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Gazzettino – Lia Sartori agli arresti

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3

lug

2014

MOSE – I verbali del manager di Condotte. La Sartori ai domiciliari

Tomarelli:«Mazzacurati mi parlò di soldi dati a Orsoni e Milanese»

GLI AVVOCATI «L’onorevole Sartori aspetta con serenità di potersi difendere nell’interrogatorio di garanzia, nel quale verranno contestati fermamente gli addebiti mossi dalla Procura veneziana»

VICENZA – I domiciliari notificati ieri dopo che ha perduto il posto da eurodeputato

Lia Sartori agli arresti

Mazzacurati: pagata 4 volte. La difesa: non chiederà il patteggiamento

POTENTE Lia Sartori con Giancarlo Galan nel 2005: per molti anni è stata la politica più in vista del Veneto

Ieri mattina alle 8 i finanzieri hanno suonato alla porta di casa di quella che fu una delle donne più potenti del Veneto ai tempi di Giancarlo Galan. E da ieri mattina Amalia “Lia” Sartori, 67 anni, è agli arresti domiciliari. Sarebbe già stata arrestata con tutti gli altri nel mega blitz del 4 giugno se non fosse stata ancora in carica come europarlamentare, ma siccome da ieri non è più deputato – non è stata rieletta e ieri si è insediato il nuovo parlamento europeo – da libera cittadina è diventata in poche ore cittadina agli arresti domiciliari. Lia Sartori, non è un mistero per nessuno, è la donna che ha fatto grande Galan, insegnandogli tutto quello che c’era da insegnare sulla politica. Ex socialista, era diventata potentissima nelle fila di Forza Italia fino a diventare presidente del Consiglio regionale del Veneto ed eurodeputato dal 1999 a ieri. In Regione decideva molto soprattutto nel settore della sanità del Veneto, dai nuovi ospedali ai direttori generali, dai primari ai finanziamenti dei reparti.
Lia Sartori è accusata dalla Procura di Venezia di aver accettato finanziamenti “in nero” e “in bianco” dal Consorzio Venezia Nuova. Nel 2009, quando correva per il parlamento europeo, ha accettato dalla Coveco 25mila euro “in bianco”. Lo testimonia Pio Savioli. Questi 25mila euro derivano da false fatturazioni che poi il Consorzio Venezia Nuova “rimborsa” alla Coveco. La Sartori – sempre stando all’accusa – sapeva perfettamente che i soldi arrivavano dal Consorzio. Dice infatti Giovanni Mazzacurati che il finanziamento, «l’ha chiesto a me la Sartori». Dunque, il meccanismo era il solito: il politico chiede a Mazzacurati e Mazzacurati fa fare una fattura falsa per un lavoro inesistente a qualche ditta che lavora per il Consorzio Venezia Nuova e che, di sicuro, non può dire di no se vuole continuare a lavorare per il Consorzio. Anche Piergiorgio Baita conferma: «Il Consorzio credo che abbia finanziato la campagna elettorale per le europee del 2009». E poi Baita specifica che era stato «lo stesso Mazzacurati nella sede del Consorzio a consegnare 50 mila euro in nero alla Sartori».
In realtà Mazzacurati ricorda 4 “dazioni” alla Sartori dal 2006 al 2012. Ogni volta erano mazzette in nero da 50mila euro e quindi il conto finale è di 200mila euro “in nero” più i 25mila “in bianco”. Ma una di queste volte è “certificata” dalla stessa Guardia di finanza che assiste all’incontro tra Mazzacurati e Lia Sartori all’Holiday Inn – ex Motel Agip di Marghera – il 6 ottobre 2010. Poi ci sarebbero una valanga di intercettazioni telefoniche che però non possono essere utilizzate in Tribunale perché Lia Sartori era eurodeputato e quindi le intercettazioni che la riguardano devono essere buttate alle ortiche.
Ma lei, la donna che fu tra le più potenti del Veneto, come si difende? «L’onorevole Sartori – riferiscono in una nota gli avvocati Pierantonio Zanettin e Alessandro Moscatelli – aspetta con serenità di potersi difendere nell’interrogatorio di garanzia, che avrà luogo a breve, nel quale verranno contestati fermamente gli addebiti mossi dalla Procura veneziana. Non ricercherà quindi facili vie di patteggiamento, né altre scorciatoie giudiziarie, ma si difenderà con ogni mezzo, affinché la propria immagine pubblica e privata rimanga specchiata, come lo è stata sino ad oggi».

Maurizio Dianese

 

GLI ATTI DEL RIESAME

«Piva, corruzione di inusuale gravità, Magistrato asservito al Consorzio»

VENEZIA – È «solido ed esauriente» il quadro indiziario a carico dell’ex presidente del Magistrato alle acque, Maria Giovanna Piva, accusata dalla Procura di essere stata al soldo del Consorzio Venezia Nuova. Lo scrive il Tribunale del riesame nelle motivazioni del provvedimento con cui le ha concesso gli arresti domiciliari, ritenendo che non lavorando più a Venezia dal 2008 (dopo il trasferimento a Bologna) la misura cautelare meno afflittiva sia sufficiente ad evitare «il ripristino di quelle relazioni e di quelle situazioni che l’hanno coinvolta per anni in questa attività criminosa». Nel provvedimento si rileva che «la ricostruzione del quadro indiziario configura, in modo univoco, un reato di corruzione di inusuale gravità; la Piva infatti non ha compiuto solo qualche atto di favore in cambio di somme di denaro, ma è andata oltre, consegnando la gestione del suo ufficio non tanto a soggetti terzi, quanto piuttosto al personale e ai tecnici dell’ente controllato». Un vero e proprio «asservimento dell’Ufficio Pubblico agli interessi privati, ricompensato con un flusso costante di denaro». Il Tribunale scrive che il Magistrato alle acque fu lasciato per soldi «in mano ad un gruppo di privati che ha potuto così delinquere in varie forme per un periodo di tempo durato molti anni».
Dalle indagini emerge che la dottoressa Piva ha accettato che «all’interno del Mav operassero dipendenti dello stesso ente controllato e percependo da Mazzacurati e dai suoi collaboratori flussi di denaro costante». L’allora presidente del Consorzio ha riferito ai magistrati di aver retribuito la Piva con 400mila euro all’anno e l’ex presidente della Mantovani, Piergiorgio Baita, ha raccontato di essersi occupato di corrispondere metà di quella somma. L’allora presidente del Mav sarebbe stata ricompensata anche attraverso l’assegnazione, da parte della Regione Veneto, del collaudo dell’ospedale di Mestre, per oltre 300mila euro. La Piva, assistita dall’avvocato Emanuele Fragasso, ha respinto ogni addebito, ammettendo soltanto di aver fatto parte della commissione di collaudo dell’ospedale, ma nessuna corruzione: sostiene, infatti, di essere stata sempre in contrasto con il Cvn. Quanto al personale del Consorzio utilizzato dal Magistrato, ha spiegato che serviva per far fronte alla carenza di organico. Versione che, secondo il Riesame, sarebbe smentita dai documenti rinvenuti nel computer dell’ingegner Brotto, responsabile della progettazione del Mose, ma anche dalle dichiarazioni dell’ex vicedirettore del Cvn, Roberto Pravatà, secondo il quale l’80% degli atti formalmente redatti dal Mav «erano in realtà prodotti da personale del Cvn», e la Brotto avrebbe «redatto perfino i voti che sarebbero stati espressi dai componenti del Comitato tecnico, poi integralmente recepiti nel documento ufficiale del Mav». (gla)

 

IL CASO – Polemiche su Incalza, Lupi conferma la fiducia al dirigente del ministero che non voleva mazzette

ROMA – Il ministro Maurizio Lupi conferma la fiducia a Ercole Incalza, l’alto funzionario che non voleva i “soldi sporchi” del Mose. Il dirigente a capo della struttura tecnica di missione del ministero delle Infrastrutture era finito nel mirino dei deputati del M5S, che avevano chiesto la revoca dell’incarico perché il suo nome «è apparso nelle intercettazioni delle inchieste sul Mose, Expo, indagato dalla procura di Firenze per la Tav». Incalza – ha risposto Lupi – ha ricoperto «importanti incarichi da molti anni» e «gli organi giuridici mai hanno rilevato elementi di reato né di irregolarità amministrativa». In effetti negli atti dell’inchiesta sul Mose il nome di Incalza appare negli interrogatori dell’ex presidente del Consorzio Venezia Nuova, Giovanni Mazzacurati: era lui per anni il referente ai vertici del ministero, ma non gli venne elargita alcuna somma. E come lui anche l’ex presidente del Magistrato alle acque, Felice Setaro. La spiegazione di Mazzacurati ai pm: «Alcuni i soldi non li vogliono».

 

LO SCONTRO «Mazzacurati disse che il sindaco era ingrato: l’aveva fatto eleggere»

IL VERBALE – Ribadita tra molti omissis la consegna di somme al collaboratore di Tremonti

L’INTERROGATORIO – Il manager di Condotte spiega ai pm il sistema per produrre i fondi “neri”

L’INTERROGATORIO – Il manager di Condotte spiega ai pm il sistema per produrre i fondi “neri”

Tangenti a tutti per far proseguire i lavori del Mose. L’esistenza di un diffuso sistema corruttivo proseguito per anni a Venezia è stato confermato anche da Stefano Tomarelli, il manager romano che faceva parte del Consorzio Venezia Nuova per conto della società Condotte. Il un lungo interrogatorio sostenuto lo scorso 25 giugno di fronte ai pm Paola Tonini, Stefano Buccini e Stefano Ancilotto, Tomarelli ha fornito l’ennesima importante puntello all’inchiesta della Procura veneziana, aggiungendosi alle confessioni già rese dall’ex presidente del Cnv, Giovanni Mazzacurati, e dall’ex presidente della società Mantovani (altro socio del Cvn), Piergiorgio Baita.
Il manager di Condotte (ora ai domiciliari), assistito dagli avvocati Nicola Pisani e Angelo Andreatta, ha raccontato dettagliatamente come funzionava il sistema di “produzione” dei «fondi neri per esigenze corruttive». Il verbale con le sue dichiarazioni è stato depositato ieri mattina davanti al Tribunale del riesame, chiamato a pronunciarsi sul ricorso presentato dall’imprenditore veronese Alessandro Mazzi (importante socio del Cvn), per il quale, nel pomeriggio, i giudici hanno confermato la misura cautelare in carcere. Molte delle 95 pagine depositate dalla Procura sono coperte da omissis, ma nella parte non secretata emerge che il “sistema Mose” proseguì per anni, e che tutte le imprese coinvolte nei lavori ne erano a conoscenza, concorrendo nella produzione di fondi neri che confluivano a Mazzacurati, tramite il suo collaboratore, Luciano Neri, e da Mazzacurati nelle tasche di politici, amministratori e tecnici che potevano influire nella prosecuzione e velocizzazione dei lavori per le dighe mobili contro l’acqua alta.
TREMONTI – Tomarelli ha raccontati ai pm che Mazzacurati gli disse di aver dato delle somme di denaro a Marco Milanese, all’epoca stretto collaboratore del ministro delle Finanze: «Per Mazzacurati era un problema fondamentale riuscire ad arrivare a convincere il ministro Tremonti che le cose, i finanziamenti potessero andare avanti. Quindi sicuramente c’è stata, questo me l’ha confermato, una dazione di denaro, anche consistente», ha messo a verbale il manager di Condotte.
ORSONI – Tomarelli fornisce una conferma indiretta anche in relazione al finanziamento illecito contestato al sindaco dimissionario di Venezia, Giorgio Orsoni. Nell’interrogatorio della scorsa settimana racconta che, quando scoppiò lo scontro tra Ca’ Farsetti e Cvn per la gestione di una parte dell’Arsenale di Venezia (che il Comune non ha voluto lasciare al Consorzio), Mazzacurati si sfogò definendo il sindaco «un ingrato». E aggiungendo «che lui l’aveva aiutato a farlo eleggere sindaco, dandogli i soldi, insomma… lui aveva un grosso risentimento verso Orsoni».
MAZZI – Tomarelli sostiene che anche l’imprenditore veronese Alessandro Mazzi sapeva del sistema illecito in atto da anni, tanto da essere stato da lui avvicinato nel corso di un consiglio direttivo avvenuto nel 2009-2010: in quell’occasione Mazzi si sarebbe congratulato con lui per essere «stato bravo a sfilarsi da questo meccanismo infernale». Tomarelli, infatti, dall’anno precedente si era riufiutato di proseguire con la raccolta i fondi neri per finalità corruttive. Scelta che il manager ha spiegato alla Procura in questo modo: «Era un rischio continuo, perché era una creazione di fondi annuale…»
SUTTO – Rispondendo alle domande dei magistrati, Tomarelli ha spiegato che Pio Savioli era la persona incaricata di consegnare a Mazzacurati i fondi neri raccolti dalle imprese impegnate nei lavori del Mose. Anzi, il denaro era raccolto da Luciano Neri, il fedele collaboratore dell’allora presidente del Cvn. Il manager di Condotte ha parlato anche del ruolo di Federico Sutto, altro fedele collaboratore di Mazzacurati: «Faceva da raccordo con una parte dei politici… con i politici, alla Regione si muoveva… era portaborse… di Mazzacurati per certe iniziative… Portasoldi». Savioli le disse che Sutto portava i soldi in Regione per conto di Mazzacurati, domandano i magistrati. «Sì», risponde Tomarelli. E le pagine successive del suo verbale sono state secretate.

Gianluca Amadori

 

ALLA CAMERA Il relatore: dalle carte emerge un quadro corruttivo ramificato

Galan, la giunta non conclude: il voto resta fissato per l’11 luglio

GIUNTA – Il presidente Ignazio La Russa

MESTRE – Il voto resta fissato per l’11 luglio, ma ieri la Giunta per le autorizzazioni a procedere della Camera ha deciso di non concludere il dibattito sulla richiesta di carcerazione per Giancarlo Galan. Secondo il presidente Ignazio La Russa, ci vogliono altre due sedute per ragionare sulle integrazioni alla memoria di Galan, che il Gazzettino ha anticipato ieri. «Il rinvio non farà slittare il voto della Giunta, fissato per l’11 luglio», assicura La Russa il quale ha ricordato che dal 27 giugno non è necessario il carcere «nel caso in cui il giudice ipotizzi una pena finale detentiva inferiore ai 3 anni». E questo sarebbe proprio il caso di Galan. Alla dichiarazione soft di La Russa fa da contraltare quella di Mariano Rabino, di Scelta Civica, relatore sul caso Galan. «Quello che risulta dal materiale che ci è arrivato dalla Procura di Venezia e dalle memorie difensive di Galan è un quadro corruttivo sistemico e ramificato».
Dunque, par di capire che il relatore appoggerà la richiesta di arresto di Galan. Poi si tratta di vedere se l’ex governatore passerà l’estate ai domiciliari nella sua villa con parco e fiume incorporato o nelle patrie galere. Galan spiega nella sua memoria difensiva che i giudici veneziani non possono mandarlo in galera dal momento che molti reati sono in prescrizione e per tutti gli altri messi insieme, nel caso di condanna, non si arriverebbe, per l’appunto, a superare i 3 anni di carcere e dunque si rientrerebbe nella nuova legge svuotacarceri – ma in questo caso si tratta di mancato riempimento – appena approvata. Alla memoria difensiva Galan ha allegato anche l’ordinanza del Tribunale del riesame di Venezia su Boscolo Bacheto Stefano. Quell’ordinanza contiene la certificazione che il Consorzio era un soggetto di natura pubblica che aveva come riferimento il Cipe, il ministero per le Infrastrutture e quello dell’Economia. Come dire che la Regione non c’entra un bel nulla con il Mose dopo il 2006. E tutto quello che è avvenuto prima è coperto dalla prescrizione.

(m.d.)

 

MOSE, GALAN, POVERO O MILIARDARIO?

In un articolo apparso sul Gazzettino nel luglio 2011, in occasione di un’intervista all’allora ministro Galan, lo stesso si lamentava perchè era “il meno pagato fra i ministri, godendo di un netto mensile di 8.100 euro, di cui la metà gli serviva per vivere a Roma. In quell’occasione ho provato molta pena per il povero ministro, in difficoltà, quando invece molti godevano delle famose “pensioni d’oro” da 1500 euro lordi, il cui adeguamento fu bloccato proprio in quei giorni dal Governo di cui faceva parte.In questo periodo, alla luce delle recenti dichiarazioni dello stesso sig. Galan, che afferma di essere miliardario da sempre, cosa dobbiamo pensare noi poveri pensionati? Viste le ultime vicende relative allo scandalo Mose, e a quanto sembrerebbe fosse emerso nei suoi confronti, qual è la verità: ci prendeva in giro nel 2011 o dobbiamo pensare che in questi ultimi tre anni ha avuto la fortuna e la possibilità di arricchirsi nel modo e nella quantità che ha dichiarato? Qualche dubbio sorge spontaneo anche perchè, in tempi abbastanza recenti, qualcuno diceva che a pensar male si fa peccato ma spesso si indovina.

Augusto Verza – Treviso

 

SCANDALO MOSE – Il manager Tomarelli: «Era arrabbiato per lo scontro sull’Arsenale»

E Mazzacurati disse: «Orsoni ingrato»

«Orsoni? Un ingrato». Giovanni Mazzacurati avrebbe definito così il sindaco di Venezia quando, un anno fa, “scippò” una parte dell’Arsenale di Venezia al Consorzio Venezia Nuova con l’obiettivo di aprirlo alla città. A raccontarlo ai pm è stato il manager romano Stefano Tomarelli, spiegando che all’epoca Mazzacurati gli confidò «che lui l’aveva aiutato a farlo eleggere sindaco, dandogli i soldi… aveva un forte risentimento verso Orsoni», ha spiegato il dirigente della società Condotte. La versione fornita da Tomarelli conferma, anche se indirettamente, quella di Mazzacurati sul finanziamento elettorale, ma anche la difesa di Orsoni che ritiene di pagare proprio la sua battaglia sull’Arsenale.

 

IRRICONOSCENTE – Il “re” del Mose sosteneva di aver contribuito all’elezione a sindaco

IL VERBALE – Il manager romano parla anche dei rapporti diventati problematici col Comune

LA PROCURA – La testimonianza per i pm è la conferma che la versione di Mazzacurati è attendibile

E Mazzacurati sbottò: «Orsoni ingrato»

Tomarelli: «Giovanni era arrabbiato per l’atteggiamento sugli spazi dell’Arsenale»

Mazzacurati finanzò la campagna elettorale per l’elezione di Giorgio Orsoni a sindaco di Venezia e si aspettava da lui riconoscenza. Lo ha raccontato il manager romano della società Condotte, Stefano Tomarelli, nel corso del lungo interrogatorio sostenuto lo scorso 25 giugno davanti ai sostituti procuratore Paola Tonini, Stefano Buccini e Stefano Ancilotto. Il verbale con le sue dichiarazioni sono state depositate ieri mattina al Tribunale del riesame e, tra le 95 pagine di cui è composto – numerose delle quali coperte da omissis – ce n’è anche una dedicata al sindaco di Venezia. Tomarelli riferisce ai pm lagunari ciò che gli raccontò Mazzacurati nel periodo in cui era scoppiato un feroce scontro tra amministrazione comunale e Consorzio Venezia Nuova in relazione all’utilizzo di alcuni spazi all’interno dell’Arsenale (tra fine 2012 e inizio 2013); spazi che Mazzacurati voleva in concessione e che, al contrario, il sindaco volle per la città: «Di Orsoni mi disse che era un ingrato, che lui l’aveva aiutato a farlo eleggere sindaco, dandogli i soldi, insomma». Ingrato perché? gli chiede il difensore, l’avvocato Pisani: «Perché praticamente lui l’aveva fatto eleggere sindaco. Bella domanda… dando sol.. non lo so, però qui lui aveva un grosso risentimento verso Orsoni».
La versione di Tomarelli, seppure di seconda mano, costituisce per il magistrati della Procura l’ennesima conferma dell’attendibilità della confessione di Mazzacurati, il quale ha raccontato di aver consegnato personalmente a Orsoni una cifra tra i 450 e i 500mila euro per finanziare la sua campagna elettorale. Il sindaco dimissionario nega di aver mai ricevuto personalmente quei soldi, ma nel corso dell’interrogatorio sostenuto davanti ai pm ha ammesso di essersi rivolto a Mazzacurati per chiedere un finanziamento. Orsoni ha poi dichiarato che a suo avviso i soldi arrivarono (all’epoca credeva fossero leciti) in quanto tutte le spese a rischio della campagna elettorale furono poi pagate. Ai magistrati ha ammesso di aver percepito l’inopportunità di farsi finanziare dal soggetto che stava realizzando l’opera pubblica più importante in città (la legge peraltro vieta a soggetto come il Cvn, destinatari di contributi statali, di finanziare i partiti), ma si è giustificato spiegando di aver dovuto cedere alle pressioni del Pd. In caso contrario avrebbe dovuto tirare fuori di tasca propria i soldi necessari. Lo stesso Orsoni ha dichiarato che Mazzacurati ce l’aveva con lui per la vicenda dell’Arsenale e che per questo motivo ha raccontato di avergli versato personalmente i soldi. Cosa che il sindaco continua a negare sia mai avvenuta, pur ammettendo che Mazzacurati andava spesso a casa sua e più di una volta lasciò buste con documenti: erano amici e si rivolgeva al suo studio di avvocato per varie pratiche.

 

Felice Casson: «La prescrizione può anche essere rifiutata»

«La prescrizione? Vale per Giorgio Orsoni, per altri imputati dell’inchiesta Mose e non solo per quelli. Sta a lui decidere se accettare o rifiutare». Firmato Felice Casson, ex magistrato e senatore del Pd. Che, invitato a esprimere un’opinione sulla concreta possibilità che il processo dell’ex sindaco possa non coprire tutti i gradi di giudizio per scadenza dei termini, precisa di non voler commentare la vicenda in sè, soffermandosi invece sulla prescrizione «che così com’è va modificata, perché all’origine della “decapitazione” di troppe inchieste». E sottolineando di avere già depositato in Senato un disegno di legge in tal senso. Quanto all’intento dell’ex primo cittadino di voler dimostrare la totale estraneità personale dai fatti contestatigli, Casson aggiunge che «è facoltà dell’imputato rifiutare la prescrizione, nella convinzione che l’onore gli possa essere restituito solo dall’esito di più processi».

(V.M.C.)

 

«Sequestrare i beni degli indagati»

Offensiva di Rifondazione Comunista che ha consegnato un’istanza di parte civile sul caso Mose

Si sono presentati ieri mattina alla segreteria del Procuratore capo Luigi Delpino con una richiesta chiara: chiedere il sequestro cautelativo dei beni, mobili e immobili, dei principali indagati nelle vicenda Mose. É questa l’iniziativa politica che ieri un drappello di esponenti di Rifondazione comunista (Renato Cardazzo, Pietrangelo Pettenò, Andrea Bonifacio e Sebastiano Bonzio) ha presentato ai magistrati che stanno conducendo l’indagine, una vera e propria istanza relativamente ai procedimenti penali in atto sulla vicenda del Mose e, per collegamento, sul Consorzio Venezia Nuova.
«Stiamo valutando con i nostri legali – sottolinea in una nota il Prc – la congruità della costituzione di parte civile/persona offesa nell’inchiesta veneziana sul Consorzio Venezia Nuova e sulle vicende ad esso collegate. Al fine di limitare i danni arrecati alla comunità veneziana, chiediamo un autorevole intervento affinché siano immediatamente sottoposti a sequestro cautelativo i beni, mobili ed immobili dei principali indagati nella vicenda su indicata. In particolare crediamo sia doveroso attivare tutte le procedure legali di merito verso quegli imputati che hanno già abbondantemente ammesso e illustrato i reati dei quali sono imputati. Nello specifico, vista l’entità del danno subito dalla città, verso gli amministratori del Consorzio Venezia Nuova e della ditta Mantovani». Insomma, una richiesta dettagliata e circostanziata che punta ad avere ulteriore chiarezza sul prosieguo dell’indagine e per offrire maggiore chiarezza ai cittadini.
«Avvertiamo nella cittadinanza tutta la preoccupazione, – sottolineano nella lettera i rappresentanti del Prc – che facciamo nostra, che i maggiori responsabili del malaffare, per loro stessa ammissione spontanea, possano salvaguardare buona parte degli illeciti guadagni accumulati in anni di attività corruttiva, usufruendo di varie agevolazioni di legge o patteggiando la pena. Fatte salve le legittime garanzie per gli imputati pensiamo sia doveroso e urgente garantire anche ai cittadini veneziani gravemente danneggiati dalla vicenda, un giusto risarcimento».

 

Nuova Venezia – Svuotacarceri, salvagente per i corrotti

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2

lug

2014

Svuotacarceri, salvagente per i corrotti

Decreto del Governo subito in vigore: anche gli arrestati per il Mose fra i possibili beneficiari

Sarà il giudice a decidere Fuori di prigione gli indagati che rischiano condanne inferiori a tre anni: numerosi gli indiziati di stalking che verranno rimessi in libertà

VENEZIA – Il decreto del governo per svuotare le carceri è stato pubblicato in sordina nella Gazzetta ufficiale venerdì scorso, quindi è già entrato in vigore, e sta mettendo in allarme tutti i giudici italiani, i quali da lunedì si stanno accorgendo di quanti detenuti in custodia cautelare o già condannati in primo grado devono o dovranno uscire dal carcere. A Venezia, ieri, la Corte d’appello ha dovuto scarcerare due imputati, condannati a pene tra i due e i tre anni, lo stesso hanno fatto i giudici monocratici e quelli delle indagini preliminari del Tribunale per indagati in custodia cautelare per cui la previsione di pena non supera i tre anni. Il governo, con un decreto legge di cui nessuno sta scrivendo o parlando sta svuotando le carceri più ancora di quanto siano riusciti a fare altri provvedimenti tacciati di questo compito dall’opposizione. Il decreto influirà anche sui procedimenti per corruzione come quello veneziano sul Mose. Si tratta del numero 92 del 2014, conosciuto sotto il titolo «Risarcimento ai detenuti per la pena inumana» perché contiene una serie di indicazioni provenienti dalla Corte europea per quanto riguarda la detenzione nelle galere italiane, ma incide anche sul codice di procedura penale affermando che il giudice, in previsione di una pena inferiore ai tre anni, non potrà emettere un’ordinanza di custodia cautelare in carcere, e in previsione di una pena inferiore ai due anni non potrà neppure disporre gli arresti domiciliari. Naturalmente chi si trova già in carcere e ricade in questa previsione deve essere immediatamente liberato. Saranno numerosi, ad esempio, gli indagati per stalking che verranno liberati, visto che la pena minima prevista è di due anni e se uno è incensurato davvero difficile che venga condannato ad una pena superiore, così per quanto riguarda gli autori dei furti. Toccherà ai giudici, invece, scegliere sul da farsi quando i reati contestati sono quelli legati alla corruzione. Il minimo della pena per questo reato previsto dal codice è di quattro anni, ma soprattutto se l’imputato è incensurato, grazie alle attenuanti difficilmente la condanna supera i tre anni. A meno che non scattino particolari aggravanti, come quella ad esempio della considerevole cifra della mazzetta pagata dal corruttore e riscossa dal corrotto. In teoria, quindi, gli indagati arrestati nell’ambito del procedimento sul Mose non dovrebbero rientrare tra coloro che possono usufruire della nuova normativa, difficilmente però tra loro ci sarà chi subirà una condanna superiore ai tre anni, soprattutto per coloro che sceglieranno i riti alternativi (patteggiamento e abbreviato) per i quali è previsto uno sconto di un terzo sulla pena finale. Sarà il giudice a dover valutare e decidere.

Giorgio Cecchetti

 

Tomarelli vuota il sacco e torna a casa

Il manager della Condotte ai domiciliari dopo un lungo interrogatorio.

Il Riesame: accuse fondate sulla villa di Galan

VENEZIA – L’imprenditore romano della «Condotte d’acqua» Stefano Tomarelli, uno che secondo l’accusa assieme a Giovanni Mazzacurati decideva come e chi pagare con i fondi neri, è stato scarcerato ieri con il parere favorevole dei pubblici ministeri Stefano Ancilotto, Stefano Buccini e Paola Tonini. Dopo un lungo interrogatorio in cui ha sostanzialmente confermato le dichiarazioni dell’ex presidente del Consorzio Venezia Nuova ha ottenuto gli arresti domiciliari e non è escluso che nei prossimi giorni accada lo stesso per l’ex presidente del Magistrato alle acque Patrizio Cuccioletta, anche lui già sentito a lungo dagli inquirenti. Dal Tribunale del riesame di Venezia, seppur indirettamente, arriva una conferma dell’impianto accusatorio costruito dalla Procura veneziana nei confronti dell’ex governatore del Veneto Giancarlo Galan. Nelle motivazioni dell’ordinanza in cui sono stati concessi gli arresti domiciliari per l’architetto Danilo Turato si sostiene che «si dece confermare la validità e completezza del compendio indiziario». Soprattutto grazie alle dichiarazioni di Piergiorgio Baita, il quale ha spiegato che per il corpo centrale e per la barchessa della villa di Cinto Euganeo ma «Mantovani » aveva speso una prima fetta di 700 mila euro e una seconda di 400 mila. Per i magistrati «la credibilità intrinseca delle dichiarazioni di Baita» è fuori discussione e possiedono «i requisiti di spontaneità e disinteresse ». «Basta rilevare», si legge nell’ordinanza, «che Baita si è accusato di numerosi reati del tutto ignoti all’accusa nel momento in cui era intervenuto il suo arresto che all’epoca, si riferiva solo a ipotesi secondarie rispetto a quanto successivamente emerso…Le dichiarazioni di un chiamante in correità possono anche ed eventualmente avere quale obiettivo quello (legittimo) di conseguire benefici, ma ciò non comporta automaticamente la loro inattendibilità». Anche alla dirigente tecnica del Consorzio, l’ingegnere Maria Tersa Brotto, il Tribunale concede gli arresti domiciliari pur scrivendo che «non solo è ad integrale conoscenza di tutte le iniziative di Mazzacurati, ma vi ha partecipato fornendogli un contributo di partecipazione adesivo e consapevole». Nei computer in uso alla Brotto, ad esempio, la Guardia di finanza ha trovato «centinaia di documenti formalmente riferibili al Magistrato alle acque e personalmente predisposti dalla Brotto». Una circostanza che dimostra quanto asservito al Consorzio fosse la struttura che doveva controllare l’attività delle imprese. La difesa, tra l’altro, ha depositato una dichiarazione dell’attuale direttore del Consorzio Hermes Redi, «il quale conferma che tale prassi è tuttora in atto». Inoltre, i giudici scrivono che la Brotto è perfettamente a conoscenza del tentativo di Mazzacurati di influire ad altissimi livelli sulla nomina del nuovo presidente del Magistrato alle acque.

Giorgio Cecchetti

 

SCANDALO MOSE – Strane le critiche alla grande opera

Siamo veramente il paese dei balocchi. Davanti alle notizie sullo scandalo del Mose assistiamo, giustamente, ai giudizi di molti cittadini, relativi allo scandalo stesso. Ma quello che trovo strano sono le critiche all’opera dal punto di vista tecnico-burocratico di gente e partiti (all’epoca) favorevoli all’opera nonostante i vari rilievi che emergevano. Ricordo anche chi mi diceva: «Non mi interessano i costi basta che l’opera funzioni”, e io ricordare che anche i costi erano importanti e si potevano contenere anche col mettere in campo altri progetti. La stranezza è che molti parlano senza sapere. Mi spiego. All’epoca (e parlo di molti anni fa)una parte della città (contraria all’opera) informava l’altra parte di tutta una serie di problemi che vanno dalla concessione unica (controllore – Controllato) ai rilievi tecnici vari (sperimentazione – economicità – reversibilità) e tanto altro (Valutazione Impatto Ambientale negativa ma anche il non rispetto della morfologia lagunare) a finire con i rilievi della società Principia sulle cerniere. Tutto questo istituendo anche dei punti informativi (bacino Orseolo per esempio). Ecco ricordo da ex presidente della X^ Commissione Consiliare Ambiente e LeggeSpeciale che ai rilievi fatti da vari Comitati riuniti nei No MosE, rilievi puntuali tra l’altro, in molti rispondevano che questi erano “ quelli del NO”a tutto. Ecco oggi spero che questi cittadini debbano ricredersi. Davanti al No degli anti Mose esistevano anche delle proposte ( altri progetti magari mai esaminati) ma vari interessi prevalevano su una discussione nel merito tesa a dimostrare non solo di un iter burocratico che non rispondeva ai dettati della legge ma anche dell’eccessività dei costi compresa la manutenzione che a mio avviso non è mai stata discussa abbastanza. Ho voluto ricordare questa vicenda che si può collegare anche al problema dell’entrata delle grandi navi in laguna e agli interessi che vi ruotano attorno. Oggi in molti dicono che Non fanno danni…. Non vorrei che a danno fatto questi cambiassero idea….Sempre quando è troppo tardi ma sempre presto per salire nel carro dei giusti.

Danilo Rosan – Venezia

 

Il mistero della valigia partiva piena di soldi e tornava vuota al Cvn

Mazzacurati non la riconosce ma conferma dazioni a Chisso

«Baita mi informò che Ghedini ci accusava di essere tirchi»

Il Pm: «La guardi bene. Lei l’ha consegnata piena di denaro all’hotel Monaco»

«Abbiamo dato soldi a Marchese. Quando ne aveva bisogno per le elezioni ce lo diceva»

VENEZIA Questa è la storia di una valigetta piena di soldi, ritrovata vuota negli uffici di Claudia Minutillo. È lei stessa che la segnala ai pm dell’inchiesta Mose, spiegando che aveva il compito di riconsegnarla al mittente, l’ingegner Giovanni Mazzacurati. «Così farà prima a riempirla un’altra volta», le aveva detto ridendo il destinatario della somma. I passaggi intermedi vengono ricostruiti nell’interrogatorio del 31 luglio 2013, durante il quale Mazzacurati parla anche di Ghedini, della signora Galan e di Berlusconi. Lo interrogano i pm Paola Tonini e Stefano Ancilotto, presente l’avvocato difensore Giambattista Muscari Tomaioli.

D. Ingegnere, riconosce questa valigetta?
R. No.
D. La guardi bene. Lei l’ha consegnata a qualcuno piena di denaro, verso la fine del 2010, all’hotel Monaco.
R. Ha detto 2010? No, non la riconosco.
D. Lei l’ha consegnata a pranzo ad un assessore della Regione Veneto, il quale naturalmente l’ha svuotata dei soldi e poi ha chiesto alla Minutillo di restituirgliela.
R. No, questa valigetta non l’ho mai avuta.
D. La Minutillo si è rifiutata di farlo e l’ha tenuta nel suo studio.
R. Nel mio studio?
D. No, della Minutillo. Non è mai successo che lei abbia consegnato denaro a qualche politico veneto?
R. Sì, è successo. A Renato Chisso. Generalmente un paio di volte all’anno, sui 200-250 mila euro.
D. Quando è cominciata questa corresponsione?
R. Con somme più modeste verso il 1997. In certi anni non abbiamo consegnato nulla alla Regione, in altri sì. Diciamo che è perlomeno una decina d’anni.
D. Perché all’assessore Chisso?
R. Perché c’è un Comitato tecnico regionale che approva i progetti e noi abbiamo cercato di fluidificare il settore.
D. Altri assessori oltre a Chisso? Ha mai corrisposto o fatto corrispondere denaro al presidente Galan?
R. Io personalmente no, però so che c’era una circolazione… Il rapporto con Galan lo teneva Baita, le somme venivano regolate nel rapporto tra loro due.
D. Era denaro del Consorzio, concordato con lei?
R. Baita concordava alcune somme con me. Poi c’erano le spese per la casa di Galan e queste erano corrisposte da Baita.
D. Quello che corrispondevate assieme quanto era all’anno?
R. La cosa era variabile… diciamo che si può considerare un milione l’anno.
D. Ha mai fatto consegne personalmente a Galan?
R. Le ho fatte a Chisso, non a Galan.
D. Sa se Savioli, esponente del centrosinistra, ha consegnato materialmente i soldi del Coveco a Galan, oppure Savioli consegnava a Baita che consegnava a Galan?
R. Per quel che conosco, Savioli consegnava a Baita, che consegnava a Galan.
D. Oltre a queste somme, avete dato a Galan altre cifre in occasioni particolari?
R. Sì, varie volte. Per esempio i lavori di pietrame alle bocche
di porto per realizzare i bacini di calma, con un importo consistente, furono messi in discussione dai Verdi, perché dicevano che avrebbero modificato la struttura della laguna. Galan era partito, io chiamai Baita per farlo rientrare in modo che intervenisse. Galan rientrò e riuscì a far approvare le scogliere. È stato un momento importante, il lavoro poteva bloccarsi.
D. Che anno poteva essere?
R. Credo il 2007 o il 2008.
D. Galan chiese qualcosa per questo?
R. Mi pare che Baita e io gli abbiamo fatto un regalo importante.
D. Quanto importante?
R. Credo mezzo milione di euro.
D. Viste le cifre versate, si può dire che Galan fosse un vostro ferreo sostenitore?
R. Sì, mi rivolgevo abitualmente a lui, a Chisso o a Gianni Letta.
D. Ha mai versato contributi espressamente per la casa del governatore?
R. Lì io venivo in serie dopo Baita. Lui aveva un rapporto di amicizia con Galan. Io ho dato delle somme tante volte, ma non tanto grandi.
D. Rientravano nel milione di euro all’anno o no?
R. Penso che la somma riferita alla casa sia stata dell’ordine di 800 mila euro. Ma io non sono mai entrato nei lavori, arrivavano fatture. Credo che sia entrato poco anche Baita, credo che si interessasse di più la signora Galan.
D. Avete dato soldi anche a Gianpietro Marchese?
R. Sì. Come vicepresidente aveva un ruolo legato alle pratiche da portare all’approvazione del Consiglio, determinante ai fini dell’approvazione. Lui quando aveva bisogno per le elezioni ce lo diceva.
D. Erano cifre collegate alle elezioni o al suo ruolo di vicepresidente del Consiglio regionale?
R. A entrambi.
D. Consegnava lei i soldi?
R. Di solito Sutto o Savioli. Io una volta, in un ristorante vicino a Campo Santo Stefano, a Venezia. Era un pacchettino. Adesso con i tagli grossi vengono pacchetti piccoli.
D. Ricorda se Chisso si lamentava perché pagavate poco o raramente?
R. Ricordo benissimo, sono andato anche a parlarne. Erano arrivate lamentele anche dagli avvocati di Berlusconi: Ghedini per esempio diceva che noi eravamo troppo tirchi.
D. L’ha detto direttamente a lei?
R. Me l’ha riferito Baita: «Sai cosa dicono? Che dài troppi pochi soldi».
D. Lei non replicò che solo al governatore dava un milione all’anno?
R. Sì, ma dovevo starci attento, perché dopo Ghedini andava da Berlusconi e potevano venir fuori incidenti diplomatici. È vero che su una questione di soldi di questo genere uno non può rivolgersi al tribunale, ma poteva no sempre chiudere i finanziamenti.
D. Ha mai incontrato l’avvocato Ghedini?
R. Sì, ma non correva una grande simpatia.
D. A quando risale la lamentela?
R. Circadue anni fa.

Renzo Mazzaro

 

Il dottor Romano: sulla villa di Galan non ho nulla da dire

LOZZO ATESTINO. Non ha nulla da dichiarare e, anzi, appare irritato dall’ennesima richiesta di informazioni. Salvatore Romano, medico di base con studio a Lozzo Atestino, è l’ex proprietario di Villa Rodella, l’abitazione di Giancarlo Galan e Sandro Persegato finita al centro dell’inchiesta giudiziaria che vede coinvolto l’ex ministro e governatore veneto. La villa di Cinto Euganeo, il cui restauro sarebbe un regalo della Mantovani di Piergiorgio Baita, è appartenuta a Romano fino al 2005, anno in cui l’immobile è stato venduto a Galan: «E allora? Non ho nulla da dire. Non siete i primi a chiedermelo e non mi pare ci sia nulla da commentare o da aggiungere», taglia corto il medico, che avrebbe potuto chiarire se Galan avesse comprato la villa restaurata o ancora grezza. L’ex governatore ha sempre detto di aver acquistato Villa Rodella quasi del tutto restaurata: venduta nel 1999 a 300 milioni di lire da un dentista di Pantelleria, a un prezzo poco inferiore al milione di euro. Lo stesso Galan ha dichiarato di aver provveduto al solo restauro di una porzione centrale e della barchessa, contraendo un mutuo con la Bpv. (n.c.)

 

Savioli e Mazzacurati concussori

Per il Riesame coop costrette a pagare due «pubblici ufficiali». Ultime ore di libertà per Lia Sartori

VENEZIA – Ultime ore di libertà per l’ex parlamentare europea di Forza Italia Lia Sartori. Non appena si insedierà il nuovo Parlamento europeo a Bruxelles, infatti, decadrà la sua immunità e i finanzieri veneziani, tra oggi e domani, suoneranno al suo campanello per notificarle l’ordinanza di custodia agli arresti domiciliari per finanziamento illecito al suo partito. Per il Tribunale del riesame di Venezia, presieduto dal giudice Angelo Risi, in almeno tre occasioni l’ex presidente del Consorzio Venezia Nuova Giovanni Mazzacurati si sarebbe macchiato di un reato ben più pesante della corruzione, quello contestato dalla Procura lagunare. Si tratta di concussione: nel motivare la concessione degli arresti domiciliari o addirittura l’annullamento dell’ordinanza cautelare i giudici del Riesame lo scrivono chiaramente. In tre occasioni, per gli imprenditori chioggiotti Stefano Boscolo Bacheto e Gianfranco Boscolo Contadin e per l’imprenditore del Lido Nicola Falconi. Insomma i tre, e forse anche altri, sarebbero stati costretti a consegnare cifre considerevoli dei fondi neri formati con le false fatturazioni «a causa delle pressioni esercitate su di loro da Mazzacurati e da Pio Savioli ». Se volevano lavorare alle bocche di porto con il Consorzio dovevano contribuire con centinaia di migliaia di euro all’anno, «Contadin» ha raccontato ai pubblici ministeri che ne ha versati 500 mila ogni anno dal 2000 in poi. Per i giudici del Tribunale il Consorzio «ha assunto una natura pubblica (è titolare di una pubblica concessione, opera interventi di pubblico interesse, indice pubbliche gare per conferire appalti, utilizza finanziamenti pubblici)». Dunque, Mazzacurati e Savioli sono paragonati a pubblici ufficiali e per tutto questo dovrebbero essere indagati per concussione, un’accusa che comporta pene ben più pesanti di quelle previste per la corruzione. Intanto, sono arrivati in Procura a Milano gli atti relativi alla posizione di Roberto Meneguzzo, ex amministratore delegato della finanziaria vicentina «Palladio » accusato di aver versato denaro, per conto dell’ex presidente del Cvn, per corrompere l’ex generale della Guardia di Finanza Emilio Spaziante e l’ex braccio destro del ministro Giulio Tremonti Marco Milanese. La carte, da quanto è stato riferito, verranno esaminate dal procuratore della Repubblica milanese Edmondo Bruti Liberati con l’aggiunto Alfredo Robledo per poi decidere a chi dei pm del pool anticorruzione assegnare il fascicolo. A disporre il trasferimento per competenza territoriale della parte di inchiesta che riguarda Meneguzzo sono stati i giudici del Tribunale del Riesame una settimana fa, in quanto Mazzacurati, il 14 giugno 2010, avrebbe versato una mazzetta da 500 mila euro nella sede della «Palladio» nel capoluogo lombardo. Domani, infine, il Tribunale del riesame prenderà in considerazione gli ultimi ricorsi, quelli dell’imprenditore Alessandro Mazzi, della «Fincosit», del direttore della rivista online «Il Punto» il romano Alessandro Cicero. Patrizio Cuccioletta, l’ex presidente del Magistrato alle acque, che pur aveva ricorso al Riesamepiù di due settimane fa, ha rinunciato in attesa che sia il giudice Alberto Scaramuzza a concedergli la scarcerazione dopo che i pm hanno dato parere positivo in conseguenza dell’interrogatorio in cui ha ammesso le sue responsabilità.

Giorgio Cecchetti

 

Gazzettino – Villa di Galan, fu Mantovani a pagare

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1

lug

2014

MAREMOTO SUL MOSE – I giudici sulla progettista Brotto: «Coinvolta attivamente, sapeva dei soldi ai politici»

Villa di Galan, fu Mantovani a pagare

Il Tribunale del riesame: le parcelle per oltre un milione a Turato nascondevano somme destinate al deputato

La società di costruzioni Mantovani ha pagato i restauri della villa di proprietà dell’allora presidente della Regione, Giancarlo Galan, a Cinto Euganeo «attraverso il conferimento all’ingegner Danilo Turato, di quattro o cinque incarichi diversi», per un ammontare complessivo di circa 600-700mila euro per il corpo principale della villa e 400mila euro per la barchessa. Lo ha raccontato l’ex presidente della Mantovani, Piergiorgio Baita, e il Tribunale del riesame ritiene vi siano fondati motivi per ritenere che le fatture liquidate all’ingegnere siano superiori al dovuto per una normale parcella professionale e che servissero per nascondere le somme provento di corruzione destinate a Galan, come contestato dalla Procura.
È per questo motivo che il collegio presieduto da Angelo Risi ha confermato il sequestro dei beni di Turato, per un ammontare di oltre 300mila euro. All’architetto sono stati revocati gli arresti domiciliari semplicemente per il venir meno delle esigenze cautelari, ma il Tribunale conferma la sussistenza di gravi indizi nei suoi confronti.
L’INGEGNER BROTTO – I giudici parlano di gravi indizi anche per quanto riguarda la posizione di Maria Brotto, la responsabile della progettazione del Mose, alla quale sono stati concessi gli arresti domiciliari a Rosà, in provincia di Vicenza, ritenuti sufficienti ad impedirle di commettere altri reati dello stesso tipo. I giudici del Riesame riconoscono alla Brotto un ruolo di primo piano nel sistema corruttivo del Consorzio Venezia Nuova: «Emerge con chiarezza che non solo è ad integrale conoscenza di tutte le iniziative del Mazzacurati, ma vi ha partecipato fornendogli un contributo di partecipazione adesivo e consapevole», si legge nell’ordinanza lunga 15 pagine.
IL CONTO SVIZZERO – La Procura accusa l’ingegner Brotto della corruzione degli ex presidenti del Magistrato alle acque, Patrizio Cuccioletta, e Maria Giovanna Piva e gli elementi raccolti contro di lei sono numerosi. È Piergiorgio Baita a raccontare di aver bonificato 500mila euro a Cuccioletta sul conto svizzero intestato alla moglie, e a precisare che fu la Brotto a fornire il numero di quel conto.
La difesa ha negato che l’ingegnere del Cvn fosse l’unico soggetto che si rapportava con Cuccioletta e ha evidenziato una serie di conversazioni intercettate con l’architetto Flavia Faccioli (responsabile delle relazioni esterne del Consorzio) «sempre aventi ad oggetto benefici “pratici” in favore dell’allora Magistrato alle acque». Ma ciò, secondo il Tribunale, non alleggerisce la posizione della Brotto che «risulta anche a conoscenza dei pagamenti ai politici». I giudici ritengono che «la Brotto, già coinvolta attivamente nella sovrafatturazione, fosse pienamente consapevole delle dazioni che il Cvn versava ad entrambi i funzionari corrotti – tanto da partecipare in prima persona a taluni dei pagamenti – e che abbia poi graficamente concorso con loro nel compimento di atti contrari ai doveri d’ufficio». Il riferimento è alle centinaia di documenti rinvenuti nel computer dell’ingegnere, formalmente riferibili al Magistrato alle acque, ma predisposti personalmente dalla Brotto o da personale del Cvn: secondo gli inquirenti è la prova che era Mazzacurati (anche per tramite della sua più stretta collaboratrice) a decidere il da farsi, tanto da predisporre perfino le delibere per conto dell’ente che avrebbe dovuto controlare.
LIA SARTORI – La Procura sta attendendo la proclamazione dei nuovi europarlamentari per eseguire la misura cautelare nei confronti dell’esponente politico vicentino di Forza Italia, ex presidente del Consiglio regionale, alla quale il gip ha imposto gli arresti domiciliari per finanziamento illecito ai partiti. L’immunità di cui gode, in qualità di europarlamentare uscente, cesserà non appena il nuovo Europarlamento si insedierà.
ATTI A MILANO – Nel frattempo sono già arrivati in Procura a Milano gli atti relativi alla posizione di Roberto Meneguzzo, ex amministratore della finanziaria Palladio accusato, di aver versato denaro, per conto di Mazzacurati, per corrompere l’ex generale della Finanza Emilio Spaziante e l’ex braccio destro del ministro Giulio Tremonti, Marco Milanese.

Gianluca Amadori

 

TANGENTI – Baita versò 500mila euro sul conto svizzero di Cuccioletta

L’USCITA DI SCENA – Disse: «Se ne andò perché mia moglie la odiava». Oggi ha cambiato versione

IPSE DIXIT Nel 2013 dall’ex governatore solo parole positive per la ex segretaria «Instancabile ed efficiente» Così elogiava la Minutillo

(gla) Claudia Minutillo «è stata una collaboratrice instancabile, capace di lavorare diciotto ore al giorno, senza perdere un colpo. Il nostro rapporto di lavoro si è concluso fisiologicamente, sette anni fa».
Perché l’allontanò all’improvviso? «Perché mia moglie la odiava e perché la mia segreteria non la sopportava più. Lavorava 24 ore su 24 ma era troppo imperiosa. L’allontanamento non fu indolore: lei voleva restare».
È stato lei ad inserirla nella galassia Mantovani?: «No. Era una grande lavoratrice, Baita la conosceva e capisco perché abbia voluto portarla con lui. E poi che doveva fare la Minutillo, la pensionata?»
Piergiorgio Baita: «Un uomo di grande spessore professionale, attentissimo, informato, una spanna sopra tutti gli altri dal punto di vista tecnico e manageriale».
All’inizio di marzo del 2013 l’ex presidente della Regione Veneto ed ex ministro alla Cultura, Giancarlo Galan, aveva espresso queste considerazioni sulla sua ex segretaria e sull’allora presidente della società di costruzioni Mantovani, appena arrestati per false fatture milionarie. In due interviste concesse ad altrettanti quotidiani, ora allegate alla sua memoria difensiva, Galan riservava nei confronti di Minutillo e Baita parole ben diverse da quelle dedicate loro pochi giorni fa, nel corso della conferenza stampa con la quale ha presentato la sua memoria difensiva presentata alla giunta per le autorizzazioni a procedere della Camera. «Figuriamoci se licenzio una persona solo perché è antipatica a mia moglie», ha dichiarato Galan lo scorso 23 giugno. Nella memoria depositata ai deputati scrive che «le ragioni in quell’occasione furono gravi e molteplici». Quali? Per ora sono coperte da omissis, probabilmente perché l’ex ministro avrebbe preferito comunicarle direttamente ai pm nell’interrogatorio che non è mai avvenuto. Ma perché, se aveva sospetti sull’onestà della Minutillo non l’ha detto subito nel 2013, magari fornendo elementi utili agli inquirenti? Perché questi sospetti sul suo comportamento li ha espressi soltanto dopo aver saputo che sono stati proprio la sua ex segretaria e Baita ad indicarlo come un corrotto al soldo del Consorzio Venezia Nuova? Nella memoria depositata alla Camera Galan fa riferimento anche al fatto che la Minutillo «ostentava continuamente un lusso (capi di vestiario, accessori, gioielli ecc.) del tutto ingiustificato ai miei occhi rispetto al compenso percepito per le mansioni che svolgeva». Perché questa circostanza non l’ha riferita prima, presentandosi in Procura quando la Minutillo fu arrestata per gravi reati?
I magistrati veneziani lo chiederanno sicuramente a Galan non appena avranno la possibilità di ascoltarlo. E, probabilmente, lo stesso quesito se lo pongono anche i deputati che, entro l’11 luglio, sono chiamati a decidere se dare il via libera al suo arresto per corruzione, chiesto dai pm Paola Tonini, Stefano Ancilotto e Stefano Buccini, coordinati dal procuratore aggiunto Carlo Nordio.
Anche su Baita l’ex ministro dice oggi cose in parte diverse da quelle contenute nelle interviste del 2013: oggi lo definisce «da un lato estremamente preparato, ma dall’altro cinico, ambizioso e fornito di una considerazione sconfinata di sé stesso».

 

GLI AMBIENTALISTI L’AVEVANO PREVISTO

Chi farà le scuse ufficiali agli ambientalisti che da sempre hanno ritenuto scandalosa la gestione di tutta l’operazione criminale Mose e che sono stati etichettati ai tempi delle proteste come “sovversivi”? Chi ringrazierà gli ambientalisti che hanno invitato, supportato, accompagnato, affidato una nutrita documentazione per non incorrere in querele, e quindi diffondere all’opinione pubblica gli imbarazzi degli intervistati (ora agli arresti) sulle tematiche truffaldine della gestione Mose-politici-controllori?
La giustizia è lenta ma finalmente è arrivata: mazzette, controllori imparentati con i controllati ecc. Adesso tutti i coinvolti parlano e gli ambientalisti del Lido di Venezia aspettano che il cerchio si allarghi e si faccia luce anche su tutti gli altri “scandali” del Lido (la seconda parte diffusa attraverso le inchieste giornalistiche degli stessi programmi televisivi).

Paolo Fumagalli – Venezia

 

E ORA RIDATECI I NOSTRI DENARI

Tangentopoli Mose: ”un mare infestato da squali che amano cibarsi di denaro pubblico”. Al telegiornale ho sentito che il signor Orsoni – sindaco di Venezia nonchè avvocato – rispetto al rifiutato patteggiamento da parte del gip Massimo Vicinanza (al quale dico bravo!) avrebbe affermato «bene, così finalmente comincerò a difendermi, cosa che non ho mai potuto fare sino ad oggi!». Tale affermazione è offensiva per Lui stesso uomo di diritto e per il suo difensore e per le persone mediamente normali che ascoltano. Essendo il patteggiamento una precisa scelta basata sugli atti e non a caso “concordato” con la Procura! Fino al terzo grado di giudizio tutti sono innocenti e quindi attendiamo l’evoluzione dell’indagine. Magari aspettiamoci la prescrizione visto che in Italia ciò è possibile. Basta la richiesta di patteggiamento per la revoca della misura cautelare per ottenere la libertà? A queste persone che amano “cibarsi“ di denaro pubblico dovrebbero quanto meno non finire in carcere, bensì espropriati dei beni sino alla terza generazione e radiati dagli albi professionali se essi sono professionisti. O impedire loro di svolgere attività imprenditoriale e allontanamento dalla pubblica amministrazione a vita. Forse almeno così bloccheremo questa emergenza sociale denominata “tangentopoli“ in quanto non c’è giorno che non si scriva di qualche politico indagato o processato per corruzione o concussione. Visto che poi il Pd ha la fobia e la persecuzione di combattere l’evasione fiscale ma si può sapere come sono stati registrati i denari incassati dalle primarie? Non ricordo che siano stati rilasciati scontrini o ricevute da parte di chi andava al seggio a votare. Forse basta apostrofare “contributo volontario” perché tutto sia possibile senza incappare nelle vessazioni del fisco e controllo della GdF? Bene domani vado dal mio panettiere e pago il pane con contributo volontario deciso dal fornaio (quindi prezzo al pubblico). Sia venuta ora di “pulizia“ della politica veneziana e dell’entroterra, ridateci i nostri denari!!!

Gianluca Bragatto – Caorle

 

SCANDALO MOSE – Rispetto ai 4 mesi del patteggiamento l’ex sindaco potrebbe avere una pena tre volte più pesante

Orsoni a processo entro dicembre

La Procura decisa a non farsi “decapitare” l’inchiesta dalla prescrizione: primo grado entro l’anno

L’ACCUSA – Sovrafatturazioni per 20 milioni Il gip: solidarietà criminale

Processo a Giorgio Orsoni entro dicembre. Questo è l’obiettivo della Procura di Venezia. Sarà un processo con rito immediato e sarà un processo senza sconti. Del resto l’ex sindaco di Venezia ha rotto il patto implicito che era stato siglato con la Procura e che prevedeva la condanna a qualche mese e al pagamento di 15 mila euro per uscire definitivamente dal processo. Adesso si ricomincia da capo. Con la prescrizione in agguato. Ma di tempo, conteggiano in Procura, ce n’è, eccome. Anche volendo restare alla campagna elettorale, marzo 2010, con la prescrizione si arriva, conteggiando 7 anni e mezzo, a fine 2017. Quando basta per fare il primo grado di sicuro e forse anche il secondo. Poi è chiaro che Orsoni andrà in prescrizione, ma intanto? La Procura punta ad una condanna in primo grado a 12 mesi come minimo invece dei 4 del patteggiamento. Possibile? Finora gli investigatori hanno in mano le dichiarazioni di Baita: «Ho versato 50 mila euro in nero per Orsoni. Li ho dati in contanti a Federico Sutto». E di Mazzacurati che, oltre ad ammettere quello che non si può negare e cioè i 110 mila euro “in bianco” versati nel conto corrente del garante della campagna elettorale, ha parlato di 400-500mila euro “in nero”. Qualche centinaio li avrebbe portati lui personalmente a casa di Orsoni. E siccome gli ultimi pagamenti potrebbero essere datati 2011, quando la campagna elettorale era finita da un bel po’, allora la prescrizione si allungherebbe ancora. Del resto detta a verbale lo stesso Orsoni: «Mazzacurati a casa mia, che io ricordi, non è venuto prima della campagna elettorale. Dopo certamente sì». E Mazzacurati cosa portava a casa sua? «Posso dire che probabilmente sì, che fosse venuto anche con dei plichi di carte… Può essere che abbia lasciato dei plichi da qualche parte, non lo so» – risponde Orsoni. Ma allora, se Mazzacurati è andato dopo l’elezione e Mazzacurati dice di avergli portato i soldi in quei plichi, questo potrebbe far cambiare sia la data della prescrizione che il reato, da finanziamento illecito a corruzione impropria. E poi c’è sempre l’incognita Sutto. Il “postino” potrebbe decidersi a parlare e a raccontare tutte le volte che è andato a casa di qualcuno a portare il “plico”.

Maurizio Dianese

 

Nuova Venezia – Sartori, addio immunita': scatta l’arresto

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30

giu

2014

Sartori, addio immunità: scatta l’arresto

Orsoni a processo, si andrà verso la prescrizione

Dopo il patteggiamento negato dal giudice, l’ex sindaco Giorgio Orsoni andrà probabilmente a processo per finanziamento illecito di un partito. Il reato, però, risale a cinque anni fa e dopo sette anni e mezzo andrebbe in prescrizione.

Domani decade da europarlamentare e la Procura le notificherà il provvedimento. Orsoni, processo e prescrizione?

VENEZIA Tangenti e Mose, è la settimana di Lia Sartori e dell’interrogatorio dell’imprenditore Alessandro Mazzi. Il veronese, da sempre legato a Gianni Letta e personaggio temuto anche da Giovanni Mazzacurati, nonchè vice presidente del “Consorzio Venezia Nuova”. Martedì sera, o al più tardi mercoledì mattina, i finanzieri del Nucleo di Polizia Tributaria di Venezia notificheranno a Lia Sartori, il provvedimento degli arresti domiciliari. Misura prevista nell’ordinanza che ha portato in carcere, il 4 giugno, politici, funzionari pubblici e imprenditori coinvolti in questa nuova tangentopoli veneta. La Procura di Venezia, nel frattempo, è soddisfatta, degli esiti dei ricorsi presentati al Tribunale del Riesame, dai vari imputati. In sostanza a Palazzo di Giustizia, spiegano che tutto l’impianto accusatorio ha retto, soprattutto nei confronti degli imputati principali. La settimana che inizia oggi, come del resto quella appena terminata, è molto importante per il proseguo dell’inchiesta. Infatti domani sera, o al massimo mercoledì mattina, sarà notificato all’ex eurodeputata Lia Sartori, il provvedimento degli arresti domiciliari. È stato possibile farlo solo ora perché l’esponente di Forza Italia, pur non essendo stata rieletta, gode fino a domani dell’immunità di parlamentare europea. Domani si insedia, infatti, il nuovo Parlamento Europeo e quindi i vecchi parlamentari decadono. Lia Sartori ha già annunciato di non voler fare più politica. A quanto pare una scelta che molti degli imputati di questa inchiesta hanno annunciato. Forse si tratta più di una strategia difensiva per creare le condizioni alla revoca delle misure cautelari, che un vero convincimento. Mercoledì il Tribunale del Riesame deciderà sul ricorso presentato dall’ingegnere Alessandro Mazzi, fino al momento dell’arresto vice Presidente del CVN e uomo temuto dallo stesso Mazzacurati. La Procura di Venezia indica in Mazzi un canale importante, se non il principale, di collegamento tra il sistema “tangenti-Mose” e gli ambienti politici romani. La Procura, per sostenere l’opposizione alla revoca della carcerazione, davanti al Tribunale del Riesame, molto probabilmente porterà nuova documentazione che riguarda pure altri imputati. Sempre mercoledì il Riesame affronterà la posizione di Alessandro Cicero, editore e direttore della rivista romana “Il Punto” e uomo vicino ai servizi segreti. Sarebbe stato lui a mettere in contatto il generale della Guardia di Finanza in pensione, Emilio Spaziante e Piergiorgio Baita, con lo scopo di consentire alla Mantovani di avere informazioni sulle indagini in corso. Riguardo gli altri imputati che sembrano uscire dall’inchiesta, o quantomeno da sotto i riflettori della cronaca giudiziaria quotidiana, da un punto di vista della contestazione degli episodi non è cambiato nulla, perché il quadro indiziario ha retto. A cominciare dall’ex sindaco Giorgio Orsoni che ha dichiarato di voler essere processato evitando di chiedere il patteggiamento, come ha fatto mentre si trovava ai domiciliari. Se da una parte dice di volere il processo in aula per potersi difendere, dall’altra parte è anche vero che di sicuro il processo porterà ad una scadenza dei termini. Infatti gli episodi di finanziamento illecito dei partiti che gli vengono contestati risalgono a oltre cinque anni fa. Reato che viene prescritto dopo sette anni e mezzo. Anche se in primo grado fosse condannato, in appello arriverebbe la prescrizione del reato.

Carlo Mion

 

Gazzettino – “Mose, chi sbaglia paga”

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30

giu

2014

INDUSTRIALI Il presidente: eventuali illeciti di associati saranno sanzionati

«Mose, chi sbaglia paga»

Confindustria Venezia: «Nessuna nostra impresa è coinvolta»

SCANDALO MOSE – Confindustria: «Via le imprese che sgarrano»

«Le aziende veneziane, nonostante le zavorre del sistema in cui operano, continuano a combattere una battaglia quotidiana per sopravvivere e conquistare nuovi spazi di attività, in Italia e all’estero, creando valore e ricchezza per il nostro territorio». Lo ha detto Matteo Zoppas, nella sua relazione all’assemblea per il primo anno di mandato da presidente di Confindustria Venezia. Secondo Zoppas però i gravi fatti delle ultime settimane, rischierebbero di rendere inutile l’impegno delle aziende veneziane. «Ad oggi nessuna impresa associata a Confindustria Venezia risulta coinvolta nell’inchiesta- aggiunge Zoppas – Nel caso in cui dalle indagini emergessero comportamenti illeciti imputabili a nostri associati, siamo pronti a fare la nostra parte in base a quanto espresso in maniera chiara e netta dal Nuovo Codice di Comportamento Etico che Confindustria ha recentemente approvato e che prevede il rigoroso rispetto della legalità disciplinando decadenza e sospensione dalle cariche associative e da incarichi esterni, prevedendo la giusta sanzione nelle ipotesi di reati contro la PA».
Nella relazione fa poi il punto sulle attività svolte da Confindustria negli ultimi dodici mesi.
«Fin dai primi giorni del mandato, abbiamo incontrato sul territorio la base imprenditoriale e le amministrazioni locali. Incontri che sono stati puntualmente ripetuti». Tra i settori su cui Confindustria ha deciso di puntare, anche il contrasto ai rallentamenti burocratici, l’internazionalizzazione, la lotta all’oppressione fiscale, il miglioramento dell’accesso al credito, le politiche di lavoro e welfare, infrastrutture e reti d’impresa.
«Lo stesso impegno lo stiamo dedicando a portare avanti la battaglia a difesa dei nostri associati contro le pretestuose rivendicazioni dell’Unione Europea e dell’Inps relative agli sgravi contributivi. Giusto tre giorni fa il TAR ha dato nuovamente ragione alle imprese. Grazie a questa vittoria, per quanto non definitiva, potremo sederci al tavolo di confronto con il Governo per riportare la questione all’evidenza della nuova Commissione Europea». «Purtroppo – conclude Zoppas – anche la prima metà del 2014, dopo cinque anni di grave crisi, non ha rappresentato quella svolta che era nei nostri auspici. Dobbiamo lottare perché siano avviate con urgenza almeno la riforma del mercato del lavoro, la riduzione del cuneo fiscale e la semplificazione burocratica, che rappresentano il minimo per ritrovare la competitività necessaria al rilancio dell’economia».

 

LA LETTERA «Il brindisi di Baita, che brutto segnale»

Caro Direttore, bene ha fatto il Gazzettino a sottolineare in modo marcato la casuale, ma non meno stridente contraddizione della presenza di Baita ai tavolini di un bar adiacente a quello in cui si teneva un dibattito che gli organizzatori avevano titolato “Venezia anno zero”. Detesto cordialmente chi condanna le persone prima che una sentenza smentisca in modo argomentato le tesi difensive di un imputato. La presunzione di innocenza è un principio di civiltà giuridica che deve valere per tutti, amici e nemici. Quando però si è in presenza di persone condannate oppure ree confesse, siamo su un piano completamente diverso. I vari Baita, Cuccioletta, Mazzacurati, Minutillo hanno confessato di aver sistematicamente elargito e preso mazzette per anni: sono fatti acclarati e non in discussione. Una condotta spregiudicata, reiterata, sistematica, sfrenata; in una parola: vomitevole. È del tutto ragionevole che, per la loro collaborazione alle indagini, il sistema preveda che fruiscano di riduzioni di pena anche significative. Non è però ragionevole che l’indignazione dei cittadini sia proporzionale alle pene inflitte. Anche dopo quello che hanno fatto, Baita e le persone come lui hanno tutto il diritto di non limitarsi a vivere, con opportuna vergogna, una vita defilata e andare a ostentare la loro presenza brindando a prosecco o champagne nei bar del centro. Gli altri, i fessi (perché questo siamo noi per quelle persone), hanno però tutto il diritto e francamente pure il dovere di dimostrare di non gradire questa tracotanza e ricordare loro quello che sono: persone indegne, senza mezzi termini. Ne’ può essere considerato giusto l’atteggiamento di chi quei brindisi condivideva. In Italia, il senso profondo dell’amicizia è purtroppo distorto. Non vi è dubbio infatti che i veri amici si vedono nel momento della difficoltà, ma questo presuppone difficoltà che ti piovono addosso tuo malgrado, non che sono la conseguenza di tue condotte motivate esclusivamente da sete di denaro e potere a danno dei tanti che cercano, nonostante tutto, di seguire le regole. Sono ragionamenti che presuppongono un cambiamento comportamentale collettivo (senza il quale è per altro ridicolo invocare un cambiamento della sola classe politica), ma mettiamoci tutti bene in testa che questa città e questo Paese non riusciranno mai a voltare pagina se tutti noi continueremo ad appaltare alla magistratura non solo, come è giusto, l’amministrazione burocratica della giustizia, ma, per nostra comodità, pure il senso etico individuale. Se “a volte ritornano”, è perché siamo noi a farli ritornare.

Enrico Zanetti – deputato Scelta Civica

 

Nuova Venezia – Il riesame: Chisso deve restare in carcere

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29

giu

2014

LA MELMA DEL MOSE E L’ALTROVENETO CHE HO NEL CUORE

di ANTONIO RAMENGHI

«Oportet ut scandala eveniant» (Matteo, 18,7): è bene che avvengano gli scandali,ma«guai all’uomo che ne è all’origine». Oggi in Veneto, ma non solo in Veneto, verrebbe da dire “troppa grazia sant’Antonio”: siamo sommersi da scandali. E tra questi lo scandalo Mose è sicuramente il più grave di tutti. Peggio, molto peggio della Tangentopoli milanese degli anni ’90 quando giravano tangenti dagli imprenditori direttamente nelle casse dei partiti e di qualche mariuolo. Qui la corruzione si è fatta sistema e ha coinvolto imprese e imprenditori, cooperative, politici, magistratura, guardia di finanza, commercialisti, architetti, istituzioni culturali, religiose e quant’altro. Il sistema è stato raccontato dal collega Renzo Mazzaro su queste colonne e poi nel libro “I padroni del Veneto” pubblicato due anni fa. Lì il sistema era già descritto perfettamente. Certo non c’erano le confessioni di tanti protagonisti arrivate solo dopo l’indagine della magistratura e il tintinnar di manette capace di ridare voce e risvegliare ricordi a tanti inquisiti. E c’era descritto, nel libro di Mazzaro, l’intreccio perverso che ha permesso, per almeno un decennio, che tutti accedessero alla mangiatoia del Mose e tutti contribuissero a tenerla in vita, chi per convenienza, chi per paura, chi per ignavia.

 

PUNTURINE di Roberto Bianchin

Scandalo Mose, per i politici è difficile uscire di scena

È faticoso togliere il disturbo con dignità, dopo essere stati primattori per tanti anni in Veneto. A volte bisogna saper perdere

Non è mai facile uscire di scena, come sanno bene i vecchi attori. Non è mai facile quando hai vissuto una vita sotto i riflettori, e all’improvviso finisci, senza che lo abbia deciso tu, in quel cono d’ombra dove più nessuno ti vede, dove più nessuno ascolta la tua voce, dove più nessuno parla di te. Dove il tuo nome, da un giorno all’altro, sparisce dai giornali come per un sortilegio. È ancora più difficile uscire di scena a testa alta. Con dignità. Senza il bisogno di voltarsi indietro. Di chiedere scusa per qualcosa. Perdono per ogni peccato. Non vale solo per gli attori. Vale un po’ per tutti, in verità. Ma vale soprattutto per i politici. Perché in fondo anche loro, come gli attori, recitano una parte. Chi meglio, chi peggio. Anche loro vivono sotto i riflettori. Anche loro vedono il loro nome sui giornali e le loro facce nelle televisioni. Anche per loro è dura, spesso molto dura, togliere il disturbo. Perché non lo dicono, a volte brontolano, a volte negano, fanno gli istrioni,ma in fondo a loro piace, e piace molto, la luce abbagliante dei riflettori. Perché è uno stupefacente, una volta che l’hai provato non puoi più farne a meno. Perché il potere logora solo chi non ce l’ha, come sosteneva, non senza ragioni, quella vecchia volpe (ci manca?) di Giulio Andreotti Belzebù. E allora fai di tutto, fingi anche di essere giovane, come Papi Silvio Berlusconi, per restare sul palcoscenico. Anche a costo di sfiorare il ridicolo, di diventare patetico. Come appare patetica, e triste, l’uscita di scena dei primattori dello scandalo del Mose. Soubrettes fino a ieri abituate a comandare che oggi piagnucolano come donnicciole sul viale del tramonto. Pezzi da novanta, come l’ex governatore Giancarlo Galan, per quindici anni l’uomo più potente del Veneto, che si avventurano in difese disperate, sgangherate, le voci alterate, le mani tremanti, gli sguardi sconvolti dall’idea della prigione. Sindaci influenti e benestanti, come Giorgio Orsoni, costretti a confessare di aver chiesto soldi ai padroni delle dighe, non per sé, per carità, ma per il Pd. E giganti della migliore imprenditoria italiana, come il mite (di aspetto) Giovanni Mazzacurati, il padre padrone delle dighe, uno che aveva a libro paga ministri della Repubblica e dava del tu a presidenti del consiglio, costretto a mettere migliaia di chilometri tra sé e la vergogna, dopo aver balbettato davanti ai magistrati, imbarazzato come un bimbetto sorpreso con le dita nel vaso della marmellata. Che tristezza. Certo non è facile andarsene da sconfitti, umiliati e vilipesi. Ma colpisce vedere la loro arroganza di ieri tramutata di colpo in lamentazione. E in difese improbabili, condite da tesi di spettacolare arditezza, del tipo: i soldi delle tangenti se li sono tenuti quelli che dicono di avermeli dati. Nessuna pietà, in ogni caso. Nessuno sconto di pena. Nessun perdono. Paghi chi ha sbagliato, come è giusto. E si ricominci. Ma era lecito aspettarsi almeno che uscissero di scena con un briciolo di dignità. Invece non hanno avuto neanche quella. Segno che non erano solo politici da poco. Perché, come cantava Shel Shapiro, la voce dei mitici Rokes, bisogna saper perdere. r.bianchin@repubblica.it

 

Il riesame – Chisso deve restare in carcere

L’ex assessore regionale Renato Chisso resta in carcere. Il Riesame ha respinto il suo ricorso e quello di Enzo Casarin.

Renato Chisso e Casarin devono restare in carcere

Domiciliari per Brotto e Manganaro; solo obbligo di dimora per Lino Brentan

Annullate le ordinanze di custodia cautelare per Artico, Falconi, Lugato e Turato

Molti avvocati stanno cercando di contattare la procura per concordare il patteggiamento

VENEZIA – L’assessore regionale Renato Chisso resta nel carcere di Pisa e anche il ricorso del suo più stretto collaboratore a palazzo Balbi, Enzo Casarin è stato respinto. Dopo una due giorni di udienza e camera di consiglio, i giudici del Tribunale del riesame presieduto da Angelo Risi hanno affrontato ben nove posizioni e gli unici due rigettati sono proprio quelli di Chisso e Casarin, cambiata, invece, la situazione di tutti gli altri indagati. Hanno ottenuto gli arresti domiciliari il direttore tecnico del Consorzio Venezia Nuova Maria Teresa Brotto e l’ex maresciallo dei carabinieri, il romano Vincenzo Manganaro, l’ex amministratore delegato dell’Autostrada Venezia Padova Lino Brentan è stato scarcerato dagli arresti domiciliari, ma non potrà uscire dal territorio comunale perché ha l’obbligo di dimora a Campolongo Maggiore, infine sono state annullate le ordinanze di custodia cautelare per il dirigente regionale Giovanni Artico, l’imprenditore veneziano Nicola Falconi, gli architetti Dario Lugato di Venezia e Danilo Turato di Padova. Dopo più di venticinque pronunce è ora possibile avere una visione complessiva su ciò che pensa il Tribunale dell’inchiesta: i giudici del Riesame hanno sostanzialmente convalidato le tesi accusatorie della Procura, sia quelle che sono approdate alle contestazioni di corruzione sia quelle di illecito finanziamento pubblico ai partiti. Il Tribunale ha ritoccato le misure cautelari del giudice, spesso sostenendo che non essendo più in essere le condotte criminose, idonea a fronteggiare le esigenze cautelari può essere la misura degli arresti domiciliari piuttosto che il carcere. I giudici hanno poi annullato alcune ordinanze di custodia per indagati che sono marginali rispetto al filone principale dell’indagine. Intanto, più di un difensore avrebbe preso contatto con i tre pubblici ministeri che coordinano le indagini per trovare un accordo e arrivare a patteggiare la pena, seguendo l’esempio del sindaco in modo da uscire dall’inchiesta prima che la Procura chieda il rito immediato, saltando l’udienza preliminare, o decida il deposito degli atti prima di avanzare la richiesta di rinvio a giudizio. C’è Patrizio Cuccioletta, l’ex presidente del Magistrato alle acque, c’è l’imprenditore romano di «Condotte d’acqua» Stefano Tomarelli, ci sono Stefano Boscolo Bacheto e Gianfranco Boscolo Contadin, titolari il primo della «Cooperativa San Martino» dalla cui verifica fiscale tutto è partito, e il secondo della «Co. Ed. Mar», entrambi chioggiotti. Sono indagati che nei loro interrogatori davanti ai pubblici ministeri hanno sostanzialmente già ammesso le loro responsabilità e ora non vedono l’ora di uscire da questo incubo giudiziario. Poi, naturalmente, ci sono gli indagati non arrestati, Claudia Minutillo, Piergiorgio Baita e Giovanni Mazzacurati, i corruttori senza le dichiarazioni dei quali l’indagini non sarebbe arrivata fin qui. (g.c.)

 

Nordio: «L’impianto accusatorio è valido»

VENEZIA. «La pronuncia odierna del Tribunale del Riesame dimostra l’assoluta fondatezza dell’intero impianto accusatorio peraltro già avallato dalle precedenti decisioni. Anche il rigetto dell’istanza di patteggiamento del professor Orsoni si colloca in questa linea, consolidando sia la correttezza giuridica della formulazione del reato sia la gravità delle prove a carico dell’indagato». Lo afferma il Procuratore aggiunto Carlo Nordio, a nome della Procura di Venezia. «In ogni caso l’adesione a una richiesta di patteggiamento espressamente formulata dall’interessato nel contesto di una sostanziale ammissione di responsabilità – aggiunge Nordio – risponde al costante indirizzo di questo Ufficio che ha sempre considerato i parametri della quantificazione in termini pragmatici e ragionevoli». «Infine, le dichiarazioni odierne del professor Orsoni benché incoerenti con le documentate istanze dallo stesso avanzate, non possono essere oggetto di commento»

 

Reati a rischio prescrizione

L’ex magistrato Fojadelli: «Va riformata, indagini complesse, tempi più lunghi»

L’istituto giuridico non può diventare una resa della Giustizia Purtroppo i mezzi a disposizione dagli inquirenti sono gli stessi di molti anni fa

VENEZIA Nell’inchiesta veneziana i principali reati sono corruzione, concussione e finanziamento illecito ai partiti. Generalmente vengono prescritti in un arco di tempo di sei anni, aumentabile in alcuni casi a sette anni e mezzo, con numerose eccezioni legate alla procedura e alla configurazione del reato. Gran parte delle accuse contenute nell’inchiesta Mose risalgono agli anni tra il 2005 e il 2010, ai tempi dunque del cosiddetto «sistema Galan». Scontato appare dunque l’esito dei processi che, dal primo grado di giudizio, debbono arrivare alla sentenza in giudicato entro i termini della prescrizione. Ciò vuol dire che larga parte dei reati contestati in queste settimane dai magistrati si estingueranno proprio a causa di questo istituto giuridico. Pensata quale strumento di garanzia per gli imputati – che hanno diritto a una giustizia dai tempi ragionevoli – la prescrizione è stata usata soprattutto negli anni come strumento per «salvarsi» dal processo, con legali estremamente abili dal punto di vista procedurale a scorrere il tempo usando tutti i diritti concessi alla difesa. Antonio Fojadelli, per lunghi anni Procuratore a Treviso e prima ancora a Vicenza e alla Direzione distrettuale antimafia (con Dalla Costa e Pavone seguì il processo alla banda Maniero), commenta il rischio della prescrizione e suggerisce di mettere mano a questo istituto. «La prescrizione, un tempo- spiega Fojadelli – era quasi un’onta per i magistrati che istruivano un processo, era motivo anche di richiamo. Successivamente, spesso, ci si è rassegnati a un uso della prescrizione legato allo smaltimento dei casi minori. Praticamente una resa della Giustizia ». Nell’inchiesta veneziana i principali reati sono corruzione, concussione e finanziamento illecito ai partiti. In questi casi i termini di prescrizione sono mediamente di sei anni. Ma i fatti contestati risalgono soprattutto al periodo 2005-2010. Vicinissima è la prescrizione, perché i processi non potranno iniziare prima di un anno. Cos’è la prescrizione? «L’istituto è antichissimo e risponde a un principio di quiete sociale: dopo un certo tempo non vale la pena di perseguire determinati reati, perché lo sforzo non vale la candela. Naturalmente si tratta solo di alcuni reati, non quelli più gravi». La prescrizione è usata dagli avvocati come scappatoia dal processo. «Oggi la prescrizione va vista in relazione ai reati che si compiono, che hanno una natura di complessità molto più alta rispetto al passato e che richiedono dunque indagini approfondite, complesse e di più lunga durata di un tempo». La giustizia può ancora arrivare in tempo? «L’origine del problema sta nei mezzi che la Giustizia mette in campo per contrastare reati spesso difficilissimi da ricostruire. Noi invece abbiamo ancora i mezzi di molti anni fa. É dunque plausibile che si arrivi all’individuazione del reato con ritardo e che i processi rischino la prescrizione». Da dove cominciare dunque per riformare questo istituto? «Si potrebbe pensare a dei meccanismi per far decorrere la prescrizione non dalla data del reato ma dal momento in cui siha la prova del reato». Spesso il cittadino si sente beffato. «Vero, il cittadino onesto si sente defraudato, la prescrizione appare come una beffa rispetto all’onestà dei comportamenti. Per questo è necessario intervenire». (d.f.)

 

class action – Già 75 iscritti all’azione del Codacons in città

VENEZIA «Da Roma indicano come obiettivo minimo un centinaio di persone che è un risultato importante perché la procedura della class action è impegnativa. Ma siamo già ad un ottimo punto: numerose persone, almeno una settantina, stanno partecipando con la costituzione come parte offesa». Franco Conte del Codacons del Veneto conferma che c’è interesse in città per l’azione risarcitoria avviata dalla associazione a livello nazionale con la costituzione degli associati come parte offesa nel processo per le tangenti del Mose. «Un percorso complesso ma dai tempi più veloci rispetto all’azione risarcitoria in sede civile », ricorda Conte che poi annuncia una seconda azione: «Abbiamo chiesto alla Procura, con una istanza, di allontanare tutti gli indagati che ricoprono incarichi pubblici. Un provvedimento possibile per il giudice: allontanino tutti gli inquisiti con incarichi pubblici e che non si sono dimessi finora». Per partecipare alla costituzione come parte offesa, il Codacons invita i cittadini ad iscriversi all’associazione (al costo di 6,10 euro). L’atto di nomina sarà inviato alla mail del cittadino e va poi inviato alla Procura della Repubblica di Venezia. L’associazione interviene nel procedimento come «ente rappresentativo degli interessi dei cittadini». L’azione, spiegano dal Codacons, è quella di accertare la responsabilità degli indagati, e in caso di rinvio a giudizio «l’opportunità di costituirsi parte civile nel processo penale al fine di chiedere un risarcimento per i cittadini non inferiore a cinquemila euro ». Termine per aderire, fissato al 31 luglio. Tutte le informazioni su www.codacons.it.

 

No del giudice a Orsoni

Mose, patteggiamento respinto. L’ex sindaco a processo

le reazioni «Meglio così ora sapremo la verità»

I politici veneziani sorpresi dal “no” del giudice al patteggiamento di Orsoni. «Ma con il processo sapremo la verità».

«Pena troppo mite a Orsoni» No del Gup al patteggiamento

Vicinanza: la multa è cento volte inferiore al massimo e la detenzione inferiore al minimo

Il sindaco dimissionario: «Sono contento, potrò dimostrare la mia estraneità alle accuse»

VENEZIA – Il sindaco dimissionario di Venezia andrà a processo con tutti gli altri indagati dello scandalo Mose. Ieri, infatti, il giudice veneziano Massimo Vicinanza ha respinto la richiesta di patteggiamento a 4 mesi di reclusione e 15 mila euro di multa proposta dalla Procura e dalla difesa sulla base del loro accordo, ritenendo la pena «del tutto incongrua rispetto alla gravità dei fatti». Il magistrato scrive che tenendo conto «dell’atteggiamento processuale dell’indagato e del venir meno della carica che egli ricopriva quando è stata adottata la misura cautelare», non può non essere notato «che le condotte da lui tenute sono molto gravi». Secondo il giudice dell’udienza preliminare si tratta di condotte gravi «sia per l’entità del contributo illecito ricevuto, sia per la provenienza soggettiva e oggettiva del denaro, sia per l’inevitabile rischio per la corretta gestione della cosa pubblica che ha comportato l’aver ricevuto ingenti somme». Proprio questi aspetti hanno portato il magistrato veneziano a ritenere «del tutto incongruo» l’accordo proposto da Orsoni e dalla Procura valutando che l’insieme delle pene sia stato eccessivamente basso, visto che quella pecuniaria risulta essere «cento volte inferiore a quella massima irrogabile» e quella detentiva «inferiore di due mesi al minimo irrogabile, anche tenendo conto dell’entità del finanziamento ricevuto ». «L’esito dell’udienza odierna era prevedibile in relazione all’entità delle accuse svolte, al clamore che ne era seguito anche in relazione allo sproporzionato uso della misura cautelare » ha dichiarato Giorgio Orsoni, che non era presente all’udienza, dopo aver saputo l’esito. «La scelta di accettare il patteggiamento proposto dalla Procura», ha aggiunto l’ex sindaco, «era stata dettata dalla necessità di tutelare l’Amministrazione, ben consapevole della assoluta infondatezza dei fatti addebitati e della insussistenza della fattispecie di reato ipotizzato». «Venuta meno tale esigenza, ho auspicato la soluzione odierna che mi consente finalmente di difendermi appieno nell’ambito del processo. Prerogative fino ad oggi sempre negatemi», ha concluso l’ex primo cittadino. I suoi difensori, gli avvocati Daniele Grasso e Mariagrazia Romeo, hanno spiegato che le prossime mosse verranno decise assieme al cliente, comunque «le condizioni per affrontare il processo ci sono tutte» hanno dichiarato. In aula avrebbero in qualche modo preso le distanze dall’accordo che pur avevano firmato con i rappresentanti dell’accusa, battendosi perché il giudice dichiarasse subito il proscioglimento sulla base dell’errata qualificazione giuridica dei fatti. Per gli avvocati Grasso e Romeo, infatti, Orsoni non avrebbe commesso il reato di finanziamento illecito di un partito, non appartenendo lui ad alcun organizzazione politica ed essendo stato candidato di una coalizione. I pubblici ministeri Stefano Ancilotto e Stefano Buccini, davanti al magistrato, hanno sostenuto la bontà dell’accordo raggiunto affermando che sicuramente è meglio una pena certa, anche se minima, piuttosto che alla fine del processo di primo grado una pena maggiore, che però rischia la prescrizione davanti alla Corte d’appello visto il tempo trascorso dai fatti (la campagna elettorale è quella del 2010). Il giudice Vicinanza, comunque, si è espresso anche sulla qualificazione giuridica dei fatti, ritenendo corretta così come è stata contestata dalla Procura lagunare, che ha accusato il sindaco di aver incassato più di 500 mila euro dal Consorzio Venezia Nuova attraverso Giovanni Mazzacurati ed altri.

Giorgio Cecchetti

 

«Meglio fare il processo così sapremo la verità»

Politici veneziani in parte sorpresi per il “no” del giudice al patteggiamento.

Centrosinistra ancora sotto choc per l’arresto di Orsoni, prova a ripartire

MICHELE ZUIN – La politica non c’entra, siamo di fronte a un reato del sindaco

SEBASTIANO BONZIO – Rifondazione sarà parte civile nelle aule di tribunale

BORASO – La giustizia faccia il suo corso Pensiamo alla città

GIANFRANCO BETTIN – Guardiamo al futuro, basta con questi finanziamenti

VENEZIA – La notizia che, per Giorgio Orsoni, si chiude la porta del patteggiamento e si apre quella del processo ha sorpreso ieri il mondo politico veneziano, fortemente scosso dalla tangentopoli del Mose che ha messo in crisi sia il centrosinistra che il centrodestra. «Le questioni processuali avranno il loro corso e l’ex sindaco potrà spiegare tutto, mi auguro nel miglior modo», dice Marco Stradiotto segretario provinciale del Partito Democratico. Ma, dice Stradiotto, la lezione per la politica è evidente. «Quel tipo di finanziamenti , anche se leciti e legittimi, non sono opportuni e chi fa attività politica è tempo che investa risorse proprie per la campagna elettorale evitando di operare, poi, senza serenità o con qualcuno che lo tira per la giacchetta. Ne ho parlato anche con la Serracchiani: la cosa migliore è mettere, come ha fatto lei, dei tetti alle donazioni, fissandole in massimo 5 mila euro». Poi, continua Stradiotto, «è bene ribadire che al di là della vicenda personale di Orsoni, il Comune di Venezia non è stato chiamato in causa per alcun atto specifico. Dagli atti sul Mose non era coinvolto». Resta il fatto che quel finanziamento del Consorzio ad Orsoni è apparso, dice il segretario Pd, «come un investimento per non avere contro qualcuno» e la accettazione del patteggiamento a questo punto suona come un atto non compreso. Stradiotto ad Orsoni augura di uscire nel «miglior modo possibile dal processo, ovvero innocente» ma spiega che l’interrogativo di fondo resta: «Perché chiedere il patteggiamento? Il Comune poteva andare avanti lo stesso». Stessa domanda che si pone ancora l’ex vicesindaco Sandro Simionato, anche lui Pd. «Capisco che il primo obiettivo era tornare libero dagli arresti domiciliari. Umanamente è un atteggiamento che comprendo. Ma resta questa una vicenda per molti aspetti strana. Non sono un esperto giurista ma Orsoni poteva benissimo difendersi anche prima». Sul fronte politico, dice Simionato, «la vicenda è chiusa. E lo dico senza meditare vendette ma con il dispiacere del come si è chiusa. A mio avviso il Pd ha fatto bene a fare quel che ha fatto. Ora dobbiamo dimostrare che esiste una politica sana e che il Comune non c’entra nulla in questa vicenda, come ripetiamo da settimane». Da Rifondazione Comunista che si vuole costituire parte civile nei processi, Sebastiano Bonzio dice: «Bene che non ci sia patteggiamento così ci potrà essere un processo». «La vicenda Orsoni è oramai puramente giudiziaria. Gli auguro di riabilitare la sua posizione e uscire da questa vicenda. Politicamente abbiamo già messo la parola fine a questa stagione che spero abbia insegnato molto a molti», avverte il giovane Udc Simone Venturini. «Orsoni io l’ho affrontato su molte questioni quando era nel pieno dei poteri. Ora trovo vile chi infierisce su di lui in un momento drammatico mentre fino a ieri lo salutava con deferenza». Da Taranto, Gianfranco Bettin, ex assessore all’Ambiente, commenta: «Ho sempre auspicato il processo come luogo dove Orsoni potrà smentire Mazzacurati e magari permettere di arrivare ai veri percettori di quei fondi. Ora da privato cittadino è libero di agire come crede. Ma siamo arrivati a questa situazione per una via decisamente tortuosa e difficile. Politicamente, c’è ben poco da dire: lui ha detto che è entrato in politica forzato, che ha avuto molte difficoltà e ora abbandona la vita politica. Per noi è decisivo un punto per il futuro: certi finanziamenti, anche se leciti, non sono accettabili ». Concetto dilatato da Beppe Caccia (In Comune): «Quando sono emersi quei finanziamenti per noi la maggioranza era già una esperienza finita e lo abbiamo detto subito. Al di là delle responsabilità che Orsoni ora potrà chiarire con un processo difendendosi e affrontando chi lo accusa, è questo è un bene, siamo soddisfatti che in città si è rotto il rapporto con il sistema affaristico rappresentato dal Consorzio. Ma anche altri dovrebbero avere il nostro coraggio. Noi, come maggioranza, abbiamo sciolto il consiglio comunale. Non altri. E in Regione cosa fanno? Zaia cosa aspetta a dimettersi? Poco importa che non sia coinvolto, ma se lui non ha visto nulla in tutti questi anni è un “mona”. E poi i vertici di Porto e aeroporto perché non si dimettono? Il mondo va al contrario: l’unico ente, senza alcun coinvolgimento, è il Comune ed è l’unica istituzione della città che non esiste più». Dal centrodestra parole pacate ma anche richieste di verità. «Non ho alcun commento da fare. Quelle di Orsoni ora sono solo questioni giudiziarie. La politica? Non c’entra nulla», dice l’ex capogruppo di Forza Italia in Comune, Michele Zuin. E Renato Boraso aggiunge: «La giustizia faccia il suo corso ed emerga tutta la verità. Questo è importante per Venezia che ha subito un forte discredito. Punti oscuri che il processo dovrà chiarire è dove sono finiti quei soldi».

Mitia Chiarin

 

IL RIESAME – L’ex assessore Chisso e il suo braccio destro restano in carcere

«Gravi indizi di consapevolezza e precise esigenze cautelari»: negata la scarcerazione all’ex assessore regionale Renato Chisso e al suo fedele segretario Enzo Casarin, che restano in cella.

 

«Dimostrata la fondatezza dell’accusa»

Nordio: dal sindaco dichiarazioni incoerenti, c’è una sostanziale ammissione di responsabilità

«La pronucia odierna del Tribunale del Riesame dimostra l’assoluta fondatezza dell’intero impianto accusatorio peraltro già avallato dalle precedenti decisioni». Lo dichiara il procuratore aggiunto Carlo Nordio in un comunicato diramato in serata a nome della Procura di Venezia. «Anche il rigetto dell’istanza di patteggiamento del professor Orsoni si colloca in questa linea, consolidando sia la correttezza giuridica della formulazione del reato sia la gravità delle prove a carico dell’indagato – prosegue Nordio – La difforme decisione del gip sulla congruità della sanzione ubbidisce a criteri differenti di valutazione della stessa. Questa Procura ritiene che una sentenza certa e immediata con l’applicazione di una pena comunque significativa, sia preferibile ai costi e alle lungaggini di un processo con una tardiva pronuncia di condanna comunque sospesa, e a forte rischio di prescrizione».
Nordio smentisce quindi la versione resa da Orsoni dopo l’udienza: «In ogni caso l’adesione a una richiesta di patteggiamento espressamente formulata dall’interessato nel contesto di una sostanziale ammissione di responsabilità risponde al costante indirizzo di questo Ufficio che ha sempre considerato i parametri della quantificazione in termini pragmatici e ragionevoli. Essa inoltre manifesta la fondamentale circostanza che né per questo né per altri indagati esistono intenti persecutori o atteggiamenti di ingiustificata severità – conclude Nordio – Infine, le dichiarazioni odierne del professor Orsoni, benché incoerenti con le documentate istanze dallo stesso avanzate, essendo legittima espressione di una insindacabile linea difensiva e di una personale lettura del provvedimento del gip, non possono essere oggetto di commento».

 

IL GIUDICE «Condotte molto gravi sia per l’entità che per la provenienza dei soldi»

LA PROCURA – Procedimento al bivio: giudizio subito o fascicolo riunito all’inchiesta

I FURBETTI – Galan e Piva ammettono: aggirate le norme fiscali

Giancarlo Galan ha fatto il furbo sull’Ici: «È vero che abbiamo tardato la chiusura di fine lavori per motivi fiscali, se hai la ristrutturazione in corso non paghi l’Ici», dice lui stesso a proposito della ristrutturazione di Villa Rodella. Il presidente del Magistrato alle acque, Maria Giovanna Piva, invece fece la furba sul collaudo del nuovo ospedale di Mestre che venne ritardato fino al raggiungimento della sua pensione, «per evitare di dover retrocedere la metà del compenso – racconta Piergiorgio Baita – C’era una norma infatti in base alla quale i dipendenti pubblici che effettuavano collaudi avrebbero dovuto retrocedere il 50% del compenso all’amministrazione di appartenenza».

 

Il Tribunale del Riesame: la detenzione non compromette i problemi cardiaci

Respinto anche il ricorso di Enzo Casarin, segretario dell’ex assessore regionale

“INNOCENTE” Stipendiato dal Cvn? Mai visto un soldo

L’UDIENZA – Motivazioni rinviate alla prossima settimana. Anche i pm contrari

LA DIFESA – La versione coincide con quella di Galan: denaro trattenuto da altri

SCANDALO – Mose

Chisso, no alla scarcerazione «Gravi indizi di colpevolezza»

Resta in carcere l’ex assessore regionale alla Mobilità, Renato Chisso. E con lui anche il suo segretario e fedele collaboratore, Enzo Casarin. Il Tribunale del riesame ha respinto ieri sera i ricorsi presentati dai rispettivi difensori, gli avvocati Antonio Forza e Carmela Parziale. Le motivazioni della decisione saranno depositate la prossima settimana ma è evidente che il collegio presieduto da Angelo Risi (giudici a latere Patrizia Montuori e Alberta Beccaro) ha ritenuto che sussistano gravi indizi di colpevolezza e che vi siano precise esigenze cautelari che giustificano la permanenza in carcere di entrambi. L’avvocato Forza aveva giocato anche la carta delle condizioni di salute di Chisso, sottoponendo ai giudici i problemi cardiaci di cui soffre l’ex assessore regionale, che qualche mese fa era stato costretto ad un ricovero in ospedale. Il Riesame ha però ritenuto che, allo stato, non vi siano elementi che depongano per una incompatibilità del regime carcerario con le condizioni di salute di Chisso.
La discussione del ricorso presentato per ottenere la remissione in libertà dell’ex assessore alla Mobilità era iniziata nel pomeriggio di giovedì, per poi essere sospesa e rinviata in quanto il Tribunale doveva provvedere alla decisione urgente di alcuni altre posizioni discusse in mattinata per le quali i termini erano in scadenza. Ieri mattina l’udienza è quindi ripresa alle 9: l’avvocato Forza per Chisso e l’avvocatessa Parziale per Casarin hanno proseguito nella discussione fino alle 13, in contraddittorio con i rappresentanti della pubblica accusa, i pm Stefano Ancilotto e Stefano Buccini, i quali hanno chiesto la conferma della misura cautelare in carcere sostenendo che le prove raccolte sono numerose e ben riscontrate.
I legali hanno invece sostenuto l’assoluta estraneità dei rispettivi assistiti in relazione alle pesanti accuse che vengono formulate nei loro confronti. A Chisso è contestato di essere stato “stipendiato” dall’allora presidente del Consorzio Venezia Nuova, Giovanni Mazzacurati, con una somma variante tra 200 e 250mila euro all’anno, dalla fine degli anni Novanta a tutto il 2013. Ingenti somme di denaro in cambio delle quali l’assessore avrebbe aiutato il Cvn e accelerato l’iter di alcune pratiche. Casarin è accusato di aver ricevuto parte delle somme per conto dell’assessore.
Ad accusare Chisso sono principalmente Claudia Minutillo, un tempo segretaria dell’ex presidente della Regione Veneto, Giancarlo Galan. Ma anche il presidente della Mantovani spa, Piergiorgio Baita, e il responsabile della stessa società, Nicolò Buson.
L’ex assessore si difende con determinazione negando di aver mai visto un soldo e ipotizzando che il denaro sia stato trattenuto da qualcuna delle persone che ora dice di averlo consegnato a lui. Versione che coincide con quella dell’ex ministro Galan, il quale anche davanti alla Giunta per le autorizzazioni a procedere ha ripetuto di essere estraneo ad ogni accusa.
La prossima settimana il Riesame dovrà affrontare la posizione dell’imprenditore veronese Alessandro Mazzi, uno dei soci del Consorzio Venezia Nuova. L’ex presidente del Magistrato alle acque, Patrizio Cuccioletta, ora agli arresti domiciliari, ha rinunciato al suo ricorso.

Gianluca Amadori

 

IL TRIBUNALE – Due giorni di udienze per il Riesame: misure attenuate per altri tre

L’EX MANAGER – A Brentan imposto solo l’obbligo di firma

Tornano liberi altri 4 indagati

Ai domiciliari la veneziana Brotto. Sequestro confermato per Morbiolo del Coveco

VENEZIA – (gla) Quattro indagati rimessi in libertà; misure “addolcite” per altri tre; sequestro confermato per Franco Morbiolo del Coveco. A conclusione di una estenuante “due giorni” di lavoro, il Tribunale del riesame di Venezia ha definito ieri sera la penultima (e più importante) tranche relativa ai ricorsi presentati da amministratori, pubblici funzionari, imprenditori e professionisti finiti in carcere o agli arresti domiciliari nell’ambito dell’inchiesta sul cosiddetto “sistema Mose”.
Il collegio presieduto da Angelo Risi ha rimesso in libertà l’architetto Dario Lugato, di Mestre, ai domiciliari con l’accusa di corruzione in relazione alla progettazione della cosiddetta “Via del Mare”, un project financing presentato dalla Mantovani di Piergiorgio Baita (e mai realizzata). La Procura ritiene che Lugato sia stato incaricato perché imposto dall’allora assessore alla Mobilità, Renato Chisso, e questo incarico viene indicato dai pm come atto di corruzione di Baita nei confronti di Chisso. Il difensore del professionista, l’avvocato Alessandro Rampinelli, ha però dimostrato che Lugato fu scelto perché massimo conoscitore del territorio di Cavallino e Jesolo, dove era previsto transitasse la nuova strada. «Il Riesame ha restituito dignità e onorabilità al mio assistito, un professionista di altissimo livello che ha sempre operato in modo lecito», ha dichiarato il legale.
Il Riesame ha annullato l’ordinanza di custodia cautelare anche nei confronti del dirigente regionale Giovanni Artico (ne scriviamo nella pagina a lato) ritenendo che non sussistano gravi indizi nei suoi confronti, così come in quelli di Lugato. L’altro architetto, il padovano Danilo Turato (avvocato Chiello), è stato invece rimesso in libertà per mancanza di esigenze cautelari, seppure vi siano nei suoi confronti gravi indizi: è il professionista che si sarebbe occupato dei restauri nella villa dell’ex presidente della Regione, Giancarlo Galan.
Annullata infine la misura cautelare per l’imprenditore ed ex presidente dell’Ente Gondola, Nicola Falconi (avvocati Bortolotto e Paolo Rizzo), ai domiciliari fino a ieri per corruzione e finanziamento illecito: i giudici ritengono che anche lui, al pari del chioggiotto Stefano Boscolo Bacheto, sia stato vittima di concussione da parte dell’allora presidente del Consorzio Venezia Nuova, Giovanni Mazzacurati.
Il Tribunale ha invece confermato la sussistenza di gravi indizi nei confronti di altri tre indagati, ritenendo però sufficiente una misura cautelare meno afflittiva: sono stati quindi concessi i domiciliari alla veneziana Maria Brotto (avvocati Frigo e Carponi Schittar), responsabile della progettazione del Mose per il Cvn (era in carcere), accusata di corruzione di due presidenti del Magistrato alle acque, Patrizio Cuccioletta e Maria Giovanna Piva; è stato imposto l’obbligo di firma a Lino Brentan (avvvocato Molin), ex amministratore della Società autostrade Venezia-Padova (era ai domiciliari), accusato di corruzione. Arresti domiciliari, infine, per il romano Vincenzo Manganaro, accusato di millantato credito per aver fatto credere a Baita (che gli versò somme consistenti) di poter influire su alti appartenenti della Guardia di Finanza per avere informazioni riservate o pilotare le indagini.

 

LE POSIZIONI DOPO IL RIESAME

Dopo Boscolo Bacheto e Boscolo Contadin si alleggerisce anche la posizione di Nicola Falconi, tornato in libertà: il Riesame dà credito alla loro versione

SVOLTA – I tre imprenditori sarebbero soprattutto vittime del sistema creato da Mazzacurati e Baita

IN CARCERE – Gravi indizi, con Renato Chisso resta dentro anche l’ex sindaco di Martellago Enzo Casarin

Da tangentari a concussi. Pagavano per lavorare

Il Tribunale del riesame presieduto da Angelo Risi sta lavorando di bisturi sull’impianto accusatorio della Procura di Venezia. E non le dà tutte buone a chi ha fatto l’inchiesta sul Mose. In particolare par di capire che il Riesame punta, per alcuni imputati di minor rilievo, sulla concussione invece che sulla corruzione. Significa che crede alla versione degli imprenditori costretti a pagare il Consorzio Venezia Nuova per poter lavorare. La Procura invece, soprattutto per la parte “chioggiotta” dell’inchiesta aveva messo in galera tutti accusandoli di corruzione e amen. Il cambio di passo significa che sono in arrivo guai grossi per il patron del Consorzio Venezia Nuova, Giovanni Mazzacurati che diventa “concussore” ovvero colui che costringe gli imprenditori a pagare le mazzette che poi venivano utilizzate dal patron del Consorzio per comprarsi qualche giudice della Corte dei Conti e del Consiglio di stato, qualche generale della Guardia di finanza e numerosi politici. E’ un cambio di prospettiva quello che offre il Riesame, lo spostamento del baricentro del processo. E i “concussi”, intanto, e cioè coloro che erano obbligati a pagare, sono diventati un nutrito gruppetto. Si è iniziato con il chioggiotto Stefano Boscolo Bacheto – difeso dall’avv. Antonio Franchini – e si è arrivati ieri all’imprenditore ed ex presidente dell’Ente Gondola, Nicola Falconi, del Lido di Venezia, accusato di corruzione e finanziamento illecito. Falconi è tornato in libertà. E poi c’è l’altro chioggiotto, Boscolo Contadin – avv. Giuseppe Sarti – Anche per lui si è arrivati alla concussione. E siamo a tre. Tre imputati che hanno convinto il Tribunale del riesame di essere vittime del sistema Mazzacurati-Baita. Torna in libertà anche l’architetto mestrino Dario Lugato, ai domiciliari con l’accusa di corruzione in relazione alla progettazione della cosiddetta “Via del Mare”, un project financing presentato dalla Mantovani di Piergiorgio Baita (e mai realizzata). La Procura ritiene che Lugato sia stato incaricato della progettazione perché imposto dall’allora assessore regionale alla Mobilità, Renato Chisso, e questo incarico viene indicato dai pm come atto di corruzione di Baita nei confronti di Chisso. L’avv. Alessandro Rampinelli, ha dimostrato che Lugato fu scelto perché massimo conoscitore del territorio di Cavallino e Jesolo, dove era previsto transitasse la nuova strada. E quindi il Riesame ha annullato il provvedimento di arresto.
Il Tribunale ha invece confermato la sussistenza di gravi indizi nei confronti della veneziana Maria Brotto, originaria di Bassano del Grappa e responsabile della progettazione del Mose per il Consorzio che però esce di galera e va ai domiciliari. La Brotto è accusata di corruzione di due presidenti del Magistrato alle acque, Patrizio Cuccioletta e Maria Giovanna Piva. Sarebbe stata lei a fornire il numero di conto estero sul quale Baita ha versato 500 mila euro per Cuccioletta colme buona uscita una volta andato in pensione – e Cuccioletta ha ammesso di aver ricevuto i soldi. Infine è stato imposto l’obbligo di firma a Lino Brentan, originario di Campolongo Maggiore ed ex amministratore della Società autostrade Padova-Venezia, che era agli arresti domiciliari. Brentan è accusato di aver raccolto mazzette per la campagna elettorale del Pd e di averle consegnate nelle mani di Giampietro Marchese.
Infine il Tribunale del riesame ha confermato il carcere per Enzo Casarin, ex sindaco di Martellago e segretario di Renato Chisso.

Maurizio Dianese

 

IL TESTIMONE Boato ricorda la commissione di salvaguardia sul Mose nel 2004

«Quella volta che Galan ci impose di votare»

«In 15 anni fu l’unica volta che si presentò a una seduta»

AI DOMICILIARI – Maria Brotto, responsabile della progettazione del Mose, è accusata di corruzione

Sono passati oltre 10 anni, ma il ricordo di come maturò il via libera al Mose in commissione di Salvaguardia è ancora ben vivido nella mente di Stefano Boato, rappresentante del Ministero dell’Ambiente in tale consesso. Fu la prima e unica volta in cui fece la sua comparsa in commissione l’ex governatore Giancarlo Galan.
«Era gennaio e c’erano state tre sedute di sottocommissione in sei giorni – ricorda Boato -. Avevamo velocemente esaminato i primi 9 volumi del progetto evidenziandone le criticità, ma mancavano da leggere altri 63 volumi entro il 9 marzo. Il 20 gennaio per la prima e ultima volta in 15 anni il presidente Gianfranco Galan si presentò a condurre personalmente la commissione e chiese di mettere ai voti il progetto. Cinque commissari obiettarono che si doveva dare tempo per elaborare un parere. Galan rispose che la Commissione non doveva dare pareri di merito, ma solo valutare i pareri positivi già espressi (dai Ministeri dei Lavori Pubblici e dei Beni Culturali)». Così contraddicendo una lunghissima storia e il dettato della legge speciale.
Boato, pur non avendo letto i testi ma avendo approfondito il tema per sette anni, riassunse così le proprie critiche al progetto: «Con l’approfondimento e allargamento dei canali di bocca si accentua lo squilibrio della laguna (facendo il contrario di quanto prescritto dalla Legge speciale), per criticità geologiche e geotecniche e per il rischio di rottura delle paratoie il progetto non è affidabile, la collocazione delle paratoie sott’acqua condanna per un secolo le future generazioni a lavori e spese enormi per la manutenzione, l’innalzamento del livello del mare costringerà a chiusure sempre più frequenti decretando la morte biologica della laguna, l’invivibilità della città e la morte del porto. Ripropongo la necessità di comparare le alternative progettuali più affidabili e molto meno costose (già conosciute e presentate all’università)».
Boato depositò quattro documenti, ma l’ingegnere Maria Giovanna Piva, presidente del Magistrato alle Acque, disse che le risposte non erano ulteriormente discutibili.
Quando il presidente Galan impose il voto, i commissari dissenzienti abbandonano la seduta. «Un membro rimasto in aula presentò un documento di approvazione predisposto dall’esaminato: il Consorzio Venezia Nuova – ricorda Boato -. Si approvava il progetto e si prevedeva che le successive elaborazioni fossero esaminate solo dalla Soprintendenza (esautorando la Commissione di Salvaguardia), con il passaggio del monitoraggio ambientale dal Ministero dell’Ambiente al Magistrato alle Acque». Di qui la conclusione: «Il governo dovrebbe sospendere i cantieri e procedere ad una valutazione scientifica imparziale per verificare la validità delle opere in corso e di correggere per quanto ancora possibile un progetto sbagliato e obsoleto».

Raffaella Vittadello

 

SCANDALO MOSE No del giudice al patteggiamento: «Pena incongrua». Il sindaco: «Così dimostrerò la mia innocenza»

IL SINDACO – Giorgio Orsoni resta dentro l’inchiesta sul Mose e chiede di essere processato. Niente nuovo patteggiamento, dunque, in seguito alla decisione del Giudice per le udienze preliminari che ieri ha respinto la richiesta dell’ex sindaco di uscire dall’inchiesta patteggiando 4 mesi e 15 mila euro di multa. Una richiesta che il giudice ha considerato “non congrua” vista la gravità del reato. Intanto in Comune si attende ancora la nomina del Commissario.

LE VITTIME – Mentre Orsoni cambia strategia, anche il baricentro dell’inchiesta si sposta. Il Tribunale del riesame infatti per la terza volta attenua le misure cautelari per 3 imprenditori che, secondo il Riesame, sono stati costretti a pagare, se volevano lavorare e dunque sono vittime del sistema Mazzacurati-Baita.

SVOLTA – Il sindaco si dice convinto di poter puntare ora all’assoluzione

Chisso e Casarin in carcere, Falconi e Brentan fuori

Orsoni andrà a processo

LE DECISIONI DEL RIESAME

LA FRASE «Finalmente mi posso difendere»

IL GIUDICE «Patteggiamento non congruo rispetto alla gravità dei fatti contestati»

IL RISCHIO – In aula saranno usate contro di lui le dichiarazioni messe a verbale

NUOVA STRATEGIA – Dopo il no al patteggiamento da parte del Gup il sindaco dimissionario ha deciso di non riformulare la richiesta

Una volta ufficializzata la notizia del no al patteggiamento da parte del giudice per le indagini preliminari Massimo Vicinanza il sindaco dimissionario Giorgio Orsoni ha diffuso, attraverso il suo portavoce, questo comunicato, che riportiamo integralmente. «L’esito dell’udienza odierna era prevedibile in relazione all’entità delle accuse svolte, al clamore che ne era seguito anche in relazione allo sproporzionato uso della misura cautelare.
La scelta di accettare il patteggiamento proposto dalla Procura era stata dettata dalla necessità di tutelare l’Amministrazione, ben consapevole della assoluta infondatezza dei fatti addebitati e della insussistenza della fattispecie di reato ipotizzato.
Venuta meno tale esigenza, ho auspicato la soluzione odierna che mi consente finalmente di difendermi appieno nell’ambito del processo. Prerogative fino ad oggi sempre negatemi».

Ora Orsoni punta sul processo

Domenica 29 Giugno 2014,
Adesso manca solo che dica che vuole tornare a fare il sindaco di Venezia. Perchè ieri, quando il Gup Massimo Vicinanza ha rifiutato il patteggiamento a Giorgio Orsoni, si è assistito all’ennesimo colpo di scena. Così come aveva colto tutti di sorpresa la decisione dell’ex sindaco di chiedere di patteggiare la pena per finanziamento illecito dei partiti, ieri tutti sono rimasti basiti dalla decisione di non riformulare la richiesta di patteggiamento, ma di andare a processo.

TANTE DOMANDE

Ma allora perchè Orsoni il 9 giugno in tutta fretta si era fatto interrogare? E perchè aveva chiesto, alla fine dell’interrogatorio, il patteggiamento a 4 mesi, che ora gli è stato rifiutato in quanto «non congruo rispetto alla gravità dei fatti», cioè troppo basso? E perchè di fronte al rifiuto non ha chiesto un ulteriore patteggiamento con una pena un po’ più alta ed ha detto: «Adesso posso finalmente difendermi»»?
Se il suo obiettivo era uscire al più presto dal tritacarne dell’inchiesta sul Mose, perchè adesso ha deciso invece di sottoporsi al processo visto che in aula di Tribunale verranno usate contro di lui anche le sue stesse dichiarazioni, quelle rese nel verbale di interrogatorio che aveva portato all’accordo sul patteggiamento? Mistero. Del resto è dall’inizio di questa faccenda che le mosse – sia politiche che processuali – dell’ex sindaco sono poco comprensibili e sembrano più dettate dai nervi che dal cervello. Come quando si presentò in Municipio rispondendo con un no secco a chi gli chiedeva se si sarebbe dimesso da sindaco, salvo firmare le dimissioni il giorno dopo.

ARRESTO A SORPRESA

E’ vero peraltro che Giorgio Orsoni non si aspettava l’arresto. E basta dare un’occhiata all’Ordinanza del Gip Alberto Scaramuzza – che porta in galera 40 persone – per capire che le manette con il nome di Orsoni scritto sopra non erano previste. Infatti l’Ordinanza riporta tutti i nomi degli indagati e arrestati in rigoroso ordine alfabetico, ma quello di Orsoni dovrebbe essere il numero 32, tra Neri e Piva e invece appare al numero 41, dopo Venuti. Quindi è vero che il suo nome è stato inserito all’ultimo momento fra gli ammanettati.
Da questo shock discendono probabilmente le mosse di Orsoni che due giorni dopo, il 7 giugno in aula bunker a Mestre, di fronte al Gip Scaramuzza, rilascia una dichiarazione spontanea che più o meno suona così: «I soldi che Mazzacurati dice di avermi dato io non li ho presi, ma non posso escludere che qualcuno li abbia presi per pagare la mia campagna elettorale». Insomma le due versioni, quella di Mazzacurati che dice di avergli portato a casa tra i 100 e i 250 mila euro e quella di Orsoni che dice che i soldi sono finiti a qualcuno del Pd, sono compatibili.

QUELLE BUSTE

Tutti si aspettano – anche perchè il sindaco è assistito da un avvocato di vaglia come Daniele Grasso – che il sindaco si fermi qui, alla dichiarazione spontanea. Invece, a sorpresa, il 9 giugno si presenta davanti ai p.m. Stefano Ancillotto e Stefano Buccini e si fa interrogare. Che cosa dice in sostanza Orsoni: «Non posso escludere che Mazzacurati abbia portato buste anche a casa mia. Non posso escludere che anche Sutto mi abbia portato qualcosa in studio, ma io non ho aperto le buste, non mi ricordo, non so, comunque soldi non ne ho visti. Li deve aver presi qualcun altro, qualcuno del Pd». Ma contestualmente Orsoni si assume la responsabilità «per il contesto generale, nel senso che la mia campagna elettorale, ho scoperto dalle carte che mi sono state notificate, è stata finanziata in modi non corretti». Quanto basta perchè i p.m. accettino al richiesta di patteggiamento a 4 mesi. Che ieri è stato rifiutato. E adesso si ricomincia tutto da capo, di nuovo.

 

TANGENTI MOSE – Il sindaco di Venezia verso il processo: «Così finalmente mi potrò difendere»

Orsoni, il giudice: pochi 4 mesi

Il gip nega il patteggiamento concordato con la Procura: «Pena incongrua per la gravità dei comportamenti»

L’UDIENZA – Niente da fare per il sindaco di Venezia, Giorgio Orsoni: il gip respinge il patteggiamento a 4 mesi e 15mila euro di multa. La pena concordata con i pm viene ritenuta troppo bassa.

LE REAZIONI – Meglio così per Orsoni: «Mi difenderò al processo». Per la Procura viene comunque «dimostrata la fondatezza dell’accusa».

Il gip boccia la pena di soli 4 mesi concordata con i pm: «Incongrua»

Orsoni, patteggiamento negato

IL PROCESSO – Al dibattimento sarò in grado di chiarire ancor meglio la mia estraneità

L’UDIENZA – Questo esito era prevedibile alla luce delle accuse e del clamore

Il sindaco: avevo auspicato questa soluzione, mi auguro una decisione rapida

L’INTERVISTA «Il patteggiamento? Ho accettato per tutelare l’amministrazione»

Patteggiamento negato per Giorgio Orsoni, il sindaco dimissionario di Venezia, accusato di finanziamento illecito ai partiti in relazione ad oltre 600mila euro che sarebbero stati versati dal Consorzio Venezia Nuova in occasione della campagna elettorale del 2010. A sorpresa (ma non troppo) il giudice per le indagini preliminari Massimo Vicinanza lo ha deciso ieri, poco prima delle 11, a conclusione di una breve udienza alla quale l’indagato non ha preso parte, facendosi rappresentare dai suoi difensori, gli avvocati Daniele Grasso e Mariagrazia Romeo. Secondo il gip, la pena concordata tra accusa e difesa – 4 mesi di reclusione e 15mila euro di multa – non è congrua alla luce della gravità dei fatti contestati.
«Anche a tener conto dell’atteggiamento processuale dell’indagato e del venir meno della carica che egli ricopriva al momento in cui è stata adottata la misura cautelare – scrive il giudice Vicinanza – non può non notarsi che le condotte da lui tenute sono molto gravi, sia per l’entità del contributo illecito ricevuto, sia per la provenienza soggettiva e oggettiva del denaro, sia per l’inevitabile rischio per la corretta gestione della cosa pubblica che ha comportato l’aver ricevuto ingenti somme da parte del soggetto economico costituito allo scopo di eseguire l’opera pubblica di maggior costo e rilievo che ha interessato la città della quale l’indagato è poi divenuto sindaco».
In apertura di udienza la difesa aveva presentato un’istanza preliminare, chiedendo di assolvere Orsoni ai sensi dell’articolo 129 del codice penale, ovvero per manifesta infondatezza dell’accusa. Ma il gip non l’ha accolta. Anzi, nell’ordinanza lunga poco più di una pagina, letta in aula anche alla presenza dei pm Stefano Ancilotto e Stefano Buccini, ha sottolineato «la corretta qualificazione giuridica della fattispecie – sia con riferimento al contributo al partito politico e alle sue articolazioni (coalizione e comitato), sia con riferimento al candidato», nonché «la fondatezza dell’ipotesi accusatoria, così come ripresa e sviluppata nell’ordinanza di applicazione della misura cautelare del 13 maggio 2014, le cui argomentazioni non sono state totalmente contrastate dall’indagato Orsoni quando è stato chiamato a rendere la sua versione dei fatti».
In sostanza il giudice scrive che vi sono elementi gravi nei confronti del sindaco in relazione alla «reiterata violazione della disciplina in materia di finanziamento pubblico dei partiti dettata dall’articolo 7 della legge 195/74, anche in relazione all’articolo 4 della legge 659 del 1981». E aggiunge che, nonostante l’accordo tra accusa e difesa, il patteggiamento non può essere accolto in quanto è «del tutto incongruo, alla luce dei parametri dell’articolo 133 del codice penale, concordare pena che si assesti sul minimo edittale e che per effetto della scelta del rito sia, per quella detentiva, inferiore a detto limite e, per quella pecuniaria, oltre cento volte inferiore a quella massima erogabile se si tiene conto del finanziamento illecito ricevuto».
I difensori di Orsoni hanno annunciato che a questo punto il sindaco affronterà il processo. La Procura, in una memoria depositata al gip, aveva motivato i soli 4 mesi (a fronte di un reato che va da 6 mesi a 4 anni di reclusione e una multa fino a 3 volte l’ammontare del contributo illecito) spiegando che è meglio una pena certa, anche se mite, con riconoscimento della responsabilità penale, ad una quasi certa prescrizione. Senza dimenticare che Orsoni, essendo incensurato, difficilmente potrebbe subire una condanna superiore a due anni, e dunque che la pena non verrebbe comunque scontata. Il sindaco finì ai domiciliari nell’ipotesi che non gli potesse essere concessa la sospensione condizionale. Gli atti saranno ora restituiti alla Procura che potrebbe stralciare la posizione di Orsoni per procedere subito contro di lui chiedendo il processo. Ma, più probabilmente, i magistrati decideranno di tenerla unita al resto del fascicolo, formulando una richiesta di rinvio a giudizio per tutti gli indagati a conclusione degli accertamenti.

Gianluca Amadori

 

«Così ora posso difendermi»

L’aria della “gita fuori porta”, evidentemente, gli ha fatto bene. La voce è tosta. Addirittura battagliera. E ha scelto di prendersi un paio di giorni di vacanza nel suo “buen retiro”: «Sono fuori città. Non dico altro». Giorgio Orsoni, già sindaco di Venezia, in attesa del commissario prefettizio che la città attende ormai da una settimana abbondante e nulla ancora sa, si trincera dietro la privacy, ma trova comunque il tempo di commentare quanto deciso dal giudice per le indagini preliminari, Massimo Vicinanza, che ha negato il patteggiamento all’ex primo cittadino sulla vicenda dei finanziamenti illeciti legati all’inchiesta sul Mose.
Sindaco Orsoni, il giudice ha avuto la mano pesante.
«L’esito dell’udienza di questa mattina (ieri, ndr) era prevedibile mettendolo in relazione con l’entità delle accuse svolte, ma soprattutto se teniamo conto del clamore che è seguito su tutta l’intera vicenda».
Ci sarà stato clamore, ma l’inchiesta c’è.
«Mettiamoci di mezzo anche un uso sproporzionato delle misura cautelare. Non c’è dubbio che la proposta di patteggiamento fatta dalla Procura oggi viene vista in un altro modo: quello di rimediare alla situazione».
E quindi?
«Ho accettato il patteggiamento proposto dai magistrati titolari dell’inchiesta (ma ci sono prove documentali che è stato lo stesso Orsoni a chiederlo, ndr) nella consapevolezza di dover tutelare l’Amministrazione comunale, sapendo perfettamente dell’assoluta infondatezza dei fatti a me addebitati e della insussistenza delle fattispecie di reato ipotizzato nei miei confronti (finanziamento illecito, ndr).
Adesso che non c’è più un’amministrazione Orsoni a Ca’ Farsetti, tutto potrà risultare più semplice?
«Ora quelle necessità di tutelare l’ente non ci sono più. E quindi sono in grado di scegliere meglio anche le mie strategie di difesa. Ora potrò farlo serenamente e tranquillamente. Potrò difendermi su tutta la linea. Tutto ciò mi consentirà di farlo liberamente».
Una scelta sofferta e problematica
«Potrò giungere con serenità al dibattimento e quindi sarò in grado di chiarire ancor meglio la mia estraneità. E giungere così all’assoluzione piena. Sono convinto che questo emergerà con forza in tutto il dibattimento. Va da sè che, se il magistrato avesse accettato il patteggiamento, io non avrei avuto dubbi in proposito e sarei immediatamente andato in Cassazione».
Insomma, lei si sente sollevato da questa decisione.
«Ho auspicato la soluzione scelta oggi (ieri, ndr), che mi consentirà di difendermi nell’àmbito del processo. Prerogativa che fino ad oggi mi è stata sempre negata. E quindi mi auguro una decisione nei miei confronti, la più rapida possibile».

 

 

Nuova Venezia – L’ex ministro Matteoli nega tutto

Posted by Opzione Zero in Rassegna stampa | 0 Comments

28

giu

2014

«IL CONTRIBUTO ELETTORALE DI 20 MILA EURO FU SUBITO RESTITUITO»

L’ex ministro Matteoli nega tutto

Stamani il giudice valuterà il patteggiamento di 4 mesi per Orsoni

VENEZIA – È durato un’ora circa l’interrogatorio dell’ex ministro dell’Ambiente prima e delle Infrastrutture poi, Altero Matteoli (nella foto). Accompagnato dai suoi difensori, gli avvocati romani Giuseppe Consolo e Francesco Compagna e il veneziano Gabriele Civello, è stato sentito dai giudici del Tribunale dei ministri del Veneto che, dopo averlo fatto parlare, gli hanno posto alcune domande. In particolare sul costruttore romano Erasmo Cinque che, stando alle accuse, sarebbe l’imprenditore che avrebbe raccolto le mazzette da altre imprese nell’ambito dell’appalto per le bonifiche di Marghera per consegnarle al ministro. Anche Cinque è indagato come Matteoli per corruzione ed ha presentato un memoriale in cui nega ogni accusa. Ha chiesto anche lui di essere sentito. Nel corso dell’interrogatorio di ieri il senatore di Forza Italia Altero Matteoli ha ribadito la sua assoluta estraneità alla vicenda Mose. «Non ho mai indicato imprese a chicchessia e non ho mai ricevuto denaro dal Consorzio Venezia Nuova né da altri soggetti», sostiene in un comunicato l’ex ministro dopo che si era rifiutato di rispondere alle domande dei giornalisti all’uscita dal Tribunale di piazzale Roma, «il contributo elettorale di 20.000 euro, accreditatomi con bonifico nel 2006, fu immediatamente restituito al mittente». «Non è difficile verificare come nella mia lunga attività politica e istituzionale non vi sia stata alcuna forma di arricchimento personale e che abbia sempre svolto le funzioni affidatemi cercando di servire al meglio l’interesse collettivo», conclude l’esponente politico di centro destra, «sono certo che la magistratura, di cui ho piena fiducia, potrà acclarare quanto prima la correttezza del mio operato». Stamane, intanto, il giudice veneziano Massimo Vicinanza dovrà valutare l’accordo raggiunto dai pubblici ministeri veneziani e i difensori del sindaco Giorgio Orsoni, gli avvocati Daniele Grasso e Mariagrazia Romeo. L’accordo prevede una pena di quattro mesi e il pagamento di quindicimila euro. Il magistrato dovrà dire se a suo giudizio la pena è congrua o meno: Orsoni è accusato di finanziamento illecito ai partiti e presumibilmente la decisione di cercare prima possibile un accordo con i rappresentanti della Procura è stata presa per uscire velocemente dal processo per non essere confuso con gli altri indagati, accusati di reati molto più gravi come la corruzione. Intanto, nella tarda serata di ieri, i giudici del Tribunale del riesame erano ancora riuniti per decidere sui ricorsi presentati dai difensori di otto degli arrestati. Fino ad ora nessuno degli indagati si era presentato davanti ai magistrati, ieri invece dal carcere di Bologna è arrivata Maria Teresa Brotto, direttore del Consorzio Venezia Nuova. Oltre alla sua posizione, sono state affrontate quelle dell’ex amministratore dell’Autostrada Venezia Padova Lino Brentan, dell’imprenditore veneziano Nicola Falconi, dell’ex maresciallo dei carabinieri romano Vincenzo Manganaro, degli architetti Dario Lugato e Danilo Turato. Oggi, il Tribunale affronterà le posizioni dell’ex assessore regionale Renato Chisso e del suo segretario Enzo Casarin. Infine, una precisazione: l’imprenditore romano Stefano Tomarelli non è mai stato amministratore delegato di «Condotte d’acqua», bensì consigliere . (g.c.)

 

Il tesoriere rosso Marchese furioso all’idea di lavorare

La sua telefonata irritata (con bestemmia iniziale) dopo l’assunzione fittizia in una società delle coop: «Da lunedì a venerdì compreso e fino alle 18.30?»

Motivando la concessione dei domiciliari al consigliere regionale del Pd, il tribunale del Riesame ha ravvisato «pesanti indizi di colpevolezza» a suo carico

VENEZIA «La consolidata totale contiguità del politico Giampietro Marchese con Giovanni Mazzacurati e il Consorzio Venezia Nuova da questi presieduto, con ruolo di tramite per Pio Savioli nell’ambito di questo rapporto, è acclarata in modo più che netto». È una delle frasi che si trovano nelle 27 cartelle delle motivazioni che hanno spinto i giudici del Tribunale del riesame di Venezia presieduto da Angelo Risi a concedere al consigliere regionale del Pd Marchese gli arresti domiciliari – era in carcere – ma a ritenere nei suoi confronti «La sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza », per il reato di illecito finanziamento al partito. A dimostrazione della contiguità dell’esponente del Pd al presidente del Consorzio Venezia Nuova, il giudice relatore Alberta Beccaro riporta l’intercettazione di una telefonata tra Marchese e Pio Savioli, rappresentante delle cooperative rosse nel Consorzio; il primo dice al secondo «Dovresti ricordare a Mazzacurati che gli ho chiesto almeno un milione di lavori per l’elettricista… Tu digli che dentro l’Arsenale o da un’altra parte deve trovarmi una milionata di lavoro. Devo dargli una mano a questo che solo nel 2005 nelle campagne elettorati provinciali, regionali e politiche mi ha sempre dato 25 mila euro al colpo». La tesi dei pubblici ministeri Paola Tonini, Stefano Ancilotto e Stefano Buccini è che Marchese avrebbe incassato almeno 500 mila euro (solo Savioli afferma di aver personalmente effettuato consegne dirette di contante all’esponente del Pd per circa 180 mila euro), tutto denaro proveniente «Da provviste illecitamente costituite dal Consorzio Venezia Nuova ». Sarebbero stati consegnati a Marchese in un arco di tempo pluriennale, «sempre e comunque con consegne brevi manu e in nero». In alcuni casi sarebbe stato Mazzacurati a portare i soldi, in altri Savioli o «ancora Federico Sutto», il segretario del primo. C’è poi l’assunzione fittizia per 35 mila euro presso una società (la Eit Studio) che gravita nell’ambito delle cooperative che lavorano con il Consorzio. Nelle motivazioni del Tribunale veneziano si segnala che, grazie alle intercettazioni ambientali e telefoniche, si nota «in particolare il tono irritato e preoccupato alla sola prospettiva di dover realmente lavorare adottato da Marchese». «Dovrei lavorare dal lunedì al venerdì compreso? », chiede il consigliere regionale, che allora non era ancora tale, a Franco Morbiolo, direttore di una cooperativa e pure lui poi arrestato, che gli risponde: «Lascia perdere quello che c’è scritto». E Marchese giù con una bestemmia, poi sbotta «Lavorare fino alle 18,30!». Sul conto di Marchese, che risiede a Jesolo in una bella villa con piscina coperta da un tetto apribile che ha acquistato alcuni anni fa dalla famiglia del boss sandonatese della mala del Brenta Silvano Maritan, «Emerge una sistematica reiterazione delle condotte criminose: poteva contare addirittura su una vera e propria regolare cadenza fissa quadrimestrale quanto alle corresponsioni brevi ma nuda 15 mila euro ciascuna operate da Savioli in suo favore quale tramite del Consorzio ». Per i giudici è significativo che Mazzacurati e gli altri del Consorzio si fossero impegnati a trovare una giustificazione formalmente regolare, quella dell’assunzione, anche in un momento in cui non rivestiva alcuna carica, segno evidente dell’influenza che rivestiva sulla scena politica locale. Ma «trattandosi in ogni caso di condotte non più in essere già da tempo, la misura degli arresti domiciliari è idonea a fronteggiare le esigenze cautelari».

Giorgio Cecchetti

 

Gazzettino – L’ex ministro Matteoli interrogato due ore

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28

giu

2014

TANGENTI MOSE – L’ex ministro interrogato due ore

Matteoli: non mi sono arricchito. Orsoni, oggi il patteggiamento

L’ex ministro Altero Matteoli è comparso ieri a Venezia davanti al Tribunale dei ministri. «Mai preso soldi – ha detto – e il contributo elettorale di 20mila euro fu subito restituito». Oggi il gup deciderà sul patteggiamento chiesto da Orsoni.

MAZZACURATI «Matteoli mi ha fatto dei favori, ho finanziato la campagna elettorale»

FIDUCIA NELLA MAGISTRATURA «Non ho mai indicato imprese a chicchessia, sarà accertata la correttezza del mio operato»

IERI L’EX MINISTRO MATTEOLI IN TRIBUNALE

Matteoli: «Mai avuto soldi. E il contributo di 20mila euro fu restituito al mittente»

La difesa dell’ex ministro in tribunale nell’interrogatorio durato quasi due ore

Poi il comunicato: «Nella mia lunga attività politica non mi sono arricchito»

LE CIFRE CONTESTATE – 5-600mila euro in bianco e in nero

«Non ho mai indicato imprese a chicchessia e non ho mai ricevuto denaro dal Consorzio Venezia Nuova né da altri soggetti. Il contributo elettorale di 20mila euro, accreditatomi con bonifico nel 2006, fu immediatamente restituito al mittente».
Il senatore Altero Matteoli, chiamato in causa nell’inchiesta sul cosidetta “sistema Mose” in qualità di ministro all’Ambiente del governo Berlusconi, si è difeso così, ieri pomeriggio, davanti al Tribunale dei ministri di Venezia, ribadendo la sua assoluta estraneità alla vicenda.
«Non è difficile verificare come nella mia lunga attività politica e istituzionale non vi sia stata alcuna forma di arricchimento personale e che abbia sempre svolto le funzioni affidatemi cercando di servire al meglio l’interesse collettivo – ha spiegato Matteoli attraverso un comunicato diramato dopo l’interrogatorio – Sono certo che la magistratura, di cui ho piena fiducia, potrà acclarare quanto prima la correttezza del mio operato».
Matteoli, accompagnato dai suoi legali, Francesco Compagna, Giuseppe Consolo e Gabriele Civello, è arrivato alla Cittadella della giustizia di piazzale Roma attorno alle 14 a bordo di un taxi, preceduto da una vettura con la scorta. All’ingresso in Tribunale non ha voluto rilasciare alcuna dichiarazione, e poco dopo le 16, è uscito dalla porta posteriore, salendo direttamente sulla Fiat Punto della scorta per uscire dal Palazzo di giustizia senza essere costretto a fermarsi con i giornalisti. La sua dichiarazione è pervenuta più tardi, trasmessa dal suo ufficio stampa.
L’interrogatorio è durato poco meno di due ore. Il senatore ha depositato un memoriale al collegio, per poi rispondere alle domande rivoltegli dal presidente, il giudice veronese Monica Sarti e degli altri due componenti, Priscilla Valgimigli (giudice del Riesame di Venezia) e Alessandro Girardi (giudice della sezione fallimentare di Venezia). A trasmettere gli atti al Tribunale dei ministri (lo speciale organismo che deve indagare su eventuali reati commessi da ministri nell’esercizio delle funzioni) è stata la Procura di Venezia che, nell’ambito delle indagini sul cosidetto “sistema Mose”, ipotizza che Matteoli abbia ricevuto somme di denaro illecite in relazione ad opere di bonifica ambientale dell’area industriale di Porto Marghera. A conclusione delle indagini in Tribunale dei ministri potrà archiviare, se si convincerà che nessun illecito è stato commesso, oppure restituire gli atti alla Procura per l’esercizione dell’azione penale, se invece ravvisasse gli estremi del reato di corruzione o finanziamento illecito. In tal caso, però, la Procura dovrà chiedere l’autorizzazione a procedere, in quanto Matteoli era un ministro.
Il principale accusatore di Matteoli è l’allora presidente del Consorzio Venezia Nuova, Giovanni Mazzacurati: «Il ministro Matteoli mi ha fatto dei favori e ho corrisposto finanziando la campagna elettorale… gli ho corrisposto dei soldi… erano corresponsioni di denaro direttamente a compenso in qualche modo di favori ricevuti… 400-500mila euro… dal 2009 al 2012-2013», ha messo a verbale Mazzacurati. Matteoli, però, nega con decisione.

Gianluca Amadori

 

VENEZIA – Accusato di aver ricevuto denaro per le opere di bonifica di Marghera

COOP ROSSE Il colosso azzerato dopo le dimissioni nomina il nuovo vertice: prima erano nove i componenti del cda

Coveco dimagrito: ora ricomincia da tre

Si volta pagina. Facce nuove e nuove professionalità. Un consiglio d’amministrazione più snello, da nove a tre componenti, per garantire l’immediata operatività del consorzio a tutela del patrimonio aziendale e umano che rappresenta. L’assemblea dei soci ha eletto il cda di Coveco, il colosso delle cooperative rosse con sede a Marghera rimasto senza vertici, a seguito delle dimissioni di tutti i componenti all’indomani dell’arresto del presidente Franco Morbiolo e di uno degli amministratori, Nicola Falconi, nell’ambito dell’inchiesta sulle tangenti del Mose.
«Un atto di responsabilità quello di rimettere il mandato – spiega il presidente di Legacoop Veneto, Adriano Rizzi – per evitare strumentalizzazioni legate alle indagini, facilitando la distinzione fra eventuali responsabilità personali e della struttura, e per permettere di sviluppare le attività in essere mettendo le basi per la futura espansione».
Un’ottantina di imprese associate che danno lavoro a centinaia di lavoratori, fra soci e dipendenti, una storia nata 60 anni fa, il nome Coveco legato alle più recenti grandi opere pubbliche – fra tutte l’Expo 2015 – rischia di venire identificato con la “fabbrica di mazzette” per conto del Consorzio Venezia Nuova, profilo che emerge dai faldoni depositati in Procura.
Ad affrontare quella che è stata definita “una nuova sfida” sono stati chiamati il padovano di Este, Devis Rizzo, 40 anni, nel cda di Ccfs di Reggio Emilia, il friulano di Palazzolo dello Stella, Daniele Casotto, classe 1958, presidente di Celsa di Latisana e il veneziano Eugenio Stefani, 64enne, della Cooperativa Meolese. Il prossimo passo sarà quello di designare presidente e vice. «Condivido pienamente il richiamo di Legacoop Veneto all’esigenza di rispettare sia l’attività della magistratura che il diritto degli accusati alla difesa, e alla necessità che le imprese assumano comportamenti che assicurino continuità aziendale e occupazione» ha commentato il numero uno di Legacoop, Mauro Lusetti.

 

MESTRE – E al dibattito post-inchiesta spunta Baita

MESTRE – Pochi minuti prima tre politici veneziani (Enrico Zanetti di Scelta Civica, Marta Locatelli del Ncd e Jacopo Molina del Pd) nel corso di un dibattito sul futuro della politica veneziana lo avevano additato tra quei personaggi che non dovrebbero venire più considerati dall’opinione pubblica come meritevoli della loro attenzione e che andrebbero emarginati. Piergiorgio Baita, l’uomo chiave dell’inchiesta Mose, arriva in piazzetta Battisti, nel cuore di Mestre, e si siede a pochi metri da dove si sta discutendo del futuro di Venezia: si concede un prosecco, sorride, stringe mani, è abbronzatissimo. Di stare ai margini della società non pare gli interessi poi molto.

(r.ros)

 

ORDINI PROFESSIONALI – Sospesi gli ingegneri Piva, Brotto e Dal Borgo

VENEZIA – Non solo gli architetti, anche gli ingegneri coinvolti nell’inchiesta sul Mose sono stati sospesi dai rispettivi albi professionali. A precisarlo è Ivan Antonio Ceola, presidente dell’Ordine degli ingegneri di Venezia: «Questo Ordine, appena appresa la notizia di stampa della custodia cautelare nei confronti degli ingegneri Maria Brotto e Maria Giovanna Piva ha subito chiesto conferma alla Procura della Repubblica del provvedimento cautelare ed ha immediatamente proceduto, come previsto dalla normativa vigente, alla sospensione dall’Albo dei predetti ingegneri». Lo stesso ha fatto l’Ordine degli ingegneri di Belluno, presieduto da Ermanno Gaspari, nei confronti di Luigi Dal Borgo.

 

RIESAME – Una decina di ricorsi da Brentan a Chisso, in arrivo la decisione

Quattro mesi di reclusione e 15 mila euro di multa, con la sospensione condizionale. È questa la pena per il reato di finanziamento illecito ai partiti di cui è accusato il sindaco dimissionario di Venezia, Giorgio Orsoni, sulla cui congruità si deve pronunciare questa mattina il giudice per l’udienza preliminare di Venezia, Massimo Vicinanza. La proposta di patteggiamento è stata presentata dal difensore di Orsoni, l’avvocato Daniele Grasso, con l’accordo della Procura. Una pena ai minimi, considerato che la legge 197 del 1974 prevede la reclusione da 6 mesi a 4 anni di reclusione e la multa fino al triplo delle somme versate in violazione della normativa: nel caso del sindaco fino ad un milione e mezzo di euro, stando all’accusa formulata dai pm. Dunque non è così assodato che il patteggiamento venga accolto dal giudice. In caso di rigetto gli atti torneranno alla Procura che dovrà decidere il da farsi: concordare un nuovo patteggiamento con pena più elevata o chiedere il processo.
Orsoni è accusato di aver incassato, in occasione della campagna elettorale del 2010 per le elezioni comunali, 110 mila euro “in bianco” da varie società tra le quali alcune ditte che sono riconducibili al Consorzio Venezia Nuova. Il patron del Cvn, Giovanni Mazzacurati, avrebbe utilizzato il solito meccanismo di anticipare alle ditte i soldi (che secondo la Procura erano provento di false fatturazioni), e le stesse ditte poi fatturavano al Consorzio. Una partita di giro che serviva solo a mascherare la mano del Cvn. Mazzacurati racconta, inoltre, di aver consegnato altri 450-500 mila di persona e in contanti portandoli a casa del sindaco. Per queste accuse Orsoni è finito agli arresti domiciliari il 4 giugno. Dopo 5 giorni, lunedì 9 giugno, ha spiegato al gip Scaramuzza che non poteva escludere che Mazzacurati avesse messo mano al portafogli per la sua campagna elettorale, giurando però di non aver mai visto un centesimo: secondo Orsoni infatti i finanziamenti (che lui riteneva regolari) sono stati incassati dal Partito Democratico. Versione confermata 48 ore più tardi ai magistrati della Procura, davanti ai quali ha ammesso di essersi rivolto a Mazzacurati, su pressioni del Pd, pur essendo consapevole dell’inopportunità di far finanziare la campagna elettorale dal Cvn. A conclusione dell’interrogatorio ha quindi concordato il patteggiamento. I pm Stefano Ancillotto, Paola Tonini e Stefano Buccini motivano la pena così mite con il fatto di conseguire un primo importante risultato – cioè una sostanziale ammissione di responsabilità – evitando il rischio di prescrizione del reato (tra due anni).
Ieri, nel frattempo, per il Tribunale del riesame è stata una giornata particolarmente intensa e impegnativa. Il collegio presieduto da Angelo Risi ha preso in esame i ricorsi presentati da una decina di indagati e ha proseguito i lavori fino a tarda notte. Tra le posizioni discusse dai rispettivi difensori, alla presenza dei sostituti procuratore Stefano Ancilotto e Stefano Buccini, figurano quella dell’ingegner responsabile della progettazione del Mose, Maria Brotto; dell’ex amministratore della Società autostrade Venezia-Padova, Lino Brentan; dell’imprenditore ed ex presidente dell’Ente Gondola, Nicola Falconi; di Giovanni Artico, commissario straordinario per il recupero territoriale e ambientale di Marghera, e dell’architetto Danilo Turato, finito sotto accusa per i restauri della villa dell’allora presidente della Regione, Giancarlo Galan (che secondo la Procura furono pagati dalla società Mantovani di Piergiorgio Baita). Soltanto questa mattina sarà possibile conoscere le decisioni assunte dal Riesame. Oggi saranno discussi i ricorsi presentati dall’ex assessore regionale ai Trasporti, Renato Chisso e dal suo segretario, Enzo Casarin.

 

IL NUOVO CA’ FONCELLO La Cgil di Bernini chiede alla Regione di rivedere l’impostazione dell’opera

Project rischioso: «Si cambi»

TREVISO – (mf) «La Regione abbandoni il progetto di finanza per la costruzione della nuova cittadella sanitaria del Cà Foncello». Questo l’appello lanciato da Ivan Bernini, segretario generale della Fp-Cgil della Marca. Tradotto: si cancellino i 98 milioni di parte privata previsti nel project financing complessivo da 224 milioni. «Alla luce dei fatti emersi in tutto il Veneto e delle evidenti problematiche legate al finanziamento privato – spiega il sindacalista – si realizzi l’opera con risorse pubbliche, negoziando con il ministero, con l’Usl e con la conferenza dei sindaci per identificare il percorso più opportuno». «In Veneto sono troppe le aziende aggiudicatrici di appalti legate alla corruzione – avverte Bernini – non succeda anche a Treviso».
L’intervento della Cgil arriva all’indomani dell’audizione del direttore generale dell’Usl 9, Giorgio Roberti, davanti alla commissione sanità della Regione. Un confronto chiesto in primis da Diego Bottacin, consigliere regionale di Verso Nord. «Il direttore cosa può dire di diverso da quanto già detto in questi anni? – tuona il segretario della funzione pubblica – mi chiedo se tale convocazione sarebbe ugualmente avvenuta anche se l’ad di Palladio Finanziaria, il gruppo che si è aggiudicato l’appalto, non fosse stato arrestato nell’ambito delle indagini svolte dalla procura di Venezia». Il riferimento è all’arresto nell’inchiesta Mose di Roberto Meneguzzo, ad della finanziaria anima economica di Finanza e Progetti. «La Regione dia garanzie e faccia chiarezza rispetto al progetto trevigiano – conclude Bernini – dica se e come si farà la cittadella sanitaria e abbandoni il project financing perché quello che succede in Veneto non accada anche nella Marca».

 

MESTRE – Al dibattito sulla corruzione spunta Baita

E al dibattito a Mestre spunta Baita

Mentre i relatori sparano a zero sui corrotti, il burattinaio del Mose si accomoda tra i tavolini

MESTRE – Due di loro pronti a candidarsi a sindaco. Nessuno si aspettava l’arresto del sindaco per il tipo di reato compiuto. Invocano una legge speciale che non sia solo un rubinetto da soldi per la cittá e pretendono che da oggi si volti pagina ma non dando in pasto il Comune di Venezia alle liste civiche. Dibattito acceso e propositivo ieri sera al Palco in piazzetta Battisti promosso dall’associazione ‘Adesso VeneziaMestre’. Il titolo, provocatorio, era «Venezia anno zero». Ed è proprio per discutere di quali saranno le ripartenze che Enrico Zanetti (Scelta Civica), Marta Locatelli (Ncd) e Jacopo Molina (Pd) hanno risposto alle domande del direttore de Il Gazzettino Roberto Papetti.
Questione valori. Per Zanetti «Venezia è una cittá bloccata politicamente perché tante persone votano in funzione di essere parte anche minima di un sistema che si pensava si potesse essere eterno. D’ora in avanti serve una scelta di voti basata sulla qualitá delle persone e delle proposte». Secondo Locatelli «per cambiare rotta bisogna mettere al centro i bisogni della città perché guardando la storia recente questo non è mai avvenuto». Molina, invece, ritiene che «il cambio di valori significa ora non accettare finanziamenti in campagna elettorale da parte dei contribuenti. Bisogna ritornare ad una cosa più semplice, con la politica vista come servizio e non una professione come avveniva a livello locale». Questione ricambio generazionale. Per gli ospiti non è giusto mandare tutti a casa seguendo il luogo comune che «siamo tutti uguali». Certo serve più trasparenza, facce nuove ma affidarsi solo alle liste civiche come segno del cambiamento non basta. Bisogna che la politica cambi pelle e si rinnovi ma non si azzeri del tutto. Marta Locatelli, tra i tre, è quella che si è dimostrata più titubante di fronte ad una eventuale richiesta di fare il sindaco. Pronti a “sacrificarsi” sarebbero invece Molina e Zanetti. Tutti però saprebbero da cosa partire, cosa tagliare per dare un segnale di discontinuità con il passato. Turismo come prima fonte di guadagno per le casse del comune, tolleranza zero contro il disagio nelle cittá e ridimensionamento delle partecipate sarebbero le azioni di Zanetti. E, infine, capitolo Orsoni e inchiesta. Per tutti l’arresto dell’ex sindaco è stata una misura eccessiva. Non è stato invece un fulmine a ciel sereno l’inchiesta. Ma mentre proprio Zanetti, Molina e la stessa Locatelli condannano corrotti e corruttori chiedendone l’esclusione dalla scena politica e pubblica e l’emarginazione ecco arrivare a fianco del Palco lui, Piergiorgio Baita. Sorride, fa aprire bottiglie di prosecco, festeggia forse il compleanno di un amico. Come se a Venezia fosse un cittadino qualunque.

Raffaele Rosa

 

AMBIENTE VENEZIA – I comitati annunciano un esposto alla Procura della Repubblica

Contro il Mose, arriva la denuncia

La diffusione del testo di una denuncia presentata lo stesso giorno alla Procura della Repubblica ha aperto ieri a San Leonardo l’assemblea dell’Associazione Ambiente Venezia contro il Mose. Nove i temi all’ordine del giorno, tra cui le richieste di una moratoria sulla grande opera, di scioglimento del Consorzio Venezia Nuova e di istituzione di una authority indipendente che valuti l’efficacia e la reversibilità di quanto realizzato finora alle bocche di porto. A tenere banco nella prima parte della seduta la denuncia in Procura, che fa seguito all’esposto per danni erariali alla Corte dei conti presentato il 30 agosto 2013 dove Ambiente Venezia richiama le 12.500 firme raccolte e all’origine di una vertenza a livello europeo, definisce il Mose «sbagliato, contra legem, tecnicamente obsoleto, costoso, dannoso per l’ecosistema, inutile per la salvaguardia e utile solo a chi lo costruisce».
Richiamando le sue «esorbitanti spese di realizzazione, gestione e manutenzione, che contribuiscono ad alimentare il debito pubblico», condannando «un sistema affaristico non in grado di autoriformarsi», chiedendo la soppressione del sistema a concessione unica e auspicando «un radicale cambiamento in corso d’opera, volto a recepire le articolate soluzioni alternative, pur in presenza del costoso stato di avanzamento dei lavori».
«Vogliamo contenere i danni – ha detto Armando Danella – perché recuperi e modifiche sono ancora possibili. E sollecitiamo una commissione parlamentare d’indagine, per sapere esattamente come sono andate le cose. Inoltre, chiediamo al premier Matteo Renzi – che lasciato solo potrebbe sbagliare – di sottrarre al Cipe i soldi dati al Consorzio, e a tutti di contribuire a tener alta l’attenzione e la mobilitazione sul tema, facendogli sentire le nostre ragioni l’8 luglio, quando sarà a Venezia per la prima uscita del semestre di presidenza europea». «I mostri sono veramente alla fine? – si è chiesto invece Cristiano Gasparetto – Il problema non è di chi andrà o non andrà a finire in galera, ma avere garanzie. Pensiamo solo allo scavo del canale Contorta Sant’Angelo, funzionale alle grandi navi. In caso di via libera, a chi saranno affidati i lavori?».

Vettor Maria Corsetti

 

Il doge traditore che finì decapitato

di Alberto Toso Fei

La vicenda tragica di Marin Falier, l’unico doge che fu decapitato nel corso della storia della Serenissima per aver tradito la Repubblica cercando di instaurare una signoria, è una di quelle storie veneziane che volentieri fondono i fatti con la leggenda. Perlomeno questa è la versione storica più comune e accettata, sebbene fonti diverse sostengano che a essere vittima di una congiura ordita da parte dell’oligarchia veneziana fu lui stesso, che voleva riampliare il Maggior Consiglio dopo la “Serrata” di cinquant’anni prima. Falier a trent’anni fu uno dei tre capi del Consiglio dei Dieci, nato cinque anni prima a seguito della congiura di Bajamonte Tiepolo del 1310. Fu eletto doge nel 1354 mentre si trovava all’estero, e quando – arrivato che fu a San Marco – scese dalla gondola, transitò tra le due grandi colonne della Piazzetta, dove avvenivano le esecuzioni capitali. Gesto che fu considerato dai presenti di cattivo auspicio (“che fo un malissimo augurio”, scrive Marin Sanudo nei suoi Diari). Anche Francesco Petrarca scrisse in una lettera come il doge si fosse presentato “Sinistro pede palatium ingressus”. Presagi di quanto gli sarebbe accaduto di lì a pochi mesi.
La storia spiega come all’origine della congiura ordita dal doge vi fosse la natura ambiziosa del Falier. Ma la leggenda (o meglio la mitizzazione di parte dei fatti storici) parla invece di una vicenda di donne e di onore offeso. Tutto sarebbe accaduto nel corso del ricevimento organizzato per festeggiare l’elezione, al quale partecipò anche un giovane patrizio, Michele Steno, che fu fatto cacciare per aver importunato una damigella della dogaressa Lodovica Gradenigo. Lo Steno si vendicò lasciando sulla sedia del doge un biglietto con questi versi: “Marin Falier da la bela mujer, / altri la galde (gode), lu la mantien” (oppure, secondo un’altra versione, “la mugièr del doxe Falier / la se fa fotter per so piaxer!”).
Ne nacque una questione con gravissimi sviluppi politici: il doge tramò contro lo Stato perché ritenne che l’offesa non fosse stata punita adeguatamente. Oltre a un mese di carcere, Steno fu condannato a cento lire d’ammenda e a essere battuto con una coda di volpe; ovvero a essere punito simbolicamente. Ciò non gli impedì di diventare doge lui stesso 45 anni dopo quell’episodio, nel 1400.
Marin Falier fu decapitato sulla scalinata di Palazzo Ducale. Nella sepoltura la testa gli fu messa tra le gambe a perenne ricordo dell’onta procurata. Sempre Petrarca, nella medesima lettera, scrisse che l’avvenimento doveva servire da lezione ai dogi a venire, che avrebbero così imparato a essere “le guide e non i padroni dello Stato. Che dico le guide? Unicamente gli onorati servitori della Repubblica”.
Nel salone del Maggior Consiglio, a Palazzo Ducale, tra i ritratti dei primi 76 dogi succedutisi alla guida della Serenissima (furono in totale 120, tra il 697 e il 1797), quello di Marin Falier è rappresentato come un grande drappo nero, su cui sta scritto: “hic est locus Marini Falethri decapitati pro criminibus”; di chi ha tradito la Repubblica non deve essere conservato nemmeno il ricordo dell’immagine.

Alberto Toso Fei

 

Orsoni nomina un vicesindaco. Patteggiamento, oggi si decide

Niente Commissario, la nomina si fa attendere. E spunta un vicesindaco

Il ministero non decide, così Orsoni nomina Morra

Il Governo non decide, il commissario non arriva e la città non ha più un sindaco né un Consiglio comunale. Una situazione che si è tirata avanti per cinque giorni e che non può essere accettata per una città come Venezia, che ha gli occhi del mondo puntati addosso. Nell’impasse generale in cui non si sa ancora se le elezioni si svolgeranno a novembre o a marzo, se il commissario sarà Valerio Valenti o un altro alto funzionario dello Stato, il sindaco dimissionario (ma ancora formalmente in carica) Giorgio Orsoni ha preso l’iniziativa, nominando un vicesindaco che possa firmare in sua assenza (in questi giorni sarà fuori città) tutti quegli atti urgenti che abbisognano di un amministratore e non di un semplice funzionario, dipendente dell’ente locale. Il vicesindaco è Romano Morra, 74 anni, fino a ieri capo di gabinetto del sindaco e stimato giurista. Come Orsoni, anche Morra è un allievo del grande Feliciano Benvenuti ed è stato per anni il coordinatore dell’avvocatura regionale, oltre ad aver insegnato nelle principali Università venete e ad aver ricoperto il ruolo di amministratore o commissario all’interno di molti enti e istituzioni.
In questi giorni, benché il suo incarico fosse scaduto, Morra è rimasto sempre al suo posto, per rispondere ai cittadini e per preparare il passaggio di consegne dal sindaco al commissario.
«Sono un soldato – ha commentato – sono chiamato a dare la mia opera e la dò».
La nomina è arrivata verso le 18 di ieri, quando in Comune tutti si erano resi conto che la “riflessione” del Governo era andata oltre il termine di ragionevolezza. Il sindaco è tornato per un attimo a Ca’ Farsetti, giusto per firmare la nomina, poi se n’è andato. Questa mattina, tra l’altro, è in programma l’udienza dal giudice Massimo Vicinanza che dovrà pronunciarsi sulla sua richiesta di patteggiamento.
La nomina di un vicesindaco “tecnico” è un atto assolutamente inedito per Venezia ma anche singolare nel panorama giuridico italiano. La decisione è stata presa dopo un’attenta valutazione da parte di Orsoni in merito alla legittimità, poiché si è sempre parlato di giunta tecnica ma mai solo di vicesindaco.
Ironia della sorte, ieri mattina, in Comune stavano ricollocando gli arredi e facendo pulizie in vista dell’arrivo del commissario. Nella stanza di Morra (destinata ad ospitare un subcommissario) stavano appendendo un dipinto raffigurante un componente del Consiglio dei Dieci. Sguardo torvo e la fama di non portare fortuna.
«Io non ci torno in quella stanza» avrebbe detto, “rifugiandosi” nell’ufficio accanto a quello che è stato del sindaco.
Nel pomeriggio, la telefonata di Orsoni: «Sai, Romano, dovresti dare le dimissioni».
«Obbedisco», è stata la sua risposta.
«Ti nomino vicesindaco».
«Onoro l’impegno, come sempre. Il mio slogan è sempre stato “al servizio del cittadino e della città”. Come diceva Benvenuti – conclude Morra – il cittadino non è un suddito e la pubblica amministrazione deve essere al suo servizio».

 

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