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VENEZIA – L’ex ministro Matteoli può essere processato per corruzione per le vicende legate al Mose e alle bonifiche di Marghera. Il via libera è arrivato ieri dal Senato, che ha approvato a maggioranza (voto favorevole di Pd, Psi, Cinquestelle, no di Forza Italia) la richiesta di autorizzazione a procedere inviata dal Tribunale di Venezia («Collegio per i reati ministeriali») al presidente del Senato Pietro Grasso nell’ottobre scorso. Richiesta prevista dall’articolo 96 della Costituzione e dall’articolo 5 della Legge Costituzionale del 1989.

Sono parole molto pesanti quelle con cui i tre pm del Tribunale veneziano (Monica Sarti, Priscilla Valgimigli e Alessandro Girardi) hanno chiesto al Senato – e ieri ottenuto – l’autorizzazione a procedere in giudizio per l’ex ministro dell’Ambiente e delle Infrastrutture. Insieme a lui, come prevede la stessa legge, è arrivata l’autorizzazione a indagare anche per i «correi» coinvolti nell’inchiesta della procura veneziana sulla corruzione Mose.

Nella fattispecie l’ex presidente del Consorzio Venezia Nuova Giovanni Mazzacurati, l’ex presidente della Mantovani Piergiorgio Baita, gli imprenditori Nicolò Buson, Erasmo Cinque, William Ambrogio Colombelli.

«Le motivazioni della Procura veneziana sono state condivise dalla maggioranza dei senatori», commenta Felice Casson, senatore veneziano che fa parte della giunta per le autorizzazioni a procedere di Palazzo Madama, «è giusto che si faccia la massima chiarezza su questa vicenda».

Accuse pesanti quelle che pendono sul capo dell’ex ministro Altero Matteoli, nominato due volte responsabile dell’Ambiente – e poi anche delle Infrastrutture e Trasporti – nei governi Berlusconi.

«In violazione dei suoi doveri di imparzialità e di indipendenza», scrivono i giudici, «nell’asservimento delle proprie funzioni agli interessi del Consorzio Venezia Nuova», l’ex ministro avrebbe lavorato per far assegnare allo stesso Consorzio e alle imprese consorziate i finanziamenti per la bonifica di Marghera, in violazione della normativa sulle gare d’appalto, del codice sui contratti pubblici e delle direttive europee».

Sempre Matteoli avrebbe anche garantito a Mazzacurati e al Consorzio la nomina di un presidente «compiacente» (Patrizio Cuccioletta), completamente a disposizione del Consorzio venezia Nuova».

In cambio Matteoli, scrivono i giudici, «avrebbe ricevuto danaro contante direttamente da Mazzacurati e Baita nell’importo di 400 mila euro e altri 150 mila euro consegnati da Colombelli e Buson».

L’ex ministro di Forza Italia avrebbe anche ottenuto dal Consorzio l’assegnazione del subappalto della bonifica all’impresa Socostramo srl, «procurando a questa e al suo amministratore Erasmo Cinque un utile pari a 48 milioni, 672 mila 512 euro e 98 centesimi». Adesso le indagini possono proseguire anche sull’ex ministro.

Alberto Vitucci

 

DIFFICILE La conca di navigazione. Per gli operatori portuali c’è difficoltà di allineamento

COSTA (PORTO) «È già piccola. Per quello serve il molo offshore»

MOSE – Il direttore Redi risponde alle preoccupazioni degli agenti marittimi sulla funzionalità della struttura

La conca di navigazione di Malamocco funziona, almeno con le navi medio – piccole. Certamente non con le navi di ultima generazione, essendo stata progettata per sopportare il passaggio di scafi lunghi fino a 280 metri, larghi 39 e con pescaggio di 12.

Il direttore del Consorzio Venezia Nuova, Hermes Redi, replica così alle preoccupazioni degli operatori marittimi veneziani. In particolare è stato il presidente dell’Associazione agenti e raccomandatari marittimi del Veneto, Alessandro Santi, a ricordare come al Ministero delle Infrastrutture siano state depositate formali richieste di intervento correttivo perché il complesso conca e lunata di protezione non consente il corretto allineamento delle navi soprattutto in entrata.

«Come non funziona? – risponde Redi – per quella conca sono passate un centinaio di navi mentre posavamo i cassoni. Navi lunghe fino a 218 metri, perché di più grandi in quel periodo non ne erano arrivate. Il Consorzio ha realizzato l’opera così come era stata progettata e approvata. E se qualcuno ritiene debbano essere fatte migliorie per un accosto più veloce se ne può parlare».

Anche i Piloti del porto (coloro che “guidano” le navi all’interno della laguna) condividono le preoccupazioni sulla mancanza di spazio per un corretto allineamento. Una situazione – dicono – che può però essere corretta facilmente. Per Paolo Costa, presidente dell’Autorità portuale, il limite era evidente da tempo e per questo è stato concepito il porto offshore.

«Il sistema Mose – specifica Costa – non è solo le barriere mobili, ma comprende anche la conca di navigazione e, dal Comitatone del Luglio 2011 anche la piattaforma offshore. La conca era stata disegnata a fine anni ’90 quando le navi erano più piccole e strette. Poi, ci siamo accorti che le navi oggi sono più di 300 metri e quindi la conca, anche perfettamente funzionante, non sarebbe stata sufficiente. Questo è sulle carte. Invece – aggiunge – ci siamo accorti che ha comunque un difetto di allineamento. Come si può fare per rimediare? Bisognerebbe realizzare una sorta di “muretto” su cui la nave si possa appoggiare, allineandosi e quindi entrare in sicurezza».

 

Nuova Venezia – Il ricorso di Galan

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gen

2015

Parla il procuratore aggiunto Carlo Nordio: «Di nuove indagini non posso parlare ma è ovvio che un’inchiesta così complessa ha sempre delle clonazioni»

La legge consente di impugnare in Cassazione la sentenza che l’imputato ha invocato

VENEZIA – Carlo Nordio, procuratore aggiunto della repubblica e contitolare assieme ai pm Paola Tonini, Stefano Ancilotto e Stefano Buccini dell’inchiesta Mose, è l’uomo che ha gestito la trattativa sui patteggiamenti con gli avvocati degli imputati, secondo un principio che definisce di realtà. Patteggiamenti poi accolti nelle sentenze del giudice. Le sentenze si pronunciano «in nome del popolo italiano», ma qui ci sono due popoli che si fronteggiano: il paese reale e il paese legale. Il paese reale si sente orfano del processo Mose e vede nei patteggiamenti accuse pesanti e pene leggere.

Cosa ne pensa il paese legale? «Il processo serve a vedere se l’accusa è fondata o se non lo è. Tutto il resto è pura metafisica, mezzo politica e mezzo mediatica, che va discussa e risolta in altre sedi. Il codice di procedura penale dell’89 firmato da Giuliano Vassalli, medaglia d’oro della Resistenza, prevede che si possa patteggiare e quindi evitare il dibattito pubblico perché è conveniente per entrambe le parti. Quando con la riforma Vassalli noi abbiamo introdotto il processo accusatorio, alla Perry Mason per intenderci, sapevamo che non si poteva prescindere dall’istituto fondamentale che lo regge, il patteggiamento. Negli Stati Uniti il patteggiamento o plea bargain, chiedi l’affare, risolve oltre il 90% dei processi. Solo il 3% arriva a dibattimento».

E sulla sproporzione tra le accuse e l’entità delle pene? «Qui il discorso è di pragmatismo utilitaristico. Prendiamo il patteggiamento più importante, quello dell’ex governatore, 2 anni e 10 mesi, una carcerazione preventiva già sofferta, una carcerazione domiciliare ancora in fieri, una restituzione importante del maltolto, una sicura decadenza dalle cariche politiche. Per noi è una pena seria, bilanciata dal fatto che andavamo incontro a un processo estremamente lungo e costoso per tutti, con gli esiti incerti che hanno tutti i processi e non perché le prove fossero equivoche, secondo noi, ma perché ogni processo ha la sua stella, non ultimo il decorso del tempo e della prescrizione».

Eravate tutti d’accordo su questa linea in procura? «Assolutamente uniti. Alcuni patteggiamenti sono stati concordati con facilità, perché erano standard, parliamo soprattutto degli imprenditori. Per quelli più importanti e se vogliamo più delicati, abbiamo discusso tra di noi quale fosse la soglia minima soddisfacente, però puntando al rialzo. Poi la trattativa sul rialzo è stata condotta da me, con risultato quasi sempre uguale o un po’sopra la soglia minima che avevamo concordato tra di noi».

Gli avvocati di Galan dicono di aver accettato l’inaccettabile. Sembra un’imposizione della procura: avete imposto voi il patteggiamento o ve l’hanno chiesto? «Generalmente è la difesa che lo chiede, qualche volta lo chiede insistentemente e molte volte lo chiede molto insistentemente, quasi in ginocchio. Qualche volta è la procura che fa balenare la disponibilità. Poi si instaura una sorta di mercato».

Nel caso di Galan com’è andata? «Diciamo che le volontà si sono incrociate. Difficile dire in situazioni molto complesse da chi parte l’iniziativa. Un Rembrandt lei lo compera alzando un dito da Softeby’s, soltanto se va a comprare un chilo di pomodori deve chiedere quanto e come. Io ho il massimo rispetto per l’imputato e anche per i suoi difensori e comprendo benissimo che dopo una conclusione seriamente punitiva, secondo noi, si cerchi di mitigare la portata della soluzione attraverso interpretazioni più blande, più benevole».

Se poi aggiungiamo che il patteggiamento non è un’ammissione di colpa… «Attenzione, il patteggiamento ha delle conseguenze precise. Chi lo chiede sa benissimo, e lo deve sapere, che riceve una condanna. Le leggo l’articolo 445 cpp, secondo comma: “la sentenza di patteggiamento anche quando è pronunciata dopo la chiusura del dibattimento e non ha efficacia nei giudizi civili, salve diverse disposizioni di legge, è equiparata a una sentenza di condanna”.

Chi patteggia sa di aver avuto una condanna e ne accetta le conseguenze, giuridiche e anche logiche. Poi ognuno può anche proclamarsi innocente fino alla fine dei suoi giorni, è una scelta rispettabilissima perché fa parte dell’immagine che l’imputato vuol dare di sé».

Salvo che chi l’ascolta può crederci o meno. «Chi l’ascolta può domandarsi se sia una scelta di pura immagine o corrisponda alla realtà, ma per noi è assolutamente vincolante il fatto che la sentenza di patteggiamento è equiparata ad una condanna».

Gli avvocati di Galan hanno fatto ricorso in Cassazione contro il patteggiamento da essi stessi richiesto. Vogliono spostare alle calende greche il pagamento dei 2,6 milioni di sanzione, visto che il termine è fissato entro 90 giorni dopo che la sentenza passerà in giudicato e la sentenza adesso è quella della Cassazione? «La domanda più che legittima che lei fa è quella che si fa anche l’uomo della strada e cioè come fai a impugnare una sentenza che tu stesso hai invocato? È tuttavia una domanda senza risposta. La legge lo consente perché il legislatore è schizofrenico e l’avvocato fa il suo mestiere. Il difensore impugna per mille ragioni: perché se l’imputato è in stato di detenzione può continuare a espiare la detenzione ai domiciliari, così quando il giudizio diventerà definitivo l’ha già espiata a casa; oppure perché spera nella prescrizione; oppure perché spera in un’amnistia o in un indulto».

Quanto tempo richiederà il pronunciamento della Cassazione, nel nostro caso? «Penso poco, quattro o cinque mesi». Quindi non si rischia la prescrizione? «No, anzi, in questo caso la Cassazione dando torto al Riesame ha detto che l’inizio della prescrizione decorre molto più avanti».

Lei si riferisce al pronunciamento sul ricorso di Renato Chisso. Questo rimette in discussione tutte le posizioni? «No, quello che è patteggiato è patteggiato. A parte il fatto che ogni decisione vale solo per il singolo, non per gli altri».

Dieci anni di corruzione a questi livelli avevano bisogno di una copertura molto estesa. Massoneria? «Non ne so assolutamente niente. Non credo neanche che la massoneria abbia voce in capitolo. Piuttosto è la legge che è stata strutturata in modo tale da essere quasi un incentivo alla corruzione. Il Mose può essere paragonato a un tizio che ha avvelenato le acque perché era l’unico ad averne l’antidoto».

In che senso, scusi? «Le leggi degli ultimi trent’anni sulle opere pubbliche sono talmente bizantine e ingarbugliate che per un’opera gigantesca come il Mose hanno trovato più comodo fare una legge speciale. Non dico che avessero fatto apposta a produrre una legislazione schizofrenica, se la sono trovata sedimentata in decenni. Come quello che ha avvelenato le acque, in questo caso con una proliferazione legislativa, perché aveva l’antidoto, poter fare una legge speciale. Ma la legge speciale ha dato un potere e un arbitrio assoluto a tutti. Era quasi un invito alla corruzione. Dirò di più e peggio: oltre alla corruzione, allo spreco. Il Consorzio Venezia Nuova ha elargito a destra e a manca soldi nostri, senza nessuna ragione. La beneficenza uno deve farla con i soldi suoi, non con i soldi altrui. E qua mi fermo».

Lei dice: con i patteggiamenti abbiamo privilegiato l’aspetto pecuniario. «Diciamo che l’abbiamo tenuto in seria considerazione».

Ma uno si domanda: avete recuperato 12 milioni contro quanti sottratti alla collettività? «Ah, non lo sappiamo. Qui bisogna tener conto delle disponibilità aggredibili del soggetto. Se uno ci dice: questo lo posso pagare, il resto non ce l’ho, e addirittura non riesci a trovarglielo…»

È il caso dell’ex assessore Renato Chisso. «Sì, diciamo che il patteggiamento è sempre un compromesso. Però per noi è un compromesso accettabile».

Lei ha detto che non finisce qui, facendo capire che l’indagine va avanti: sulla sanità? «Di eventuali nuove indagini non posso parlare. Ma è ovvio che un’inchiesta così ha sempre delle clonazioni. Noi siamo molto orgogliosi di averla chiusa in termini ragionevoli per gran parte degli imputati».

E per le posizioni ancora da definire, Orsoni, Sartori e gli altri imputati? «I processi si faranno quanto prima».

Renzo Mazzaro

 

I grillini: «Deve lasciare la guida della commissione Cultura»

La Boldrini e Brunetta replicano che solo lui può andarsene

Dritta del Quirinale: a maggio si potrà rimuovere Galan

PADOVA – La via d’uscita, per “rimuovere” l’onorevole Giancarlo Galan (agli arrestati domiciliari) dalla presidenza della commissione Cultura di Montecitorio, l’ha indicata il professor Giancarlo Montedoro, consigliere del presidente della Repubblica per gli affari giuridici e le relazioni cosituzionali, chiamato in causa per un parere dallo stesso Giorgio Napolitano.

In una nota inviata al vicepresidente vicario-portavoce del Movimento Cinque Stelle, Andrea Cecconi, il consigliere Montedoro richiama il dettato l’articolo 20 comma 5 del Regolamento della Camera dei deputati: «Dalla data della loro costituzione, le Commissioni permanenti sono rinnovate ogni biennio e i loro componenti possono essere riconfermati».

Le somme le tira lo stesso Montedoro: «Ne consegue che, all’atto del rinnovo dei relativi organismi, i gruppi parlamentare ben potranno apprezzare la situazione evidenziata».

Orbene, la soluzione del rebus Galan, se non immediata, sembra comunque dietro l’angolo. Il deputato di Forza Italia è stato eletto presidente della Cultura, Scienza e Istruzione di Montecitorio il 7 maggio 2013; vuol dire che a primavera si procederà al rinnovo delle presidenze, e quella potrebbe l’occasione giusta per sostituire il parlamentare padovano, che ha potuto presiedere l’ultima commissione il 3 giugno 2014, alla vigilia della raffica di provvedimenti legati all’indagine sul sistema degli appalti del sistema di dighe anti-acqua alta. Oltre, par di capire, non si può andare.

«Al capo dello Stato», sottolinea il consigliere Montedoro, «non è consentito dalla Carta Costituzionale iniziative incidenti sull’autonoma organizzazione della vita parlamentare».

E di sicuro non sarà il capogruppo di Forza Italia, Renato Brunetta, a fare pressioni sul collega perché abbandoni la presidenza della commissione Cultura. «Non spetta certamente al presidente di un gruppo», scrive infatti l’onorevole Brunetta in una missiva di risposta al deputato pentastellato Cecconi, «intervenire in alcun modo per svolgere pressioni o indurre a dimissioni che il diritto parlamentare esclude. Tali pressioni sarebbero del tutto indebite».

Il professor Brunetta aggiunge che «le norme scritte e non scritte del diritto parlamentare giungono fino ad impedire ogni forma di sfiducia o di recall nei confronti di coloro che siano chiamati all’ufficio di presidente dell’Assemblea, di Commissione o di Giunta».

Che solo Galan possa decidere in ordine alla sua permanenza alla presidenza della commissione Cultura lo ha ribadito anche la presidente della Camera Laura Boldrini in un’altra lettera indirizzata all’onorevole Cecconi: «È noto che nel nostro ordinamento non sono ammissibili strumenti volti a revocare il presidente di un organo parlamentare. La rinuncia alla carica di presidente di commissione non può dunque, allo stato, che discendere dalle autonome determinazioni del deputato Galan».

S’indigna su Fb l’onorevole Federico D’Incà, deputato bellunese del Movimento Cinque Stelle, che ieri ha pubblicato una foto di Galan in giacca bianca e papillon: «Solo a guardare questa persona io mi sento a disagio. L’Italia non merita di essere rappresentata da Galan. Ricordo a tutti che i parlamentari del M5s hanno restituito fino a giugno 2014 la somma di 10 milioni di euro dei propri stipendi e rimborsi al fondo per il credito alle piccole medie imprese».

L’INTERVENTO

di Stefano Boato –  Già docente di Pianificazione allo Iuav

Vedo con piacere che il nuovo direttore generale del Consorzio Venezia Nuova ingegner Hermes Redi riprende in parte alcuni concetti che con ricerche approfondite, proposte e verifiche specifiche abbiamo avanzato dagli anni ’90 per anni e anni per conto del ministero dell’Ambiente (vedi rapporti 2003-2005 e rapporto finale 2006), ma sempre inascoltati.

Si possono eliminare le acque medio alte per le parti basse di Venezia con il riequilibrio idraulico e fisico della laguna, in particolare riducendo l’officiosità alle bocche di porto, soprattutto a partire da quella del Lido, ottenendo così «una riduzione delle punte di marea mediamente di 20,2 centimetri» che, combinata con le difese verticali a insula (a Piazza San Marco e a Rialto), può ridurre il numero degli allagamenti (con esclusione dell’evento alluvionale) mediamente a un evento ogni cinque-sei anni per una durata media di due ore e 40 minuti e un’altezza massima di 9,1 centimetri (vedi le relazioni del ministero dell’Ambiente del 1999-2000).

A tale proposito il recente progetto di Avamporto galleggiante per le grandi navi crocieristiche alla bocca di lido, è stato localizzato fuori della laguna di fronte alla nuova isola del Mose anche perché elimina la necessità di grandi profondità del canale portuale di San Nicolò e consente il graduale rialzo del fondale (dopo le paratoie del Mose) fino a quote di meno otto-nove metri anche con il naturale apporto di sedimenti dal litorale nord (vedi le antiche proposte prima di Pino Rosa Salva, presidente di Italia Nostra, e successivamente del Ministero dell’Ambiente).

In questo modo si può eliminare la gran parte delle acque medio alte a Venezia senza dover ricorrere ogni volta alla chiusura delle paratoie del Mose, sempre molto dispendiosa, necessaria solo per gli eventi di marea di maggior dimensione e portata.

 

paratoie e mareggiate

De Simone: «Mose a rischio detriti»

Mose a rischio detriti. Fernando De Simone, architetto e progettista di un sistema alternativo al Mose, torna all’attacco. «Abbiamo visto le ultime mareggiate», dice, «cosa succederebbe se i detriti si infiltrassero sulle cerniere o tra una paratoia e l’altra?».

 

Nuova Venezia – Arsenale e Bacini “liberati” dal Mose

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Progetto operativo all’attenzione dei commissari: il trasloco delle paratoie a Marghera. Si risparmierebbero 25 milioni

Arsenale “liberato” dal Mose. Una richiesta che la città avanza da tempo, e che adesso potrebbe diventare realtà. Negli ultimi atti firmati prima di lasciare il posto ai commissari, il presidente del Consorzio Venezia Nuova Mauro Fabris ha avanzato la proposta di traslocare la manutenzione delle paratoie, lasciando libera la parte Nord dell’Arsenale e i tre Bacini di carenaggio.

Progetto che non aveva soltanto lo scopo di “riappacificare” il clima con la città dopo gli scandali e l’inchiesta. Ma anche un effetto molto più pratico di risparmio. Solo per le infrastrutture necessarie ad attrezzare i bacini sono stati previsti 10 milioni di spesa, più altri 15 per la manutenzione annuale degli impianti.

E nel nuovo progetto c’è anche il dimezzamento delle linee di manutenzione. In origine, quando non c’era problema di spesa, erano previste doppie, con l’acquisto di due navi jack-up del costo di 55 milioni di euro l’una. Adesso la manutenzione potrebbe essere spostata a Marghera, nell’area ex Pagnan già bonificata due anni fa e utilizzata per le operazioni di movimentazione dei cassoni e delle prime paratoie.

Oppure, questa è la novità, nel cantiere di Santa Maria del Mare, da novembre chiuso dopo l’affondamento di tutti i grandi cassoni di calcestruzzo che erano stati costruiti nell’area antistante la spiaggia. Se le paratoie saranno smontate e trasportate a Marghera – oppure a Santa Maria del Mare – sarà evidente anche il risparmio per gli spostamenti via acqua. Ma soprattutto sarà possibile liberare un’area monumentale – e l’area Nord, da sempre destinata alla cantieristica e alla produzione navale – per restituirla alla città. Il Bacino medio, quello centrale, è stato restituito al Comune, anche il Bacino grande potrebbe tornare alla città. Che potrebbe allestire lì produzioni compatibili con il luogo, riunificando l’intero complesso monumentale.

Decisioni che adesso spettano ai due commissari nominati dal prefetto di Roma Giuseppe Pecoraro, su proposta del presidente dell’Autorità anticorruzione Raffaele Cantone, cioè Luigi Magistro e Francesco Ossola. Che dovranno ora, dopo la pausa natalizia, anche decidere su come funzionerà la “Consulta delle aziende”, organismo espressamente previsto nell’ordinanza del prefetto del 4 dicembre scorso.

Il provvedimento dispone la gestione straordinaria del Consorzio finalizzata al “compimento dell’opera”. I due commissari, l’ex direttore delle Dogane Magistro e l’ingegnere torinese Francesco Ossola, resteranno in carica fino a “collaudo avvenuto”. E dovranno prendere provvedimenti “per la gestione delle attività oggetto di concessione”, cioè il Mose. Assicurando però, conclude il provvedimento “forme di raccordo e coordinamento tecnico con le imprese per l’esecuzione delle opere”.

A differenza dell’Expo di Milano l’Autorità anticorruzione non ha insomma commissariato le imprese del Mose (Mantovani, Fincosit, Mazzi) ma il Consorzio. E non ha nemmeno messo in discussione l’opera, nonostante le sollecitazioni e gli esposti di comitati e associazioni, che hanno chiesto una revisione attenta delle autorizzazioni rilasciate dopo la scoperta della corruzione diffusa di politici e funzionari. Ora l’inchiesta Mose coinvolge anche l’Arsenale. Se i commissari vorranno potrebbe essere “liberato” dal Mose.

Alberto Vitucci

 

SALVAGUARDIA – Gli agenti marittimi contro l’ipotesi chiesta dai negozianti di San Marco

LA BOCCA DI LIDO – Assoagenti: «Col Contorta passeranno di qui centinaia di unità»

VENEZIA – Il Mose si potrebbe chiudere in previsione di ogni evento sopra gli 80 centimetri? Apriti cielo! Una simile eventualità, chiesta recentemente dai commercianti di piazza San Marco per salvaguardare le loro attività, è vista come il fumo negli occhi dagli operatori portuali. I costi che il settore dovrebbe sostenere, al di là di quelli di molto superiori per la gestione del Mose, sarebbero elevatissimi e rischierebbero di pregiudicare l’attività dello scalo veneziano. Questo al di là della questione “grandi navi” e Contorta, poiché si parla in via generale dell’agibilità del porto ancora privo di una struttura in mare aperto che consenta di bypassare le barriere mobili in caso di chiusura.

L’aver appreso di una disponibilità teorica del Consorzio Venezia Nuova a sollevare le barriere anche per maree di 80 centimetri ha lasciato basito il presidente dell’Associazione agenti raccomandatari e marittimi del Veneto, Alessandro Santi.
«La possibilità di alzare le barriere del Lido al di sopra di un livello di marea inferiore a quello previsto dal progetto – attacca Santi – è in conflitto con l’economia portuale della città, oltre che con il budget che avrà a disposizione la gestione del Mose. Nel 2014 ci sono stati 189 eventi, moltiplicati per i circa 10mila euro di energia che servirebbero (secondo i calcoli del Consorzio) per ogni bocca di porto fa quasi due milioni».

Ma non è questo il punto.
«Durante l’anno – aggiunge – ma soprattutto da aprile a novembre – il porto del Lido è attraversato per due volte da 550 navi da crociera, 300 catamarani ad alta velocità, almeno 200 yacht oltre ad altre grandi unità di tonnellaggio però inferiore. Questo non vale solo oggi, ma varrà anche quando sarà stato approntato il diversivo per far arrivare le navi in Marittima. Le navi inferiori alle 40mila tonnellate – precisa – continueranno a passare per quella bocca di porto e l’operatività non può essere ridotta. Per questo chiediamo al Consorzio una maggior attenzione rispetto a quella finora dimostrata nei confronti degli operatori portuali».

Tra gli oggetti di contenzioso c’è anche il mancato riconoscimento dei sovracosti per gli armatori dovuti alla posa dei cassoni. Mentre c’è stato un risarcimento per la bocca di Malamocco, per i disagi subiti dalle navi che dovevano entrare tra il Lido e Chioggia il Consorzio non ha accettato nessuna presa a carico.

Michele Fullin

 

LA PROPOSTA – Boato: «Con poca spesa si può isolare la Piazza»

Ci sarebbe una ricetta semplice e poco costosa per tenere all’asciutto piazza San Marco, ma nessuno finora l’ha voluta prendere in considerazione. Il professor Stefano Boato, una vita passata in nome della salvaguardia di Venezia, ricorda un progetto presentato anni fa che oggi potrebbe essere, per così dire, ripescato senza dover ricorrere ad eccessive chiusure del Mose.

«L’insula di piazza San Marco – spiega – è in parole semplici un “catino” già parzialmente chiuso alle acque alte. Tutta la zona del Molo è stata portata a 115 centimetri, per cui si tratterebbe di pareggiare quella quota una decina di metri in bacino Orseolo e in rio delle Procuratie. Poi, sarebbe sufficiente installare delle valvole senza ritorno alle vecchie condotte fognarie e di scarico dell’acqua e questa non entrerebbe più in piazza. Per l’acqua piovana sarebbe sufficiente una pompa o un sistema di pompe. Nulla a che vedere con le mastodontiche opere ipotizzate come la membrana e il rifacimento delle condotte che come Ministero dell’Ambiente assieme alla Soprintendenza siamo sempre riusciti a bloccare dopo scontri frontali con il Consorzio».

Vista la disponibilità del Consorzio a discutere (almeno con i commercianti della piazza) , Boato lancia lì un’altra ipotesi di lavoro, portata avanti con voluminosi studi negli anni Novanta per conto del Ministero dell’Ambiente.

«Si possono eliminare le acque medio-alte per le parti basse di Venezia con il riequilibrio idraulico e fisico della laguna – spiega – in particolare riducendo la profondità alle bocche di porto da 14 a 8-9 metri, soprattutto a partire da quella del Lido otterrebbe una riduzione delle punte di marea mediamente di 20,2 cm che combinata con le difese verticali a insula (a Piazza S.Marco e a Rialto) può ridurre il numero degli allagamenti mediamente ad un evento ogni 5-6 anni per una durata media di 2 ore e 40 minuti e una altezza massima di 9,1 cm. Questo affermano le relazioni del Ministero dell’Ambiente del 1999-2000».

M.F.

 

La proposta (con dossier) dell’associazione dei commercianti della Piazza

«Siamo allagati tutto l’anno. Le paratoie devono aiutare anche l’area marciana»

Il luogo simbolico di Venezia, Piazza San Marco, è in grave pericolo e il suo nemico numero uno è l’acqua alta. Sottoposti ormai da decenni agli allagamenti dovuti alle alte maree, i monumenti storici come la Basilica di San Marco, il Palazzo Ducale, le Procuratie Vecchie e la pavimentazione della Piazza, soffrono di un grave e progressivo decadimento che non è destinato ad arrestarsi con l’entrata in funzione del Mose.

A denunciare una situazione mese dopo mese sempre più grave è l’Associazione Piazza San Marco, che ha preparato e diffuso ai suoi iscritti un approfondito dossier e chiede che il Mose entri in funzione a 85-90 centimetri.

«La maggiore frequenza statistica delle alte maree causa oggi sempre maggiori disagi e degrado in Piazza San Marco e nell’insula marciana – si legge nel documento stilato dall’Associazione – e questa grave situazione non è purtroppo destinata a risolversi con il Mose, che entrerà in funzione secondo le previsioni in caso di maree oltre quota +110 cm, e dunque non proteggerà in alcun modo San Marco dalle maree superiori a +80 cm, un livello di marea considerato “medio” che tuttavia comporta il quasi totale allagamento della Piazza».

«Per contrastare il problema – sottolinea l’Associazione Piazza San Marco – lo Stato aveva progettato, a cura del Consorzio Venezia Nuova, una serie di interventi, una prima parte dei quali è stata realizzata a partire dal 2003 e ha interessato il molo sul bacino. Il resto degli interventi non è stato eseguito, per cui l’area della Basilica di San Marco, vaste aree della Piazza e la zona delle Procuratie Vecchie continuano ad essere allagate, come si diceva, anche con modesti eventi di marea. Il costo complessivo degli interventi che metterebbero in sicurezza l’intera area marciana è di 100 milioni di euro, a fronte di un costo complessivo dell’opera Mose di oltre 5 miliardi di euro».

In attesa che tali interventi vengano prima o poi realizzati, l’Associazione Piazza San Marco propone una soluzione temporanea, e cioè che le paratie del Mose vengano azionate non alla quota di 110 cm, bensì a 85-90 cm.

«La situazione attuale, anche alla luce dei ripetuti eventi di marea di quest’anno, è diventata insostenibile – sottolinea il Presidente dell’Associazione Piazza San Marco Alberto Nardi – e non possiamo accettare che possa ulteriormente degenerare. Oltre al rischio per il patrimonio artistico e culturale, infatti, va aggiunto che la perdita di valore economico degli immobili ubicati sotto le Procuratie Vecchie va di pari passo a una perdita commerciale facilmente quantificabile per gli esercenti che da sempre occupano questi spazi».

 

“Incredibile che ci sia che lo scopre oggi”

«È davvero incredibile la sorpresa di chi scopre oggi che il Mose non metterà al riparo piazza San Marco e le altre zone basse di Venezia. Incredibile e indecente, quando viene da notori amici e sostenitori di chi il Mose lo ha sempre voluto o addirittura dall’interno stesso del Consorzio Venezia Nuova».

È quanto denuncia Gianfranco Bettin in un documento .

«È infatti, da sempre, esattamente questo il cuore della critica al progetto Mose: o non si chiuderà quasi mai e quindi in pratica non servirà, e dunque si sarebbe sprecata una montagna, anzi un’alluvione, di risorse, o si chiuderà troppo spesso (ad esempio, 200 volte per tutelare piazza San Marco nel 2014) e dunque, per come funziona, colpirà a morte la laguna, impedendone il ricambio con l’acqua del mare, oltre a colpire a morte la stessa portualità».

«È la trappola del Mose – prosegue Bettin – denunciata per tempo dagli ambientalisti e da importanti settori del mondo scientifico».

 

Redi: «Possiamo anticipare l’entrata in funzione delle paratoie a Malamocco»

«Il Mose può essere attivato a qualsiasi livello di marea. E in base a calcoli effettuati dai nostri tecnici, alzando anticipatamente le sole paratoie alla bocca di porto di Lido rispetto a quelle di Malamocco e Chioggia, potremmo risparmiarci anche le acque alte tra gli 80 e i 95 centimetri e mettere all’asciutto San Marco».

Parola di Hermes Redi, direttore generale del Consorzio Venezia Nuova. Che, richiamando le lamentele dei commercianti ed esercenti delle Procuratie Vecchie di piazza San Marco, sottoposti a continue criticità anche in presenza di maree medio-basse e tali da non incidere in modo significativo sul resto della città, dà un a notizia nuova: attraverso il recupero di 10-15 centimetri il sistema di dighe mobili potrebbe evitare problemi anche a loro.

«Certo, alzare le paratoie in circostanze del genere farebbe aumentare l’impiego del Mose in modo vertiginoso, dal momento che è stato pensato per le maree medio-alte, sostenute ed eccezionali – precisa Redi – Tuttavia, i 110 centimetri decisi a tavolino possono essere ridiscussi, e nulla esclude una sua operatività anche per acque alte al di sotto di quella quota. Da qui l’ipotesi della sola chiusura anticipata della bocca di porto di Lido, perché risolverebbe le criticità in area marciana senza andare a pregiudicare il traffico navale assicurato dalle bocche di porto di Malamocco e Chioggia. Ovviamente i calcoli sono ancora teorici, ma realistici e tutt’altro che cervellotici: per il passaggio dalle teoria alla pratica, è sufficiente essere d’accordo».

A Venezia l’invito alla riflessione del direttore generale del Consorzio non è una novità assoluta, dal momento che soluzioni al problema delle Procuratie Vecchie invase dall’acqua per gran parte dell’anno sono state sollecitate a cadenza periodica non solo dai titolari di negozi e caffè storici, ma anche dai vertici del Centro previsioni e segnalazioni maree.

«Quanto sottopongo all’attenzione delle autorità e dei cittadini non è una decisione esclusivamente nostra, ma un’ipotesi di lavoro da vagliare tutti insieme – continua Redi – Qualunque sia la decisione, noi ci adegueremo. Resta inteso che per l’area marciana il problema fondamentale sta nelle opere complementari progettate ma non più garantite dalla Legge speciale, e in carico a un Comune privo di risorse. La messa in sicurezza delle Procuratie, infatti, era connessa al rialzo delle rive e a un processo di impermeabilizzazione della piazza rimasto sulla carta. Per il quale è essenziale il rifinanziamento della Legge speciale».

Vettor Maria Corsetti

 

Il commissario delegato denuncia i comitati ambientalisti

Chi parla di Mose dell’entroterra porti le prove alla magistratura ma la smetta di insinuare dubbi e malizie sull’infrastruttura

VENEZIA – L’Autorità anticorruzione ha chiesto al Commissario tutta la documentazione relativa al progetto di finanza legato alla Superstrada pedemontana veneta. Lo conferma il commissario delegato, Silvano Vernizzi, che si lascia alle spalle l’anno più difficile della sua carriera.

Le amarezze legate al passaggio da segretario delle infrastrutture in Regione a dirigente di Veneto Strade, l’inchiesta sul Mose che ha decapitato il sistema Galan e l’arresto del suo grande amico Renato Chisso. Anche la Corte dei conti ha annunciato, per quest’anno, un’indagine approfondita sulla congruità del costo del project, soprattutto nel caso di mancato raggiungimento dei volumi di traffico.

Ma a rovinare gli ultimi giorni dell’anno di Vernizzi è stato Massimo Follesa, il coordinatore dei comitati veneti No-Pedemontana, che ha parlato della superstrada come «del nuovo Mose di terraferma», infarcito di tangenti e corruzione. «Credo che ogni cittadino possa esprimere la propria opinione – spiega Vernizzi –: della Pedemontana si può dire che non piace, che non serve, che inquina, che costa troppo o quant’altro. Ma nessuno ha diritto, senza averne le prove, di accusare questa infrastruttura di essere un riciclo di tangenti. Questo non lo accetto: non solo per per me ma soprattutto per le centinaia di persone che vi lavorano».

Vernizzi ha dato dunque l’incarico a un legale di procedere a denunciare il capo dei comitati No Pedemontana per diffamazione: «Se Follesa ha delle prove concrete le porti alla Procura della Repubblica. Ma basta con le allusioni. Credo che il segno sia stato varcato».

Qualcuno ha già interpretato questa mossa come un atto di intimidazione del commissario nei confronti dei comitati ambientalisti contrari alla Superstrada: «É vero piuttosto il contrario – risponde Vernizzi – intimidatorio è continuare a insinuare il dubbio che la Pedemontana sia un terreno di irregolarità ed abusi. Questo non è vero e tutti i tribunali amministrativi lo hanno finora dimostrato. Se qualcuno ha elementi di prova concreti li porti alla Procura: immediatamente».

Tutti ricordano, tuttavia, che il commissario ha lesinato la documentazione sull’infrastruttura asserendo una riservatezza legata al contratto con il concessionario: «I documenti li abbiamo consegnati tutti: ai comitati, ai 5 stelle, a chiunque ne abbia fatto richiesta – replica Vernizzi – l’unico documento che non mi è stato possibile consegnare è stato il Piano economico finanziario. C’è una disposizione dell’Avvocatura di Venezia che mi impone la riservatezza in quanto contiene dati di privativa industriale. Mi attengo a quella».

Quanto allo stato dell’opera, la Pedemontana sembra procedere secondo il cronogramma: i cantieri nel Vicentino sono concentrati nella galleria di Sant’Urbano e nel traforo di Malo; nel mese di marzo prenderanno corpo anche i cantieri nella provincia di Treviso. L’opera dovrebbe essere ultimata entro il 2018.

Daniele Ferrazza

 

Gazzettino – Quel terremoto nei palazzi del potere

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30

dic

2014

ADDIO 2014 /1 La grande retata del Mose punto di svolta di un anno da ricordare

Il 2014 resterà nella memoria come l’anno del terremoto nei palazzi del potere. La Venezia dei corrotti, dei furbi, degli amici degli amici e di quelli che “io non c’ero e se c’ero dormivo” ha ricevuto una mazzata storica dall’inchiesta Mose. Un sistema di potere e una rete spaventosa di connivenze sono stati azzerati; sono usciti di scena personaggi per decenni onnipresenti e onnipotenti. Da qui, dalla grande retata, si riparte. Considerazioni negative ne sono state fatte tante, certo mai troppe visto quel che ribolliva nel nauseabondo pentolone scoperchiato. Però, malgrado tutto, ci si può ancora sforzare di pensare positivo. Ricordando innanzitutto che la collettività – grazie a investigatori e magistrati preparati e determinati – ha dimostrato di possedere gli anticorpi per difendersi dal malaffare e dalla corruzione. E c’è da sottolineare che il crac del citato sistema di potere e relazioni può aprire le porte a un reale ricambio delle classi dirigenti.

 

L’anno del terremoto a Palazzo

Il ciclone Mose ha spazzato via equilibri consolidati e aperto una fase di transizione

ABUSIVI – Padroni delle spiagge, signori delle calli. La contraffazione sublimata ad arte, con le borse false delle grandi firme vendute perfino davanti ai negozi delle stesse griffe. Prima gli ambulanti fuggivano quando vedevano le divise, ora fanno gruppo e resistono, passando al contrattacco: è successo questa estate, più volte, a Jesolo e Sottomarina. Sul ponte sventola bandiera bianca (falsa, s’intende)

BAITA – Simbolo dei furboni, più che dei furbetti. Come è possibile che chi è stato beccato in passato con le mani nella marmellata sia lasciato vicino ai vasetti più appetibili? Come si può concepire che torni a stare nel Palazzo (vedi per citarne uno Enzo Casarin, responsabile della segreteria di Chisso in Regione) chi aveva già saccheggiato la credibilità della Pubblica amministrazione?

CONTORTA – Un canale che conoscevano solo gli addetti ai lavori è diventato l’ultimo fronte della battaglia contro le grandi navi. Tra chi teme la definitiva devastazione della laguna e chi paventa l’affossamento della crocieristica, un bivio tra ragioni della città (di buona parte di essa, quantomeno) e logiche dell’economia e del lavoro destinato a lasciare una lunga scia di polemiche. Qualunque strada si prenda.

DEL PIERO – Una ragazza ha perfino dedicato una tesi di laurea al suo tour veneziano, questa estate. Vero Re Mida dell’immagine, trasforma in oro tutto quel che avvicina, ed è innegabile che la passerella sul litorale in occasione dei (tristi, per noi) mondiali brasiliani abbia regalato una bella botta di visibilità a Jesolo.

EXPO – Bravi i veneziani (Fincato in testa) a salire in corsa sul volano dell’esposizione milanese. “Aquae” promette di essere una grande occasione di rilancio per la nostra economia soprattutto se i flussi turistici saranno effettivamente spalmati sul territorio, come si annuncia.

FINE – Il 2014 è stato un anno-capolinea. Decapitato il vertice del Consorzio Venezia Nuova, azzerata la Giunta di Venezia, a fine corsa la Provincia, molte altre istituzioni (Apt, Ater) in bilico. Cancellati dalla scena per via giudiziaria personaggi come Giovanni Mazzacurati, Renato Chisso, Giorgio Orsoni. Per forza di cose e in modo brutale si è chiusa una stagione ma per ora non si intravede un rinnovamento, bensì solo un’indecifrabile fase di transizione. Una città pericolosamente acefala abbiamo scritto e, a cominciare dal patriarca Moraglia, tanti hanno condiviso il ragionamento e le relative preoccupazioni.

GREEN – Verde come il piano da 200 milioni annunciato dall’Eni per Porto Marghera, con la creazione di un polo tecnologico della chimica all’insegna dell’innovazione e della sostenibilità. Dopo la desertificazione produttiva, almeno una speranza di futuro.

HERIOT – O anche Hotel. A Venezia ogni palazzo di pregio, come la villa citata, sembra destinato a diventare albergo (anche se per per ora l’asta è andata deserta), mentre a Mestre sono state avviate negli uffici comunali le pratiche per aggiungere altri 5 mila posti letto. Il nuovo regolamento edilizio vorrebbe mettere dei correttivi ma il futuro rischia di essere molto peggio di un presente già catalogato come insostenibile. E se il dibattito viene alimentato da chi a Roma si sveglia alla mattina per lanciare proposte demenziali e farsi pubblicità, stiamo freschi.

ISOLE – Isole vere, come quella di Poveglia, oggetto del desiderio di Luigi Brugnaro. O virtuali, come quella dell’area pedonalizzata di San Donà, al centro di un braccio di ferro senza esclusione di colpi tra commercianti e Giunta. Comunque isole piene di polemiche.

JONA – L’inaugurazione del nuovo padiglione dell’ospedale civile di Venezia rappresenta il simbolo del rilancio della sanità in centro storico. Se l’ex dg dell’Ulss 12 Antonio Padoan aveva puntato decisamente sulla terraferma e sull’Angelo di Mestre, l’attuale responsabile della sanità veneziana Giuseppe Dal Ben, anche attraverso altre operazioni (vedi gli ambulatori di piazza San Marco e piazzale Roma), mostra di voler puntare sulla logica dei due poli ospedalieri.

KORABLIN – Il russo che doveva riportare nel Grande Calcio il club cittadino e realizzare l’impianto del futuro a Tessera sembra battere in ritirata. Qualcuno dice per problemi di salute, altri di soldi. Sarà la maledizione dello stadio, sarà che chiunque cerchi di fare qualcosa a Venezia trova le sabbie mobili. Chiedere a Zamparini o, più recentemente, a Cardin.

LIBIA – Dove è stato tenuto in ostaggio Gianluca Salviato, da Martellago, liberato dopo mesi di angoscia e trattative. È stato bello vederlo festeggiare col tricolore, sentirgli dire che non ha mai avuto la sensazione che l’Italia si fosse dimenticata di lui. Anche se la madre, qualche mese prima, in una lettera al Gazzettino aveva giustamente sottolineato come trovasse inaccettabile che suo figlio (e tanti altri figli) fosse stato costretto ad andare a rischiare la vita per trovare un lavoro fuori del Paese.

(1- continua)

 

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