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Gazzettino – “Mose, chi sbaglia paga”

Posted by Opzione Zero in Rassegna stampa | 0 Comments

30

giu

2014

INDUSTRIALI Il presidente: eventuali illeciti di associati saranno sanzionati

«Mose, chi sbaglia paga»

Confindustria Venezia: «Nessuna nostra impresa è coinvolta»

SCANDALO MOSE – Confindustria: «Via le imprese che sgarrano»

«Le aziende veneziane, nonostante le zavorre del sistema in cui operano, continuano a combattere una battaglia quotidiana per sopravvivere e conquistare nuovi spazi di attività, in Italia e all’estero, creando valore e ricchezza per il nostro territorio». Lo ha detto Matteo Zoppas, nella sua relazione all’assemblea per il primo anno di mandato da presidente di Confindustria Venezia. Secondo Zoppas però i gravi fatti delle ultime settimane, rischierebbero di rendere inutile l’impegno delle aziende veneziane. «Ad oggi nessuna impresa associata a Confindustria Venezia risulta coinvolta nell’inchiesta- aggiunge Zoppas – Nel caso in cui dalle indagini emergessero comportamenti illeciti imputabili a nostri associati, siamo pronti a fare la nostra parte in base a quanto espresso in maniera chiara e netta dal Nuovo Codice di Comportamento Etico che Confindustria ha recentemente approvato e che prevede il rigoroso rispetto della legalità disciplinando decadenza e sospensione dalle cariche associative e da incarichi esterni, prevedendo la giusta sanzione nelle ipotesi di reati contro la PA».
Nella relazione fa poi il punto sulle attività svolte da Confindustria negli ultimi dodici mesi.
«Fin dai primi giorni del mandato, abbiamo incontrato sul territorio la base imprenditoriale e le amministrazioni locali. Incontri che sono stati puntualmente ripetuti». Tra i settori su cui Confindustria ha deciso di puntare, anche il contrasto ai rallentamenti burocratici, l’internazionalizzazione, la lotta all’oppressione fiscale, il miglioramento dell’accesso al credito, le politiche di lavoro e welfare, infrastrutture e reti d’impresa.
«Lo stesso impegno lo stiamo dedicando a portare avanti la battaglia a difesa dei nostri associati contro le pretestuose rivendicazioni dell’Unione Europea e dell’Inps relative agli sgravi contributivi. Giusto tre giorni fa il TAR ha dato nuovamente ragione alle imprese. Grazie a questa vittoria, per quanto non definitiva, potremo sederci al tavolo di confronto con il Governo per riportare la questione all’evidenza della nuova Commissione Europea». «Purtroppo – conclude Zoppas – anche la prima metà del 2014, dopo cinque anni di grave crisi, non ha rappresentato quella svolta che era nei nostri auspici. Dobbiamo lottare perché siano avviate con urgenza almeno la riforma del mercato del lavoro, la riduzione del cuneo fiscale e la semplificazione burocratica, che rappresentano il minimo per ritrovare la competitività necessaria al rilancio dell’economia».

 

LA LETTERA «Il brindisi di Baita, che brutto segnale»

Caro Direttore, bene ha fatto il Gazzettino a sottolineare in modo marcato la casuale, ma non meno stridente contraddizione della presenza di Baita ai tavolini di un bar adiacente a quello in cui si teneva un dibattito che gli organizzatori avevano titolato “Venezia anno zero”. Detesto cordialmente chi condanna le persone prima che una sentenza smentisca in modo argomentato le tesi difensive di un imputato. La presunzione di innocenza è un principio di civiltà giuridica che deve valere per tutti, amici e nemici. Quando però si è in presenza di persone condannate oppure ree confesse, siamo su un piano completamente diverso. I vari Baita, Cuccioletta, Mazzacurati, Minutillo hanno confessato di aver sistematicamente elargito e preso mazzette per anni: sono fatti acclarati e non in discussione. Una condotta spregiudicata, reiterata, sistematica, sfrenata; in una parola: vomitevole. È del tutto ragionevole che, per la loro collaborazione alle indagini, il sistema preveda che fruiscano di riduzioni di pena anche significative. Non è però ragionevole che l’indignazione dei cittadini sia proporzionale alle pene inflitte. Anche dopo quello che hanno fatto, Baita e le persone come lui hanno tutto il diritto di non limitarsi a vivere, con opportuna vergogna, una vita defilata e andare a ostentare la loro presenza brindando a prosecco o champagne nei bar del centro. Gli altri, i fessi (perché questo siamo noi per quelle persone), hanno però tutto il diritto e francamente pure il dovere di dimostrare di non gradire questa tracotanza e ricordare loro quello che sono: persone indegne, senza mezzi termini. Ne’ può essere considerato giusto l’atteggiamento di chi quei brindisi condivideva. In Italia, il senso profondo dell’amicizia è purtroppo distorto. Non vi è dubbio infatti che i veri amici si vedono nel momento della difficoltà, ma questo presuppone difficoltà che ti piovono addosso tuo malgrado, non che sono la conseguenza di tue condotte motivate esclusivamente da sete di denaro e potere a danno dei tanti che cercano, nonostante tutto, di seguire le regole. Sono ragionamenti che presuppongono un cambiamento comportamentale collettivo (senza il quale è per altro ridicolo invocare un cambiamento della sola classe politica), ma mettiamoci tutti bene in testa che questa città e questo Paese non riusciranno mai a voltare pagina se tutti noi continueremo ad appaltare alla magistratura non solo, come è giusto, l’amministrazione burocratica della giustizia, ma, per nostra comodità, pure il senso etico individuale. Se “a volte ritornano”, è perché siamo noi a farli ritornare.

Enrico Zanetti – deputato Scelta Civica

 

Nuova Venezia – Il riesame: Chisso deve restare in carcere

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29

giu

2014

LA MELMA DEL MOSE E L’ALTROVENETO CHE HO NEL CUORE

di ANTONIO RAMENGHI

«Oportet ut scandala eveniant» (Matteo, 18,7): è bene che avvengano gli scandali,ma«guai all’uomo che ne è all’origine». Oggi in Veneto, ma non solo in Veneto, verrebbe da dire “troppa grazia sant’Antonio”: siamo sommersi da scandali. E tra questi lo scandalo Mose è sicuramente il più grave di tutti. Peggio, molto peggio della Tangentopoli milanese degli anni ’90 quando giravano tangenti dagli imprenditori direttamente nelle casse dei partiti e di qualche mariuolo. Qui la corruzione si è fatta sistema e ha coinvolto imprese e imprenditori, cooperative, politici, magistratura, guardia di finanza, commercialisti, architetti, istituzioni culturali, religiose e quant’altro. Il sistema è stato raccontato dal collega Renzo Mazzaro su queste colonne e poi nel libro “I padroni del Veneto” pubblicato due anni fa. Lì il sistema era già descritto perfettamente. Certo non c’erano le confessioni di tanti protagonisti arrivate solo dopo l’indagine della magistratura e il tintinnar di manette capace di ridare voce e risvegliare ricordi a tanti inquisiti. E c’era descritto, nel libro di Mazzaro, l’intreccio perverso che ha permesso, per almeno un decennio, che tutti accedessero alla mangiatoia del Mose e tutti contribuissero a tenerla in vita, chi per convenienza, chi per paura, chi per ignavia.

 

PUNTURINE di Roberto Bianchin

Scandalo Mose, per i politici è difficile uscire di scena

È faticoso togliere il disturbo con dignità, dopo essere stati primattori per tanti anni in Veneto. A volte bisogna saper perdere

Non è mai facile uscire di scena, come sanno bene i vecchi attori. Non è mai facile quando hai vissuto una vita sotto i riflettori, e all’improvviso finisci, senza che lo abbia deciso tu, in quel cono d’ombra dove più nessuno ti vede, dove più nessuno ascolta la tua voce, dove più nessuno parla di te. Dove il tuo nome, da un giorno all’altro, sparisce dai giornali come per un sortilegio. È ancora più difficile uscire di scena a testa alta. Con dignità. Senza il bisogno di voltarsi indietro. Di chiedere scusa per qualcosa. Perdono per ogni peccato. Non vale solo per gli attori. Vale un po’ per tutti, in verità. Ma vale soprattutto per i politici. Perché in fondo anche loro, come gli attori, recitano una parte. Chi meglio, chi peggio. Anche loro vivono sotto i riflettori. Anche loro vedono il loro nome sui giornali e le loro facce nelle televisioni. Anche per loro è dura, spesso molto dura, togliere il disturbo. Perché non lo dicono, a volte brontolano, a volte negano, fanno gli istrioni,ma in fondo a loro piace, e piace molto, la luce abbagliante dei riflettori. Perché è uno stupefacente, una volta che l’hai provato non puoi più farne a meno. Perché il potere logora solo chi non ce l’ha, come sosteneva, non senza ragioni, quella vecchia volpe (ci manca?) di Giulio Andreotti Belzebù. E allora fai di tutto, fingi anche di essere giovane, come Papi Silvio Berlusconi, per restare sul palcoscenico. Anche a costo di sfiorare il ridicolo, di diventare patetico. Come appare patetica, e triste, l’uscita di scena dei primattori dello scandalo del Mose. Soubrettes fino a ieri abituate a comandare che oggi piagnucolano come donnicciole sul viale del tramonto. Pezzi da novanta, come l’ex governatore Giancarlo Galan, per quindici anni l’uomo più potente del Veneto, che si avventurano in difese disperate, sgangherate, le voci alterate, le mani tremanti, gli sguardi sconvolti dall’idea della prigione. Sindaci influenti e benestanti, come Giorgio Orsoni, costretti a confessare di aver chiesto soldi ai padroni delle dighe, non per sé, per carità, ma per il Pd. E giganti della migliore imprenditoria italiana, come il mite (di aspetto) Giovanni Mazzacurati, il padre padrone delle dighe, uno che aveva a libro paga ministri della Repubblica e dava del tu a presidenti del consiglio, costretto a mettere migliaia di chilometri tra sé e la vergogna, dopo aver balbettato davanti ai magistrati, imbarazzato come un bimbetto sorpreso con le dita nel vaso della marmellata. Che tristezza. Certo non è facile andarsene da sconfitti, umiliati e vilipesi. Ma colpisce vedere la loro arroganza di ieri tramutata di colpo in lamentazione. E in difese improbabili, condite da tesi di spettacolare arditezza, del tipo: i soldi delle tangenti se li sono tenuti quelli che dicono di avermeli dati. Nessuna pietà, in ogni caso. Nessuno sconto di pena. Nessun perdono. Paghi chi ha sbagliato, come è giusto. E si ricominci. Ma era lecito aspettarsi almeno che uscissero di scena con un briciolo di dignità. Invece non hanno avuto neanche quella. Segno che non erano solo politici da poco. Perché, come cantava Shel Shapiro, la voce dei mitici Rokes, bisogna saper perdere. r.bianchin@repubblica.it

 

Il riesame – Chisso deve restare in carcere

L’ex assessore regionale Renato Chisso resta in carcere. Il Riesame ha respinto il suo ricorso e quello di Enzo Casarin.

Renato Chisso e Casarin devono restare in carcere

Domiciliari per Brotto e Manganaro; solo obbligo di dimora per Lino Brentan

Annullate le ordinanze di custodia cautelare per Artico, Falconi, Lugato e Turato

Molti avvocati stanno cercando di contattare la procura per concordare il patteggiamento

VENEZIA – L’assessore regionale Renato Chisso resta nel carcere di Pisa e anche il ricorso del suo più stretto collaboratore a palazzo Balbi, Enzo Casarin è stato respinto. Dopo una due giorni di udienza e camera di consiglio, i giudici del Tribunale del riesame presieduto da Angelo Risi hanno affrontato ben nove posizioni e gli unici due rigettati sono proprio quelli di Chisso e Casarin, cambiata, invece, la situazione di tutti gli altri indagati. Hanno ottenuto gli arresti domiciliari il direttore tecnico del Consorzio Venezia Nuova Maria Teresa Brotto e l’ex maresciallo dei carabinieri, il romano Vincenzo Manganaro, l’ex amministratore delegato dell’Autostrada Venezia Padova Lino Brentan è stato scarcerato dagli arresti domiciliari, ma non potrà uscire dal territorio comunale perché ha l’obbligo di dimora a Campolongo Maggiore, infine sono state annullate le ordinanze di custodia cautelare per il dirigente regionale Giovanni Artico, l’imprenditore veneziano Nicola Falconi, gli architetti Dario Lugato di Venezia e Danilo Turato di Padova. Dopo più di venticinque pronunce è ora possibile avere una visione complessiva su ciò che pensa il Tribunale dell’inchiesta: i giudici del Riesame hanno sostanzialmente convalidato le tesi accusatorie della Procura, sia quelle che sono approdate alle contestazioni di corruzione sia quelle di illecito finanziamento pubblico ai partiti. Il Tribunale ha ritoccato le misure cautelari del giudice, spesso sostenendo che non essendo più in essere le condotte criminose, idonea a fronteggiare le esigenze cautelari può essere la misura degli arresti domiciliari piuttosto che il carcere. I giudici hanno poi annullato alcune ordinanze di custodia per indagati che sono marginali rispetto al filone principale dell’indagine. Intanto, più di un difensore avrebbe preso contatto con i tre pubblici ministeri che coordinano le indagini per trovare un accordo e arrivare a patteggiare la pena, seguendo l’esempio del sindaco in modo da uscire dall’inchiesta prima che la Procura chieda il rito immediato, saltando l’udienza preliminare, o decida il deposito degli atti prima di avanzare la richiesta di rinvio a giudizio. C’è Patrizio Cuccioletta, l’ex presidente del Magistrato alle acque, c’è l’imprenditore romano di «Condotte d’acqua» Stefano Tomarelli, ci sono Stefano Boscolo Bacheto e Gianfranco Boscolo Contadin, titolari il primo della «Cooperativa San Martino» dalla cui verifica fiscale tutto è partito, e il secondo della «Co. Ed. Mar», entrambi chioggiotti. Sono indagati che nei loro interrogatori davanti ai pubblici ministeri hanno sostanzialmente già ammesso le loro responsabilità e ora non vedono l’ora di uscire da questo incubo giudiziario. Poi, naturalmente, ci sono gli indagati non arrestati, Claudia Minutillo, Piergiorgio Baita e Giovanni Mazzacurati, i corruttori senza le dichiarazioni dei quali l’indagini non sarebbe arrivata fin qui. (g.c.)

 

Nordio: «L’impianto accusatorio è valido»

VENEZIA. «La pronuncia odierna del Tribunale del Riesame dimostra l’assoluta fondatezza dell’intero impianto accusatorio peraltro già avallato dalle precedenti decisioni. Anche il rigetto dell’istanza di patteggiamento del professor Orsoni si colloca in questa linea, consolidando sia la correttezza giuridica della formulazione del reato sia la gravità delle prove a carico dell’indagato». Lo afferma il Procuratore aggiunto Carlo Nordio, a nome della Procura di Venezia. «In ogni caso l’adesione a una richiesta di patteggiamento espressamente formulata dall’interessato nel contesto di una sostanziale ammissione di responsabilità – aggiunge Nordio – risponde al costante indirizzo di questo Ufficio che ha sempre considerato i parametri della quantificazione in termini pragmatici e ragionevoli». «Infine, le dichiarazioni odierne del professor Orsoni benché incoerenti con le documentate istanze dallo stesso avanzate, non possono essere oggetto di commento»

 

Reati a rischio prescrizione

L’ex magistrato Fojadelli: «Va riformata, indagini complesse, tempi più lunghi»

L’istituto giuridico non può diventare una resa della Giustizia Purtroppo i mezzi a disposizione dagli inquirenti sono gli stessi di molti anni fa

VENEZIA Nell’inchiesta veneziana i principali reati sono corruzione, concussione e finanziamento illecito ai partiti. Generalmente vengono prescritti in un arco di tempo di sei anni, aumentabile in alcuni casi a sette anni e mezzo, con numerose eccezioni legate alla procedura e alla configurazione del reato. Gran parte delle accuse contenute nell’inchiesta Mose risalgono agli anni tra il 2005 e il 2010, ai tempi dunque del cosiddetto «sistema Galan». Scontato appare dunque l’esito dei processi che, dal primo grado di giudizio, debbono arrivare alla sentenza in giudicato entro i termini della prescrizione. Ciò vuol dire che larga parte dei reati contestati in queste settimane dai magistrati si estingueranno proprio a causa di questo istituto giuridico. Pensata quale strumento di garanzia per gli imputati – che hanno diritto a una giustizia dai tempi ragionevoli – la prescrizione è stata usata soprattutto negli anni come strumento per «salvarsi» dal processo, con legali estremamente abili dal punto di vista procedurale a scorrere il tempo usando tutti i diritti concessi alla difesa. Antonio Fojadelli, per lunghi anni Procuratore a Treviso e prima ancora a Vicenza e alla Direzione distrettuale antimafia (con Dalla Costa e Pavone seguì il processo alla banda Maniero), commenta il rischio della prescrizione e suggerisce di mettere mano a questo istituto. «La prescrizione, un tempo- spiega Fojadelli – era quasi un’onta per i magistrati che istruivano un processo, era motivo anche di richiamo. Successivamente, spesso, ci si è rassegnati a un uso della prescrizione legato allo smaltimento dei casi minori. Praticamente una resa della Giustizia ». Nell’inchiesta veneziana i principali reati sono corruzione, concussione e finanziamento illecito ai partiti. In questi casi i termini di prescrizione sono mediamente di sei anni. Ma i fatti contestati risalgono soprattutto al periodo 2005-2010. Vicinissima è la prescrizione, perché i processi non potranno iniziare prima di un anno. Cos’è la prescrizione? «L’istituto è antichissimo e risponde a un principio di quiete sociale: dopo un certo tempo non vale la pena di perseguire determinati reati, perché lo sforzo non vale la candela. Naturalmente si tratta solo di alcuni reati, non quelli più gravi». La prescrizione è usata dagli avvocati come scappatoia dal processo. «Oggi la prescrizione va vista in relazione ai reati che si compiono, che hanno una natura di complessità molto più alta rispetto al passato e che richiedono dunque indagini approfondite, complesse e di più lunga durata di un tempo». La giustizia può ancora arrivare in tempo? «L’origine del problema sta nei mezzi che la Giustizia mette in campo per contrastare reati spesso difficilissimi da ricostruire. Noi invece abbiamo ancora i mezzi di molti anni fa. É dunque plausibile che si arrivi all’individuazione del reato con ritardo e che i processi rischino la prescrizione». Da dove cominciare dunque per riformare questo istituto? «Si potrebbe pensare a dei meccanismi per far decorrere la prescrizione non dalla data del reato ma dal momento in cui siha la prova del reato». Spesso il cittadino si sente beffato. «Vero, il cittadino onesto si sente defraudato, la prescrizione appare come una beffa rispetto all’onestà dei comportamenti. Per questo è necessario intervenire». (d.f.)

 

class action – Già 75 iscritti all’azione del Codacons in città

VENEZIA «Da Roma indicano come obiettivo minimo un centinaio di persone che è un risultato importante perché la procedura della class action è impegnativa. Ma siamo già ad un ottimo punto: numerose persone, almeno una settantina, stanno partecipando con la costituzione come parte offesa». Franco Conte del Codacons del Veneto conferma che c’è interesse in città per l’azione risarcitoria avviata dalla associazione a livello nazionale con la costituzione degli associati come parte offesa nel processo per le tangenti del Mose. «Un percorso complesso ma dai tempi più veloci rispetto all’azione risarcitoria in sede civile », ricorda Conte che poi annuncia una seconda azione: «Abbiamo chiesto alla Procura, con una istanza, di allontanare tutti gli indagati che ricoprono incarichi pubblici. Un provvedimento possibile per il giudice: allontanino tutti gli inquisiti con incarichi pubblici e che non si sono dimessi finora». Per partecipare alla costituzione come parte offesa, il Codacons invita i cittadini ad iscriversi all’associazione (al costo di 6,10 euro). L’atto di nomina sarà inviato alla mail del cittadino e va poi inviato alla Procura della Repubblica di Venezia. L’associazione interviene nel procedimento come «ente rappresentativo degli interessi dei cittadini». L’azione, spiegano dal Codacons, è quella di accertare la responsabilità degli indagati, e in caso di rinvio a giudizio «l’opportunità di costituirsi parte civile nel processo penale al fine di chiedere un risarcimento per i cittadini non inferiore a cinquemila euro ». Termine per aderire, fissato al 31 luglio. Tutte le informazioni su www.codacons.it.

 

No del giudice a Orsoni

Mose, patteggiamento respinto. L’ex sindaco a processo

le reazioni «Meglio così ora sapremo la verità»

I politici veneziani sorpresi dal “no” del giudice al patteggiamento di Orsoni. «Ma con il processo sapremo la verità».

«Pena troppo mite a Orsoni» No del Gup al patteggiamento

Vicinanza: la multa è cento volte inferiore al massimo e la detenzione inferiore al minimo

Il sindaco dimissionario: «Sono contento, potrò dimostrare la mia estraneità alle accuse»

VENEZIA – Il sindaco dimissionario di Venezia andrà a processo con tutti gli altri indagati dello scandalo Mose. Ieri, infatti, il giudice veneziano Massimo Vicinanza ha respinto la richiesta di patteggiamento a 4 mesi di reclusione e 15 mila euro di multa proposta dalla Procura e dalla difesa sulla base del loro accordo, ritenendo la pena «del tutto incongrua rispetto alla gravità dei fatti». Il magistrato scrive che tenendo conto «dell’atteggiamento processuale dell’indagato e del venir meno della carica che egli ricopriva quando è stata adottata la misura cautelare», non può non essere notato «che le condotte da lui tenute sono molto gravi». Secondo il giudice dell’udienza preliminare si tratta di condotte gravi «sia per l’entità del contributo illecito ricevuto, sia per la provenienza soggettiva e oggettiva del denaro, sia per l’inevitabile rischio per la corretta gestione della cosa pubblica che ha comportato l’aver ricevuto ingenti somme». Proprio questi aspetti hanno portato il magistrato veneziano a ritenere «del tutto incongruo» l’accordo proposto da Orsoni e dalla Procura valutando che l’insieme delle pene sia stato eccessivamente basso, visto che quella pecuniaria risulta essere «cento volte inferiore a quella massima irrogabile» e quella detentiva «inferiore di due mesi al minimo irrogabile, anche tenendo conto dell’entità del finanziamento ricevuto ». «L’esito dell’udienza odierna era prevedibile in relazione all’entità delle accuse svolte, al clamore che ne era seguito anche in relazione allo sproporzionato uso della misura cautelare » ha dichiarato Giorgio Orsoni, che non era presente all’udienza, dopo aver saputo l’esito. «La scelta di accettare il patteggiamento proposto dalla Procura», ha aggiunto l’ex sindaco, «era stata dettata dalla necessità di tutelare l’Amministrazione, ben consapevole della assoluta infondatezza dei fatti addebitati e della insussistenza della fattispecie di reato ipotizzato». «Venuta meno tale esigenza, ho auspicato la soluzione odierna che mi consente finalmente di difendermi appieno nell’ambito del processo. Prerogative fino ad oggi sempre negatemi», ha concluso l’ex primo cittadino. I suoi difensori, gli avvocati Daniele Grasso e Mariagrazia Romeo, hanno spiegato che le prossime mosse verranno decise assieme al cliente, comunque «le condizioni per affrontare il processo ci sono tutte» hanno dichiarato. In aula avrebbero in qualche modo preso le distanze dall’accordo che pur avevano firmato con i rappresentanti dell’accusa, battendosi perché il giudice dichiarasse subito il proscioglimento sulla base dell’errata qualificazione giuridica dei fatti. Per gli avvocati Grasso e Romeo, infatti, Orsoni non avrebbe commesso il reato di finanziamento illecito di un partito, non appartenendo lui ad alcun organizzazione politica ed essendo stato candidato di una coalizione. I pubblici ministeri Stefano Ancilotto e Stefano Buccini, davanti al magistrato, hanno sostenuto la bontà dell’accordo raggiunto affermando che sicuramente è meglio una pena certa, anche se minima, piuttosto che alla fine del processo di primo grado una pena maggiore, che però rischia la prescrizione davanti alla Corte d’appello visto il tempo trascorso dai fatti (la campagna elettorale è quella del 2010). Il giudice Vicinanza, comunque, si è espresso anche sulla qualificazione giuridica dei fatti, ritenendo corretta così come è stata contestata dalla Procura lagunare, che ha accusato il sindaco di aver incassato più di 500 mila euro dal Consorzio Venezia Nuova attraverso Giovanni Mazzacurati ed altri.

Giorgio Cecchetti

 

«Meglio fare il processo così sapremo la verità»

Politici veneziani in parte sorpresi per il “no” del giudice al patteggiamento.

Centrosinistra ancora sotto choc per l’arresto di Orsoni, prova a ripartire

MICHELE ZUIN – La politica non c’entra, siamo di fronte a un reato del sindaco

SEBASTIANO BONZIO – Rifondazione sarà parte civile nelle aule di tribunale

BORASO – La giustizia faccia il suo corso Pensiamo alla città

GIANFRANCO BETTIN – Guardiamo al futuro, basta con questi finanziamenti

VENEZIA – La notizia che, per Giorgio Orsoni, si chiude la porta del patteggiamento e si apre quella del processo ha sorpreso ieri il mondo politico veneziano, fortemente scosso dalla tangentopoli del Mose che ha messo in crisi sia il centrosinistra che il centrodestra. «Le questioni processuali avranno il loro corso e l’ex sindaco potrà spiegare tutto, mi auguro nel miglior modo», dice Marco Stradiotto segretario provinciale del Partito Democratico. Ma, dice Stradiotto, la lezione per la politica è evidente. «Quel tipo di finanziamenti , anche se leciti e legittimi, non sono opportuni e chi fa attività politica è tempo che investa risorse proprie per la campagna elettorale evitando di operare, poi, senza serenità o con qualcuno che lo tira per la giacchetta. Ne ho parlato anche con la Serracchiani: la cosa migliore è mettere, come ha fatto lei, dei tetti alle donazioni, fissandole in massimo 5 mila euro». Poi, continua Stradiotto, «è bene ribadire che al di là della vicenda personale di Orsoni, il Comune di Venezia non è stato chiamato in causa per alcun atto specifico. Dagli atti sul Mose non era coinvolto». Resta il fatto che quel finanziamento del Consorzio ad Orsoni è apparso, dice il segretario Pd, «come un investimento per non avere contro qualcuno» e la accettazione del patteggiamento a questo punto suona come un atto non compreso. Stradiotto ad Orsoni augura di uscire nel «miglior modo possibile dal processo, ovvero innocente» ma spiega che l’interrogativo di fondo resta: «Perché chiedere il patteggiamento? Il Comune poteva andare avanti lo stesso». Stessa domanda che si pone ancora l’ex vicesindaco Sandro Simionato, anche lui Pd. «Capisco che il primo obiettivo era tornare libero dagli arresti domiciliari. Umanamente è un atteggiamento che comprendo. Ma resta questa una vicenda per molti aspetti strana. Non sono un esperto giurista ma Orsoni poteva benissimo difendersi anche prima». Sul fronte politico, dice Simionato, «la vicenda è chiusa. E lo dico senza meditare vendette ma con il dispiacere del come si è chiusa. A mio avviso il Pd ha fatto bene a fare quel che ha fatto. Ora dobbiamo dimostrare che esiste una politica sana e che il Comune non c’entra nulla in questa vicenda, come ripetiamo da settimane». Da Rifondazione Comunista che si vuole costituire parte civile nei processi, Sebastiano Bonzio dice: «Bene che non ci sia patteggiamento così ci potrà essere un processo». «La vicenda Orsoni è oramai puramente giudiziaria. Gli auguro di riabilitare la sua posizione e uscire da questa vicenda. Politicamente abbiamo già messo la parola fine a questa stagione che spero abbia insegnato molto a molti», avverte il giovane Udc Simone Venturini. «Orsoni io l’ho affrontato su molte questioni quando era nel pieno dei poteri. Ora trovo vile chi infierisce su di lui in un momento drammatico mentre fino a ieri lo salutava con deferenza». Da Taranto, Gianfranco Bettin, ex assessore all’Ambiente, commenta: «Ho sempre auspicato il processo come luogo dove Orsoni potrà smentire Mazzacurati e magari permettere di arrivare ai veri percettori di quei fondi. Ora da privato cittadino è libero di agire come crede. Ma siamo arrivati a questa situazione per una via decisamente tortuosa e difficile. Politicamente, c’è ben poco da dire: lui ha detto che è entrato in politica forzato, che ha avuto molte difficoltà e ora abbandona la vita politica. Per noi è decisivo un punto per il futuro: certi finanziamenti, anche se leciti, non sono accettabili ». Concetto dilatato da Beppe Caccia (In Comune): «Quando sono emersi quei finanziamenti per noi la maggioranza era già una esperienza finita e lo abbiamo detto subito. Al di là delle responsabilità che Orsoni ora potrà chiarire con un processo difendendosi e affrontando chi lo accusa, è questo è un bene, siamo soddisfatti che in città si è rotto il rapporto con il sistema affaristico rappresentato dal Consorzio. Ma anche altri dovrebbero avere il nostro coraggio. Noi, come maggioranza, abbiamo sciolto il consiglio comunale. Non altri. E in Regione cosa fanno? Zaia cosa aspetta a dimettersi? Poco importa che non sia coinvolto, ma se lui non ha visto nulla in tutti questi anni è un “mona”. E poi i vertici di Porto e aeroporto perché non si dimettono? Il mondo va al contrario: l’unico ente, senza alcun coinvolgimento, è il Comune ed è l’unica istituzione della città che non esiste più». Dal centrodestra parole pacate ma anche richieste di verità. «Non ho alcun commento da fare. Quelle di Orsoni ora sono solo questioni giudiziarie. La politica? Non c’entra nulla», dice l’ex capogruppo di Forza Italia in Comune, Michele Zuin. E Renato Boraso aggiunge: «La giustizia faccia il suo corso ed emerga tutta la verità. Questo è importante per Venezia che ha subito un forte discredito. Punti oscuri che il processo dovrà chiarire è dove sono finiti quei soldi».

Mitia Chiarin

 

IL RIESAME – L’ex assessore Chisso e il suo braccio destro restano in carcere

«Gravi indizi di consapevolezza e precise esigenze cautelari»: negata la scarcerazione all’ex assessore regionale Renato Chisso e al suo fedele segretario Enzo Casarin, che restano in cella.

 

«Dimostrata la fondatezza dell’accusa»

Nordio: dal sindaco dichiarazioni incoerenti, c’è una sostanziale ammissione di responsabilità

«La pronucia odierna del Tribunale del Riesame dimostra l’assoluta fondatezza dell’intero impianto accusatorio peraltro già avallato dalle precedenti decisioni». Lo dichiara il procuratore aggiunto Carlo Nordio in un comunicato diramato in serata a nome della Procura di Venezia. «Anche il rigetto dell’istanza di patteggiamento del professor Orsoni si colloca in questa linea, consolidando sia la correttezza giuridica della formulazione del reato sia la gravità delle prove a carico dell’indagato – prosegue Nordio – La difforme decisione del gip sulla congruità della sanzione ubbidisce a criteri differenti di valutazione della stessa. Questa Procura ritiene che una sentenza certa e immediata con l’applicazione di una pena comunque significativa, sia preferibile ai costi e alle lungaggini di un processo con una tardiva pronuncia di condanna comunque sospesa, e a forte rischio di prescrizione».
Nordio smentisce quindi la versione resa da Orsoni dopo l’udienza: «In ogni caso l’adesione a una richiesta di patteggiamento espressamente formulata dall’interessato nel contesto di una sostanziale ammissione di responsabilità risponde al costante indirizzo di questo Ufficio che ha sempre considerato i parametri della quantificazione in termini pragmatici e ragionevoli. Essa inoltre manifesta la fondamentale circostanza che né per questo né per altri indagati esistono intenti persecutori o atteggiamenti di ingiustificata severità – conclude Nordio – Infine, le dichiarazioni odierne del professor Orsoni, benché incoerenti con le documentate istanze dallo stesso avanzate, essendo legittima espressione di una insindacabile linea difensiva e di una personale lettura del provvedimento del gip, non possono essere oggetto di commento».

 

IL GIUDICE «Condotte molto gravi sia per l’entità che per la provenienza dei soldi»

LA PROCURA – Procedimento al bivio: giudizio subito o fascicolo riunito all’inchiesta

I FURBETTI – Galan e Piva ammettono: aggirate le norme fiscali

Giancarlo Galan ha fatto il furbo sull’Ici: «È vero che abbiamo tardato la chiusura di fine lavori per motivi fiscali, se hai la ristrutturazione in corso non paghi l’Ici», dice lui stesso a proposito della ristrutturazione di Villa Rodella. Il presidente del Magistrato alle acque, Maria Giovanna Piva, invece fece la furba sul collaudo del nuovo ospedale di Mestre che venne ritardato fino al raggiungimento della sua pensione, «per evitare di dover retrocedere la metà del compenso – racconta Piergiorgio Baita – C’era una norma infatti in base alla quale i dipendenti pubblici che effettuavano collaudi avrebbero dovuto retrocedere il 50% del compenso all’amministrazione di appartenenza».

 

Il Tribunale del Riesame: la detenzione non compromette i problemi cardiaci

Respinto anche il ricorso di Enzo Casarin, segretario dell’ex assessore regionale

“INNOCENTE” Stipendiato dal Cvn? Mai visto un soldo

L’UDIENZA – Motivazioni rinviate alla prossima settimana. Anche i pm contrari

LA DIFESA – La versione coincide con quella di Galan: denaro trattenuto da altri

SCANDALO – Mose

Chisso, no alla scarcerazione «Gravi indizi di colpevolezza»

Resta in carcere l’ex assessore regionale alla Mobilità, Renato Chisso. E con lui anche il suo segretario e fedele collaboratore, Enzo Casarin. Il Tribunale del riesame ha respinto ieri sera i ricorsi presentati dai rispettivi difensori, gli avvocati Antonio Forza e Carmela Parziale. Le motivazioni della decisione saranno depositate la prossima settimana ma è evidente che il collegio presieduto da Angelo Risi (giudici a latere Patrizia Montuori e Alberta Beccaro) ha ritenuto che sussistano gravi indizi di colpevolezza e che vi siano precise esigenze cautelari che giustificano la permanenza in carcere di entrambi. L’avvocato Forza aveva giocato anche la carta delle condizioni di salute di Chisso, sottoponendo ai giudici i problemi cardiaci di cui soffre l’ex assessore regionale, che qualche mese fa era stato costretto ad un ricovero in ospedale. Il Riesame ha però ritenuto che, allo stato, non vi siano elementi che depongano per una incompatibilità del regime carcerario con le condizioni di salute di Chisso.
La discussione del ricorso presentato per ottenere la remissione in libertà dell’ex assessore alla Mobilità era iniziata nel pomeriggio di giovedì, per poi essere sospesa e rinviata in quanto il Tribunale doveva provvedere alla decisione urgente di alcuni altre posizioni discusse in mattinata per le quali i termini erano in scadenza. Ieri mattina l’udienza è quindi ripresa alle 9: l’avvocato Forza per Chisso e l’avvocatessa Parziale per Casarin hanno proseguito nella discussione fino alle 13, in contraddittorio con i rappresentanti della pubblica accusa, i pm Stefano Ancilotto e Stefano Buccini, i quali hanno chiesto la conferma della misura cautelare in carcere sostenendo che le prove raccolte sono numerose e ben riscontrate.
I legali hanno invece sostenuto l’assoluta estraneità dei rispettivi assistiti in relazione alle pesanti accuse che vengono formulate nei loro confronti. A Chisso è contestato di essere stato “stipendiato” dall’allora presidente del Consorzio Venezia Nuova, Giovanni Mazzacurati, con una somma variante tra 200 e 250mila euro all’anno, dalla fine degli anni Novanta a tutto il 2013. Ingenti somme di denaro in cambio delle quali l’assessore avrebbe aiutato il Cvn e accelerato l’iter di alcune pratiche. Casarin è accusato di aver ricevuto parte delle somme per conto dell’assessore.
Ad accusare Chisso sono principalmente Claudia Minutillo, un tempo segretaria dell’ex presidente della Regione Veneto, Giancarlo Galan. Ma anche il presidente della Mantovani spa, Piergiorgio Baita, e il responsabile della stessa società, Nicolò Buson.
L’ex assessore si difende con determinazione negando di aver mai visto un soldo e ipotizzando che il denaro sia stato trattenuto da qualcuna delle persone che ora dice di averlo consegnato a lui. Versione che coincide con quella dell’ex ministro Galan, il quale anche davanti alla Giunta per le autorizzazioni a procedere ha ripetuto di essere estraneo ad ogni accusa.
La prossima settimana il Riesame dovrà affrontare la posizione dell’imprenditore veronese Alessandro Mazzi, uno dei soci del Consorzio Venezia Nuova. L’ex presidente del Magistrato alle acque, Patrizio Cuccioletta, ora agli arresti domiciliari, ha rinunciato al suo ricorso.

Gianluca Amadori

 

IL TRIBUNALE – Due giorni di udienze per il Riesame: misure attenuate per altri tre

L’EX MANAGER – A Brentan imposto solo l’obbligo di firma

Tornano liberi altri 4 indagati

Ai domiciliari la veneziana Brotto. Sequestro confermato per Morbiolo del Coveco

VENEZIA – (gla) Quattro indagati rimessi in libertà; misure “addolcite” per altri tre; sequestro confermato per Franco Morbiolo del Coveco. A conclusione di una estenuante “due giorni” di lavoro, il Tribunale del riesame di Venezia ha definito ieri sera la penultima (e più importante) tranche relativa ai ricorsi presentati da amministratori, pubblici funzionari, imprenditori e professionisti finiti in carcere o agli arresti domiciliari nell’ambito dell’inchiesta sul cosiddetto “sistema Mose”.
Il collegio presieduto da Angelo Risi ha rimesso in libertà l’architetto Dario Lugato, di Mestre, ai domiciliari con l’accusa di corruzione in relazione alla progettazione della cosiddetta “Via del Mare”, un project financing presentato dalla Mantovani di Piergiorgio Baita (e mai realizzata). La Procura ritiene che Lugato sia stato incaricato perché imposto dall’allora assessore alla Mobilità, Renato Chisso, e questo incarico viene indicato dai pm come atto di corruzione di Baita nei confronti di Chisso. Il difensore del professionista, l’avvocato Alessandro Rampinelli, ha però dimostrato che Lugato fu scelto perché massimo conoscitore del territorio di Cavallino e Jesolo, dove era previsto transitasse la nuova strada. «Il Riesame ha restituito dignità e onorabilità al mio assistito, un professionista di altissimo livello che ha sempre operato in modo lecito», ha dichiarato il legale.
Il Riesame ha annullato l’ordinanza di custodia cautelare anche nei confronti del dirigente regionale Giovanni Artico (ne scriviamo nella pagina a lato) ritenendo che non sussistano gravi indizi nei suoi confronti, così come in quelli di Lugato. L’altro architetto, il padovano Danilo Turato (avvocato Chiello), è stato invece rimesso in libertà per mancanza di esigenze cautelari, seppure vi siano nei suoi confronti gravi indizi: è il professionista che si sarebbe occupato dei restauri nella villa dell’ex presidente della Regione, Giancarlo Galan.
Annullata infine la misura cautelare per l’imprenditore ed ex presidente dell’Ente Gondola, Nicola Falconi (avvocati Bortolotto e Paolo Rizzo), ai domiciliari fino a ieri per corruzione e finanziamento illecito: i giudici ritengono che anche lui, al pari del chioggiotto Stefano Boscolo Bacheto, sia stato vittima di concussione da parte dell’allora presidente del Consorzio Venezia Nuova, Giovanni Mazzacurati.
Il Tribunale ha invece confermato la sussistenza di gravi indizi nei confronti di altri tre indagati, ritenendo però sufficiente una misura cautelare meno afflittiva: sono stati quindi concessi i domiciliari alla veneziana Maria Brotto (avvocati Frigo e Carponi Schittar), responsabile della progettazione del Mose per il Cvn (era in carcere), accusata di corruzione di due presidenti del Magistrato alle acque, Patrizio Cuccioletta e Maria Giovanna Piva; è stato imposto l’obbligo di firma a Lino Brentan (avvvocato Molin), ex amministratore della Società autostrade Venezia-Padova (era ai domiciliari), accusato di corruzione. Arresti domiciliari, infine, per il romano Vincenzo Manganaro, accusato di millantato credito per aver fatto credere a Baita (che gli versò somme consistenti) di poter influire su alti appartenenti della Guardia di Finanza per avere informazioni riservate o pilotare le indagini.

 

LE POSIZIONI DOPO IL RIESAME

Dopo Boscolo Bacheto e Boscolo Contadin si alleggerisce anche la posizione di Nicola Falconi, tornato in libertà: il Riesame dà credito alla loro versione

SVOLTA – I tre imprenditori sarebbero soprattutto vittime del sistema creato da Mazzacurati e Baita

IN CARCERE – Gravi indizi, con Renato Chisso resta dentro anche l’ex sindaco di Martellago Enzo Casarin

Da tangentari a concussi. Pagavano per lavorare

Il Tribunale del riesame presieduto da Angelo Risi sta lavorando di bisturi sull’impianto accusatorio della Procura di Venezia. E non le dà tutte buone a chi ha fatto l’inchiesta sul Mose. In particolare par di capire che il Riesame punta, per alcuni imputati di minor rilievo, sulla concussione invece che sulla corruzione. Significa che crede alla versione degli imprenditori costretti a pagare il Consorzio Venezia Nuova per poter lavorare. La Procura invece, soprattutto per la parte “chioggiotta” dell’inchiesta aveva messo in galera tutti accusandoli di corruzione e amen. Il cambio di passo significa che sono in arrivo guai grossi per il patron del Consorzio Venezia Nuova, Giovanni Mazzacurati che diventa “concussore” ovvero colui che costringe gli imprenditori a pagare le mazzette che poi venivano utilizzate dal patron del Consorzio per comprarsi qualche giudice della Corte dei Conti e del Consiglio di stato, qualche generale della Guardia di finanza e numerosi politici. E’ un cambio di prospettiva quello che offre il Riesame, lo spostamento del baricentro del processo. E i “concussi”, intanto, e cioè coloro che erano obbligati a pagare, sono diventati un nutrito gruppetto. Si è iniziato con il chioggiotto Stefano Boscolo Bacheto – difeso dall’avv. Antonio Franchini – e si è arrivati ieri all’imprenditore ed ex presidente dell’Ente Gondola, Nicola Falconi, del Lido di Venezia, accusato di corruzione e finanziamento illecito. Falconi è tornato in libertà. E poi c’è l’altro chioggiotto, Boscolo Contadin – avv. Giuseppe Sarti – Anche per lui si è arrivati alla concussione. E siamo a tre. Tre imputati che hanno convinto il Tribunale del riesame di essere vittime del sistema Mazzacurati-Baita. Torna in libertà anche l’architetto mestrino Dario Lugato, ai domiciliari con l’accusa di corruzione in relazione alla progettazione della cosiddetta “Via del Mare”, un project financing presentato dalla Mantovani di Piergiorgio Baita (e mai realizzata). La Procura ritiene che Lugato sia stato incaricato della progettazione perché imposto dall’allora assessore regionale alla Mobilità, Renato Chisso, e questo incarico viene indicato dai pm come atto di corruzione di Baita nei confronti di Chisso. L’avv. Alessandro Rampinelli, ha dimostrato che Lugato fu scelto perché massimo conoscitore del territorio di Cavallino e Jesolo, dove era previsto transitasse la nuova strada. E quindi il Riesame ha annullato il provvedimento di arresto.
Il Tribunale ha invece confermato la sussistenza di gravi indizi nei confronti della veneziana Maria Brotto, originaria di Bassano del Grappa e responsabile della progettazione del Mose per il Consorzio che però esce di galera e va ai domiciliari. La Brotto è accusata di corruzione di due presidenti del Magistrato alle acque, Patrizio Cuccioletta e Maria Giovanna Piva. Sarebbe stata lei a fornire il numero di conto estero sul quale Baita ha versato 500 mila euro per Cuccioletta colme buona uscita una volta andato in pensione – e Cuccioletta ha ammesso di aver ricevuto i soldi. Infine è stato imposto l’obbligo di firma a Lino Brentan, originario di Campolongo Maggiore ed ex amministratore della Società autostrade Padova-Venezia, che era agli arresti domiciliari. Brentan è accusato di aver raccolto mazzette per la campagna elettorale del Pd e di averle consegnate nelle mani di Giampietro Marchese.
Infine il Tribunale del riesame ha confermato il carcere per Enzo Casarin, ex sindaco di Martellago e segretario di Renato Chisso.

Maurizio Dianese

 

IL TESTIMONE Boato ricorda la commissione di salvaguardia sul Mose nel 2004

«Quella volta che Galan ci impose di votare»

«In 15 anni fu l’unica volta che si presentò a una seduta»

AI DOMICILIARI – Maria Brotto, responsabile della progettazione del Mose, è accusata di corruzione

Sono passati oltre 10 anni, ma il ricordo di come maturò il via libera al Mose in commissione di Salvaguardia è ancora ben vivido nella mente di Stefano Boato, rappresentante del Ministero dell’Ambiente in tale consesso. Fu la prima e unica volta in cui fece la sua comparsa in commissione l’ex governatore Giancarlo Galan.
«Era gennaio e c’erano state tre sedute di sottocommissione in sei giorni – ricorda Boato -. Avevamo velocemente esaminato i primi 9 volumi del progetto evidenziandone le criticità, ma mancavano da leggere altri 63 volumi entro il 9 marzo. Il 20 gennaio per la prima e ultima volta in 15 anni il presidente Gianfranco Galan si presentò a condurre personalmente la commissione e chiese di mettere ai voti il progetto. Cinque commissari obiettarono che si doveva dare tempo per elaborare un parere. Galan rispose che la Commissione non doveva dare pareri di merito, ma solo valutare i pareri positivi già espressi (dai Ministeri dei Lavori Pubblici e dei Beni Culturali)». Così contraddicendo una lunghissima storia e il dettato della legge speciale.
Boato, pur non avendo letto i testi ma avendo approfondito il tema per sette anni, riassunse così le proprie critiche al progetto: «Con l’approfondimento e allargamento dei canali di bocca si accentua lo squilibrio della laguna (facendo il contrario di quanto prescritto dalla Legge speciale), per criticità geologiche e geotecniche e per il rischio di rottura delle paratoie il progetto non è affidabile, la collocazione delle paratoie sott’acqua condanna per un secolo le future generazioni a lavori e spese enormi per la manutenzione, l’innalzamento del livello del mare costringerà a chiusure sempre più frequenti decretando la morte biologica della laguna, l’invivibilità della città e la morte del porto. Ripropongo la necessità di comparare le alternative progettuali più affidabili e molto meno costose (già conosciute e presentate all’università)».
Boato depositò quattro documenti, ma l’ingegnere Maria Giovanna Piva, presidente del Magistrato alle Acque, disse che le risposte non erano ulteriormente discutibili.
Quando il presidente Galan impose il voto, i commissari dissenzienti abbandonano la seduta. «Un membro rimasto in aula presentò un documento di approvazione predisposto dall’esaminato: il Consorzio Venezia Nuova – ricorda Boato -. Si approvava il progetto e si prevedeva che le successive elaborazioni fossero esaminate solo dalla Soprintendenza (esautorando la Commissione di Salvaguardia), con il passaggio del monitoraggio ambientale dal Ministero dell’Ambiente al Magistrato alle Acque». Di qui la conclusione: «Il governo dovrebbe sospendere i cantieri e procedere ad una valutazione scientifica imparziale per verificare la validità delle opere in corso e di correggere per quanto ancora possibile un progetto sbagliato e obsoleto».

Raffaella Vittadello

 

SCANDALO MOSE No del giudice al patteggiamento: «Pena incongrua». Il sindaco: «Così dimostrerò la mia innocenza»

IL SINDACO – Giorgio Orsoni resta dentro l’inchiesta sul Mose e chiede di essere processato. Niente nuovo patteggiamento, dunque, in seguito alla decisione del Giudice per le udienze preliminari che ieri ha respinto la richiesta dell’ex sindaco di uscire dall’inchiesta patteggiando 4 mesi e 15 mila euro di multa. Una richiesta che il giudice ha considerato “non congrua” vista la gravità del reato. Intanto in Comune si attende ancora la nomina del Commissario.

LE VITTIME – Mentre Orsoni cambia strategia, anche il baricentro dell’inchiesta si sposta. Il Tribunale del riesame infatti per la terza volta attenua le misure cautelari per 3 imprenditori che, secondo il Riesame, sono stati costretti a pagare, se volevano lavorare e dunque sono vittime del sistema Mazzacurati-Baita.

SVOLTA – Il sindaco si dice convinto di poter puntare ora all’assoluzione

Chisso e Casarin in carcere, Falconi e Brentan fuori

Orsoni andrà a processo

LE DECISIONI DEL RIESAME

LA FRASE «Finalmente mi posso difendere»

IL GIUDICE «Patteggiamento non congruo rispetto alla gravità dei fatti contestati»

IL RISCHIO – In aula saranno usate contro di lui le dichiarazioni messe a verbale

NUOVA STRATEGIA – Dopo il no al patteggiamento da parte del Gup il sindaco dimissionario ha deciso di non riformulare la richiesta

Una volta ufficializzata la notizia del no al patteggiamento da parte del giudice per le indagini preliminari Massimo Vicinanza il sindaco dimissionario Giorgio Orsoni ha diffuso, attraverso il suo portavoce, questo comunicato, che riportiamo integralmente. «L’esito dell’udienza odierna era prevedibile in relazione all’entità delle accuse svolte, al clamore che ne era seguito anche in relazione allo sproporzionato uso della misura cautelare.
La scelta di accettare il patteggiamento proposto dalla Procura era stata dettata dalla necessità di tutelare l’Amministrazione, ben consapevole della assoluta infondatezza dei fatti addebitati e della insussistenza della fattispecie di reato ipotizzato.
Venuta meno tale esigenza, ho auspicato la soluzione odierna che mi consente finalmente di difendermi appieno nell’ambito del processo. Prerogative fino ad oggi sempre negatemi».

Ora Orsoni punta sul processo

Domenica 29 Giugno 2014,
Adesso manca solo che dica che vuole tornare a fare il sindaco di Venezia. Perchè ieri, quando il Gup Massimo Vicinanza ha rifiutato il patteggiamento a Giorgio Orsoni, si è assistito all’ennesimo colpo di scena. Così come aveva colto tutti di sorpresa la decisione dell’ex sindaco di chiedere di patteggiare la pena per finanziamento illecito dei partiti, ieri tutti sono rimasti basiti dalla decisione di non riformulare la richiesta di patteggiamento, ma di andare a processo.

TANTE DOMANDE

Ma allora perchè Orsoni il 9 giugno in tutta fretta si era fatto interrogare? E perchè aveva chiesto, alla fine dell’interrogatorio, il patteggiamento a 4 mesi, che ora gli è stato rifiutato in quanto «non congruo rispetto alla gravità dei fatti», cioè troppo basso? E perchè di fronte al rifiuto non ha chiesto un ulteriore patteggiamento con una pena un po’ più alta ed ha detto: «Adesso posso finalmente difendermi»»?
Se il suo obiettivo era uscire al più presto dal tritacarne dell’inchiesta sul Mose, perchè adesso ha deciso invece di sottoporsi al processo visto che in aula di Tribunale verranno usate contro di lui anche le sue stesse dichiarazioni, quelle rese nel verbale di interrogatorio che aveva portato all’accordo sul patteggiamento? Mistero. Del resto è dall’inizio di questa faccenda che le mosse – sia politiche che processuali – dell’ex sindaco sono poco comprensibili e sembrano più dettate dai nervi che dal cervello. Come quando si presentò in Municipio rispondendo con un no secco a chi gli chiedeva se si sarebbe dimesso da sindaco, salvo firmare le dimissioni il giorno dopo.

ARRESTO A SORPRESA

E’ vero peraltro che Giorgio Orsoni non si aspettava l’arresto. E basta dare un’occhiata all’Ordinanza del Gip Alberto Scaramuzza – che porta in galera 40 persone – per capire che le manette con il nome di Orsoni scritto sopra non erano previste. Infatti l’Ordinanza riporta tutti i nomi degli indagati e arrestati in rigoroso ordine alfabetico, ma quello di Orsoni dovrebbe essere il numero 32, tra Neri e Piva e invece appare al numero 41, dopo Venuti. Quindi è vero che il suo nome è stato inserito all’ultimo momento fra gli ammanettati.
Da questo shock discendono probabilmente le mosse di Orsoni che due giorni dopo, il 7 giugno in aula bunker a Mestre, di fronte al Gip Scaramuzza, rilascia una dichiarazione spontanea che più o meno suona così: «I soldi che Mazzacurati dice di avermi dato io non li ho presi, ma non posso escludere che qualcuno li abbia presi per pagare la mia campagna elettorale». Insomma le due versioni, quella di Mazzacurati che dice di avergli portato a casa tra i 100 e i 250 mila euro e quella di Orsoni che dice che i soldi sono finiti a qualcuno del Pd, sono compatibili.

QUELLE BUSTE

Tutti si aspettano – anche perchè il sindaco è assistito da un avvocato di vaglia come Daniele Grasso – che il sindaco si fermi qui, alla dichiarazione spontanea. Invece, a sorpresa, il 9 giugno si presenta davanti ai p.m. Stefano Ancillotto e Stefano Buccini e si fa interrogare. Che cosa dice in sostanza Orsoni: «Non posso escludere che Mazzacurati abbia portato buste anche a casa mia. Non posso escludere che anche Sutto mi abbia portato qualcosa in studio, ma io non ho aperto le buste, non mi ricordo, non so, comunque soldi non ne ho visti. Li deve aver presi qualcun altro, qualcuno del Pd». Ma contestualmente Orsoni si assume la responsabilità «per il contesto generale, nel senso che la mia campagna elettorale, ho scoperto dalle carte che mi sono state notificate, è stata finanziata in modi non corretti». Quanto basta perchè i p.m. accettino al richiesta di patteggiamento a 4 mesi. Che ieri è stato rifiutato. E adesso si ricomincia tutto da capo, di nuovo.

 

TANGENTI MOSE – Il sindaco di Venezia verso il processo: «Così finalmente mi potrò difendere»

Orsoni, il giudice: pochi 4 mesi

Il gip nega il patteggiamento concordato con la Procura: «Pena incongrua per la gravità dei comportamenti»

L’UDIENZA – Niente da fare per il sindaco di Venezia, Giorgio Orsoni: il gip respinge il patteggiamento a 4 mesi e 15mila euro di multa. La pena concordata con i pm viene ritenuta troppo bassa.

LE REAZIONI – Meglio così per Orsoni: «Mi difenderò al processo». Per la Procura viene comunque «dimostrata la fondatezza dell’accusa».

Il gip boccia la pena di soli 4 mesi concordata con i pm: «Incongrua»

Orsoni, patteggiamento negato

IL PROCESSO – Al dibattimento sarò in grado di chiarire ancor meglio la mia estraneità

L’UDIENZA – Questo esito era prevedibile alla luce delle accuse e del clamore

Il sindaco: avevo auspicato questa soluzione, mi auguro una decisione rapida

L’INTERVISTA «Il patteggiamento? Ho accettato per tutelare l’amministrazione»

Patteggiamento negato per Giorgio Orsoni, il sindaco dimissionario di Venezia, accusato di finanziamento illecito ai partiti in relazione ad oltre 600mila euro che sarebbero stati versati dal Consorzio Venezia Nuova in occasione della campagna elettorale del 2010. A sorpresa (ma non troppo) il giudice per le indagini preliminari Massimo Vicinanza lo ha deciso ieri, poco prima delle 11, a conclusione di una breve udienza alla quale l’indagato non ha preso parte, facendosi rappresentare dai suoi difensori, gli avvocati Daniele Grasso e Mariagrazia Romeo. Secondo il gip, la pena concordata tra accusa e difesa – 4 mesi di reclusione e 15mila euro di multa – non è congrua alla luce della gravità dei fatti contestati.
«Anche a tener conto dell’atteggiamento processuale dell’indagato e del venir meno della carica che egli ricopriva al momento in cui è stata adottata la misura cautelare – scrive il giudice Vicinanza – non può non notarsi che le condotte da lui tenute sono molto gravi, sia per l’entità del contributo illecito ricevuto, sia per la provenienza soggettiva e oggettiva del denaro, sia per l’inevitabile rischio per la corretta gestione della cosa pubblica che ha comportato l’aver ricevuto ingenti somme da parte del soggetto economico costituito allo scopo di eseguire l’opera pubblica di maggior costo e rilievo che ha interessato la città della quale l’indagato è poi divenuto sindaco».
In apertura di udienza la difesa aveva presentato un’istanza preliminare, chiedendo di assolvere Orsoni ai sensi dell’articolo 129 del codice penale, ovvero per manifesta infondatezza dell’accusa. Ma il gip non l’ha accolta. Anzi, nell’ordinanza lunga poco più di una pagina, letta in aula anche alla presenza dei pm Stefano Ancilotto e Stefano Buccini, ha sottolineato «la corretta qualificazione giuridica della fattispecie – sia con riferimento al contributo al partito politico e alle sue articolazioni (coalizione e comitato), sia con riferimento al candidato», nonché «la fondatezza dell’ipotesi accusatoria, così come ripresa e sviluppata nell’ordinanza di applicazione della misura cautelare del 13 maggio 2014, le cui argomentazioni non sono state totalmente contrastate dall’indagato Orsoni quando è stato chiamato a rendere la sua versione dei fatti».
In sostanza il giudice scrive che vi sono elementi gravi nei confronti del sindaco in relazione alla «reiterata violazione della disciplina in materia di finanziamento pubblico dei partiti dettata dall’articolo 7 della legge 195/74, anche in relazione all’articolo 4 della legge 659 del 1981». E aggiunge che, nonostante l’accordo tra accusa e difesa, il patteggiamento non può essere accolto in quanto è «del tutto incongruo, alla luce dei parametri dell’articolo 133 del codice penale, concordare pena che si assesti sul minimo edittale e che per effetto della scelta del rito sia, per quella detentiva, inferiore a detto limite e, per quella pecuniaria, oltre cento volte inferiore a quella massima erogabile se si tiene conto del finanziamento illecito ricevuto».
I difensori di Orsoni hanno annunciato che a questo punto il sindaco affronterà il processo. La Procura, in una memoria depositata al gip, aveva motivato i soli 4 mesi (a fronte di un reato che va da 6 mesi a 4 anni di reclusione e una multa fino a 3 volte l’ammontare del contributo illecito) spiegando che è meglio una pena certa, anche se mite, con riconoscimento della responsabilità penale, ad una quasi certa prescrizione. Senza dimenticare che Orsoni, essendo incensurato, difficilmente potrebbe subire una condanna superiore a due anni, e dunque che la pena non verrebbe comunque scontata. Il sindaco finì ai domiciliari nell’ipotesi che non gli potesse essere concessa la sospensione condizionale. Gli atti saranno ora restituiti alla Procura che potrebbe stralciare la posizione di Orsoni per procedere subito contro di lui chiedendo il processo. Ma, più probabilmente, i magistrati decideranno di tenerla unita al resto del fascicolo, formulando una richiesta di rinvio a giudizio per tutti gli indagati a conclusione degli accertamenti.

Gianluca Amadori

 

«Così ora posso difendermi»

L’aria della “gita fuori porta”, evidentemente, gli ha fatto bene. La voce è tosta. Addirittura battagliera. E ha scelto di prendersi un paio di giorni di vacanza nel suo “buen retiro”: «Sono fuori città. Non dico altro». Giorgio Orsoni, già sindaco di Venezia, in attesa del commissario prefettizio che la città attende ormai da una settimana abbondante e nulla ancora sa, si trincera dietro la privacy, ma trova comunque il tempo di commentare quanto deciso dal giudice per le indagini preliminari, Massimo Vicinanza, che ha negato il patteggiamento all’ex primo cittadino sulla vicenda dei finanziamenti illeciti legati all’inchiesta sul Mose.
Sindaco Orsoni, il giudice ha avuto la mano pesante.
«L’esito dell’udienza di questa mattina (ieri, ndr) era prevedibile mettendolo in relazione con l’entità delle accuse svolte, ma soprattutto se teniamo conto del clamore che è seguito su tutta l’intera vicenda».
Ci sarà stato clamore, ma l’inchiesta c’è.
«Mettiamoci di mezzo anche un uso sproporzionato delle misura cautelare. Non c’è dubbio che la proposta di patteggiamento fatta dalla Procura oggi viene vista in un altro modo: quello di rimediare alla situazione».
E quindi?
«Ho accettato il patteggiamento proposto dai magistrati titolari dell’inchiesta (ma ci sono prove documentali che è stato lo stesso Orsoni a chiederlo, ndr) nella consapevolezza di dover tutelare l’Amministrazione comunale, sapendo perfettamente dell’assoluta infondatezza dei fatti a me addebitati e della insussistenza delle fattispecie di reato ipotizzato nei miei confronti (finanziamento illecito, ndr).
Adesso che non c’è più un’amministrazione Orsoni a Ca’ Farsetti, tutto potrà risultare più semplice?
«Ora quelle necessità di tutelare l’ente non ci sono più. E quindi sono in grado di scegliere meglio anche le mie strategie di difesa. Ora potrò farlo serenamente e tranquillamente. Potrò difendermi su tutta la linea. Tutto ciò mi consentirà di farlo liberamente».
Una scelta sofferta e problematica
«Potrò giungere con serenità al dibattimento e quindi sarò in grado di chiarire ancor meglio la mia estraneità. E giungere così all’assoluzione piena. Sono convinto che questo emergerà con forza in tutto il dibattimento. Va da sè che, se il magistrato avesse accettato il patteggiamento, io non avrei avuto dubbi in proposito e sarei immediatamente andato in Cassazione».
Insomma, lei si sente sollevato da questa decisione.
«Ho auspicato la soluzione scelta oggi (ieri, ndr), che mi consentirà di difendermi nell’àmbito del processo. Prerogativa che fino ad oggi mi è stata sempre negata. E quindi mi auguro una decisione nei miei confronti, la più rapida possibile».

 

 

Nuova Venezia – L’ex ministro Matteoli nega tutto

Posted by Opzione Zero in Rassegna stampa | 0 Comments

28

giu

2014

«IL CONTRIBUTO ELETTORALE DI 20 MILA EURO FU SUBITO RESTITUITO»

L’ex ministro Matteoli nega tutto

Stamani il giudice valuterà il patteggiamento di 4 mesi per Orsoni

VENEZIA – È durato un’ora circa l’interrogatorio dell’ex ministro dell’Ambiente prima e delle Infrastrutture poi, Altero Matteoli (nella foto). Accompagnato dai suoi difensori, gli avvocati romani Giuseppe Consolo e Francesco Compagna e il veneziano Gabriele Civello, è stato sentito dai giudici del Tribunale dei ministri del Veneto che, dopo averlo fatto parlare, gli hanno posto alcune domande. In particolare sul costruttore romano Erasmo Cinque che, stando alle accuse, sarebbe l’imprenditore che avrebbe raccolto le mazzette da altre imprese nell’ambito dell’appalto per le bonifiche di Marghera per consegnarle al ministro. Anche Cinque è indagato come Matteoli per corruzione ed ha presentato un memoriale in cui nega ogni accusa. Ha chiesto anche lui di essere sentito. Nel corso dell’interrogatorio di ieri il senatore di Forza Italia Altero Matteoli ha ribadito la sua assoluta estraneità alla vicenda Mose. «Non ho mai indicato imprese a chicchessia e non ho mai ricevuto denaro dal Consorzio Venezia Nuova né da altri soggetti», sostiene in un comunicato l’ex ministro dopo che si era rifiutato di rispondere alle domande dei giornalisti all’uscita dal Tribunale di piazzale Roma, «il contributo elettorale di 20.000 euro, accreditatomi con bonifico nel 2006, fu immediatamente restituito al mittente». «Non è difficile verificare come nella mia lunga attività politica e istituzionale non vi sia stata alcuna forma di arricchimento personale e che abbia sempre svolto le funzioni affidatemi cercando di servire al meglio l’interesse collettivo», conclude l’esponente politico di centro destra, «sono certo che la magistratura, di cui ho piena fiducia, potrà acclarare quanto prima la correttezza del mio operato». Stamane, intanto, il giudice veneziano Massimo Vicinanza dovrà valutare l’accordo raggiunto dai pubblici ministeri veneziani e i difensori del sindaco Giorgio Orsoni, gli avvocati Daniele Grasso e Mariagrazia Romeo. L’accordo prevede una pena di quattro mesi e il pagamento di quindicimila euro. Il magistrato dovrà dire se a suo giudizio la pena è congrua o meno: Orsoni è accusato di finanziamento illecito ai partiti e presumibilmente la decisione di cercare prima possibile un accordo con i rappresentanti della Procura è stata presa per uscire velocemente dal processo per non essere confuso con gli altri indagati, accusati di reati molto più gravi come la corruzione. Intanto, nella tarda serata di ieri, i giudici del Tribunale del riesame erano ancora riuniti per decidere sui ricorsi presentati dai difensori di otto degli arrestati. Fino ad ora nessuno degli indagati si era presentato davanti ai magistrati, ieri invece dal carcere di Bologna è arrivata Maria Teresa Brotto, direttore del Consorzio Venezia Nuova. Oltre alla sua posizione, sono state affrontate quelle dell’ex amministratore dell’Autostrada Venezia Padova Lino Brentan, dell’imprenditore veneziano Nicola Falconi, dell’ex maresciallo dei carabinieri romano Vincenzo Manganaro, degli architetti Dario Lugato e Danilo Turato. Oggi, il Tribunale affronterà le posizioni dell’ex assessore regionale Renato Chisso e del suo segretario Enzo Casarin. Infine, una precisazione: l’imprenditore romano Stefano Tomarelli non è mai stato amministratore delegato di «Condotte d’acqua», bensì consigliere . (g.c.)

 

Il tesoriere rosso Marchese furioso all’idea di lavorare

La sua telefonata irritata (con bestemmia iniziale) dopo l’assunzione fittizia in una società delle coop: «Da lunedì a venerdì compreso e fino alle 18.30?»

Motivando la concessione dei domiciliari al consigliere regionale del Pd, il tribunale del Riesame ha ravvisato «pesanti indizi di colpevolezza» a suo carico

VENEZIA «La consolidata totale contiguità del politico Giampietro Marchese con Giovanni Mazzacurati e il Consorzio Venezia Nuova da questi presieduto, con ruolo di tramite per Pio Savioli nell’ambito di questo rapporto, è acclarata in modo più che netto». È una delle frasi che si trovano nelle 27 cartelle delle motivazioni che hanno spinto i giudici del Tribunale del riesame di Venezia presieduto da Angelo Risi a concedere al consigliere regionale del Pd Marchese gli arresti domiciliari – era in carcere – ma a ritenere nei suoi confronti «La sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza », per il reato di illecito finanziamento al partito. A dimostrazione della contiguità dell’esponente del Pd al presidente del Consorzio Venezia Nuova, il giudice relatore Alberta Beccaro riporta l’intercettazione di una telefonata tra Marchese e Pio Savioli, rappresentante delle cooperative rosse nel Consorzio; il primo dice al secondo «Dovresti ricordare a Mazzacurati che gli ho chiesto almeno un milione di lavori per l’elettricista… Tu digli che dentro l’Arsenale o da un’altra parte deve trovarmi una milionata di lavoro. Devo dargli una mano a questo che solo nel 2005 nelle campagne elettorati provinciali, regionali e politiche mi ha sempre dato 25 mila euro al colpo». La tesi dei pubblici ministeri Paola Tonini, Stefano Ancilotto e Stefano Buccini è che Marchese avrebbe incassato almeno 500 mila euro (solo Savioli afferma di aver personalmente effettuato consegne dirette di contante all’esponente del Pd per circa 180 mila euro), tutto denaro proveniente «Da provviste illecitamente costituite dal Consorzio Venezia Nuova ». Sarebbero stati consegnati a Marchese in un arco di tempo pluriennale, «sempre e comunque con consegne brevi manu e in nero». In alcuni casi sarebbe stato Mazzacurati a portare i soldi, in altri Savioli o «ancora Federico Sutto», il segretario del primo. C’è poi l’assunzione fittizia per 35 mila euro presso una società (la Eit Studio) che gravita nell’ambito delle cooperative che lavorano con il Consorzio. Nelle motivazioni del Tribunale veneziano si segnala che, grazie alle intercettazioni ambientali e telefoniche, si nota «in particolare il tono irritato e preoccupato alla sola prospettiva di dover realmente lavorare adottato da Marchese». «Dovrei lavorare dal lunedì al venerdì compreso? », chiede il consigliere regionale, che allora non era ancora tale, a Franco Morbiolo, direttore di una cooperativa e pure lui poi arrestato, che gli risponde: «Lascia perdere quello che c’è scritto». E Marchese giù con una bestemmia, poi sbotta «Lavorare fino alle 18,30!». Sul conto di Marchese, che risiede a Jesolo in una bella villa con piscina coperta da un tetto apribile che ha acquistato alcuni anni fa dalla famiglia del boss sandonatese della mala del Brenta Silvano Maritan, «Emerge una sistematica reiterazione delle condotte criminose: poteva contare addirittura su una vera e propria regolare cadenza fissa quadrimestrale quanto alle corresponsioni brevi ma nuda 15 mila euro ciascuna operate da Savioli in suo favore quale tramite del Consorzio ». Per i giudici è significativo che Mazzacurati e gli altri del Consorzio si fossero impegnati a trovare una giustificazione formalmente regolare, quella dell’assunzione, anche in un momento in cui non rivestiva alcuna carica, segno evidente dell’influenza che rivestiva sulla scena politica locale. Ma «trattandosi in ogni caso di condotte non più in essere già da tempo, la misura degli arresti domiciliari è idonea a fronteggiare le esigenze cautelari».

Giorgio Cecchetti

 

Gazzettino – L’ex ministro Matteoli interrogato due ore

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28

giu

2014

TANGENTI MOSE – L’ex ministro interrogato due ore

Matteoli: non mi sono arricchito. Orsoni, oggi il patteggiamento

L’ex ministro Altero Matteoli è comparso ieri a Venezia davanti al Tribunale dei ministri. «Mai preso soldi – ha detto – e il contributo elettorale di 20mila euro fu subito restituito». Oggi il gup deciderà sul patteggiamento chiesto da Orsoni.

MAZZACURATI «Matteoli mi ha fatto dei favori, ho finanziato la campagna elettorale»

FIDUCIA NELLA MAGISTRATURA «Non ho mai indicato imprese a chicchessia, sarà accertata la correttezza del mio operato»

IERI L’EX MINISTRO MATTEOLI IN TRIBUNALE

Matteoli: «Mai avuto soldi. E il contributo di 20mila euro fu restituito al mittente»

La difesa dell’ex ministro in tribunale nell’interrogatorio durato quasi due ore

Poi il comunicato: «Nella mia lunga attività politica non mi sono arricchito»

LE CIFRE CONTESTATE – 5-600mila euro in bianco e in nero

«Non ho mai indicato imprese a chicchessia e non ho mai ricevuto denaro dal Consorzio Venezia Nuova né da altri soggetti. Il contributo elettorale di 20mila euro, accreditatomi con bonifico nel 2006, fu immediatamente restituito al mittente».
Il senatore Altero Matteoli, chiamato in causa nell’inchiesta sul cosidetta “sistema Mose” in qualità di ministro all’Ambiente del governo Berlusconi, si è difeso così, ieri pomeriggio, davanti al Tribunale dei ministri di Venezia, ribadendo la sua assoluta estraneità alla vicenda.
«Non è difficile verificare come nella mia lunga attività politica e istituzionale non vi sia stata alcuna forma di arricchimento personale e che abbia sempre svolto le funzioni affidatemi cercando di servire al meglio l’interesse collettivo – ha spiegato Matteoli attraverso un comunicato diramato dopo l’interrogatorio – Sono certo che la magistratura, di cui ho piena fiducia, potrà acclarare quanto prima la correttezza del mio operato».
Matteoli, accompagnato dai suoi legali, Francesco Compagna, Giuseppe Consolo e Gabriele Civello, è arrivato alla Cittadella della giustizia di piazzale Roma attorno alle 14 a bordo di un taxi, preceduto da una vettura con la scorta. All’ingresso in Tribunale non ha voluto rilasciare alcuna dichiarazione, e poco dopo le 16, è uscito dalla porta posteriore, salendo direttamente sulla Fiat Punto della scorta per uscire dal Palazzo di giustizia senza essere costretto a fermarsi con i giornalisti. La sua dichiarazione è pervenuta più tardi, trasmessa dal suo ufficio stampa.
L’interrogatorio è durato poco meno di due ore. Il senatore ha depositato un memoriale al collegio, per poi rispondere alle domande rivoltegli dal presidente, il giudice veronese Monica Sarti e degli altri due componenti, Priscilla Valgimigli (giudice del Riesame di Venezia) e Alessandro Girardi (giudice della sezione fallimentare di Venezia). A trasmettere gli atti al Tribunale dei ministri (lo speciale organismo che deve indagare su eventuali reati commessi da ministri nell’esercizio delle funzioni) è stata la Procura di Venezia che, nell’ambito delle indagini sul cosidetto “sistema Mose”, ipotizza che Matteoli abbia ricevuto somme di denaro illecite in relazione ad opere di bonifica ambientale dell’area industriale di Porto Marghera. A conclusione delle indagini in Tribunale dei ministri potrà archiviare, se si convincerà che nessun illecito è stato commesso, oppure restituire gli atti alla Procura per l’esercizione dell’azione penale, se invece ravvisasse gli estremi del reato di corruzione o finanziamento illecito. In tal caso, però, la Procura dovrà chiedere l’autorizzazione a procedere, in quanto Matteoli era un ministro.
Il principale accusatore di Matteoli è l’allora presidente del Consorzio Venezia Nuova, Giovanni Mazzacurati: «Il ministro Matteoli mi ha fatto dei favori e ho corrisposto finanziando la campagna elettorale… gli ho corrisposto dei soldi… erano corresponsioni di denaro direttamente a compenso in qualche modo di favori ricevuti… 400-500mila euro… dal 2009 al 2012-2013», ha messo a verbale Mazzacurati. Matteoli, però, nega con decisione.

Gianluca Amadori

 

VENEZIA – Accusato di aver ricevuto denaro per le opere di bonifica di Marghera

COOP ROSSE Il colosso azzerato dopo le dimissioni nomina il nuovo vertice: prima erano nove i componenti del cda

Coveco dimagrito: ora ricomincia da tre

Si volta pagina. Facce nuove e nuove professionalità. Un consiglio d’amministrazione più snello, da nove a tre componenti, per garantire l’immediata operatività del consorzio a tutela del patrimonio aziendale e umano che rappresenta. L’assemblea dei soci ha eletto il cda di Coveco, il colosso delle cooperative rosse con sede a Marghera rimasto senza vertici, a seguito delle dimissioni di tutti i componenti all’indomani dell’arresto del presidente Franco Morbiolo e di uno degli amministratori, Nicola Falconi, nell’ambito dell’inchiesta sulle tangenti del Mose.
«Un atto di responsabilità quello di rimettere il mandato – spiega il presidente di Legacoop Veneto, Adriano Rizzi – per evitare strumentalizzazioni legate alle indagini, facilitando la distinzione fra eventuali responsabilità personali e della struttura, e per permettere di sviluppare le attività in essere mettendo le basi per la futura espansione».
Un’ottantina di imprese associate che danno lavoro a centinaia di lavoratori, fra soci e dipendenti, una storia nata 60 anni fa, il nome Coveco legato alle più recenti grandi opere pubbliche – fra tutte l’Expo 2015 – rischia di venire identificato con la “fabbrica di mazzette” per conto del Consorzio Venezia Nuova, profilo che emerge dai faldoni depositati in Procura.
Ad affrontare quella che è stata definita “una nuova sfida” sono stati chiamati il padovano di Este, Devis Rizzo, 40 anni, nel cda di Ccfs di Reggio Emilia, il friulano di Palazzolo dello Stella, Daniele Casotto, classe 1958, presidente di Celsa di Latisana e il veneziano Eugenio Stefani, 64enne, della Cooperativa Meolese. Il prossimo passo sarà quello di designare presidente e vice. «Condivido pienamente il richiamo di Legacoop Veneto all’esigenza di rispettare sia l’attività della magistratura che il diritto degli accusati alla difesa, e alla necessità che le imprese assumano comportamenti che assicurino continuità aziendale e occupazione» ha commentato il numero uno di Legacoop, Mauro Lusetti.

 

MESTRE – E al dibattito post-inchiesta spunta Baita

MESTRE – Pochi minuti prima tre politici veneziani (Enrico Zanetti di Scelta Civica, Marta Locatelli del Ncd e Jacopo Molina del Pd) nel corso di un dibattito sul futuro della politica veneziana lo avevano additato tra quei personaggi che non dovrebbero venire più considerati dall’opinione pubblica come meritevoli della loro attenzione e che andrebbero emarginati. Piergiorgio Baita, l’uomo chiave dell’inchiesta Mose, arriva in piazzetta Battisti, nel cuore di Mestre, e si siede a pochi metri da dove si sta discutendo del futuro di Venezia: si concede un prosecco, sorride, stringe mani, è abbronzatissimo. Di stare ai margini della società non pare gli interessi poi molto.

(r.ros)

 

ORDINI PROFESSIONALI – Sospesi gli ingegneri Piva, Brotto e Dal Borgo

VENEZIA – Non solo gli architetti, anche gli ingegneri coinvolti nell’inchiesta sul Mose sono stati sospesi dai rispettivi albi professionali. A precisarlo è Ivan Antonio Ceola, presidente dell’Ordine degli ingegneri di Venezia: «Questo Ordine, appena appresa la notizia di stampa della custodia cautelare nei confronti degli ingegneri Maria Brotto e Maria Giovanna Piva ha subito chiesto conferma alla Procura della Repubblica del provvedimento cautelare ed ha immediatamente proceduto, come previsto dalla normativa vigente, alla sospensione dall’Albo dei predetti ingegneri». Lo stesso ha fatto l’Ordine degli ingegneri di Belluno, presieduto da Ermanno Gaspari, nei confronti di Luigi Dal Borgo.

 

RIESAME – Una decina di ricorsi da Brentan a Chisso, in arrivo la decisione

Quattro mesi di reclusione e 15 mila euro di multa, con la sospensione condizionale. È questa la pena per il reato di finanziamento illecito ai partiti di cui è accusato il sindaco dimissionario di Venezia, Giorgio Orsoni, sulla cui congruità si deve pronunciare questa mattina il giudice per l’udienza preliminare di Venezia, Massimo Vicinanza. La proposta di patteggiamento è stata presentata dal difensore di Orsoni, l’avvocato Daniele Grasso, con l’accordo della Procura. Una pena ai minimi, considerato che la legge 197 del 1974 prevede la reclusione da 6 mesi a 4 anni di reclusione e la multa fino al triplo delle somme versate in violazione della normativa: nel caso del sindaco fino ad un milione e mezzo di euro, stando all’accusa formulata dai pm. Dunque non è così assodato che il patteggiamento venga accolto dal giudice. In caso di rigetto gli atti torneranno alla Procura che dovrà decidere il da farsi: concordare un nuovo patteggiamento con pena più elevata o chiedere il processo.
Orsoni è accusato di aver incassato, in occasione della campagna elettorale del 2010 per le elezioni comunali, 110 mila euro “in bianco” da varie società tra le quali alcune ditte che sono riconducibili al Consorzio Venezia Nuova. Il patron del Cvn, Giovanni Mazzacurati, avrebbe utilizzato il solito meccanismo di anticipare alle ditte i soldi (che secondo la Procura erano provento di false fatturazioni), e le stesse ditte poi fatturavano al Consorzio. Una partita di giro che serviva solo a mascherare la mano del Cvn. Mazzacurati racconta, inoltre, di aver consegnato altri 450-500 mila di persona e in contanti portandoli a casa del sindaco. Per queste accuse Orsoni è finito agli arresti domiciliari il 4 giugno. Dopo 5 giorni, lunedì 9 giugno, ha spiegato al gip Scaramuzza che non poteva escludere che Mazzacurati avesse messo mano al portafogli per la sua campagna elettorale, giurando però di non aver mai visto un centesimo: secondo Orsoni infatti i finanziamenti (che lui riteneva regolari) sono stati incassati dal Partito Democratico. Versione confermata 48 ore più tardi ai magistrati della Procura, davanti ai quali ha ammesso di essersi rivolto a Mazzacurati, su pressioni del Pd, pur essendo consapevole dell’inopportunità di far finanziare la campagna elettorale dal Cvn. A conclusione dell’interrogatorio ha quindi concordato il patteggiamento. I pm Stefano Ancillotto, Paola Tonini e Stefano Buccini motivano la pena così mite con il fatto di conseguire un primo importante risultato – cioè una sostanziale ammissione di responsabilità – evitando il rischio di prescrizione del reato (tra due anni).
Ieri, nel frattempo, per il Tribunale del riesame è stata una giornata particolarmente intensa e impegnativa. Il collegio presieduto da Angelo Risi ha preso in esame i ricorsi presentati da una decina di indagati e ha proseguito i lavori fino a tarda notte. Tra le posizioni discusse dai rispettivi difensori, alla presenza dei sostituti procuratore Stefano Ancilotto e Stefano Buccini, figurano quella dell’ingegner responsabile della progettazione del Mose, Maria Brotto; dell’ex amministratore della Società autostrade Venezia-Padova, Lino Brentan; dell’imprenditore ed ex presidente dell’Ente Gondola, Nicola Falconi; di Giovanni Artico, commissario straordinario per il recupero territoriale e ambientale di Marghera, e dell’architetto Danilo Turato, finito sotto accusa per i restauri della villa dell’allora presidente della Regione, Giancarlo Galan (che secondo la Procura furono pagati dalla società Mantovani di Piergiorgio Baita). Soltanto questa mattina sarà possibile conoscere le decisioni assunte dal Riesame. Oggi saranno discussi i ricorsi presentati dall’ex assessore regionale ai Trasporti, Renato Chisso e dal suo segretario, Enzo Casarin.

 

IL NUOVO CA’ FONCELLO La Cgil di Bernini chiede alla Regione di rivedere l’impostazione dell’opera

Project rischioso: «Si cambi»

TREVISO – (mf) «La Regione abbandoni il progetto di finanza per la costruzione della nuova cittadella sanitaria del Cà Foncello». Questo l’appello lanciato da Ivan Bernini, segretario generale della Fp-Cgil della Marca. Tradotto: si cancellino i 98 milioni di parte privata previsti nel project financing complessivo da 224 milioni. «Alla luce dei fatti emersi in tutto il Veneto e delle evidenti problematiche legate al finanziamento privato – spiega il sindacalista – si realizzi l’opera con risorse pubbliche, negoziando con il ministero, con l’Usl e con la conferenza dei sindaci per identificare il percorso più opportuno». «In Veneto sono troppe le aziende aggiudicatrici di appalti legate alla corruzione – avverte Bernini – non succeda anche a Treviso».
L’intervento della Cgil arriva all’indomani dell’audizione del direttore generale dell’Usl 9, Giorgio Roberti, davanti alla commissione sanità della Regione. Un confronto chiesto in primis da Diego Bottacin, consigliere regionale di Verso Nord. «Il direttore cosa può dire di diverso da quanto già detto in questi anni? – tuona il segretario della funzione pubblica – mi chiedo se tale convocazione sarebbe ugualmente avvenuta anche se l’ad di Palladio Finanziaria, il gruppo che si è aggiudicato l’appalto, non fosse stato arrestato nell’ambito delle indagini svolte dalla procura di Venezia». Il riferimento è all’arresto nell’inchiesta Mose di Roberto Meneguzzo, ad della finanziaria anima economica di Finanza e Progetti. «La Regione dia garanzie e faccia chiarezza rispetto al progetto trevigiano – conclude Bernini – dica se e come si farà la cittadella sanitaria e abbandoni il project financing perché quello che succede in Veneto non accada anche nella Marca».

 

MESTRE – Al dibattito sulla corruzione spunta Baita

E al dibattito a Mestre spunta Baita

Mentre i relatori sparano a zero sui corrotti, il burattinaio del Mose si accomoda tra i tavolini

MESTRE – Due di loro pronti a candidarsi a sindaco. Nessuno si aspettava l’arresto del sindaco per il tipo di reato compiuto. Invocano una legge speciale che non sia solo un rubinetto da soldi per la cittá e pretendono che da oggi si volti pagina ma non dando in pasto il Comune di Venezia alle liste civiche. Dibattito acceso e propositivo ieri sera al Palco in piazzetta Battisti promosso dall’associazione ‘Adesso VeneziaMestre’. Il titolo, provocatorio, era «Venezia anno zero». Ed è proprio per discutere di quali saranno le ripartenze che Enrico Zanetti (Scelta Civica), Marta Locatelli (Ncd) e Jacopo Molina (Pd) hanno risposto alle domande del direttore de Il Gazzettino Roberto Papetti.
Questione valori. Per Zanetti «Venezia è una cittá bloccata politicamente perché tante persone votano in funzione di essere parte anche minima di un sistema che si pensava si potesse essere eterno. D’ora in avanti serve una scelta di voti basata sulla qualitá delle persone e delle proposte». Secondo Locatelli «per cambiare rotta bisogna mettere al centro i bisogni della città perché guardando la storia recente questo non è mai avvenuto». Molina, invece, ritiene che «il cambio di valori significa ora non accettare finanziamenti in campagna elettorale da parte dei contribuenti. Bisogna ritornare ad una cosa più semplice, con la politica vista come servizio e non una professione come avveniva a livello locale». Questione ricambio generazionale. Per gli ospiti non è giusto mandare tutti a casa seguendo il luogo comune che «siamo tutti uguali». Certo serve più trasparenza, facce nuove ma affidarsi solo alle liste civiche come segno del cambiamento non basta. Bisogna che la politica cambi pelle e si rinnovi ma non si azzeri del tutto. Marta Locatelli, tra i tre, è quella che si è dimostrata più titubante di fronte ad una eventuale richiesta di fare il sindaco. Pronti a “sacrificarsi” sarebbero invece Molina e Zanetti. Tutti però saprebbero da cosa partire, cosa tagliare per dare un segnale di discontinuità con il passato. Turismo come prima fonte di guadagno per le casse del comune, tolleranza zero contro il disagio nelle cittá e ridimensionamento delle partecipate sarebbero le azioni di Zanetti. E, infine, capitolo Orsoni e inchiesta. Per tutti l’arresto dell’ex sindaco è stata una misura eccessiva. Non è stato invece un fulmine a ciel sereno l’inchiesta. Ma mentre proprio Zanetti, Molina e la stessa Locatelli condannano corrotti e corruttori chiedendone l’esclusione dalla scena politica e pubblica e l’emarginazione ecco arrivare a fianco del Palco lui, Piergiorgio Baita. Sorride, fa aprire bottiglie di prosecco, festeggia forse il compleanno di un amico. Come se a Venezia fosse un cittadino qualunque.

Raffaele Rosa

 

AMBIENTE VENEZIA – I comitati annunciano un esposto alla Procura della Repubblica

Contro il Mose, arriva la denuncia

La diffusione del testo di una denuncia presentata lo stesso giorno alla Procura della Repubblica ha aperto ieri a San Leonardo l’assemblea dell’Associazione Ambiente Venezia contro il Mose. Nove i temi all’ordine del giorno, tra cui le richieste di una moratoria sulla grande opera, di scioglimento del Consorzio Venezia Nuova e di istituzione di una authority indipendente che valuti l’efficacia e la reversibilità di quanto realizzato finora alle bocche di porto. A tenere banco nella prima parte della seduta la denuncia in Procura, che fa seguito all’esposto per danni erariali alla Corte dei conti presentato il 30 agosto 2013 dove Ambiente Venezia richiama le 12.500 firme raccolte e all’origine di una vertenza a livello europeo, definisce il Mose «sbagliato, contra legem, tecnicamente obsoleto, costoso, dannoso per l’ecosistema, inutile per la salvaguardia e utile solo a chi lo costruisce».
Richiamando le sue «esorbitanti spese di realizzazione, gestione e manutenzione, che contribuiscono ad alimentare il debito pubblico», condannando «un sistema affaristico non in grado di autoriformarsi», chiedendo la soppressione del sistema a concessione unica e auspicando «un radicale cambiamento in corso d’opera, volto a recepire le articolate soluzioni alternative, pur in presenza del costoso stato di avanzamento dei lavori».
«Vogliamo contenere i danni – ha detto Armando Danella – perché recuperi e modifiche sono ancora possibili. E sollecitiamo una commissione parlamentare d’indagine, per sapere esattamente come sono andate le cose. Inoltre, chiediamo al premier Matteo Renzi – che lasciato solo potrebbe sbagliare – di sottrarre al Cipe i soldi dati al Consorzio, e a tutti di contribuire a tener alta l’attenzione e la mobilitazione sul tema, facendogli sentire le nostre ragioni l’8 luglio, quando sarà a Venezia per la prima uscita del semestre di presidenza europea». «I mostri sono veramente alla fine? – si è chiesto invece Cristiano Gasparetto – Il problema non è di chi andrà o non andrà a finire in galera, ma avere garanzie. Pensiamo solo allo scavo del canale Contorta Sant’Angelo, funzionale alle grandi navi. In caso di via libera, a chi saranno affidati i lavori?».

Vettor Maria Corsetti

 

Il doge traditore che finì decapitato

di Alberto Toso Fei

La vicenda tragica di Marin Falier, l’unico doge che fu decapitato nel corso della storia della Serenissima per aver tradito la Repubblica cercando di instaurare una signoria, è una di quelle storie veneziane che volentieri fondono i fatti con la leggenda. Perlomeno questa è la versione storica più comune e accettata, sebbene fonti diverse sostengano che a essere vittima di una congiura ordita da parte dell’oligarchia veneziana fu lui stesso, che voleva riampliare il Maggior Consiglio dopo la “Serrata” di cinquant’anni prima. Falier a trent’anni fu uno dei tre capi del Consiglio dei Dieci, nato cinque anni prima a seguito della congiura di Bajamonte Tiepolo del 1310. Fu eletto doge nel 1354 mentre si trovava all’estero, e quando – arrivato che fu a San Marco – scese dalla gondola, transitò tra le due grandi colonne della Piazzetta, dove avvenivano le esecuzioni capitali. Gesto che fu considerato dai presenti di cattivo auspicio (“che fo un malissimo augurio”, scrive Marin Sanudo nei suoi Diari). Anche Francesco Petrarca scrisse in una lettera come il doge si fosse presentato “Sinistro pede palatium ingressus”. Presagi di quanto gli sarebbe accaduto di lì a pochi mesi.
La storia spiega come all’origine della congiura ordita dal doge vi fosse la natura ambiziosa del Falier. Ma la leggenda (o meglio la mitizzazione di parte dei fatti storici) parla invece di una vicenda di donne e di onore offeso. Tutto sarebbe accaduto nel corso del ricevimento organizzato per festeggiare l’elezione, al quale partecipò anche un giovane patrizio, Michele Steno, che fu fatto cacciare per aver importunato una damigella della dogaressa Lodovica Gradenigo. Lo Steno si vendicò lasciando sulla sedia del doge un biglietto con questi versi: “Marin Falier da la bela mujer, / altri la galde (gode), lu la mantien” (oppure, secondo un’altra versione, “la mugièr del doxe Falier / la se fa fotter per so piaxer!”).
Ne nacque una questione con gravissimi sviluppi politici: il doge tramò contro lo Stato perché ritenne che l’offesa non fosse stata punita adeguatamente. Oltre a un mese di carcere, Steno fu condannato a cento lire d’ammenda e a essere battuto con una coda di volpe; ovvero a essere punito simbolicamente. Ciò non gli impedì di diventare doge lui stesso 45 anni dopo quell’episodio, nel 1400.
Marin Falier fu decapitato sulla scalinata di Palazzo Ducale. Nella sepoltura la testa gli fu messa tra le gambe a perenne ricordo dell’onta procurata. Sempre Petrarca, nella medesima lettera, scrisse che l’avvenimento doveva servire da lezione ai dogi a venire, che avrebbero così imparato a essere “le guide e non i padroni dello Stato. Che dico le guide? Unicamente gli onorati servitori della Repubblica”.
Nel salone del Maggior Consiglio, a Palazzo Ducale, tra i ritratti dei primi 76 dogi succedutisi alla guida della Serenissima (furono in totale 120, tra il 697 e il 1797), quello di Marin Falier è rappresentato come un grande drappo nero, su cui sta scritto: “hic est locus Marini Falethri decapitati pro criminibus”; di chi ha tradito la Repubblica non deve essere conservato nemmeno il ricordo dell’immagine.

Alberto Toso Fei

 

Orsoni nomina un vicesindaco. Patteggiamento, oggi si decide

Niente Commissario, la nomina si fa attendere. E spunta un vicesindaco

Il ministero non decide, così Orsoni nomina Morra

Il Governo non decide, il commissario non arriva e la città non ha più un sindaco né un Consiglio comunale. Una situazione che si è tirata avanti per cinque giorni e che non può essere accettata per una città come Venezia, che ha gli occhi del mondo puntati addosso. Nell’impasse generale in cui non si sa ancora se le elezioni si svolgeranno a novembre o a marzo, se il commissario sarà Valerio Valenti o un altro alto funzionario dello Stato, il sindaco dimissionario (ma ancora formalmente in carica) Giorgio Orsoni ha preso l’iniziativa, nominando un vicesindaco che possa firmare in sua assenza (in questi giorni sarà fuori città) tutti quegli atti urgenti che abbisognano di un amministratore e non di un semplice funzionario, dipendente dell’ente locale. Il vicesindaco è Romano Morra, 74 anni, fino a ieri capo di gabinetto del sindaco e stimato giurista. Come Orsoni, anche Morra è un allievo del grande Feliciano Benvenuti ed è stato per anni il coordinatore dell’avvocatura regionale, oltre ad aver insegnato nelle principali Università venete e ad aver ricoperto il ruolo di amministratore o commissario all’interno di molti enti e istituzioni.
In questi giorni, benché il suo incarico fosse scaduto, Morra è rimasto sempre al suo posto, per rispondere ai cittadini e per preparare il passaggio di consegne dal sindaco al commissario.
«Sono un soldato – ha commentato – sono chiamato a dare la mia opera e la dò».
La nomina è arrivata verso le 18 di ieri, quando in Comune tutti si erano resi conto che la “riflessione” del Governo era andata oltre il termine di ragionevolezza. Il sindaco è tornato per un attimo a Ca’ Farsetti, giusto per firmare la nomina, poi se n’è andato. Questa mattina, tra l’altro, è in programma l’udienza dal giudice Massimo Vicinanza che dovrà pronunciarsi sulla sua richiesta di patteggiamento.
La nomina di un vicesindaco “tecnico” è un atto assolutamente inedito per Venezia ma anche singolare nel panorama giuridico italiano. La decisione è stata presa dopo un’attenta valutazione da parte di Orsoni in merito alla legittimità, poiché si è sempre parlato di giunta tecnica ma mai solo di vicesindaco.
Ironia della sorte, ieri mattina, in Comune stavano ricollocando gli arredi e facendo pulizie in vista dell’arrivo del commissario. Nella stanza di Morra (destinata ad ospitare un subcommissario) stavano appendendo un dipinto raffigurante un componente del Consiglio dei Dieci. Sguardo torvo e la fama di non portare fortuna.
«Io non ci torno in quella stanza» avrebbe detto, “rifugiandosi” nell’ufficio accanto a quello che è stato del sindaco.
Nel pomeriggio, la telefonata di Orsoni: «Sai, Romano, dovresti dare le dimissioni».
«Obbedisco», è stata la sua risposta.
«Ti nomino vicesindaco».
«Onoro l’impegno, come sempre. Il mio slogan è sempre stato “al servizio del cittadino e della città”. Come diceva Benvenuti – conclude Morra – il cittadino non è un suddito e la pubblica amministrazione deve essere al suo servizio».

 

Nuovi guai per Mazzacurati

Scandalo Mose, è indagato per concussione ai danni delle coop

Nuovi guai per Giovanni Mazzacurati, ex presidente del Consorzio Venezia Nuova. È indagato per concussione nei confronti della coop di Chioggia alla quale chiedeva di partecipare alla raccolta fondi pro mazzette.

Mazzacurati è indagato per concussione alle coop

Oggi Matteoli risponderà al Tribunale dei ministri: l’ex titolare dell’Ambiente è sospettato di aver esercitato pressioni sul Cvn per favorire un’impresa amica

VENEZIA – Giornata densa sul fronte inchiesta Tangenti Mose& Co. L’ex ministro Matteoli. Oggi, davanti al Tribunale dei ministri, verrà interrogato l’ex ministro all’Ambiente Altiero Matteoli: la Procura chiede di poter indagare nell’ambito di un filone sulle opere di bonifica di Porto Marghera, dopo che l’ex presidente di Mantovani Piergiorgio Baita ha dichiarato ai pm (e ripetuto davanti al Tribunale dei ministri) che Matteoli si sarebbe adoperato per indurre l’ex presidente del Cvn Mazzacurati, a far partecipare ai lavori la «Socostramo » di Erasmo Cinque. Matteoli repsinge ogni addebito. “Il supremo”concussore. L’ex presidente Giovanni Mazzacurati deve rispondere non di corruzione, ma della più grave accusa di concussione nei confronti della coop di Chioggia alla quale chiedeva di partecipare alla raccolta fondi pro-mazzette. Lo sostiene il Tribunale del Riesame (presidente Angelo Risi) nell’ordinanza con la quale concede gli arresti domiciliari a Stefano Boscolo Bacheto, che con la coop San Martino, dal 2008, ha partecipato al giro di fatture gonfiate per costituire il fondo-nero-paga- mazzette del Consorzio. Accogliendo in parte le tesi degli avvocati Franchini e Tosi, per il Riesame Boscolo è autore di numerosi reati, ma non di corruzione: «I contraenti non avevano operato, in condizioni di parità: Mazzacurati “il Supremo”, “il capo” aveva creato un sistema che gli consentiva di violare le regole delle assegnazioni. Agiva quindi in una posizione di forza nei confronti della coop di Chioggia che temeva, a ragione, di essere penalizzata in caso di mancata accettazione della “proposta”». Per il collegio l’accusa dev’essere di concussione fino al 2012 e concussione per induzione dopo, anche per Pio Savioli (Coveco) per 150 mila euro incassati nel febbraio 2013. «All’’interno del Cvn le decisioni erano prese dal “Supremo” e ratificate dai consiglieri che contavano: Mazzi, Baita, Tomarelli col loro 80%, i Boscolo erano esclusi e potevano puntare sull’attivismo del loro intermediario Savioli, esattore e agente di collegamento tra Cvn e aspiranti appaltatori» nel «meccanismo infernale imposto da Mazzacurati a chi voleva lavorare ». Venuti, prestanome di Galan. Nel lasciare in carcere il commercialista padovano Paolo Venuti, il Riesame sottolinea come dalle intercettazioni «risulta “apertis verbis” che i coniugi Venuti-Farina sono, per loro ammissione, prestanome” di Galan, ma altresì che hanno ricevuto precise disposizioni sulla destinazione da dare alle liquidità occupate all’estero». «Ma sono in Svizzera, sono in Croazia?» chiede Alessandra Farina al marito in un colloquio: «…Quelli in Svizzera li tengo io e quelli in Croazia li tiene lui». «Sì vabbè ma quanti sono i suoi». «1.800.00», risponde Venuti. I coniugi – secondo l’accusa – sono sotto pressione: Galan vuole destinare i soldi alla figlia Margherita, la moglie Sandra Persegato li vorrebbe investire in un affare di gelaterie in India. «Per carità», dice Alessandra Farina, «sono della Margherita… perché se lui morirà prima io cosa faccio?». Venuti: «…cioè a tutti gli effetti». Farina: «Sono miei». Venuti: «Quindi potrai fare una donazione alla Margherita che è la figlioccia mia, un appartamento puoi comprare…». Farina: «Se muoio prima io…vanno in asse ereditario mio?». Venuti: «Sì». Lei: «Se si spupazza Enrico». E ridono. Venuti: «Lei non sa niente, quanto come chi, non può pretendere neanche un euro perché non esiste nulla».

Roberta De Rossi

 

L’INTERROGATORIO, il drammatico FACCIA A FACCIA MENEGUZZO-TONINI

«Spaziante ci parlava di una pm e diceva che è molto determinata»

Perché avrei dovuto mettere a rischio un’azienda da 1 miliardo per 700 mila euro?

Mazzacurati mi faceva tenerezza, credo di essere stato strumentalizzato da lui

VICENZA – Sono le 12.45 di lunedì 16 giugno. All’interno del Comando provinciale della Guardia di Finanza di Lucca il pubblico ministero veneziano Paola Tonini chiude l’interrogatorio di Roberto Meneguzzo, l’amministratore delegato di Palladio Finanziaria arrestato nell’ambito dell’inchiesta Mose con l’accusa di essere il “collettore” delle mazzette date a Marco Milanese (braccio destro del ministro Tremonti) da Giovanni Mazzacurati (ex presidente del Consorzio Nuova Venezia). Passano solo pochi secondi e il pm, su richiesta dell’indagato, deve riaprire il verbale. «Nell’attesa della stampa del presente verbale, l’indagato ha inteso rendere ulteriori dichiarazioni, in particolare…», riporta il pm. «Chiedo un confronto con l’ingegner Giovanni Mazzacurati » (il capo del consorzio Venezia Nuova, arrestato un anno fa, sulle cui deposizioni si basa l’accusa): così fa mettere nero su bianco Roberto Meneguzzo. Che preannuncia una nuova puntata nella vicenda che lo coinvolge. Un confronto all’americana con la persona da cui si è sentito «violentemente strumentalizzato ». Meneguzzo e Mazzacurati. «Milanese ogni tanto mi diceva: “Gestisci tu Mazzacurati, perché altrimenti mi riempie di telefonate” – dice Meneguzzo rispondendo al pm Tonini – con Mazzacurati ho avuto un atteggiamento di grande attenzione, mi faceva anche un po’ di tenerezza: era un signore di 80 anni, avevo un atteggiamento protettivo». Pm: Quindi era sempre lei che faceva da tramite tra Milanese e Mazzacurati? M:Facevo la segreteria. Pm: Lei ha detto che ogni mese c’era un incontro a Milano M:OaRoma. Pm:Chi partecipava? M: Sempre Milanese e Mazzacurati, talvolta anch’io. Mazzacurati era ansioso, si muoveva a 360 gradi, parlava con Letta, con Tremonti, con Incalza». Il pm insiste con Meneguzzo sui soldi che Mazzacurati avrebbe versato a Milanese. Pm: Lei ha conoscenza del pagamento di somme di denaro da parte di Mazzacurati? M:No. Pm: Sa spiegarsi le dichiarazioni di Mazzacurati su questo? M. Non lo so. Non so se Mazzacurati abbia effettivamente pagato Milanese o se li sia tenuti per sé e per la sua famiglia (si parla della presunta tangente di 500mila euro elargita il 14 giugno 2010, ndr). Pm: Quindi lei sapeva che Mazzacurati aveva una sommadi denaro con sé? M:No Pm: Sapeva che era stata richiesta una somma di denaro? M:No. Il ruolo della Gdf. Nell’interrogatorio di Roberto Meneguzzo (ora agli arresti domiciliari a Vicenza) grande spazio viene preso dal ruolo del generale Emilio Spaziante della Finanza (all’epoca dei fatti Comandante interregionale dell’Italia Centrale a Roma). L’attenzione si focalizza sull’incontro del 5 luglio 2010 tra Milanese, Meneguzzo, Spaziante e Mazzacurati. Un incontro in cui il Comandante della Gdf mette in guardia Mazzacurati sull’esistenza di un’indagine penale sul Consorzio Venezia Nuova. «Spaziante lo informa (Mazzacurati, ndr) dettagliatamente della verifica in corso e che questa verifica non riguarda solo gli aspetti fiscali ma che c’è anche un’indagine penale». Pm: E che cosa dice quindi: “c’è un’indagine penale”, cosa? M: Dice che vogliono verificare perché ci sono dei fondi neri e dice che questi fondi neri secondo loro sono stati costituiti con delle cose estere. Pm: Spaziante su questa indagine che era in corso, ha fatto nomi, ha detto di quale procura si trattava? M: Sì, ha detto che c’era, immagino parlasse di lei (Paola Tonini, ndr) che c’era una pm molto determinata che stava seguendo le indagini. «Usate il Blackberry». Spaziante per comunicare tra loro, invita tutti a usare il Blackberry. «Lui (riferito a Spaziante ndr) disse che il Blackberry era meno facilmente intercettabile, quindi al fine di evitare che rimanessero tracce di usarlo… lui (sempre Spaziante, ndr) disse che è bene essere riservati in queste indagini, visto che ci sono delle indagini in corso e di ridurre le conversazioni ». «Una volta Mazzacurati venne da me e mi disse: “Anch’io adesso ho un Blackberry” e mi ricordo anche che mi spiegò che Spaziante gli aveva spiegato come cancellare i messaggini del Blackberry». , Su Baita. «Io ho visto Baita perché a un certo punto una delle nostre società decise di valutare l’ipotesi di lavorare nel project financing nell’ospedale di Schio dove c’era Baita tra i consorziati. Baita mi era stato descritto come una persona pericolosa, inaffidabile, da un mio carissimo amico che è mancato, Vittorio Altieri. Con Baita ho sempre voluto evitare qualsiasi rapporto di lavoro». Su Claudia Minutillo. «L’ho vista una o due volte quando era la segretaria di Galan, dieci anni fa, poi basta». Lo sfogo. Verso la fine dell’interrogatorio, Roberto Meneguzzo si lascia andare a uno sfogo: «Ma la mia utilità in tutta questa vicenda qual è? Quella di portare a casa un contratto di 700 mila euro per una società di terzo livello del gruppo Palladio? Cioè, a parte che ho già perso la mia credibilità e molte altre cose, su un bilancio di un miliardo di euro di Palladio rischio tutto per portare a casa 700mila euro? Onestamente… io ho un rimpianto: mi sono dato da fare, perché Mazzacurati mi faceva… mi suscitava un senso di tenerezza e di protezione. Credo di essere stato violentemente strumentalizzato da Mazzacurati ».

Matteo Bernardini

 

Expo-Sogin, Maltauro conferma le accuse e inguaia Grillo, Cattozzo, Nucci e Alatri

MILANO – L’ex senatore del Pdl Luigi Grillo e l’ex esponente ligure dell’Udc-Ncd Sergio Cattozzo, ora in carcere nell’ambito dell’inchiesta sulla «cupola degli appalti», «mi dissero che sarebbero riusciti in qualche modo tramite Nucci e Alatri ad incidere sulle modalità di assegnazione dei punteggi di gara in mio favore». È un passaggio dell’interrogatorio reso dall’imprenditore Enrico Maltauro ai pm di Milano Claudio Gittardi e Enrico D’Alessio lo scorso 27 maggio e ora tra gli atti depositati al Tribunale del Riesame nell’appello presentato dalla Procura contro il rigetto da parte del gip di 12 arresti, tra cui quelli dei due ex manager di Sogin Albero Alatri e Giuseppe Nucci. Nel verbale, pur con molti omissis, Maltauro ricostruisce ancor più nei dettagli rispetto agli interrogatori precedenti la vicenda relativa all’appalto di Sogin che riguarda l’impianto di Saluggia (Vercelli) e per il quale era stata promessa «una somma complessiva» di 1,5 milioni. L’imprenditore ha spiegato che già «nel corso del primo incontro» con Cattozzo e Grillo, «costoro mi fecero subito intendere di poter intervenire su alcuni funzionari» di Sogin, «mi fecero sicuramente i nomi di Nucci e Alatri (…) per agevolare quanto meno l’aggiudicazione finale della gara in favore della mia azienda».

Arrestati e indagati. I dubbi degli Ordini fra espulsioni e silenzi

È l’altra faccia dell’inchiesta del Mose: un trionfo di bizantinismi, burocrazia, prassi borboniche. Eppure il quesito era, ed è, semplicissimo: quali provvedimenti disciplinari hanno assunto gli Ordini professionali e le Associazioni di categoria nei confronti di propri iscritti/soci coinvolti nell’inchiesta del Mose? E Confindustria – oltre a scazzottarsi sul tema con il governatore Luca Zaia – cos’ha fatto con le aziende implicate? E la Lega delle cooperative?
A onor del vero, c’è chi si è attivato subito. Come Anna Buzzacchi, presidente dell’Ordine degli architetti di Venezia, che, avuto conferma dalla Procura della Repubblica del provvedimento cautelare, ha portato in consiglio – che ha ratificato – la delibera preparata dal Consiglio disciplinare per la sospensione cautelare dell’architetto Dario Lugato. Un procedimento quasi automatico – ha spiegato. Poi, in caso di condanna, si applicheranno i provvedimenti previsti dal nuovo codice deontologico. Celerissimi anche all’Ordine degli architetti di Padova presieduto da Giuseppe Cappochin: il 6 giugno, due giorni dopo la Grande Retata, il Consiglio di disciplina ha deliberato nei confronti dell’architetto Danilo Turato la sospensione a tempo indeterminato dall’albo “in conseguenza al provvedimento cautelare notificatogli dal Tribunale di Venezia e avviato il procedimento disciplinare”.
Non tutti gli Ordini sono così celeri. Anche per evidenti conflitti di interesse. È il caso dell’ex sindaco di Venezia Giorgio Orsoni, avvocato, la cui posizione dovrebbe essere valutata da un consiglio dell’Ordine “azzoppato”: su 15 consiglieri, quattro sono “fuori gioco”. Prima di tutto il presidente dell’Ordine Daniele Grasso che di Orsoni è il difensore, poi Tommaso Bortoluzzi e Andrea Franco che rappresentano rispettivamente Luciano Neri e Andrea Rismondo, entrambi coinvolti nell’inchiesta del Mose, per non dire di Isabella Nordio che non difende nessuno ma è la moglie di Piergiorgio Baita, uno dei grandi accusatori. Tra l’altro, gli avvocati non hanno ancora il Consiglio distrettuale di disciplina (i 34 membri del nuovo organismo saranno eletti il 14 luglio), quindi la materia dovrebbe nel frattempo restare di competenza dell’Ordine. Infatti a Venezia raccontano di sospensioni dall’Albo per mancati pagamenti della quota associativa, ma non di sospensioni cautelari. Che, comunque, sarebbero tardive: Orsoni ha chiesto il patteggiamento e non è più ai domiciliari.
Latitano anche altri Ordini professionali. Non si sa cos’abbia fatto l’Ordine degli ingegneri nei confronti degli iscritti Giuseppe Fasiol (ora scarcerato), Maria Teresa Brotto, Maria Giovanna Piva. Idem l’Ordine dei medici, in riferimento alla posizione di Giancarlo Ruscitti. «Aspettiamo che sia la Procura a informarci, mica possiamo muoverci perché c’è un articolo di giornale», ha detto un consigliere. Il Consiglio di disciplina dei commercialisti di Padova, presieduto da Silvano Turrin, che dovrebbe esprimersi sulle posizioni di Paolo Venuti (il commercialista di Galan, tuttora in carcere) e di Francesco Giordano (ora non più in galera) non ha preso alcun provvedimento: dalla Procura, infatti, non è arrivata alcuna comunicazione ufficiale sugli arresti e, comunque, l’organismo, prima di intervenire, vuole convocare gli interessati o i loro avvocati. Giacomo Cavalieri, presidente del Consiglio di disciplina dei commercialisti di Vicenza, invece, non si è fatto pregare: «Non abbiamo ancora avuto comunicazioni da parte dell’autorità giudiziaria, ma precisiamo che Roberto Meneguzzo, in quanto iscritto all’elenco speciale, non esercita l’attività professionale. In ogni caso valuteremo anche questa posizione».
E gli imprenditori? Al momento c’è una sola autosospensione – peraltro sollecitata dal presidente di Confindustria Vicenza, Giuseppe Zigliotto – ed è quella del Gruppo Maltauro, coinvolto nell’inchiesta dell’Expò di Milano. Quanto alla vicenda lagunare, curiosamente non c’è un’azienda che faccia parte di Confindustria né a Padova, né a Rovigo né a Venezia. Neanche il colosso Mantovani, secondo quanto dichiarato dal portavoce dell’associazione, risulta iscritto a Confindustria Padova, ma solo all’Ance, l’associazione dei costruttori, i cui vertici regionali hanno già chiarito che va fatta una distinzione fra responsabilità individuali e societarie: in sostanza, secondo questa interpretazione, l’uscita da Baita da Mantovani ha già risolto il problema. In ogni caso in una prossima riunione Confindustria Padova affronterà il tema delle sanzioni previste dal nuovo codice etico. Dimissioni, invece, ci sono state nelle cooperative. L’intero consiglio di amministrazione di Coveco è uscito di scena. Adriano Rizzi, presidente di Legacoop Veneto, è chiarissimo:se ci saranno condanne o patteggiamenti, si arriverà anche all’espulsione.

Alda Vanzan

 

TANGENTI MOSE/ PER ORA “PUNITI” SOLO DUE ARCHITETTI

Ognuno fa quel che gli pare. C’è chi aspetta che la Procura si faccia viva. Chi dice di non essere tenuto a dare informazioni all’esterno. E chi sguscia via come un’anguilla.

IL CASO – Avvocati, ingegneri e commercialisti attendono comunicazioni dalla Procura

Indagati, gli Ordini ci pensano su per ora sospesi solo due architetti

Il presidente dell’Ordine Daniele Grasso, a sinistra, è anche il difensore di Orsoni: non si può esprimere

INCOMPATIBILI – Su 15 consiglieri, 4 sono fuori gioco nel procedimento disciplinare contro il sindaco

I CONTROLLI – Corruzione, l’allarme della Corte dei conti: «Può attecchire ovunque, nessuno indenne»

ROMA – La corruzione in Italia «può attecchire ovunque». Il nostro è un Paese in cui nessuno può considerarsi realmente indenne dal pericolo e nessuna istituzione può ritenersi «scevra da responsabilità per il suo dilagare». L’allarme della Corte dei conti, affidato al procuratore generale Salvatore Nottola, non era mai stato così esplicito, rafforzato peraltro anche dai recenti fatti di cronaca, a partire dagli scandali Expo e Mose. Oltre ad essere uno dei fattori «che condizionano gravemente l’economia del Paese», la corruzione, afferma la Corte, si lega a doppio filo con evasione fiscale, economia sommersa e criminalità organizzata. «Impossibile ed inutile» azzardare delle cifre su quanto pesi effettivamente sullo sviluppo dell’economia. E ieri Raffaele Cantone, presidente dell’Autorità Anticorruzione, si è presentato a Milano con una conferenza stampa in Prefettura, nuova base dell’Unità operativa speciale dedicata a Expo 2015. È da qui che la settimana prossima partiranno i controlli per evitare che si ripetano casi di appalti «poco chiari», e per far compiere all’evento un «salto di qualità» in fatto di trasparenza.

 

Il tribunale rivede le posizioni degli arrestati: il responsabile della coop San Martino “subiva” gli ordini del Consorzio per continuare a lavorare

RIESAME – Oggi tocca all’ex assessore regionale Renato Chisso «Mai soldi per le elezioni»

EX ASSESSORE Renato Chisso ha dato le dimissioni

«Vittima di Mazzacurati» Imprenditore scarcerato

Non tutte le imprese che lavoravano sul Mose erano uguali: c’erano quelle i cui rappresentanti sedevano nel consiglio del Consorzio Venezia Nuova, che avevano potere decisionale, e altre che ricevevano incarichi e appalti e in un certo senso “subivano” gli ordini dall’alto per continuare a lavorare. Questo spaccato emerge dalla richiesta di attenuazione della misura cautelare presentata dall’avvocato Antonio Franchini per Stefano Boscolo Bacheto, della Cooperativa San Martino di Chioggia. Boscolo Bacheto è stato scarcerato ieri e messo ai domiciliari non tanto perché ha contribuito in modo determinante allo sviluppo dell’inchiesta o per il venir meno delle esigenze cautelari, quanto perché il collegio ha ritenuto eccessiva la detenzione in cella. Secondo il Tribunale fino al novembre 2012 Boscolo Bacheto è stato vittima di concussione da parte del “Supremo” o del “Capo” come chiamavano il presidente del Consorzio Giovanni Mazzacurati. In epoca successiva Boscolo sarebbe responsabile del reato previsto al secondo comma dell’articolo 319 quater del Codice penale (Induzione indebita a dare o promettere utilità), punito con la reclusione fino a tre anni per chi offre il denaro e pene molto più severe per chi induce a tale comportamento. Per questo motivo, i difensori hanno incontrato i pubblici ministeri chiedendo la derubricazione dei reati contestati.
Nell’ordinanza del Riesame viene spiegato il meccanismo attraverso il quale il Consorzio chiedeva fondi neri alle aziende che ottenevano lavori “per dare soldi ai partiti”. Le aziende che si prestavano venivano ricompensate con altri lavori, chi non lo faceva, non era sicuro del domani. Per i giudici, il Consorzio ha assunto natura pubblica da quando il Mose è stato inserito in Legge obiettivo. Ragion per cui, per i giudici, Mazzacurati diventava un pubblico agente.
Oggi, intanto, davanti al Riesame comparirà il legale dell’ex assessore regionale alle Infrastrutture Renato Chisso, detenuto a Pisa dal 4 giugno. L’avvocato Antonio Forza si batterà perché sia riconosciuta la totale estraneità del suo cliente. Il legale contesterà la ricostruzione della Procura per dimostrare, carte alla mano, che non solo Chisso non ha mai preso un centesimo né da Baita né dal Consorzio, ma che una parte del suo stipendio come assessore regionale veniva puntualmente versata al partito. Piergiorgio Baita ha parlato di versamenti a Chisso nei periodi elettorali, ma si tratta di una accusa che Chisso respinge. Il difensore chiederà l’annullamento della misura restrittiva. Hanno chiesto l’annullamento o l’attenuazione della misura cautelare anche Giovanni Artico, ex commissario per il recupero ambientale di Porto Marghera; Maria Brotto, ex amministratrice Thetis; Enzo Casarin, ex sindaco di Martellago e capo della segreteria di Chisso. Saranno esaminate anche le richieste di dissequestro presentate da Lino Brentan, ex ad dell’Autostrada Venezia-Padova; e Franco Morbiolo, presidente del Co.Ve.Co.

 

I PUNTI

L’ACCUSA É DI CORRUZIONE «UN MILIONE L’ANNO» La Procura di Venezia ritiene che l’ex ministro abbia percepito uno «stipendio» dal Consorzio Venezia Nuova

2 LA RICHIESTA DI ARRESTO INVIATA AROMA – Ai deputati è riconosciuta l’immunità: ogni richiesta di misura cautelare deve essere vagliata da una commissione

3 LA PROCEDURA IN GIUNTA E IL VOTO IN AULA – La giunta perle autorizzazioni ha 30 giorni di tempo per esprimere il proprio parere. Poi il voto in aula

4 I TERMINI PERENTORI NON SUPERERANNO LUGLIO – Secondo le previsioni,l’aula di Montecitorio voterà sì all’arresto di Galan entro la fine di luglio o i primi d’agosto

5 IL POLITICO PREVEDE DI COSTITUIRSI A ROMA – Giancarlo Galan si consegnerà alle forze di polizia la sera stessa del voto

 

le iene

Per quella inchiesta coraggiosa il giornalista Alessandro Sortino aveva rischiato il posto. Il 4 marzo del 2007 la sua trasmissione «Le iene» su Italia 1 aveva mandato in onda un film di un’ora e mezza sul sistema Mose. Incursioni in diretta a palazzo Balbi per chiedere al presidente Galan come mai non avesse esaminato le alternative. Intervista a Vincenzo Di Tella, autore del progetto «Paratoie a gravità». E ai critici della grande opera. L’inchiesta era rimasta ferma qualche mese prima di andare in onda. Oggi ricompare sul web. (a.v.)

 

CODACONS

«Mose finìa a festa»: il Codacons lancia su scala nazionale una campagna per la richiesta danni procurati ai contribuenti dallo spreco del Mose. L’associazione a tutela dei diritti del consumatore e dell’ambiente, dunque, ha deciso di proseguire nell’azione giudiziaria collettiva volta al risarcimento ai cittadini italiani dei danni emersi dallo scandalo veneziano. Sul sito dell’associazione è scaricabile il modulo per l’adesione individuale alla campagna. Il Mose veneziano, avviato 31 anni fa, è costato una cifra vicina ai 6 miliardi.

 

VECCHI AMICI

Giancarlo Galan «ritrova» gli amici di un tempo. Inaspettatamente, nel periodo di maggiore isolamento politico, l’ex governatore ha ricordato nei giorni scorsi che ad «aiutarlo» nel ricostruire tutti i cedolini percepiti nei 15 anni di Regione sono stati il vicegovernatore Marino Zorzato e il presidente del consiglio regionale Clodovaldo Ruffato, entrambi usciti da Forza Italia per abbracciare il Nuovo centrodestra. Un tempo sodali in Forza Italia, dopo la rottura non si erano più sentiti. Fino a pochi giorni fa.

 

ALLA CAMERA – Arresto di Galan la decisione entro l’11 luglio

La difesa di Galan non convince la Giunta per le autorizzazioni

Un’ora e mezza davanti ai colleghi per smontare le accuse e dimostrare che l’arresto è inutile

La Russa: «Non decidiamo in base all’indignazione popolare». Il parere arriverà entro l’11 luglio

PADOVA «Il parere della commissione sarà consegnato all’aula di Montecitorio entro l’11 di luglio. Non c’è bisogno né di correre né di rallentare. Noi non dobbiamo decidere in base all’indignazione popolare». Ignazio La Russa, presidente della Giunta per le autorizzazioni a procedere della Camera dei deputati, conclude poco dopo le 16 la seduta dedicata all’audizione di Giancarlo Galan, sul cui capo pende una richiesta di arresto da parte del Gip di Venezia nell’inchiesta Mose. Un’ora e mezza durante la quale Galan ha riproposto, ad uno ad uno, i punti della sua memoria difensiva: non ho mai preso i soldi, la Procura non ha voluto ascoltarmi, gran parte dei reati sono prescritti, sono stato indagato per oltre un anno senza ricevere un avviso di garanzia, la richiesta di arresto è sproporzionata. Tutti elementi che non hanno tuttavia trovato il riscontro nella classica difesa dei parlamentari sottoposti ad indagine:«Non mi sento perseguitato, ma le accuse sono assolutamente infondate ». L’ex governatore del Veneto ed ex ministro ha risposto nel merito dell’inchiesta ad alcune domande formulate dai colleghi parlamentari: in particolare sul perché la commissione Via regionale riferisse all’assessorato alle Infrastrutture invece che all’Ambiente; se ricordasse in quale modo avesse usato le risorse a disposizione; quando abbia ricevuto l’avviso di garanzia; alcuni approfondimenti sul conto corrente a San Marino. Il relatore Mariano Rabino di Scelta civica ha chiesto al presidente La Russa ancora qualche giorno per esaminare la documentazione: «Colgo un’apparente contraddizione nelle parole di Galan, che tuttavia ha svolto una accorata ed appassionata autodifesa che va rispettata. Lui riconosce la validità dell’inchiesta ma non riconosce alcun addebito. Tuttavia, non individua un fumus persecutionis, che poi è l’unico elemento a cui la giunta può riferirsi per negare la custodia cautelare di un parlamentare ». Rabino si è riservato di esprimere un parere, rinviando alla seduta di mercoledì 2 luglio la propria relazione istruttoria: ma l’esito è scontato. La giunta voterà a larghissima maggioranza per il sì all’arresto. Il parere sarà trasmesso dunque all’aula, dove il politico potrebbe tenere il suo ultimo discorso da parlamentare. Al termine della seduta, Galan ha dichiarato: «Ora mi aspetto, cosa che chiedo da un anno, di poter parlare con i magistrati. Dalla Giunta per le autorizzazioni della Camera auspico che i 22 componenti prendano una decisione da uomini e donne prima ancora che da parlamentari. Sono tutti preparati e capaci di valutare e giudicare se c’è il fumus persecutionis, ed io ritengo che ci sia, perchè come ho detto alla stampa e nelle memorie difensive, non c’è nessun motivo di chiedere l’arresto». Poi ha aggiunto: «Non mi sento un perseguitato dalla magistratura, non mi sento un perseguitato politico. Ma ritengo che non vi siano i motivi per arrestarmi e ho indicato ben otto motivi che dicono che ci sono svariate possibilità per la magistratura di difendere i suoi interessi senza procedere all’arresto» ha concluso l’ex governatore del Veneto. Per Giancarlo Galan, fino a quattro anni fa potente governatore del Veneto e fino a due anni fa ministro della Repubblica, si apriranno dunque le porte del carcere. Secondo le previsioni, il voto dell’aula di Montecitorio dovrebbe arrivare prima della pausa estiva.

Daniele Ferrazza

 

Ai primi di agosto il verdetto per l’ex governatore «Prevedo di farmi tre mesi in carcere»

ROMA – L’ex ministro Giancarlo Galan potrebbe consegnarsi alla Guardia di finanza di Roma la sera stessa del voto della Camera, tra poco più di un mese. Secondo il calendario dei lavori, la giunta per le autorizzazioni a procedere si riunirà ancora il 2 e forse il 3 luglio e poi esprimerà il proprio parere. Comunque entro l’11 luglio, termine perentorio di un mese dalla trasmissione delle ultime carte da parte della magistratura veneziana. «Di fatto l’11 è la data dell’ultimo invio alla Camera delle carte da parte della magistratura e quindi- ha detto ai giornalisti il presidente Ignazio La Russa- sarebbe pienamente rispettato il termine dei 30 giorni previsti dal regolamento in caso di richiesta di arresto». A quel punto, il parere sarà trasmesso all’aula di Montecitorio che alla prima seduta utile potrebbe votare il sì all’arresto del deputato di Forza Italia. I legali di Galan – Antonio Franchini e Niccolò Ghedini – hanno preso contatto con i magistrati per rendere il più indolore possibile l’arresto del parlamentare.Daquasi unmese sotto la graticola mediatica, Galan inizia ad avvertire drammaticamente vicina l’esperienza del carcere. «Prevedo di farmi tre mesi e mezzo, vedrete. In mezzo ci sono le ferie, i magistrati sono in vacanza» confidava pochi giorni fa l’ex ministro, preoccupato per la piega che ha preso la vicenda. Dopo l’arresto, tuttavia, Galan non perderà gli emolumenti da parlamentare né, dopo il ritorno in libertà, i requisiti di parlamentare. Macerto la sua carriera appare conclusa. (d.f.)

 

iniziativa di dieci deputati 5s veneti, casson è d’accordo

Commissione d’inchiesta, firmata proposta

ROMA – Una commissione parlamentare di inchiesta che abbia gli stessi poteri della magistratura. E possa indagare finalmente a fondo su tutto quanto successo intorno al Mose negli ultimi trent’anni. la proposta è stata depositata ieri alla Camera dal M5s. L’hanno firmata i dieci deputati veneti grillini Cozzolino, Da Villa, Spessotto, Brugnerotto, Rostellato, D’Incà, Businarolo, Turco, Benedetti e Fantinati. «La commissione dovrà far luce sulle procedure di affidamento e gestione degli appalti», spiega il primo firmatario Emanuele Cozzolino, «sui controlli che che avrebbero dovuto essere operati e sui costi prodotti dall’opera fino ad oggi». Ma la commissione di inchiesta, precisano i deputati del Movimento, «non dovrà occuparsi solo di tangenti». «Sarà la sede ideale», spiegano, «per affrontare il tema tecnico della effettiva validità del sistema Mose, approfondendo finalmente gli allarmi e la documentazione prodotta in questi anni da esperti nazionali e internazionali e da molti comitati di cittadini, ma mai presi in considerazione». Una sequenza di omissioni e di «pareri facili » che in questi giorni riemergono grazie all’inchiesta e alla testimonianza di personaggi che hanno vissuto dall’interno il meccanismo delle approvazioni della grande opera. La proposta, che fa seguito a un’analoga richiesta avanzata da Sel (Sinistra Ecologia e Libertà) sarà formalmente assegnata nei prossimi giorni. «Ne chiederemo la calendarizzazione con urgenza», annunciano i paralmentari grillini, «e a quel punto vedremo quali saranno i partiti che dopo aver gridato allo scandalo sui giornali decideranno di passare ai fatti». Un clima cambiato rispetto a qualche anno fa. Quando interrogazioni e interpellanze di deputati Verdi e della Sinistra restavano lettera morta, pur sollevando problemi tecnici delicatissimi sul sistema Mose. Le ultime sono state quelle del senatore veneziano del Pd Felice Casson. Che si è detto favorevole all’istituzione di una commissione di inchiesta.

Alberto Vitucci

 

Tomarelli confessa parla l’ad di Condotte

E sull’inchiesta per l’Expo, spunta un biglietto di Cinque che metterebbe in dubbio le affermazioni fatte da Baita

VENEZIA – Lungo interrogatorio ieri pomeriggio dopo la conferma del carcere da parte del Tribunale del riesame per Stefano Tomarelli, amministratore di «Condotte d’acqua» e uno dei quattro uomini al vertice del Consorzio Venezia Nuova con il presidente Giovanni Mazzacurati, Piergiorgio Baita della Mantovani e Alessandro Mazzi dell’omonima grande impresa a decidere chi e quanto pagare in mazzette. È arrivato negli uffici della cittadella della Giustizia di Piazzale Roma, a Venezia, dal carcere dove è rinchiuso dal 4 giugno scorso, intorno alle 15 ed è ripartito con il mezzo della Polizia penitenziaria poco dopo le 19: per quattro ore lo hanno sentito i pubblici ministeri Paola Tonini e Stefano Buccini e l’imprenditore romano avrebbe confessato, confermando le dichiarazioni di Mazzacurati sulla corruzione, e aggiunto un’importante e ulteriore tessera al mosaico dell’accusa. Intanto, dalla Procura di Milano, che ha depositato gli atti dell’inchiesta sulla corruzione per l’Expo di Milano in vista del rito immediato, arriva un importante verbale d’interrogatorio di uno degli arrestati, l’ex direttore di «Infrastrutture Lombarde» Antonio Rognoni. Un verbale che potrebbe essere molto utile sia ai pubblici ministeri sia al Tribunale dei ministri di Venezia, che domani sentirà l’ex capo del dicastero delle Infrastrutture e prima ancora dell’Ambiente Altero Matteoli in veste di indagato. Rognoni parla del misterioso bigliettino consegnato a Rognoni cinque giorni prima dell’apertura delle buste per la gara d’appalto della «piastra» dell’Expo (quella più importante) poi vinta dalla cordata guidata dalla «Mantovani». Nel biglietto c’era scritto «sappiamo che siamo andati bene sulla parte qualitativa», quando ancora, almeno in teoria, le buste con le offerte dovevano essere ancora aperte. Ma Baita, nei suoi interrogatori, ha sempre raccontato che a Milano non ha mai pagato tangenti e che, anzi, ha dovuto faticare per sconfiggere altre imprese, presumibilmente appoggiate dai politici lombardi. Ora, Rognoni lo smentisce in parte e racconta la storia di quel bigliettino. Riferisce che gli fu consegnato da «Ottaviano Cinque, il figlio del proprietario della Socostramo, Erasmo», che partecipava con la Mantovani alla gara milanese e lo stesso che Baita, su pressione di Matteoli, aveva dovuto inserire nell’appalto per le bonifiche di Marghera, colui che avrebbe raccolto i soldi da consegnare a Matteoli. «La premessa è che io», sostiene Rognoni, «quando avevo Matteoli come ministro delle Infrastrutture e lavoravo per la realizzazione delle autostrade sono stato seguito nelle richieste che io facevo al ministero e in particolare al ministro da questo Erasmo Cinque perché lui era il segretario, era il sottosegretario di Matteoli » (in realtà era il presidente dei costruttori del Lazio). Per arrivare al ministro, spiega sempre Rognoni, dovevo passare per Cinque, che era «uno molto politico, molto aderente ad Alleanza nazionale. A dargli il bigliettino sarebbe stato Ottaviano Cinque «nel quale mi dice “A noi risulta di essere andati molto bene sulla parte tecnica” » ben cinque giorni prima dell’apertura delle buste. Anche a Milano come a Venezia spuntano Cinque e Matteoli e Baita non l’ha raccontata tutta.

Giorgio Cecchetti

 

«no mose» domani a san leonardo

«Fine dei mostri». I comitati in assemblea

VENEZIA – L’iniziativa si chiama «Fine dei mostri». E domani alle 17.30, in sala San Leonardo, saranno tante le associazioni cittadine a ritrovarsi sotto le insegne del«No Mose». A convocare l’assemblea è stata l’associazione Ambiente Venezia-Laguna Bene comune, che rivendica a sè la lotta contro la grande opera e le iniziative avviate in tempi non sospetti contro l’intreccio di interessi che stava dietro la grande opera. «Non ci basta che adesso tutti condannino la corruzione se non condannano la grande opera sbagliata fonte di corruzione», dice Luciano Mazzolin, portavoce delle associazioni, «noi abbiamo raccolto negli anni 12.500 firme di cittadini contro il Mose, presentato esposti all’Unione europea, occupato i cantieri e le sedi del Consorzio Venezia Nuova e del Magistrato alle Acque. Episodi per cui molti di noi hanno subito un processo». «Ma adesso è ora di far luce su tutti questi avvenimenti », continua Mazzolin. Domani a San Leonardo sarà illustrato l’ultimo dossier raccolto all’associazione, che sarà presentato alla Procura chiedendo un supplemento di indagine. «Alla luce dell’inchiesta e degli articoli dei giornali», si legge nel dossier, «molti avvenimenti degli ultimi anni acquistano una nuova luce e meritano un approfondimento. Per questo chiediamo ai giudici di non fermarsi, e di accertare tutte le responsabilità ». Ma la condanna della corruzione, dicono i comitati, non basta. «Adesso bisogna cercare di porre rimedio allo sfascio ambientale della laguna, attuare una moratoria dei lavori del Mose, avviare subito nuovi controlli indipendenti. E sciogliere il Consorzio Venezia Nuova, passando i poteri del Magistrato alle Acque al Comune. Unpo’ quello che adesso ha chiesto anche il Consiglio comunale nella sua ultima seduta di lunedì. (a.v.)

 

Gazzettino – Baita, da genio a fenomeno del male

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26

giu

2014

EX AMICI – Così nel giro di un anno il deputato azzurro ha cambiato idea sul manager. Dopo l’inchiesta

Baita, da genio a fenomeno del male

Galan: «Io perseguitato? No ma spero in scelte da uomini»

«UN FENOMENO DEL MALE» «Baita? Un uomo dall’intelligenza elevatissima, di un cinismo feroce, capace di tutto» Giancarlo Galan, 24 giugno 2014

«IL VENETO DEBITORE VERSO BAITA» «È un uomo di grande spessore professionale, una spanna sopra gli altri dal punto di vista tecnico e manageriale» Giancarlo Galan, 26 giugno 2013

CONTO A SAN MARINO «Agì la MInutillo e si prese i soldi»

CONTI ALL’ESTERO – Per lui non esistono mentre i magistrati ne hanno contati diversi

LE SPESE «Le mie possibilità sono superiori a quanto sostiene la Finanza»

A distanza di un anno esatto muta d’accento e di pensier. Come la donna della celebre romanza verdiana, l’ex doge Giancarlo Galan nell’arco di 12 mesi ribalta nettamente il proprio giudizio su Piergiorgio Baita che da sorta di benefattore della regione nell’arco di 12 mesi si trasforma addirittura in una sorta di genio maligno.
È il 26 giugno 2013 quando Galan, intervistato dal Gazzettino, con piglio sicuro dichiara: «Il Veneto è debitore verso imprenditori come Piergiorgio Baita. È un uomo di grande spessore professionale, una spanna sopra gli altri dal punto di vista tecnico e manageriale». L’ex governatore è a Murano per la festa dei 40 anni di attività della vetreria Nuova Venier della famiglia Laggia a Murano e sollecitato sulla carcerazione dell’ad di Mantovani – finito in manette quattro mesi prima – si spende in una difesa senza se e senza ma nella veste di Capo della VII Commissione parlamentare Cultura, scienze e ricerca. Spiega che se la Mantovani si è aggiudicata la stragrande maggioranza delle commesse pubbliche del Veneto è stato sicuramente per meriti e che l’effetto collaterale dell’inchiesta è stata la chiusura di tutti i cantieri. Ricorda che con Mantovani – e quindi con Baita – ha costruito il Passante in 4 anni e l’ospedale di Mestre in 3 e che se fosse ancora alla guida del Veneto avrebbe dato il via a tre nuovi ospedali e a una strada con almeno mille persone che lavorano.
Èil 24 giugno 2014, l’altro ieri, quando lo stesso Galan nel corso della conferenza stampa convocata alla Camera, attacca e sentenzia:«Baita? Un uomo dall’intelligenza elevatissima, di un cinismo feroce, capace di tutto. Ora pensa a come vivere nei prossimi anni. Ha patteggiato un anno e 4 mesi. Un fenomeno, il fenomeno del male».
Come si cambia, canta Fiorella Mannoia, ma non per amore. In mezzo c’è la richiesta di arresto per l’onorevole Galan che i magistrati veneziani che indagano sulle tangenti del Mose hanno formulato sulla base di prove considerate inattaccabili raccolte dalla Guardia di Finanza e sulle dichiarazioni a verbale dell’ex segretaria di Galan, Claudia Minutillo, dell’ex padre-padrone del Consorzio Venezia Nuova, Giovanni Mazzacurati e infine – è proprio il caso di dire – dell’ex amico Piergiorgio Baita.

 

MESTRE – L’ex governatore si è difeso per due ore davanti alla Giunta per le autorizzazioni della Camera lasciando 500 pagine di memoriale e cercando di smontare le accuse: «Anche firme false»

«Non mi sento perseguitato dai magistrati ma credo che oltre all’arresto chiesto dalla Procura nei miei confronti ci siano almeno altre otto misure in grado di tutelare quello che i magistrati vogliono tutelare con il mio arresto. Spero che prima che da politici io sia giudicato, rispetto al tema della sussistenza o meno dal fumus persecutionis, da uomini e donne». Così Giancarlo Galan lascia la Giunta per le autorizzazioni della Camera: ha parlato per due ore ed ha consegnato ai deputati una memoria difensiva di oltre 500 pagine che vanno ad aggiungersi alle 160mila pagine contenute nei 18 faldoni dell’inchiesta Mose, all’ordinanza di 723 pagine del Giudice Scaramuzza che il 4 giugno ha ammanettato 25 persone e ne ha indagate altre 10 e a 700 pagine della prima memoria difensiva depositata da Galan nei giorni scorsi. L’ex governatore del Veneto nell’audizione di fronte ai colleghi deputati ha cercato di smontare punto su punto le tesi dell’accusa, spiegando di aver comperato la villa di Cinto Euganeo già ristrutturata – mentre Piergiorgio Baita sostiene di aver pagato oltre un milione di euro in restauri – e di non avere conti correnti all’estero. I magistrati hanno contato 18 conti correnti tra Italia ed estero e, stando alle indagini della Finanza, Galan avrebbe speso negli ultimi 10 anni almeno un milione e mezzo di euro in più rispetto alle entrate. Anche in questo caso Galan ha contestato e puntigliosamente rifatto tutti i conti dimostrando che le sue possibilità di spesa sono superiori e di molto a quanto conteggiato dalla Finanza. I deputati sono stati invitati da Galan a soffermarsi anche sul famoso conto di San Marino. Il conto viene acceso nel 2004 presso la S.M International Bank. Non c’è un centesimo dentro e Galan dice di non averlo mai utilizzato. Fatto sta che ad un certo punto nel conto di Galan arrivano 50mila euro e a distanza di qualche tempo, come sono arrivati, spariscono. Ma è Galan stesso a firmare queste operazioni, solo che l’ex governatore del Veneto, in base anche a due perizie calligrafiche, sostiene che la firma non è la sua. Firma falsa – e si vede anche se non si è esperti dalla foto che pubblichiamo – e secondo Galan facilmente riconducibile a Claudia Minutillo. «Leggendo quanto dichiarato da Colombelli, scopro che i denari di quel conto furono movimentati esclusivamente dalla sig.ra Minutillo che, more solito, se ne appropriò». Come dire che la Minutillo rubava tutto quello che le capitava sotto mano. In effetti William Colombelli, l’inventore della “cartiera” di San Marino per le fatture false, ricorda che i soldi sono stati «versati e prelevati dalla Claudia». E precisa che, «nel momento in cui abbiamo saputo che la banca stava andando male, è stato chiuso il conto corrente di Giancarlo Galan da Claudia e i fondi, in totale 50 mila euro, sono stati versati sul conto corrente di Claudia Minutillo, esattamente, se non erro, in Banca Agricola, se non in Cassa Rurale». Ma il conto, dice Colombelli, era cointestato Galan-Minutillo e allora perchè la piccola Cleopatra di Mogliano Veneto, famosa per le spese pazze in scarpe e vestiti e per essere stata l’amante di più d’uno dei personaggi coinvolti nell’inchiesta Mose, avrebbe dovuto fare la firma falsa di Galan? Poteva firmare direttamente, no?
Anche su questo decideranno i giudici e prima di loro i parlamentari della Giunta per le autorizzazioni a procedere. Quando? Risponde il relatore del caso Galan, Mariano Rabino – Scelta civica: «È probabile che nella settimana che viene faremo due sedute, un dibattito e una votazione per andare poi in aula prima dell’estate, sicuramente prima dell’11 luglio». Dunque c’è una richiesta di proroga per consentire ai deputati di leggere le carte, ma lo stesso Rubino dice che «l’impressione è che l’indagine sia ben costruita». E dunque è probabile che i deputati diano l’autorizzazione all’arresto di Galan.
Nel frattempo i deputati veneti del Movimento 5stelle hanno depositato alla Camera una proposta per istituire una Commissione d’inchiesta parlamentare che indaghi sullo scandalo Mose, esattamente come la Commissione antimafia o sulle stragi. Lo ha annunciato il deputato Emanuele Cozzolino. I 5 stelle chiedono l’istituzione di una Commissione che per due anni indaghi con gli stessi poteri della magistratura.

Maurizio Dianese

 

L’ACCUSA «Uno stipendio fisso di 250mila euro l’anno»

IL DIALOGO – Il professionista e la consorte discutono della moglie di Galan

«Se lui muore quella viene a battere cassa immediatamente»

«Faccio io, lei non può pretendere neanche un euro»

«Sui soldi di Giancarlo decido io»

ARRESTO SÌ O NO – La Giunta prevede altre due sedute. Il voto prima dell’11 luglio

Nuove intercettazioni del commercialista Venuti. E Tomarelli (Condotte) parla ancora

Interrogatorio in Procura per Stefano Tomarelli, manager della società Condotte, terzo azionista del Consorzio Venezia Nuova e membro del suo direttivo fino al recente arresto. Ieri mattina i suoi difensori, gli avvocati Nicola Pisani e Angelo Andreatta, erano negli uffici giudiziari per definire l’appuntamento per il pomeriggio. Tomarelli, davanti la Tribunale del riesame, si era difeso cercando di ridimensionare il suo ruolo. Ma i giudici hanno confermato il carcere, ritenendolo parte integrante di quella “cupola” che gestiva un gigantesco fondo extracontabile da 10 milioni di euro. Ora Tomarelli potrebbe decidere di chiarire meglio certi passaggi. La Procura, che ha già incassato la confessione dell’ex magistrato alle acque Patrizio Cuccioletta, punta a nuove collaborazioni. E Tomarelli potrebbe essere un uomo chiave.
Altro uomo chiave per l’inchiesta, che per il momento si è avvalso della facoltà di non rispondere, è il commercialista padovano Paolo Venuti, fedele collaboratore di Giancarlo Galan. Proprio ieri il Tribunale del riesame ha depositato le motivazioni con cui ha confermato il carcere per il professionista. Una volta a casa Venuti, vista la «sua indubbia capacità professionale» – osserva il presidente del Tribunale, Angelo Risi – grazie anche agli «strumenti informatici» potrebbe «monetizzare quelle partecipazioni azionarie note e non note» per cui è accusato di aver fatto da prestanome a Galan. Non solo, a casa si ritroverebbe con la moglie Alessandra Farina «con lui pienamente compromessa» nella vicenda delle intestazioni fittizie.
Le motivazioni citano anche nuove intercettazioni, prodotte dalla Procura, che confermano questo ruolo di fedeli prestanome che Venuti e consorte avrebbero ricoperto per l’ex governatore. Già nota quella in cui Venuti parla con Alessandra Farina delle pretese della moglie di Galan, Sandra Persegato, che vorrebbe attingere a quei conti per la sua attività, mentre il marito intende conservarli per la figlia.
In un’altra conversazione i coniugi discutono dello stesso argomento. Arrivano a ipotizzare cosa accadrà dei soldi nel caso di morte di Galan. «E se muoio prima io – si chiede Farina – vanno in asse ereditario mio?». «E sì» risponde il marito. E i due di mettono a ridere. «Dai che se muore Giancarlo quella viene a battere cassa immediatamente dico… – riprende Farina, parlando della Persegato – e cosa gli si dice? Abbiamo avuto precise…». Venuti taglia corto: «Decido io, faccio io… lei non sa niente quanto come chi, non può pretendere neanche un euro perché non esiste nulla… C’è nulla».
Interessante, per i giudici, anche un’altra intercettazione ambientale in cui Venuti discute con un’altra persona di un’«ulteriore attività nell’interesse di “Giancarlo” – ricostruisce il Tribunale – consistente nell’aver incassato un qualche cespite di Adria infrastrutture».
Dice Venuti: «In realtà noi abbiamo un utile di 150 secondo gli accordi… che secondo le quote erano il 7%, 5% suo e 2% nostro, questi sono i numeri della cosa». E ancora: «Non c’è nessuna fretta perché io, lui c’è una fiducia totale, non mi chiede mai i conti, ma appunto per questo, non è urgente, magari facciamoci un ragionamento».

Roberta Brunetti

 

IL RIESAME – Domani l’udienza per l’ex assessore. La difesa: niente corruzione. E attacca la MInutillo: il denaro se l’è tenuto lei. Chisso chiede la scarcerazione «I soldi? Andavano al partito»

Gli inquirenti non credono alla versione: forse è una lite

MESTRE – Domani la posizione di Renato Chisso va al Tribunale del riesame. Dopo Giancarlo Galan è il politico veneto più importante dell’inchiesta sul Mose – trascurando ovviamente la parte romana che vede implicati alcuni ex ministri e un ex sottosegretario. Arrestato il 4 giugno, da allora l’ex assessore regionale alle Infrastrutture è rinchiuso nel carcere di Pisa. La sua posizione, come quella di Giancarlo Galan, sembra tra le più definite nel senso che, pur proclamandosi totalmente innocenti, la quantità di prove che la pubblica accusa ha portato è tale che pare difficile smontare le ipotesi di reato. L’unica differenza tra l’uno e l’altro è che Galan appare ricchissimo mentre Chisso non ha beni e non ha conti correnti che possano spiegare i milioni in mazzette che gli vengono attribuiti. A partire da questo l’avvocato dell’ex assessore regionale alle Infrastrutture, Antonio Forza, cercherà di convincere i giudici del riesame che il suo cliente deve tornare in libertà. Anche perché, avendo rassegnato le dimissioni da assessore, non può commettere di nuovo lo stesso reato.
Forza ha consegnato una memoria di 70 pagine con la quale punta a smontare la ricostruzione dell’accusa. Chisso è accusato da Piergiorgio Baita e da Claudia Minutillo di aver intascato una sorta di stipendio fisso di 250mila euro all’anno più una serie infinita di “una tantum”. Baita ricostruisce così i passaggi: «Per quanto riguarda Galan, fino al 2005 (abbiamo pagato ndr) attraverso la signora Minutillo; dal 2005 al 2010 attraverso l’assessore Chisso (che dunque incassava in nome e per conto di Galan ndr); Per quanto riguarda Chisso, invece, fino al 2005 ha sempre provveduto la dottoressa Minutillo direttamente; dal 2005 al 2010 ha provveduto pure la dottoressa Minutillo; dal 2010, quando noi abbiamo interrotto i rapporti con Bmc, ho provveduto io». E in un altro interrogatorio Baita precisa di aver consegnato personalmente 250mila euro all’assessore Chisso. «Una parte in Adria Infrastrutture e un’altra parte all’hotel Laguna a Mestre». Sempre in occasione di campagne elettorali? Sempre – risponde Baita. E dunque il punto di attacco dell’avvocato Forza sarà che si tratta di finanziamento illecito dei partiti e non di corruzione. Come dire che Chisso, alla Greganti per capirci, avrebbe speso i soldi per le campagne elettorali sue e dei suoi compagni di partito, senza mettersi in tasca un cent.
Ma ci sono anche i 2 milioni di euro che saltano fuori da una super valutazione di quote della Investimenti srl, che possedeva il 5 per cento di Adria Infrastrutture, la società di Claudia Minutillo. Secondo la ricostruzione che il difensore presenterà ai magistrati per chiedere che a Chisso sia tolta la misura del carcere e che sia mandato ai domiciliari, quei 2 milioni di euro che sono stati versati da Baita per le quote di Investimenti – ascrivibili a Chisso anche se formalmente detenute dalla Minutillo – sarebbero finiti nei conti correnti della Minutillo.
Infine Forza utilizzerà anche un verbale, quello di William Colombelli, il socio della Minutillo nella Bmc, la cartiera delle false fatture. Colombelli il 1 luglio 2013 dichiara: «La dott.ssa Minutillo, indicandomi i destinatari o comunque i beneficiari delle somme che retrocedevo mi indicò numerosi politici di Forza Italia, ma non mi menzionò mai Renato Chisso. Mi disse che Chisso non aveva voluto i soldi». Ma, interrogata dai magistrati, Claudia Minutillo ha detto esattamente il contrario.

M.D.

 

Comunicato Stampa congiunto Opzione Zero, Re-Common, Counter Balance

25 giugno 2014

L’operazione Project Bond per il Passante di Mestre è a forte rischio corruzione. Intervenga subito Cantone per bloccare l’emissione dei titoli “tossici”

Opzione Zero, Re:Common e la Rete Europea Counter Balance oggi hanno scritto al presidente dell’Autorità Nazionale Anti-Corruzione Raffaele Cantone per manifestare tutti i loro dubbi e le loro preoccupazioni in merito all’operazione di rifinanziamento del debito del Passante di Mestre attraverso l’emissione sui mercati finanziari dei famigerati Project Bond per 700 milioni di euro. Val la pena ricordare che solo un anno fa la Spa pubblica CAV, gestore del Passante, aveva già ricevuto due finanziamenti: uno dalla BEI per 350 milioni di euro, e uno di 73,5 milioni di euro direttamente da Cassa Depositi e Prestiti.

Per l’acquisto dei titoli finanziari legati all’opera, in quella che viene annunciata come la prima operazione italiana di project bond europei, sono in pole position cinque banche private, tra cui Banca Intesa e Unicredit, Il beneficiario del nuovo finanziamento è appunto la Concessioni Autostradali Venete (CAV) Spa, partecipata al 50% da Regione Veneto e ANAS SpA, costituita nel 2008 con lo scopo di rimborsare a ANAS circa 1 miliardo di euro anticipato per la costruzione del Passante di Mestre e delle opere complementari. Il rimborso avrebbe dovuto avvenire attraverso il gettito dei pedaggi, ma fin da subito si è visto che gli introiti annuali erano insufficienti a ripagare i costi sostenuti.

Costi, è bene ricordare, che dai 750 milioni di euro preventivati inizialmente, sono schizzati nel giro di pochi anni a oltre 1,4 miliardi di euro. Proprio la Corte dei Conti nel 2011 in una relazione ufficiale metteva in evidenza l’aumento spropositato dei costi, nonché l’assenza di controllo pubblico e il rischio di infiltrazione mafiosa. Nel 2013 scoppia in Veneto il caso Mantovani e poi lo scandalo MOSE; e guarda caso il principale esecutore dei lavori di costruzione del Passante di Mestre è la società Mantovani Spa, così come tra i principali soci della società Passante di Mestre scpa, il general contractor che si è aggiudicato la gara per la costruzione del by-pass di Mestre, ci sono le stesse società consorziate con Il Consorzio Venezia Nuova ora al centro della vicenda MOSE. Non sfugge poi l’arresto dell’assessore regionale alle infrastrutture Renato Chisso, e la richiesta di arresto dell’ex-governatore Giancarlo Galan, i due dei principali artefici del Passante.

Nonostante il quadro fosse ormai chiaro da tempo, le spericolate operazioni finanziarie di CAV  SpA sono state avallate dall’attuale Giunta Regionale in carica con le delibere n. 1992/2012 e 493/2013 e dai suoi rappresentanti politici nel Consiglio di Amministrazione della società (tra questi fino a poco tempo fa anche l’arrestato Giampietro Marchese, in quota PD). E di questo dovrà risponderne in pieno proprio il Presidente Luca Zaia, che ancora oggi si dichiara ignaro di tutto il malaffare e la corruttela che ha coinvolto la sua Giunta.

“Il vaso di Pandora ormai è stato scoperchiato” ha dichiarato Mattia Donadel, presidente di Opzione Zero. “Quello che emerge in modo chiaro e inequivocabile dalle inchieste in Lombardia e in Veneto è che il “sistema” delle Grandi Opere e del Project Financing sono pensati e strutturati unicamente per alimentare lobby politiche e affaristiche delinquenziali. Tuttavia gli arresti e i procedimenti penali in corso non fermano gli iter dei vari progetti “in cantiere”, e nemmeno le ricadute perverse delle opere già realizzate, prima tra tutte il Passante di Mestre” ha aggiunto Donadel.

“L’emissione dei Project Bond aprirà un altro buco dopo quello provocato solo qualche mese fa dalla stessa CAV con Cassa Depositi e Prestiti e con Banca Europea degli Investimenti per altri 423,5 milioni di euro”, ha affermato Elena Gerebizza di Re:Common.

Per queste ragioni nella lettera al presidente Cantone si chiede conto delle attività di monitoraggio svolte sulle azioni della Regione Veneto e sull’intenzione o meno di inglobare nelle indagini dell’Autorità Anti-Corruzione le operazioni relative all’emissione di project bond, nonché, visto il coinvolgimento della Bei, sulla possibilità di promuovere un’azione di cooperazione nell’ambito del network European Partner Agaist Corruption (Epac), al fine di chiedere maggiori trasparenza alla Banca europea per gli investimenti.

 

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