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Nuova Venezia – Galan scarica Chisso: rottura dal 2010

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29

ago

2014

Depositato il ricorso in Cassazione contro il Riesame: «Testimonianze contraddittorie, i reati attribuiti sono ministeriali»

VENEZIA. Fino a poche settimane fa lo definiva «il migliore dei miei assessori». Adesso Giancarlo Galan scarica l’ex assessore che con lui ha condiviso tutti i 15 anni alla guida del Veneto: la rottura viene fatta risalire addirittura al 2010 e dunque non può esserci «sistema Galan» dopo quella data.

La difesa di Giancarlo Galan – avvocati Antonio Franchini e Niccolò Ghedini – si appella alla Corte di Cassazione per smontare l’ordinanza con cui il Tribunale del Riesame di Venezia ha respinto il ricorso dei legali all’arresto dell’ex governatore, attualmente detenuto nel carcere di Opera. Ieri mattina è stato depositato il ricorso in Cassazione contro l’ordinanza del Riesame che ha respinto la scarcerazione di Galan. Nei prossimi giorni la decisione della Corte, che potrebbe rimettere in libertà l’ex ministro.

Il ricorso mira a demolire, punto per punto, le motivazioni con cui il Riesame ha tenuto in carcere Galan. Dalla credibilità dei principali testi d’accusa – Giovanni Mazzacurati, Piergiorgio Baita, Claudia Minutillo – che vengono descritti quali protagonisti «interessati» a riferire le circostanze che hanno convinto i magistrati della Procura di Venezia a chiedere gli arresti; ai requisiti minimi di logicità e coerenza delle dichiarazioni dei testi, che striderebbero tra loro nei particolari e nelle motivazioni; sino alla indagini difensive svolte dai legali di Galan, che non sono state tenute minimanente da conto dal giudice del Riesame; e ancora alcuni «infortuni» in cui è incorso in collegio del Riesame, scambiando le testimonianze dell’imprenditore Piero Zanoni con quelle di Pierluigi Alessandri. Insomma, i difensori ritengono che la Cassazione debba assolutamente annullare l’ordinanza del Riesame, che pure fissa la prescrizione per tutti i reati contestati fino al 22 luglio 2008 (tesi su cui peraltro la Procura non concorda).

Ma l’elemento nuovo appare la rottura, probabilmente a fini difensivi, del rapporto tra Galan e Chisso: i difensori ritengono che i reati esclusi dalla prescrizione siano di competenza del Tribunale dei ministri e dunque abbiano diritto a una completamente diversa procedura. Se accolta questa tesi, l’inchiesta su Galan dovrebbe quasi ripartire da zero, consentendo la prescrizione per una ampia fascia di reati attribuiti dopo il 2008.

Quanto alla rottura con Chisso, i legali di Galan la fanno risalire almeno alla primavera del 2010, quando l’ex ministro indica a Luca Zaia la figura di Marino Zorzato come plenipotenziario del Pdl e non quella, apparentemente più naturale, di Chisso. Lo spiega Piergiorgio Baita in un interrogatorio: il rapporto tra Galan e Chisso «si rompe in modo totale, sia sul piano politico sia sul piano personale. Sul piano politico perché l’incarico di gestore degli interessi politici viene affidato al vice presidente Marino Zorzato e sul piano personale perché Chisso e la Minutillo vivono questo mancato incarico come un vero e proprio tradimento per i tanti servigi resi nel periodo precedente».

Dell’imprenditore Pierluigi Alessandri, ad esempio, che accusò Galan di aver preteso dei soldi per sostenere la sua attività politica, i difensori di Galan ricordano che egli è indagato per fini fiscali da qualche mese. Che il principale accusatore, Piergiorgio Baita, ha iniziato a parlare solo dopo il cambio del proprio collegio difensivo. Che Giovanni Mazzacurati, secondo gli stessi indagati, doveva provvedere alla cura di «cinque famiglie» e quindi sarebbe plausibile che abbia beneficiato per fini personali delle somme che invece ha riferito di aver versato ai politici. E infine della Minutillo, il cui tenore di vita lussuoso era noto a mari e monti. Galan si trova in carcere dal 22 luglio scorso, data in cui la Camera dei deputati ha votato l’autorizzazione a procedere nei confronti dell’ex ministro ed ex governatore del Veneto, accusato di corruzione propria.

Daniele Ferrazza

 

Quattro ex sindaci primi firmatari del documento: Costa, Bergamo, Laroni e Rigo

ITALIA NOSTRA – Lettera al ministro Franceschini «Il canale mette a rischio la laguna»

Arriva la contro-petizione a favore dello scavo del Canale Sant’Angelo Contorta e i primi firmatari sono quattro ex sindaci di Venezia: Paolo Costa, Ugo Bergamo, Nereo Laroni e Mario Rigo. I “vecchi” amministratori della Serenissima sono tutti favorevoli all’avvio dei lavori, ma se gli ex primi cittadini dicono “sì”, Italia Nostra risponde con un secco diniego corredato da una lettera al Ministro ai Beni Culturali Dario Franceschini che tira in ballo anche l’Unesco. L’associazione ritiene che «lo scavo del canale Contorta acceleri e aggravi i processi di erosione della Laguna stessa, mettendola in grave pericolo». E ventila l’ipotesi che l’Unesco «decida di cancellare Venezia dai siti meritevoli di essere tutelati, con gravissimo danno allo Stato Italiano e alla credibilità internazionale del Governo».
Sulla questione si buttano a ruota libera i “No Global” e i “No grandi navi” che ieri pomeriggio si sono uniti alla protesta dei dipendenti comunali al Lido di Venezia portando alla ribalta l’argomento davanti alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica. «Se ci sono i soldi per lo scavo del canale Contorta – ha detto il leader dei Centri Sociali Tommaso Cacciari – perché non ci sono i soldi per gli stipendi e per garantire i servizi alla città?». Il corteo è stato occasione per i centri sociali veneziani di tornare ai microfoni contro la concessione unica del Consorzio Venezia Nuova, gli sprechi del Mose e, una volta davanti al muro azzurro che affianca il Palazzo del Cinema e delimita la zona in cui è ancora sepolto l’amianto, per sparare a zero contro «un altro buco scandaloso di Venezia».
Pare che i dipendenti pubblici, ieri, abbiano apprezzato fino ad un certo punto la partecipazione dei centri sociali al corteo, verso la fine della protesta si è visto un piccolo momento di tensione tra le parti per l’utilizzo del microfono, secondo i comunali i “No global” avrebbero monopolizzato l’attenzione della manifestazione sulle problematiche ambientali della laguna.

 

L’INTERVENTO

Non risulta facile da comprendere l’articolo di Paolo Costa in difesa del Mose pubblicato dal Gazzettino alcuni giorni fa. Costa afferma che il Mose, quando terminato e operativo, sarà uno dei motivi di orgoglio dell’ingegneria italiana. Per adesso non lo è per molte ragioni. La prima è che il messaggio più rilevante trasmesso da questa opera idraulica è quello di essere stata l’emblema di un enorme saccheggio di denaro pubblico. Quasi di diverso parere sono Fulvio Fontini e Massimiliano Caporin, docenti al dipartimento di scienze Economiche e Aziendali all’Università di Padova, i quali scrivono che i costi-benefici del Mose sarebbero in equilibrio. I costi cioè giustificherebbero i benefici. Vorrei vivere ancora 100 anni per vedere acque alte che producano 6.000 milioni di danni. Dal 1966 compreso ad oggi, i danni non sono stati superiori a 100 milioni. Forse gli emeriti professori si aspettano a breve l’apocalisse. Oppure c’è da pensare che il solo pensiero dell’acqua abbia gonfiato le stime.
I danni delle alte maree possono essere valutati su almeno tre parametri. Il deterioramento agli edifici, i guasti alle cose e i danni psicologici oltre ai disagi che subiscono i cittadini. Forse i professori Fontini e Caporin non sanno che il Mose difende, si fa per dire, la Città solo se la marea supera i 110 cm., ma, se lo sanno, come mai non hanno valutato che la Piazza San Marco è ad un livello medio di 90 cm e perciò continuerà ad essere allagata malgrado l’intervento del Mose?
Cuccioletta, il famoso presidente del Magistrato alle Acque coinvolto nell’inchiesta, un giorno sentenziò che la Piazza così continuerà ad essere un’attrattiva per il turismo curioso. La Piazza seguiterà a subire danni che il Mose non potrà evitare. Quindi, alcuni dei seimila milioni del costo del Mose sono inutili e non serviranno a salvaguardare la Piazza né i danni alle merci nei negozi che vi operano.
Francamente valutare in milioni di euro i guasti ad edifici, che comunque sono costruiti nell’acqua e bagnati quotidianamente dall’acqua, sembra eccessivo, a meno che i due esperti universitari non confondano il fenomeno dell’alta marea con una piena del Bacchiglione.
I danni psicologici andrebbero valutati in centinaia di anni, ma non sembra che i veneziani siano mai stati terrorizzati dalle acque alte. La verità sembra invece un’altra. L’impressione quasi consolidata è che l’opera sia stata pensata in grande per rubare in grande. È singolare il fatto che tutti gli altri progetti alternativi che avrebbero potuto ottenere risultati certi, con costi infinitamente inferiori, siano stati bocciati senza nemmeno essere stati presi in considerazione.
Il Mose non è finito e forse non lo sarà mai. Se lo sarà i suoi costi di manutenzione assorbiranno la spesa di conservazione della città. È sembrato perlomeno stravagante che, quando con grande fracasso mediatico, le prime paratie sono emerse dalle acque, una delle tre galleggiava una cinquantina di centimetri meno delle altre due. Forse per quella non era stata pagata alcuna tangente. E c’è anche da dire che l’operazione è stata fatta senza dislivelli di marea. Di paratie ce ne saranno ancora una settantina. Speriamo bene.

 

A tre mesi dall’arresto torna a parlare l’ex sindaco: «Mi ero opposto a Contorta, Alta Velocità ed ecco cosa sta succedendo. Bilancio: sarei rimasto ma il Pd non ha voluto»

VENEZIA. «Adesso basta». Il sindaco Giorgio Orsoni è in ferie. Lontano dalla politica dopo le vicende che lo hanno coinvolto nello scandalo del Mose provocando le dimissioni sue, della giunta e del Consiglio comunale. Ma non ci sta a fare il «capro espiatorio» di tutti i problemi della città. E ha deciso di parlare, a quasi tre mesi dai clamorosi arresti per la vicenda Mose. Lui continua a dirsi innocente. E annuncia «grandi novità» quando in autunno comincerà la fase processuale in cui le carte verranno rese pubbliche e si andrà al dibattimento in aula, dopo che il giudice ha respinto la richiesta di patteggiamento.

Avvocato Orsoni, come finirà?

«Non lo so. Ma posso dire che adesso voglio andare fino in fondo per dimostrare la mia estraneità alle accuse che mi vengono mosse. Non ho avuto alcun ruolo nell’approvazione del Mose e non ho preso denaro. Lo dimostrerò. Ci sono molte cose che non tornano in questa vicenda. E quello che succede in questi giorni dimostra perché mi hanno fatto fuori».

Sarebbe a dire?

«Il Contorta, l’Alta Velocità, le mani sulla città. In assenza del sindaco si sta procedendo con un vero assalto alla città, mandando avanti progetti che possono rivelarsi distruttivi a cui il sindaco si era opposto con forza. Forse ho pestato i piedi a troppi».

Ma il sindaco si è dimesso.

«Qui bisogna fare chiarezza, una volta per tutte. Dopo le note vicende io mi ero detto disponibile a restare per fare il bilancio. Non certo per rimanere attaccato alla poltrona, ma per mettere al sicuro la città e i servizi ai cittadini. Quello che sta succedendo dimostra che forse non era una scelta sbagliata».

Poi cosa è successo?

«Che alcune forze politiche, il Pd in testa, hanno detto di no. Che non si faceva nulla e si andava a casa. Forse per paura, o comunque per scelta. A quel punto ho ritirato le deleghe e mi sono dimesso io».

Adesso dicono che la responsabilità di aver firmato l’integrativo senza coperture ai dipendenti è sua.

«Questo non posso tollerarlo. Non è vero. E mi dispiace che lo dica anche il mio ex vicesindaco Sandro Simionato. Io avevo detto di essere disponibile a firmare l’integrativo, dopo aver acquisito una serie di autorevoli pareri legali. Ma si sarebbe dovuto fare il bilancio, perché l’integrativo è una parte importante del bilancio. Quando sono tornato mi hanno detto che non se ne parlava, e allora non ho firmato nulla. La trattativa si era conclusa e per la parte trattante dell’amministrazione ha firmato il direttore generale Marco Agostini. Sapendo che quella firma non valeva nulla perché doveva essere accompagnata da una delibera di giunta. E la giunta non c’era più».

Se si fosse fatto il bilancio i tagli sarebbero stati meno sanguinosi di quelli del commissario?

«Certamente sì. Avevo già avuto dal governo la promessa che non sarebbero stati conteggiati i soldi della Legge Speciale, avevamo trovato altre strade per ridurre il passivo senza tagliare gli stipendi dei dipendenti. Si trattava alla fine di recuperare 20 milioni e non più 47, potevamo farcela. Ma è stato il Pd a dire che era meglio andare a casa. La responsabilità è loro, se la devono prendere anche di fronte ai dipendenti comunali».

Dunque le dimissioni non sono state un dispetto del sindaco alla sua maggioranza.

«Ma per carità. Sono stato costretto a farlo, quando mi hanno detto che non avrebbero mai fatto il bilancio. Questa è la conseguenza».

Adesso la città è senza guida e come dice lei, esposta a ogni “assalto“. Non sente qualche responsabilità in questo?

«Non posso rispondere adesso, non voglio fare polemiche con nessuno, tantomeno con i magistrati. Dimostrerò presto come sono andare davvero le cose».

Alberto Vitucci

 

GLI OPPOSITORI – No global sul piede di guerra: nuovo dossier su tutti i “buchi neri”

Autunno caldo per il Mose e le grandi navi. I comitati annunciano battaglia, e già oggi saranno al Lido a dimostrare la loro solidarietà ai dipendenti comunali davanti al presidente Napolitano. «Vogliamo dire al presidente», dice Tommaso Cacciari, «che in questi tempi di crisi non possono pagare sempre gli stessi. I salari vengono tagliati, la gente è senza lavoro, i servizi diminuiscono. E intanto i soldi dello Stato vanno tutti al Mose. È ora di dire basta». I comitati hanno presentato alla magistratura un nuovo dossier su tutti i «buchi neri» del Mose, con tanto di verbali delle riunioni del Comitatone, del Comitato tecnico di magistratura e della commissione di Salvaguardia. «Abbiamo far chiesto che sia fatta piena luce anche su questi aspetti», dice Cacciari. Che attacca il Porto e il suo presidente paolo Costa. «Lo stesso sistema del Mose», dice, «rischia ora di essere replicato con il canale Contorta, la nuova autostrada in mezzo alla laguna che il Porto vuole scavare per far entrare le grandi navi. Ci opporremo in tutti i modi». È l’alternativa che il Comitatone presieduto dal sottosegretario Graziano Delrio ha deciso di approvare sottoponendola a Valutazione di Impatto ambientale. Ma il Comune da sempre contrario a quella scelta che rischia secondo i tecnici di manomettere ancor di più la laguna non c’era. La battaglia continua.

(a.v.)

 

Il parallelepipedo di calcestruzzo da 13 mila tonnellate sistemato alla bocca di porto di Chioggia

Cantieri ormai alla conclusione, cercando di dimenticare due mesi e mezzo di bufera giudiziaria

Affondato l’ultimo maxi cassone in dirittura il Mose degli scandali

VENEZIA – L’ultimo cassone affonda in laguna. Il parallelepipedo di calcestruzzo pesante 13 mila tonnellate si sposta su e giù, questione di millimetri, trainato da quattro rimorchiatori. Sembra una scatola di polistirolo manovrata come un giocattolo. Sulla diga sud di Chioggia sono centinaia i curiosi accorsi per il «varo». Bocca di porto chiusa due giorni per la sistemazione dell’ultimo cassone di spalla, uno degli otto che dovrà sostenere sul fondale della bocca di porto le 18 paratoie in acciaio destinate a formare la diga mobile del Mose. Curiosi e giornalisti, fotografi e tv invitate per assistere al momento. Più che una fase dei lavori è quasi un rito, per provare a dimenticare due mesi e mezzo di bufera giudiziaria. Un rito in tono minore visto che l’ultima parata, davanti al ministro Maurizio Lupi il 22 marzo scorso, con autorità e dirigenti schierati in pompa magna, non aveva portato bene. Non ci sono nemmeno i dirigenti del Magistrato alle Acque, il Comune (commissariato), la Regione. Quasi un gesto «tecnico» a dimostrare che i lavori, nonostante tutto, proseguono e «non c’entrano con lo scandalo». «Stiamo rispettando al minuto il cronoprogramma», dicono gli ingegneri. Ecco il bestione di calcestruzzo, costruito nella «tura» di Ca’ Roman dalla società Condotte: 60 metri di lunghezza, 25 di altezza, come un palazzo di dieci piani, venti di profondità. I cavi d’acciaio spessi 5 centimetri si tendono, e i quattro rimorchiatori ai lati (uno si chiama Lourdes) girano il cassone e lo spingono verso il suo alloggiamento. «L’abbiamo fatto anche dall’altra parte, dovrebbe funzionare anche oggi», rompe la tensione il direttore del cantiere di Chioggia Giorgio Ceron. Tira un sospiro di sollievo anche il direttore dei lavori Maurizio Moroni. «È l’ultima, se Dio vuole». Il cassone è stato affondato nella notte, calato nella trincea da dove sono state scavate altrettante migliaia di tonnellate di fanghi e sabbia. Adesso nei prossimi mesi si tratterà di collegare tutti i cassoni sul fondo della laguna con le porte stagne. «Sott’acqua», spiegano gli ingegneri, «ci sarà un lungo corridoio che collega una sponda all’altra che ospiterà cavi e locali di servizio». Lavoro già completato nella bocca di porto di Lido, dove le paratoie dal lato Treporti potrebbero essere in funzione già alla fine dell’anno. Quasi concluso a Malamocco, dove è in funzione la conca di navigazione e mancano all’appello soltanto quattro cassoni. L’area del cantiere di Santa Maria del Mare, 15 ettari di cemento davanti alla vecchia spiaggia è oggi quasi deserta. «Si pone il problema del suo riutilizzo», dicono al Consorzio. Un’ipotesi era quella di metterci lì il nuovo terminal delle crociere per le grandi navi. Fuori dalla laguna, anche se renderebbe permanente la trasformazione di quella parte di litorale. Ma questo fa parte del «dopo». Oggi al Consorzio interessa dimostrare che gli scandali sono una cosa, i lavori un’altra. Operai e tecnici sono allineati sulla riva a godersi lo spettacolo. Gli ingegneri scuotono la testa. «Vengono qui da tutto il mondo per vedere cosa abbiamo fatto, un’opera che non si era mai fatta prima…» A prendere le misure al millimetro con speciali apparecchiature sono due tecnici olandesi specializzati della ditta Stektron. Dopo quasi sette anni di cantiere i blocchi di calcestruzzo di Chioggia sono scomparsi. Tutti sul fondo della laguna. Dimostrazione che l’opera non è impattante, dice con orgoglio un ingegnere del Consorzio. «Quest’opera non è reversibile come chiedeva la legge», obiettano gli ambientalisti. Quei blocchi non si potranno mai più togliere, nemmeno con il cemento armato.

Alberto Vitucci

 

Gazzettino – Il Mose avanza

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27

ago

2014

Messi in acqua i maxi-cassoni per realizzare le dighe mobili

L’OPERAZIONE – Sistemato ieri sul fondale “blocco” da 14mila tonnellate

IL MOSE «Abbiamo raggiunto l’85 per cento dell’opera»

Ora si procederà con la sistemazione di diciotto paratoie

Redi (Cvn): «Concessionario unico, ente fondamentale»

Posato l’ultimo cassone. Adesso è completata la barriera di Chioggia

L’operazione è stata condotta al millimetro. Un vero e proprio gioco di incastro come se fossero “mattoncini in Lego”. Niente giochi ma si è trattato di un cosiddetto “cassone di spalla” di dimensioni enormi (60,5 per 20 metri, alto 24,5 metri) nientemeno che di 13.500 tonnellate. Insomma un “mattoncione” grande e grosso che, da ieri e nell’arco delle prossime 24 ore, finirà per essere incastrato perfettamente agli altri 8 cassoni (sei di alloggiamento, e un altro di spalla) a 25 metri di profondità, ai quali poi verranno posizionate 18 paratoie.
Benvenuti alla bocca di porto di Chioggia, la più meridionale delle “entrate” nella laguna di Venezia. Ieri mattina, con questa operazione di precisione, davanti alle maestranze del Consorzio Venezia Nuova e al direttore, Hermes Redi, si è fatto un ulteriore passo avanti per il Mose. I lavori alla bocca di porto sono stati affidati alla società Condotte che ha eseguito i lavori attraverso la Clodia scarl, una delle proprie società. «Completeremo i lavori in quest’area – ha spiegato il direttore Redi – per il 2016. Per la posa del cassone di spalla stanno lavorando circa 240 persone a turno, comprese alcune squadre di subacquei. Ora attendiamo che, quanto prima il Cipe (Comitato interministeriale programmazione economica) ci assegni i 401 milioni giò stanziati dalla Finanziaria e che arrivino gli altri 226 milioni che ci devono ancora essere dati per completare l’opera».
In questi giorni di polemiche, anche con l’eco delle vicende giudiziarie che hanno coinvolto il Consorzio Venezia Nuova nella gestione Mazzacurati, Redi si lascia andare ad una riflessione sul ruolo del “concessionario unico”: «Per un’opera come questa – sottolinea il direttore del Cvn – lo Stato ha tutte le prerogative necessarie per affidare i lavori ad un “concessionario”. Dirò di più. La concessione unica è il sistema che ha permesso di avviare e realizzare il Mose. É stato l’uso distorto di questa formula che deve essere stigmatizzato».
Nel frattempo, il cassone di spalla, trainato e spinto da alcuni rimorchiatori, ha iniziato a prendere la posizione prestabilita. Ogni cassone è dotato di quattro martinetti o pistoni posizionati lunga le fondazioni in modo da garantire l’orizzontalità quando va a toccare il fondale marino. E per risolvere i problemi sui fondali sconnessi, è stata anche realizzata un’intercapedine di circa 50 centimetri tra il fondo del cassone e il fondale marino. Durante tutte le operazioni di posa, la Capitaneria di Porto ha deciso di interdire il traffico marittimo fino a domani, giovedì 28 agosto, alle 10.

Paolo Navarro Dina

 

LO SPECIALE

Mose, il crollo del sindaco. Orsoni dal blitz alle dimissioni.

TESTI a cura di: Gianluca Amadori, Monica Andolfatto e Maurizio Dianese

Giorgio Orsoni interrogato in aula bunker dopo il blitz

L’INTERROGATORIO DEL 9 GIUGNO «È stata una debolezza, non ho visto un euro»

PENA RESPINTA – Niente patteggiamento. Il gip: pochi i 4 mesi concordati con l’accusa

Orsoni ai domiciliari. «Soldi dal Consorzio per la campagna elettorale»

E il Pd lo molla. Scoppia la bufera in Comune, arriverà il commissario

«Posso fare una premessa e dire che respingo qualsiasi addebito e che ritengo di non essere colpevole direttamente di quello che mi viene addebitato, ma forse di avere una responsabilità per il contesto generale, nel senso che la mia campagna elettorale, ho scoperto dalle carte che mi sono state notificate, è stata finanziata in modi non corretti…»
Nell’interrogatorio del 9 giugno, il sindaco Giorgio Orsoni ammette che è stata una «debolezza» accettare di rivolgersi al presidente del Consorzio Venezia Nuova, Giovanni Mazzacurati: «È per questo che oggi, vi ripeto, mi assumo tutta la responsabilità di questa cosa, pur dicendo che non ho visto un euro in tutti questi giri».

 

Crollo di un sindaco, dal blitz del 4 giugno alle dimissioni

Alle 4 del mattino del 4 giugno 2014 gli uomini della Guardia di finanza suonano il campanello di un nobile palazzo veneziano affacciato sul Canal Grande, a due passi dal Ponte di Rialto. «L’avvocato Orsoni è in casa?»
L’arresto del sindaco di Venezia è del tutto inaspettato: le accuse mosse dalla Procura nei suoi confronti non sono le più gravi nel contesto dell’inchiesta sul “Sistema Mose”, ma è su di lui che si concentra l’attenzione dei media di tutto il mondo. È inevitabile: qualsiasi cosa accada a Venezia ha da sempre un risalto straordinario. Ed è così che, per giorni, Giorgio Orsoni diventa il personaggio simbolo dell’operazione.
Il gip Alberto Scaramuzza gli impone gli arresti domiciliari, contestandogli il reato di finanziamento illecito ai partiti in relazione a due diversi contributi provenienti dal Consorzio Venezia Nuova, in occasione della campagna elettorale del 2010: 110mila euro “in bianco”, formalmente regolari (versati al suo mandatario elettorale da San Martino Sc, Clea Sc arl, Bo.Sca srl e Cam Ricerche srl) che i pm Paola Tonini, Stefano Ancilotto e Stefano Buccini ritengono illecito in quanto i soldi sarebbero arrivati in realtà dal Cvn (che non può finanziare i partiti in quanto soggetto che usufruisce di fondi pubblici per realizzare il Mose) tramite fatture per operazioni inesistenti, mediate dal consorzio Co.Ve.Co. Secondo la Procura, Orsoni era consapevole che a pagare era il Cvn. Un secondo contributo “in nero”: 450mila euro in contanti che l’allora presidente del Cvn, Giovanni Mazzacurati, dichiara di avergli versato in più rate, personalmente o per tramite del fedele segretario, Federico Sutto. Cinquantamila euro sarebbero stati procurati dal presidente della Mantovani, Piergiorgio Baita, sempre consegnati a Sutto.
«AMICI DI VECCHIA DATA» – Orsoni sapeva da quasi un anno che la Procura stava indagando su quei finanziamenti. Era stato il Gazzettino ad anticipare la notizia, alla fine del luglio 2013, dopo l’arresto di Mazzacurati, definito dalle Fiamme Gialle «promotore dell’illecito finanziamento al politico Giorgio Orsoni, a lui legato da amicizia di vecchia data». Il sindaco aveva reagito sdegnato, negando ogni ipotesi di irregolarità e, assicurando la correttezza dei contributi elettorali, tutti regolarmente registrati. Nei mesi successivi Orsoni cercò invano di farsi ascoltare dai magistrati: un avviso di garanzia lo aveva messo in conto, ma l’arresto no. E così, alla vista dei finanzieri, che gli notificano la misura cautelare, la sua reazione è di rabbia, oltre che di incredulità.
“SCARICATO” DAL PD – Il partito che lo aveva appoggiato nel 2010 (seppure “subendo” la sua presenza, mai troppo amata) non aspetta neppure un giorno per prendere le distanze dal sindaco: in un comunicato diramato alla stampa precisa che Orsoni «non è iscritto al Pd». Come dire: se ha preso finanziamenti illeciti, con noi non c’entra. È l’inizio della rottura definitiva: davanti ai magistrati il sindaco spiega che sono stati i “maggiorenti” del Pd a sollecitarlo a chiedere di farsi finanziare da Mazzacurati; gli stessi esponenti di spicco del partito che si erano fatti carico dell’organizzazione della sua campagna elettorale: l’allora vicesindaco Michele Mognato, il responsabile organizzativo regionale, Giampietro Marchese, e Davide Zoggia, fedelissimo di Pierluigi Bersani, all’epoca responsabile per il Pd degli Enti locali.
Le strade si dividono in maniera traumatica: il 12 giugno, dopo la remissione in libertà di Orsoni, è il presidente del Consiglio in persona, Matteo Renzi, a decretare la fine del suo mandato di sindaco. Orsoni aveva cercato di restare in sella con l’obiettivo di approvare il bilancio, ma il suo progetto resiste un solo giorno: “scaricato” dal Pd nazionale e da tutti gli alleati a livello locale, è costretto a rassegnare le dimissioni, aprendo la strada al commissariamento di Ca’ Farsetti.
LA DIFESA APPASSIONATA – L’interrogatorio di garanzia si svolge il 6 giugno, nell’aula bunker di Mestre: Orsoni si presenta poco dopo le 8 davanti al gip Scaramuzza e respinge le accuse rilasciando alcune dichiarazioni spontanee. Tre giorni più tardi i sui difensori, Daniele Grasso e Mariagrazia Romeo, concordano un’audizione con la Procura per fornire tutti i chiarimenti necessari. Per quanto riguarda i 110mila euro, il sindaco dichiara di essere stato convinto che fosse tutto a posto: erano registrati e non sapeva che provenissero dal Cvn. In merito al contributo “in nero” nega di aver mai ricevuto personalmente quei soldi, pur ammettendo di essersi rivolto a Mazzacurati per chiedere un finanziamento. Ai magistrati spiega di aver percepito l’inopportunità di farsi finanziare dal soggetto che stava realizzando l’opera pubblica più importante in città e si giustifica sostenendo di aver dovuto cedere alle “pressioni” del Pd: i soldi per la campagna erano finiti e, in caso contrario, avrebbe dovuto tirare fuori di tasca propria il necessario. «Mi sono adattato, nel senso che non ho insistito…. la consideravano come una cosa normale…»
Ai pm precisa di aver fornito a Mazzacurati gli estremi del conto corrente del suo mandatario elettorale, sicuro che quel finanziamento avrebbe seguito i canali leciti: soltanto a seguito dell’inchiesta avrebbe scoperto che così non è stato.
I soldi arrivarono, o almeno ciò è quanto ipotizza Orsoni, in quanto tutte le spese fino a quel momento a rischio furono poi pagate. Ma il sindaco assicura di non aver visto un solo euro, accusando Mazzacurati di avercela con lui per la vicenda dell’Arsenale (negato in uso al Cvn a favore della città) e che questi motivi di risentimento potrebbero essere alla base delle cose non vere che racconta.
RITORNO IN LIBERTÀ – Il sindaco chiede di patteggiare e torna libero il 12 giugno. Il gip Scaramuzza scrive che da parte di Orsoni emerge «una complessiva assunzione di responsabilità in ordine ad una sua consapevolezza dell’effettiva provenienza del denaro dal Consorzio Venezia Nuova». L’accordo raggiunto tra accusa e difesa – 4 mesi di reclusione e 15mila euro di multa – suscita non poche perplessità: perché tanta fretta e una pena così bassa? Per alcuni è il riconoscimento della debolezza dell’accusa. La Procura, però, difende a spada tratta la scelta spiegando che è meglio una pena contenuta (ma certa) al rischio di un processo destinato a probabile prescrizione.
PATTEGGIAMENTO NEGATO – L’udienza per il patteggiamento si svolge sabato 28 giugno: poco prima delle 11, il gip Massimo Vicinanza legge il provvedimento con cui rigetta il patteggiamento, ritenendo la pena non congrua: «Anche a tener conto dell’atteggiamento processuale dell’indagato e del venir meno della carica che egli ricopriva al momento in cui è stata adottata la misura cautelare – scrive il giudice – non può non notarsi che le condotte da lui tenute sono molto gravi, sia per l’entità del contributo illecito ricevuto, sia per la provenienza soggettiva e oggettiva del denaro, sia per l’inevitabile rischio per la corretta gestione della cosa pubblica che ha comportato l’aver ricevuto ingenti somme da parte del soggetto economico costituito allo scopo di eseguire l’opera pubblica di maggior costo e rilievo che ha interessato la città della quale l’indagato è poi divenuto sindaco».
Il giudice precisa che vi sono elementi gravi nei confronti del sindaco in relazione alla «reiterata violazione della disciplina in materia di finanziamento pubblico dei partiti dettata dall’articolo 7 della legge 195/74, anche in relazione all’articolo 4 della legge 659 del 1981». E conclude che il patteggiamento non può essere accolto in quanto è «del tutto incongruo, alla luce dei parametri dell’articolo 133 del codice penale, concordare pena che si assesti sul minimo edittale e che per effetto della scelta del rito sia, per quella detentiva, inferiore a detto limite e, per quella pecuniaria, oltre cento volte inferiore a quella massima erogabile se si tiene conto del finanziamento illecito ricevuto».
Per Orsoni si preannuncia, quindi, il processo. L’ormai ex sindaco si dice soddisfatto, perché in questo modo gli sarà offerta la possibilità di dimostrare la totale estraneità ai fatti che gli vengono contestati. La Procura potrebbe stralciare la sua posizione e anticipare la richiesta di rinvio a giudizio nei suoi confronti. Ma non lo fa e, con molte probabilità, tratterà le imputazioni contestate ad Orsoni assieme a quelle degli altri indagati, in un unico dibattimento.

5 – Continua (Le precedenti puntate sono state pubblicate il 10, 15, 17 e 23 agosto)

 

«Venezia, giustizia decapitata»

Allarme del procuratore Nordio per l’effetto del “decreto Renzi”: «Per tribunali e procure gravi problemi di gestione degli uffici»

Preoccupazione e malumori tra le toghe venete per il cosiddetto decreto Renzi, che anticipa l’età di pensionamento dei magistrati a 70 anni, accorciando di 5 anni il limite di permanenza in servizio che il governo Berlusconi aveva alzato da 72 a quota 75. Da un lato ci sono le aspettative deluse di chi contava di poter restare in servizio ancora a lungo, magari per chiudere la carriera con un’ultima promozione; dall’altro il timore che la “decapitazione” forzata dei vertici degli uffici possa creare più di un problema, dovuto agli improvvisi “vuoti” al vertice, ma anche all’inevitabile innesco di una “corsa” a coprire i vari posti che, in breve tempo, risulteranno vacanti. Con conseguenti difficoltà per il Csm a gestire l’ingente numero di nomine e dei vari uffici a dare garantire continuità al lavoro.
A lanciare l’allarme, tra gli altri, è il procuratore aggiunto di Venezia, Carlo Nordio: «In tutta Italia saranno “decapitati” i vertici di molte procure e tribunali, con gravi problemi di gestione degli uffici». Lo stesso Nordio, se il decreto venisse convertito in legge nell’attuale formulazione, sarebbe costretto ad andare in pensione tra due anni senza poter concorrere al posto di procuratore capo: la norma prevede, infatti, che il candidato ad un ruolo direttivo debba avere almeno tre anni davanti a sè prima del raggiungimento di quota 70. E Nordio ha già compiuto i 67 anni il 6 febbraio.
La situazione più preoccupante riguarda proprio Venezia che, nell’arco di meno di due anni, perderebbe tutti i vertici. Il primo ad andarsene, a prescindere dai nuovi limiti, sarà il procuratore generale Pietro Calogero, che il prossimo dicembre compirà 75 anni. In “pole position” per sostituirlo nella poltrona giudiziaria più prestigiosa della regione è indicato da sempre l’attuale procuratore di Venezia, Luigi Delpino, che però con il decreto Renzi non potrebbe concorrere perché ha già 68 anni. E anche un altro “papabile”, il procuratore di Verona, Mario Giulio Schinaia, sarebbe tagliato fuori dalla corsa per la Procura generale, in quanto ha già compiuto 67 anni (e tra due anni dovrà lasciare Verona per il raggiungimento del limite massimo di 8 anni come procuratore).
Il limite dei 70 è già stato superato dal presidente del Tribunale di Venezia, Arturo Toppan (72) e da quello di Verona, Gianfranco Gilardi (72), nonché dal procuratore di Belluno, Francesco Saverio Pavone (70), i quali potranno comunque restare in sella fino al 31 dicembre del 2015, grazie allo “scivolo” concesso dal decreto per evitare lo svuotamento improvviso degli uffici giudiziari. Il presidente della Corte d’Appello, Antonino Mazzeo Rinaldi, compirà 70 anni il 28 febbraio del prossimo anno e rischia di andare subito in pensione: il testo attuale del decreto, infatti, prevede che, per usufruire della proroga fino al dicembre 2015, sia necessario avere già compiuto i 70 anni. Molti dei capi degli altri uffici giudiziari della regione sono invece più lontani dal limite dei 70, con l’eccezione della presidente del Tribunale di Rovigo, Adalgisa Fraccon (che ne compirà 69 a dicembre) e del presidente del Tribunale di Belluno, Sergio Trentanovi (68 appena compiuti). Il più giovane, con una lunga carriera ancora davanti, è il presidente del Tribunale di sorveglianza, Giovanni Maria Pavarin, che ha compiuto 59 anni lo scorso luglio. Il nuovo procuratore di Padova, Matteo Stuccilli, ha 61 anni, così come il collega di Vicenza, Antonino Cappelleri; il neo procuratore di Rovigo, Carmelo Ruberto, ne ha 62 e quello di Treviso, Michele Dalla Costa, 65; stessa età dei presidenti del Tribunale di Padova e di Treviso, Sergio Fusaro e Aurelio Gatto. Vicenza è in attesa della nomina del nuovo presidente del Tribunale, retto dal facente funzioni Oreste Carbone. Per finire ci sono tutti i posti semidirigenziali, i presidenti delle sezioni dei tribunali penali e civili e della Corte d’Appello: anche su questo fronte non sono pochi i magistrati alle porte della pensione.

Gianluca Amadori

 

LO SPECIALE – Inchiesta sul Mose spiati per tre anni dal grande fratello della Finanza

TESTI a cura di: Gianluca Amadori, Monica Andolfatto e Maurizio Dianese

L’OMBRA DELLE TANGENTI A FINE FEBBRAIO 2013 «Decine di milioni sottratti all’erario per scopi illeciti»

AFFARI SOSPETTI – I sassi comprati in Croazia fanno un “giro” in Canada per arrivare in laguna

Dal 2009 al 2011 ricostruite le attività del Consorzio Venezia Nuova

I primi arresti arrivano nel 2013. Tutto parte da una coop di Chioggia

All’indomani dell’arresto di Baita, Minutillo, Colombelli e Buson, a fine febbraio 2013, il colonnello Nisi, senza mai pronunciare la parola tangenti commentò: «Una tale mole di denaro, si tratta di decine di milioni di euro, trafugata all’erario e all’economia legale ci autorizza a pensare che sia stata usata per degli scopi illeciti. E questa è il prossimo fronte che andremo ad aggredire. Perché fondi neri di queste dimensioni raramente sono finalizzati al godimento personale. L’esperienza ci insegna che spesso vengono veicolati verso la pubblica amministrazione, ma allo stato delle indagini non possiamo ancora sbilanciarci». Invece si era sbilanciato. Eccome.

 

LA SALETTA INTERCETTAZIONI E I PEDINAMENTI

Le vite degli indagati vissute da tanti finanzieri

È in Corso del Popolo a Mestre, angolo via Costa, che giorno dopo giorno, si materializza, fuor di metafora, l’intera inchiesta sul Mose. Il quartiere generale delle indagini è l’enorme palazzone al civico 55, diventato da pochi anni sede del Comando provinciale della Guardia di Finanza. Èal 5. piano dove viene depositato e catalogato tutto il materiale sequestrato nelle perquisizioni che si susseguono lontano il più delle volte dai clamori della cronaca. Dove è collocata la “saletta” intercettazioni con gli operatori inchiodati ore e ore nella trascrizione scrupolosa delle conversazioni: al pari del film “Le vite degli altri” vivono quelle degli indagati, conoscendo tutto di loro, meglio di loro. Giorni, settimane, mesi, anni sottratti alla propria di esistenza, agli affetti, compresi quelli dei bimbi: «Papà deve lavorare, dai non arrabbiarti, giocheremo un’altra volta?». Alle pareti, i disegni dei piccoli, le loro foto e anche gli schizzi tracciati dai loro padri nelle ore interminabili con le cuffie in testa, ad ascoltare e scrivere.
E poi ci sono anche i colleghi impegnati nei pedinamenti, inseguimenti, rilievi contabili, approfondimenti d’indagine, insostituibili nell’esaminare i documenti e nel collegare gli indizi per comporre il puzzle complicato e ragionato del “quadro probatorio”. Giani bifronti: esperti tributaristi e astuti sbirri. Ègrazie ai sacrifici di tutti loro, uomini e donne delle Fiamme gialle – riflette il colonnello Nisi – se si è potuto a dare granitiche (è l’aggettivo scelto dal gip) fondamenta all’ordinanza della retata storica. Per questi finanzieri come per i loro superiori il lavoro prosegue.

 

Renzo Nisi, Colonnello della Finanza – CORRUZIONE «Non c’è nulla di cui andar fieri nel trovare conferma di una corruzione così radicata»

Francesco Moraglia, Patriarca di Venezia – IL BENE E IL MALE «Occorre ripartire dall’abc dell’etica, chiamando le cose per nome: il bene bene, il male male»

Carlo Nordio, Procuratore aggiunto – SOLDI NOSTRI «Qui le tangenti non venivano pagate con gli utili delle società private, ma con i soldi dei cittadini, dello Stato»

Raffaele Cantone, Autorità anticorruzione – INQUIETANTE «Quello che sta emergendo in questa vicenda è un sistema molto inquietante, ancor più di quello già grave venuto alla luce per Expo»

 

L’operazione Antenòra per alto tradimento

IL REDENTORE Lo scandalo al centro dell’omelia del patriarca «Preghiamo per la città»

Alto tradimento. Devastante anche solo pensarlo. Pensare cioè che la presunta talpa dei corrotti del Mose sia un ufficiale della stessa Finanza. Come si fa a pensare che un generale delle Fiamme gialle possa aver “tradito” la divisa? Ma quando negli investigatori si fa strada questa consapevolezza, ai Finanzieri non resta che rifugiarsi nella letteratura. Ecco perché l’inchiesta sul Mose la chiamano “operazione Antenòra”. Il rimando, dottissimo, è dantesco. Antenòra è il girone infernale in cui il Sommo poeta relega i “traditori dello Stato”. Il Mose ne conta troppi: magistrati, amministratori e funzionari pubblici, politici, esponenti delle forze dell’ordine. E se Fiorello intona la “ballata del Mose”, il presidente del Governo, Matteo Renzi, stigmatizzando crudamente la neo Tangentopoli lagunare, invoca l’introduzione del reato – coincidenza fortuita? – di “alto tradimento”.

 

Il grande fratello delle Fiamme gialle li ha spiati per 3 anni

Un operatore al lavoro su una centralina telefonica pe le intercettazioni

Le indagini della Guardia di finanza di Venezia hanno portato alla luce una corruzione diffusa. Il sistema Mose, grazie a questa inchiesta, è entrato anche nel mirino della massima autorità contro la corruzione, il magistrato Raffaele Cantone, secondo il quale la vicenda Mose è peggio dell’Expo. Nelle tre puntate precedenti della nostra inchiesta abbiamo visto lo snodarsi dell’inchiesta fino agli arresti del 4 giugno 2014.

Indagini hi-tech quelle che hanno incastrato gli indagati del Mose. Microspie di ultima generazione posizionate in luoghi strategici per l’assidua frequentazione dei “soggetti attenzionati”. Fra i più immortalati nei filmati alcuni fidi gregari di Mazzacurati, Pio Savioli e Federico Sutto, il primo nel consiglio Consorzio Venezia Nuova e collaboratore del Coveco, il secondo dipendente del Consorzio Venezia Nuova e segretario personale del superpresidente, arrestati con Mazzacurati a luglio 2013 (Sutto anche a giugno 2014): le immagini li ritraggono mentre, secondo gli inquirenti, sarebbero intenti ad incassare e dispensare i fondi neri generati da buona parte delle imprese che fanno parte del Consorzio. Il colonnello Renzo Nisi le aveva già visionate nel febbraio 2013, prima di stringere le manette ai polsi di Baita per associazione a delinquere finalizzata alla frode fiscale.
La pietra rotola. A darle la prima spinta c’è l’attività investigativa tradizionale. Guai se così non fosse. E dunque, oltre alle intercettazioni, ecco i pedinamenti e gli appostamenti, con tanto di telecamere nelle mani dei pazienti finanzieri a fissare volti, contesti, passaggi di strane buste e valigette, i gps sotto le macchine per mappare gli spostamenti. Senza mai trascurare le “carte” che documentano movimenti di denaro, contabilità in nero, conti e investimenti esteri, fatture false o gonfiate. Tre anni in cui il “grande fratello” delle Fiamme Gialle ha restituito “su file” uno spaccato del Consorzio Venezia Nuova. Ed ecco che le informative di polizia giudiziaria, fondamentali per gli atti giudiziari successivi, risultano organizzate nella modalità ipertestuale per consentire ai magistrati l’immediato collegamento e riscontro di quanto scritto con le prove ora video, ora audio, ora su carta. Tre anni: 2009-2011.
Il capitolo finale del Mose è di là dall’essere scritto. Perché c’è ancora tanta documentazione al vaglio e poi ci saranno le confessioni degli indagati e le rivelazioni improvvise. Da cosa nasce cosa, come in una trama di musiliana fusione e confusione. Il Mose dunque ha ancora tanto da narrare. Procedimento penale n. 10105/09. Comunicazione di notizia di reato. Mestre (Ve) 07.07.2011: conta 740 pagine, oltre metà coperte da omissis, l’informativa firmata da Nisi depositata in Procura all’attenzione del pm Paola Tonini. Ci sono già tutti gli attori: quelli che verranno arrestati il 28 febbraio del 2013 (Baita, Minutillo, Colombelli, Buson), quelli che verranno arrestati il 13 luglio 2013 (Mazzacurati, Savioli, Sutto, i Boscolo Bacheto …), quelli che verranno arrestati il 4 giugno 2014 (Orsoni, Chisso, Brentan, Giordano, Tomarelli, Venuti, Casarin, Spaziante, Meneguzzo, Morbiolo, Marchese…).
C’è la genesi dell’inchiesta. Si parte da una normalissima verifica fiscale. È settembre 2009. «Da un paio di settimane a Venezia, presi visione delle ispezioni ancora aperte – racconta Nisi – e fra tutte mi colpì la verifica eseguita alla Cooperativa San Martino di Chioggia, della famiglia Boscolo Bacheto. Qualcosa non mi tornava nei bilanci».
L’azienda sta realizzando il Mose alla bocca di porto di Chioggia. Servono “sassi” e palancole. La San Martino compra in Croazia, ma i sassi e le palancole prima di arrivare in Italia fanno il giro del mondo, passando addirittura per il Canada, che non è proprio la via più breve dalla Croazia a Chioggia. Un “tour” che le Fiamme gialle rendicontano, almeno fino al 2004, per un importo complessivo di oltre 6 milioni di euro di “costi fantasma”. Di reale c’è solo il conto corrente in Austria dove vengono depositati i soldi con la mediazione di due società “cartiere”, una con sede a Villach, in Austria, e l’altra a Mestre. Come reali sono i viaggi che di tanto in tanto i Boscolo padre e figlio effettuano oltre il confine di Tarvisio per prelevare il contante. A chi lo portano? A chi serve? I finanzieri mettono le mani su una chiavetta Usb affidata alla segretaria della coop. Dentro c’è tutto, file dettagliati di tutto il “nero”.
«Dovetti farmi accompagnare in Procura, all’epoca ancora situata in Piazza San Marco perché – racconta Nisi – non sapevo arrivarci e fu lì che conobbi la dottoressa Tonini che mi diede fiducia e la delega a investigare. Il Mose? Ne avevo sentito parlare come tutti, ma del Consorzio Venezia Nuova e della potenza che rappresentava, devo ammetterlo, ero abbastanza all’oscuro». Questione di tempo perché del Consorzio Venezia Nuova, monarca e cortigiani compresi, la Finanza conoscerà ogni aspetto, ogni segreto. Ad aprire nuovi scenari, alcune intercettazioni di Brentan, l’ex amministratore delegato dell’autostrada Venezia-Padova, arrestato a gennaio 2012 per corruzione nell’ambito di alcuni lavori assegnati dalla Provincia, in cui affermava che la Mantovani di Baita, fra i soci di maggior peso dentro Consorzio Venezia Nuova e dentro la stessa società autostradale, poteva risolvere qualsiasi cosa. Capace di sconfiggere persino i concorrenti più blasonati sotto il campanile di San Marco come la Sacaim di Alessandro Alessandri (in seguito acquisita dalla Rizzani de Eccher spa). Un nome, quello di Alessandri, che la Finanza ritrova nella famosa Lista Pessina, l’avvocato svizzero che aiutò i suoi facoltosi clienti, almeno 500 schedati nel suo computer portatile, a occultare i propri guadagni nei caveau off shore dei paradisi fiscali. A coordinare i due fascicoli (Brentan e Pessina) il pm Stefano Ancilotto che comprende immediatamente il valore della posta in gioco. A far quadrare il cerchio, il controllo tributario nella sede amministrativa della Mantovani, avviato dai finanzieri guidati dal tenente colonello Giovanni Parascandolo.
Il resto è cronaca recente.
«Sostenere che sono soddisfatto di quanto abbiamo portato alla luce è difficile. Non c’è nulla di cui andar fieri nel trovare conferma di una corruzione così radicata, presente, e minuta, tale da assumere carattere patologico». Suona come un epitaffio il saluto di Nisi alla città il 5 settembre 2013.
E di patologia parlerà anche il presidente dell’Autorità anticorruzione, Raffaele Cantone, a Venezia il 17 luglio 2014 per toccare con mano l’attuale gestione del Mose. Il 5 giugno aveva dichiarato: «Quello che sta emergendo in questa vicenda, che ovviamente deve essere vagliata dalla magistratura, è un sistema molto inquietante, ancor più di quello già grave venuto alla luce per Expo». E il procuratore aggiunto di Venezia Carlo Nordio denuncerà con forza l’odiosa peculiarità del caso Mose: «Qui le tangenti non venivano pagate con gli utili delle società private, ma con i soldi dei cittadini, dello Stato».
Il Mose: nato sull’onda emergenziale dell’acqua granda del 1966, iniziato nel 1984 e non ancora terminato. Corruzione. Patologia. Epidemia. La peste del XXI secolo. «Preghiamo per la nostra città. In questo momento è particolarmente necessario. Il riferimento va ai fatti di cronaca, che in questi mesi hanno posto Venezia alla ribalta». Inizia così l’omelia del patriarca Francesco Moraglia durante la messa solenne che alle 19 di sabato 19 luglio ha dato avvio alla Festa del Redentore, in ricordo della costruzione dell’omonima chiesa, quale ex voto per la liberazione del morbo che flagellò la città da 1575 al 1577. Così la celebrazione di una delle tradizioni irrinunciabili per i veneziani detta lo spunto per un severo richiamo alla responsabilità di fedeli e di cittadini e per una austera strigliata ai politici: «Occorre ripartire dall’abc dell’etica, chiamando le cose per nome: il bene bene, il male male».
Il caldo è torrido nel primo tardo pomeriggio di vera estate di un luglio, quello del 2014, che Venezia ricorderà a lungo. Accanto a Moraglia, a tagliare il nastro del ponte votivo che collega le Zattere alla Giudecca, non c’è il sindaco, dimissionario dopo l’arresto, bensì il commissario prefettizio nominato per traghettare Ca’ Farsetti alle elezioni. Il rito religioso lascia spazio a quello laico della cena in barca o sui tavoli in riva in attesa del grandioso spettacolo pirotecnico. I botti continuano a ritmo cadenzato. È la notte dei fuochi.

4 – Continua (Le precedenti puntate sono state pubblicate il 10, 15 e 17 agosto)

 

LE CONFESSIONI DI BAITA, MAZZACURATI E MINUTILLO

CASO MOSE – Dal Riesame di Milano sul caso Milanese le conferme della fondatezza dell’inchiesta lagunare

«Il Consorzio, sistema illecito»

I giudici: così fu creata una rete per avere appoggi e complicità da politici, tecnici e burocrati

«Sono credibili e hanno confermato quanto già raccolto dagli inquirenti»

Era un «sistema a sfondo illecito» quello creato dal Consorzio Venezia Nuova «per la creazione di una rete di appoggi, connivenze e complicità, in grado di creare provviste extracontabili di pronto utilizzo per il pagamento di somme a esponenti della pubblica amministrazione a diversi livelli – politici, burocratici, tecnici, di controlo»
È il Tribunale del riesame di Milano a fornire un’ulteriore conferma al quadro probatorio delineato dalla Procura di Venezia nell’inchiesta sulle presunte “mazzette” per i lavori del Mose. Un “sistema” che prevedeva pagamenti «anche a prescindere dall’ottenimento di specifici risultati (comunque parallelamente perseguiti a seconda delle emergenze e delle esigenze) che comunque garantissero al Cvn di proseguire nelle proprie attività».
«SISTEMA ILLECITO» – I magistrati lombardi si stanno occupando dello stralcio delle indagini relative a Mario Milanese (all’epoca stretto colaboratore del ministro dell’economia, Giulio Tremonti) e al generale della Guardia di Finanza Emilio Spaziante, entrambi accusati di corruzione: il primo in relazione a 500mila euro che l’ex presidente del Cvn, Giovanni Mazzacurati, dice di avergli versato per ottenere il via libera ad alcuni fondi per il Mose; il secondo a presunte mazzette (altri 500mila euro, su 2milioni promessi) in cambio di informazioni riservate sull’indagine all’epoca appena avviata dalla Guardia di Finanza.
LE VIOLAZIONI FISCALI – Nell’ordinanza di 32 pagine con cui due settimane fa è stato confermato il carcere per Milanese, è effettuata un’analisi complessiva sulla fondatezza dell’inchiesta Mose: a convincere i giudici di Milano della solidità del quadro probatorio vi è innanzituto il fatto che «le indagini nascono a prescindere da dichiarazioni di chiamanti in correità, ed attengono a fatti posti a fondamento degli “strumenti” a disposizione della “struttura”: le violazioni di natura tributaria ed altri meccanismi fraudolenti che consentono di disporre di una cassa di fondi “neri” per la gestione illecita della “macchina” – come definita da Piergiorgio Baita», ex presidente della Mantovani.
Insomma, a fondamento delle accuse ci sono innanzitutto dati oggettivi, acquisiti nel corso dell’accertamento fiscale a carico di Mantovani e Cvm; elementi che poi «si arricchiscono, con le intercettazioni telefoniche e ambientali, con le voci dirette dei soggetti che mantengono in vita la struttura e la alimentano, costribuendo a delineare episodi – oltre che la trama generale – specifici, ricostruiti a prescidenre dalle dichiarazioni successive dei chiamanti in correità», scrive il Riesame di Milano.
CONFESSIONI CREDIBILI – Le confessioni di Mazzacurati, Baita e Claudia Minutillo (ex segretaria dellallora Governatore del Veneto, Giancarlo Galan) nonché degli altri indagati che hanno collaborato con la Procura di Venezia, costituiscono un successivo riscontro ad «elementi già a disposizione degli inquirenti»: circostanza che rafforza la loro credibilità e attendibilità.
Il Riesame di Milano scrive che è assai difficile ipozzare che «una volta divenuta nota a Mazzacurati la mole di informazioni a disposizione degli inquirenti, egli abbia potuto in qualche modo “manipolare” tali elementi per accusare soggetti “estranei” e proteggerne altri». E rilevano che le dichiarazioni di Baita non sono in contraddizione con quelle di Mazzacurati. Analoghe conclusioni a cui è giunto il Riesame di Venezia nel confermare il carcere per Galan, per l’ex assessore regionale alle Infrastrutture, Renato Chisso e per altri indagati che, secondo gli inquirenti, hanno avuto un ruolo di primo piano nei vari episodi di corruzione. L’inchiesta nel frattempo prosegue e, dopo l’estate, non è escluso che possano giungere nuove sorprese.

Gianluca Amadori

 

SCANDALO MOSE – Mazzacurati sarà interrogato in video dagli Usa

VENEZIA – Il filone dell’inchiesta Mose riguardante l’ex ministro Altero Matteoli indagato per corruzione

Si farà in videoconferenza, dagli Stati Uniti, l’interrogatorio dell’ex presidente del Consorzio Venezia Nuova, Giovanni Mazzacurati, richiesto dall’ex ministro Altero Matteoli, accusato di aver incassato “mazzette” in relazione alle opere di disinquinamento di Marghera. L’autorità giudiziaria statunitense sta predisponendo il necessario per l’audizione che si svolgerà nel prossimo mese di settembre: Mazzacurati si trova, infatti, in California e le sue condizioni di salute non gli consentono di rientrare. L’interrogatorio, alla presenza di difesa e accusa, si svolgerà limitatamente alla posizione di Matteoli, di cui si sta occupando il Tribunale dei ministri.
Nel frattempo resta in carcere Alessandro Mazzi, il costruttore veronese, importante socio del Cvn, accusato di corruzione, finanziamento illecito e false fatture nell’inchiesta sul cosiddetto “sistema Mose”. Il gip di Venezia, Roberta Marchiori, ha rigettato sabato scorso l’istanza di concessione degli arresti domiciliari presentata dai suoi difensori, gli avvocati Renato Alberini e Carlo Marchiolo. Per uscire dal carcere, Mazzi ha rinunciato a tutti i suoi beni (le quote nelle società Grandi lavori Fincosit e della Italholding) il cui usufrutto quinquennale è stato ceduto dall’imprenditore – con atto stipulato davanti ad un notaio che gli ha fatto visita in cella – per dimostrare ai magistrati di non avere più alcun “interesse” nella gestione aziendale e, di conseguenza, di aver cancellato il rischio di commettere altri reati dello stesso tipo. La stessa Procura aveva dato parere contrario alla concessione dei domiciliari, ritenendo che le esigenze cautelari non siano venute meno, alla luce della rete di relazioni e contatti intrattenute da Mazzi.
Duro il commento dei legali dell’imprenditore i quali hanno annunciato che presenteranno appello: «La misura cautelare non deve diventare un mezzo di pressione per indurre confessioni o delazioni – hanno dichiarato gli avvocati Alberini e Marchiolo – Il nostro assistito è incensurato e gli sono stati sequestrati beni per 18 milioni di euro: non c’è motivo per cui la custodia cautelare debba proseguire».

Gianluca Amadori

 

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