Giovanni Mazzacurati, il principale artefice del presunto “sistema corruttivo” al centro del caso Mose, è parte civile al processo in corso a Milano a carico di Marco Milanese, l’ex parlamentare ed ex braccio destro dell’allora ministro Giulio Tremonti e che ieri era in aula. Ad ammettere come parte civile il Cvn, così come il ministero dell’Economia, sono stati i giudici della quarta sezione penale del Tribunale di Milano presieduti da Oscar Magi. Il collegio non ha invece accolto le eccezioni presentate dall’avvocato Bruno La Rosa, uno dei difensori di Milanese, tra cui quella sull’incompetenza territoriale a favore di Venezia e cioè di ritrasferire il procedimento nella sede in cui è nato ed è incardinato il filone principale di indagine. Il pm Roberto Pellicano ha leggermente modificato il capo di imputazione. Ha ritenuto sia corretto contestare all’ex deputato del Pdl il concorso in corruzione ma, e questa è la differenza rispetto a prima, non con un ruolo di pubblico ufficiale bensì con una veste di «intermediario qualificato» in virtù dell’«autorevolezza» delle cariche politiche e i rapporti privilegiati – ha spiegato il pm ai giudici – con l’allora ministro dell’economia che era anche presidente del Cipe”.

 

VENEZIA – L’ex ministro Matteoli può essere processato per corruzione per le vicende legate al Mose e alle bonifiche di Marghera. Il via libera è arrivato ieri dal Senato, che ha approvato a maggioranza (voto favorevole di Pd, Psi, Cinquestelle, no di Forza Italia) la richiesta di autorizzazione a procedere inviata dal Tribunale di Venezia («Collegio per i reati ministeriali») al presidente del Senato Pietro Grasso nell’ottobre scorso. Richiesta prevista dall’articolo 96 della Costituzione e dall’articolo 5 della Legge Costituzionale del 1989.

Sono parole molto pesanti quelle con cui i tre pm del Tribunale veneziano (Monica Sarti, Priscilla Valgimigli e Alessandro Girardi) hanno chiesto al Senato – e ieri ottenuto – l’autorizzazione a procedere in giudizio per l’ex ministro dell’Ambiente e delle Infrastrutture. Insieme a lui, come prevede la stessa legge, è arrivata l’autorizzazione a indagare anche per i «correi» coinvolti nell’inchiesta della procura veneziana sulla corruzione Mose.

Nella fattispecie l’ex presidente del Consorzio Venezia Nuova Giovanni Mazzacurati, l’ex presidente della Mantovani Piergiorgio Baita, gli imprenditori Nicolò Buson, Erasmo Cinque, William Ambrogio Colombelli.

«Le motivazioni della Procura veneziana sono state condivise dalla maggioranza dei senatori», commenta Felice Casson, senatore veneziano che fa parte della giunta per le autorizzazioni a procedere di Palazzo Madama, «è giusto che si faccia la massima chiarezza su questa vicenda».

Accuse pesanti quelle che pendono sul capo dell’ex ministro Altero Matteoli, nominato due volte responsabile dell’Ambiente – e poi anche delle Infrastrutture e Trasporti – nei governi Berlusconi.

«In violazione dei suoi doveri di imparzialità e di indipendenza», scrivono i giudici, «nell’asservimento delle proprie funzioni agli interessi del Consorzio Venezia Nuova», l’ex ministro avrebbe lavorato per far assegnare allo stesso Consorzio e alle imprese consorziate i finanziamenti per la bonifica di Marghera, in violazione della normativa sulle gare d’appalto, del codice sui contratti pubblici e delle direttive europee».

Sempre Matteoli avrebbe anche garantito a Mazzacurati e al Consorzio la nomina di un presidente «compiacente» (Patrizio Cuccioletta), completamente a disposizione del Consorzio venezia Nuova».

In cambio Matteoli, scrivono i giudici, «avrebbe ricevuto danaro contante direttamente da Mazzacurati e Baita nell’importo di 400 mila euro e altri 150 mila euro consegnati da Colombelli e Buson».

L’ex ministro di Forza Italia avrebbe anche ottenuto dal Consorzio l’assegnazione del subappalto della bonifica all’impresa Socostramo srl, «procurando a questa e al suo amministratore Erasmo Cinque un utile pari a 48 milioni, 672 mila 512 euro e 98 centesimi». Adesso le indagini possono proseguire anche sull’ex ministro.

Alberto Vitucci

 

DIFFICILE La conca di navigazione. Per gli operatori portuali c’è difficoltà di allineamento

COSTA (PORTO) «È già piccola. Per quello serve il molo offshore»

MOSE – Il direttore Redi risponde alle preoccupazioni degli agenti marittimi sulla funzionalità della struttura

La conca di navigazione di Malamocco funziona, almeno con le navi medio – piccole. Certamente non con le navi di ultima generazione, essendo stata progettata per sopportare il passaggio di scafi lunghi fino a 280 metri, larghi 39 e con pescaggio di 12.

Il direttore del Consorzio Venezia Nuova, Hermes Redi, replica così alle preoccupazioni degli operatori marittimi veneziani. In particolare è stato il presidente dell’Associazione agenti e raccomandatari marittimi del Veneto, Alessandro Santi, a ricordare come al Ministero delle Infrastrutture siano state depositate formali richieste di intervento correttivo perché il complesso conca e lunata di protezione non consente il corretto allineamento delle navi soprattutto in entrata.

«Come non funziona? – risponde Redi – per quella conca sono passate un centinaio di navi mentre posavamo i cassoni. Navi lunghe fino a 218 metri, perché di più grandi in quel periodo non ne erano arrivate. Il Consorzio ha realizzato l’opera così come era stata progettata e approvata. E se qualcuno ritiene debbano essere fatte migliorie per un accosto più veloce se ne può parlare».

Anche i Piloti del porto (coloro che “guidano” le navi all’interno della laguna) condividono le preoccupazioni sulla mancanza di spazio per un corretto allineamento. Una situazione – dicono – che può però essere corretta facilmente. Per Paolo Costa, presidente dell’Autorità portuale, il limite era evidente da tempo e per questo è stato concepito il porto offshore.

«Il sistema Mose – specifica Costa – non è solo le barriere mobili, ma comprende anche la conca di navigazione e, dal Comitatone del Luglio 2011 anche la piattaforma offshore. La conca era stata disegnata a fine anni ’90 quando le navi erano più piccole e strette. Poi, ci siamo accorti che le navi oggi sono più di 300 metri e quindi la conca, anche perfettamente funzionante, non sarebbe stata sufficiente. Questo è sulle carte. Invece – aggiunge – ci siamo accorti che ha comunque un difetto di allineamento. Come si può fare per rimediare? Bisognerebbe realizzare una sorta di “muretto” su cui la nave si possa appoggiare, allineandosi e quindi entrare in sicurezza».

 

Nuova Venezia – Il ricorso di Galan

Posted by Opzione Zero in Rassegna stampa | 0 Comments

7

gen

2015

Parla il procuratore aggiunto Carlo Nordio: «Di nuove indagini non posso parlare ma è ovvio che un’inchiesta così complessa ha sempre delle clonazioni»

La legge consente di impugnare in Cassazione la sentenza che l’imputato ha invocato

VENEZIA – Carlo Nordio, procuratore aggiunto della repubblica e contitolare assieme ai pm Paola Tonini, Stefano Ancilotto e Stefano Buccini dell’inchiesta Mose, è l’uomo che ha gestito la trattativa sui patteggiamenti con gli avvocati degli imputati, secondo un principio che definisce di realtà. Patteggiamenti poi accolti nelle sentenze del giudice. Le sentenze si pronunciano «in nome del popolo italiano», ma qui ci sono due popoli che si fronteggiano: il paese reale e il paese legale. Il paese reale si sente orfano del processo Mose e vede nei patteggiamenti accuse pesanti e pene leggere.

Cosa ne pensa il paese legale? «Il processo serve a vedere se l’accusa è fondata o se non lo è. Tutto il resto è pura metafisica, mezzo politica e mezzo mediatica, che va discussa e risolta in altre sedi. Il codice di procedura penale dell’89 firmato da Giuliano Vassalli, medaglia d’oro della Resistenza, prevede che si possa patteggiare e quindi evitare il dibattito pubblico perché è conveniente per entrambe le parti. Quando con la riforma Vassalli noi abbiamo introdotto il processo accusatorio, alla Perry Mason per intenderci, sapevamo che non si poteva prescindere dall’istituto fondamentale che lo regge, il patteggiamento. Negli Stati Uniti il patteggiamento o plea bargain, chiedi l’affare, risolve oltre il 90% dei processi. Solo il 3% arriva a dibattimento».

E sulla sproporzione tra le accuse e l’entità delle pene? «Qui il discorso è di pragmatismo utilitaristico. Prendiamo il patteggiamento più importante, quello dell’ex governatore, 2 anni e 10 mesi, una carcerazione preventiva già sofferta, una carcerazione domiciliare ancora in fieri, una restituzione importante del maltolto, una sicura decadenza dalle cariche politiche. Per noi è una pena seria, bilanciata dal fatto che andavamo incontro a un processo estremamente lungo e costoso per tutti, con gli esiti incerti che hanno tutti i processi e non perché le prove fossero equivoche, secondo noi, ma perché ogni processo ha la sua stella, non ultimo il decorso del tempo e della prescrizione».

Eravate tutti d’accordo su questa linea in procura? «Assolutamente uniti. Alcuni patteggiamenti sono stati concordati con facilità, perché erano standard, parliamo soprattutto degli imprenditori. Per quelli più importanti e se vogliamo più delicati, abbiamo discusso tra di noi quale fosse la soglia minima soddisfacente, però puntando al rialzo. Poi la trattativa sul rialzo è stata condotta da me, con risultato quasi sempre uguale o un po’sopra la soglia minima che avevamo concordato tra di noi».

Gli avvocati di Galan dicono di aver accettato l’inaccettabile. Sembra un’imposizione della procura: avete imposto voi il patteggiamento o ve l’hanno chiesto? «Generalmente è la difesa che lo chiede, qualche volta lo chiede insistentemente e molte volte lo chiede molto insistentemente, quasi in ginocchio. Qualche volta è la procura che fa balenare la disponibilità. Poi si instaura una sorta di mercato».

Nel caso di Galan com’è andata? «Diciamo che le volontà si sono incrociate. Difficile dire in situazioni molto complesse da chi parte l’iniziativa. Un Rembrandt lei lo compera alzando un dito da Softeby’s, soltanto se va a comprare un chilo di pomodori deve chiedere quanto e come. Io ho il massimo rispetto per l’imputato e anche per i suoi difensori e comprendo benissimo che dopo una conclusione seriamente punitiva, secondo noi, si cerchi di mitigare la portata della soluzione attraverso interpretazioni più blande, più benevole».

Se poi aggiungiamo che il patteggiamento non è un’ammissione di colpa… «Attenzione, il patteggiamento ha delle conseguenze precise. Chi lo chiede sa benissimo, e lo deve sapere, che riceve una condanna. Le leggo l’articolo 445 cpp, secondo comma: “la sentenza di patteggiamento anche quando è pronunciata dopo la chiusura del dibattimento e non ha efficacia nei giudizi civili, salve diverse disposizioni di legge, è equiparata a una sentenza di condanna”.

Chi patteggia sa di aver avuto una condanna e ne accetta le conseguenze, giuridiche e anche logiche. Poi ognuno può anche proclamarsi innocente fino alla fine dei suoi giorni, è una scelta rispettabilissima perché fa parte dell’immagine che l’imputato vuol dare di sé».

Salvo che chi l’ascolta può crederci o meno. «Chi l’ascolta può domandarsi se sia una scelta di pura immagine o corrisponda alla realtà, ma per noi è assolutamente vincolante il fatto che la sentenza di patteggiamento è equiparata ad una condanna».

Gli avvocati di Galan hanno fatto ricorso in Cassazione contro il patteggiamento da essi stessi richiesto. Vogliono spostare alle calende greche il pagamento dei 2,6 milioni di sanzione, visto che il termine è fissato entro 90 giorni dopo che la sentenza passerà in giudicato e la sentenza adesso è quella della Cassazione? «La domanda più che legittima che lei fa è quella che si fa anche l’uomo della strada e cioè come fai a impugnare una sentenza che tu stesso hai invocato? È tuttavia una domanda senza risposta. La legge lo consente perché il legislatore è schizofrenico e l’avvocato fa il suo mestiere. Il difensore impugna per mille ragioni: perché se l’imputato è in stato di detenzione può continuare a espiare la detenzione ai domiciliari, così quando il giudizio diventerà definitivo l’ha già espiata a casa; oppure perché spera nella prescrizione; oppure perché spera in un’amnistia o in un indulto».

Quanto tempo richiederà il pronunciamento della Cassazione, nel nostro caso? «Penso poco, quattro o cinque mesi». Quindi non si rischia la prescrizione? «No, anzi, in questo caso la Cassazione dando torto al Riesame ha detto che l’inizio della prescrizione decorre molto più avanti».

Lei si riferisce al pronunciamento sul ricorso di Renato Chisso. Questo rimette in discussione tutte le posizioni? «No, quello che è patteggiato è patteggiato. A parte il fatto che ogni decisione vale solo per il singolo, non per gli altri».

Dieci anni di corruzione a questi livelli avevano bisogno di una copertura molto estesa. Massoneria? «Non ne so assolutamente niente. Non credo neanche che la massoneria abbia voce in capitolo. Piuttosto è la legge che è stata strutturata in modo tale da essere quasi un incentivo alla corruzione. Il Mose può essere paragonato a un tizio che ha avvelenato le acque perché era l’unico ad averne l’antidoto».

In che senso, scusi? «Le leggi degli ultimi trent’anni sulle opere pubbliche sono talmente bizantine e ingarbugliate che per un’opera gigantesca come il Mose hanno trovato più comodo fare una legge speciale. Non dico che avessero fatto apposta a produrre una legislazione schizofrenica, se la sono trovata sedimentata in decenni. Come quello che ha avvelenato le acque, in questo caso con una proliferazione legislativa, perché aveva l’antidoto, poter fare una legge speciale. Ma la legge speciale ha dato un potere e un arbitrio assoluto a tutti. Era quasi un invito alla corruzione. Dirò di più e peggio: oltre alla corruzione, allo spreco. Il Consorzio Venezia Nuova ha elargito a destra e a manca soldi nostri, senza nessuna ragione. La beneficenza uno deve farla con i soldi suoi, non con i soldi altrui. E qua mi fermo».

Lei dice: con i patteggiamenti abbiamo privilegiato l’aspetto pecuniario. «Diciamo che l’abbiamo tenuto in seria considerazione».

Ma uno si domanda: avete recuperato 12 milioni contro quanti sottratti alla collettività? «Ah, non lo sappiamo. Qui bisogna tener conto delle disponibilità aggredibili del soggetto. Se uno ci dice: questo lo posso pagare, il resto non ce l’ho, e addirittura non riesci a trovarglielo…»

È il caso dell’ex assessore Renato Chisso. «Sì, diciamo che il patteggiamento è sempre un compromesso. Però per noi è un compromesso accettabile».

Lei ha detto che non finisce qui, facendo capire che l’indagine va avanti: sulla sanità? «Di eventuali nuove indagini non posso parlare. Ma è ovvio che un’inchiesta così ha sempre delle clonazioni. Noi siamo molto orgogliosi di averla chiusa in termini ragionevoli per gran parte degli imputati».

E per le posizioni ancora da definire, Orsoni, Sartori e gli altri imputati? «I processi si faranno quanto prima».

Renzo Mazzaro

 

I grillini: «Deve lasciare la guida della commissione Cultura»

La Boldrini e Brunetta replicano che solo lui può andarsene

Dritta del Quirinale: a maggio si potrà rimuovere Galan

PADOVA – La via d’uscita, per “rimuovere” l’onorevole Giancarlo Galan (agli arrestati domiciliari) dalla presidenza della commissione Cultura di Montecitorio, l’ha indicata il professor Giancarlo Montedoro, consigliere del presidente della Repubblica per gli affari giuridici e le relazioni cosituzionali, chiamato in causa per un parere dallo stesso Giorgio Napolitano.

In una nota inviata al vicepresidente vicario-portavoce del Movimento Cinque Stelle, Andrea Cecconi, il consigliere Montedoro richiama il dettato l’articolo 20 comma 5 del Regolamento della Camera dei deputati: «Dalla data della loro costituzione, le Commissioni permanenti sono rinnovate ogni biennio e i loro componenti possono essere riconfermati».

Le somme le tira lo stesso Montedoro: «Ne consegue che, all’atto del rinnovo dei relativi organismi, i gruppi parlamentare ben potranno apprezzare la situazione evidenziata».

Orbene, la soluzione del rebus Galan, se non immediata, sembra comunque dietro l’angolo. Il deputato di Forza Italia è stato eletto presidente della Cultura, Scienza e Istruzione di Montecitorio il 7 maggio 2013; vuol dire che a primavera si procederà al rinnovo delle presidenze, e quella potrebbe l’occasione giusta per sostituire il parlamentare padovano, che ha potuto presiedere l’ultima commissione il 3 giugno 2014, alla vigilia della raffica di provvedimenti legati all’indagine sul sistema degli appalti del sistema di dighe anti-acqua alta. Oltre, par di capire, non si può andare.

«Al capo dello Stato», sottolinea il consigliere Montedoro, «non è consentito dalla Carta Costituzionale iniziative incidenti sull’autonoma organizzazione della vita parlamentare».

E di sicuro non sarà il capogruppo di Forza Italia, Renato Brunetta, a fare pressioni sul collega perché abbandoni la presidenza della commissione Cultura. «Non spetta certamente al presidente di un gruppo», scrive infatti l’onorevole Brunetta in una missiva di risposta al deputato pentastellato Cecconi, «intervenire in alcun modo per svolgere pressioni o indurre a dimissioni che il diritto parlamentare esclude. Tali pressioni sarebbero del tutto indebite».

Il professor Brunetta aggiunge che «le norme scritte e non scritte del diritto parlamentare giungono fino ad impedire ogni forma di sfiducia o di recall nei confronti di coloro che siano chiamati all’ufficio di presidente dell’Assemblea, di Commissione o di Giunta».

Che solo Galan possa decidere in ordine alla sua permanenza alla presidenza della commissione Cultura lo ha ribadito anche la presidente della Camera Laura Boldrini in un’altra lettera indirizzata all’onorevole Cecconi: «È noto che nel nostro ordinamento non sono ammissibili strumenti volti a revocare il presidente di un organo parlamentare. La rinuncia alla carica di presidente di commissione non può dunque, allo stato, che discendere dalle autonome determinazioni del deputato Galan».

S’indigna su Fb l’onorevole Federico D’Incà, deputato bellunese del Movimento Cinque Stelle, che ieri ha pubblicato una foto di Galan in giacca bianca e papillon: «Solo a guardare questa persona io mi sento a disagio. L’Italia non merita di essere rappresentata da Galan. Ricordo a tutti che i parlamentari del M5s hanno restituito fino a giugno 2014 la somma di 10 milioni di euro dei propri stipendi e rimborsi al fondo per il credito alle piccole medie imprese».

L’INTERVENTO

di Stefano Boato –  Già docente di Pianificazione allo Iuav

Vedo con piacere che il nuovo direttore generale del Consorzio Venezia Nuova ingegner Hermes Redi riprende in parte alcuni concetti che con ricerche approfondite, proposte e verifiche specifiche abbiamo avanzato dagli anni ’90 per anni e anni per conto del ministero dell’Ambiente (vedi rapporti 2003-2005 e rapporto finale 2006), ma sempre inascoltati.

Si possono eliminare le acque medio alte per le parti basse di Venezia con il riequilibrio idraulico e fisico della laguna, in particolare riducendo l’officiosità alle bocche di porto, soprattutto a partire da quella del Lido, ottenendo così «una riduzione delle punte di marea mediamente di 20,2 centimetri» che, combinata con le difese verticali a insula (a Piazza San Marco e a Rialto), può ridurre il numero degli allagamenti (con esclusione dell’evento alluvionale) mediamente a un evento ogni cinque-sei anni per una durata media di due ore e 40 minuti e un’altezza massima di 9,1 centimetri (vedi le relazioni del ministero dell’Ambiente del 1999-2000).

A tale proposito il recente progetto di Avamporto galleggiante per le grandi navi crocieristiche alla bocca di lido, è stato localizzato fuori della laguna di fronte alla nuova isola del Mose anche perché elimina la necessità di grandi profondità del canale portuale di San Nicolò e consente il graduale rialzo del fondale (dopo le paratoie del Mose) fino a quote di meno otto-nove metri anche con il naturale apporto di sedimenti dal litorale nord (vedi le antiche proposte prima di Pino Rosa Salva, presidente di Italia Nostra, e successivamente del Ministero dell’Ambiente).

In questo modo si può eliminare la gran parte delle acque medio alte a Venezia senza dover ricorrere ogni volta alla chiusura delle paratoie del Mose, sempre molto dispendiosa, necessaria solo per gli eventi di marea di maggior dimensione e portata.

 

paratoie e mareggiate

De Simone: «Mose a rischio detriti»

Mose a rischio detriti. Fernando De Simone, architetto e progettista di un sistema alternativo al Mose, torna all’attacco. «Abbiamo visto le ultime mareggiate», dice, «cosa succederebbe se i detriti si infiltrassero sulle cerniere o tra una paratoia e l’altra?».

 

Nuova Venezia – Arsenale e Bacini “liberati” dal Mose

Posted by Opzione Zero in Rassegna stampa | 0 Comments

7

gen

2015

Progetto operativo all’attenzione dei commissari: il trasloco delle paratoie a Marghera. Si risparmierebbero 25 milioni

Arsenale “liberato” dal Mose. Una richiesta che la città avanza da tempo, e che adesso potrebbe diventare realtà. Negli ultimi atti firmati prima di lasciare il posto ai commissari, il presidente del Consorzio Venezia Nuova Mauro Fabris ha avanzato la proposta di traslocare la manutenzione delle paratoie, lasciando libera la parte Nord dell’Arsenale e i tre Bacini di carenaggio.

Progetto che non aveva soltanto lo scopo di “riappacificare” il clima con la città dopo gli scandali e l’inchiesta. Ma anche un effetto molto più pratico di risparmio. Solo per le infrastrutture necessarie ad attrezzare i bacini sono stati previsti 10 milioni di spesa, più altri 15 per la manutenzione annuale degli impianti.

E nel nuovo progetto c’è anche il dimezzamento delle linee di manutenzione. In origine, quando non c’era problema di spesa, erano previste doppie, con l’acquisto di due navi jack-up del costo di 55 milioni di euro l’una. Adesso la manutenzione potrebbe essere spostata a Marghera, nell’area ex Pagnan già bonificata due anni fa e utilizzata per le operazioni di movimentazione dei cassoni e delle prime paratoie.

Oppure, questa è la novità, nel cantiere di Santa Maria del Mare, da novembre chiuso dopo l’affondamento di tutti i grandi cassoni di calcestruzzo che erano stati costruiti nell’area antistante la spiaggia. Se le paratoie saranno smontate e trasportate a Marghera – oppure a Santa Maria del Mare – sarà evidente anche il risparmio per gli spostamenti via acqua. Ma soprattutto sarà possibile liberare un’area monumentale – e l’area Nord, da sempre destinata alla cantieristica e alla produzione navale – per restituirla alla città. Il Bacino medio, quello centrale, è stato restituito al Comune, anche il Bacino grande potrebbe tornare alla città. Che potrebbe allestire lì produzioni compatibili con il luogo, riunificando l’intero complesso monumentale.

Decisioni che adesso spettano ai due commissari nominati dal prefetto di Roma Giuseppe Pecoraro, su proposta del presidente dell’Autorità anticorruzione Raffaele Cantone, cioè Luigi Magistro e Francesco Ossola. Che dovranno ora, dopo la pausa natalizia, anche decidere su come funzionerà la “Consulta delle aziende”, organismo espressamente previsto nell’ordinanza del prefetto del 4 dicembre scorso.

Il provvedimento dispone la gestione straordinaria del Consorzio finalizzata al “compimento dell’opera”. I due commissari, l’ex direttore delle Dogane Magistro e l’ingegnere torinese Francesco Ossola, resteranno in carica fino a “collaudo avvenuto”. E dovranno prendere provvedimenti “per la gestione delle attività oggetto di concessione”, cioè il Mose. Assicurando però, conclude il provvedimento “forme di raccordo e coordinamento tecnico con le imprese per l’esecuzione delle opere”.

A differenza dell’Expo di Milano l’Autorità anticorruzione non ha insomma commissariato le imprese del Mose (Mantovani, Fincosit, Mazzi) ma il Consorzio. E non ha nemmeno messo in discussione l’opera, nonostante le sollecitazioni e gli esposti di comitati e associazioni, che hanno chiesto una revisione attenta delle autorizzazioni rilasciate dopo la scoperta della corruzione diffusa di politici e funzionari. Ora l’inchiesta Mose coinvolge anche l’Arsenale. Se i commissari vorranno potrebbe essere “liberato” dal Mose.

Alberto Vitucci

 

SALVAGUARDIA – Gli agenti marittimi contro l’ipotesi chiesta dai negozianti di San Marco

LA BOCCA DI LIDO – Assoagenti: «Col Contorta passeranno di qui centinaia di unità»

VENEZIA – Il Mose si potrebbe chiudere in previsione di ogni evento sopra gli 80 centimetri? Apriti cielo! Una simile eventualità, chiesta recentemente dai commercianti di piazza San Marco per salvaguardare le loro attività, è vista come il fumo negli occhi dagli operatori portuali. I costi che il settore dovrebbe sostenere, al di là di quelli di molto superiori per la gestione del Mose, sarebbero elevatissimi e rischierebbero di pregiudicare l’attività dello scalo veneziano. Questo al di là della questione “grandi navi” e Contorta, poiché si parla in via generale dell’agibilità del porto ancora privo di una struttura in mare aperto che consenta di bypassare le barriere mobili in caso di chiusura.

L’aver appreso di una disponibilità teorica del Consorzio Venezia Nuova a sollevare le barriere anche per maree di 80 centimetri ha lasciato basito il presidente dell’Associazione agenti raccomandatari e marittimi del Veneto, Alessandro Santi.
«La possibilità di alzare le barriere del Lido al di sopra di un livello di marea inferiore a quello previsto dal progetto – attacca Santi – è in conflitto con l’economia portuale della città, oltre che con il budget che avrà a disposizione la gestione del Mose. Nel 2014 ci sono stati 189 eventi, moltiplicati per i circa 10mila euro di energia che servirebbero (secondo i calcoli del Consorzio) per ogni bocca di porto fa quasi due milioni».

Ma non è questo il punto.
«Durante l’anno – aggiunge – ma soprattutto da aprile a novembre – il porto del Lido è attraversato per due volte da 550 navi da crociera, 300 catamarani ad alta velocità, almeno 200 yacht oltre ad altre grandi unità di tonnellaggio però inferiore. Questo non vale solo oggi, ma varrà anche quando sarà stato approntato il diversivo per far arrivare le navi in Marittima. Le navi inferiori alle 40mila tonnellate – precisa – continueranno a passare per quella bocca di porto e l’operatività non può essere ridotta. Per questo chiediamo al Consorzio una maggior attenzione rispetto a quella finora dimostrata nei confronti degli operatori portuali».

Tra gli oggetti di contenzioso c’è anche il mancato riconoscimento dei sovracosti per gli armatori dovuti alla posa dei cassoni. Mentre c’è stato un risarcimento per la bocca di Malamocco, per i disagi subiti dalle navi che dovevano entrare tra il Lido e Chioggia il Consorzio non ha accettato nessuna presa a carico.

Michele Fullin

 

LA PROPOSTA – Boato: «Con poca spesa si può isolare la Piazza»

Ci sarebbe una ricetta semplice e poco costosa per tenere all’asciutto piazza San Marco, ma nessuno finora l’ha voluta prendere in considerazione. Il professor Stefano Boato, una vita passata in nome della salvaguardia di Venezia, ricorda un progetto presentato anni fa che oggi potrebbe essere, per così dire, ripescato senza dover ricorrere ad eccessive chiusure del Mose.

«L’insula di piazza San Marco – spiega – è in parole semplici un “catino” già parzialmente chiuso alle acque alte. Tutta la zona del Molo è stata portata a 115 centimetri, per cui si tratterebbe di pareggiare quella quota una decina di metri in bacino Orseolo e in rio delle Procuratie. Poi, sarebbe sufficiente installare delle valvole senza ritorno alle vecchie condotte fognarie e di scarico dell’acqua e questa non entrerebbe più in piazza. Per l’acqua piovana sarebbe sufficiente una pompa o un sistema di pompe. Nulla a che vedere con le mastodontiche opere ipotizzate come la membrana e il rifacimento delle condotte che come Ministero dell’Ambiente assieme alla Soprintendenza siamo sempre riusciti a bloccare dopo scontri frontali con il Consorzio».

Vista la disponibilità del Consorzio a discutere (almeno con i commercianti della piazza) , Boato lancia lì un’altra ipotesi di lavoro, portata avanti con voluminosi studi negli anni Novanta per conto del Ministero dell’Ambiente.

«Si possono eliminare le acque medio-alte per le parti basse di Venezia con il riequilibrio idraulico e fisico della laguna – spiega – in particolare riducendo la profondità alle bocche di porto da 14 a 8-9 metri, soprattutto a partire da quella del Lido otterrebbe una riduzione delle punte di marea mediamente di 20,2 cm che combinata con le difese verticali a insula (a Piazza S.Marco e a Rialto) può ridurre il numero degli allagamenti mediamente ad un evento ogni 5-6 anni per una durata media di 2 ore e 40 minuti e una altezza massima di 9,1 cm. Questo affermano le relazioni del Ministero dell’Ambiente del 1999-2000».

M.F.

 

Copyrights © 2012-2015 by Opzione Zero

Per leggere la Privacy policy cliccare qui