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Le nuove norme sulla giustizia attenuano i rischi di prescrizione

Scadenza dei termini. Escono di cella Piva e il “gruppo romano”

VENEZIA – Prime ed inevitabili scadenze per l’inchiesta per corruzione sul Consorzio Venezia Nuova e il Mose: domani saranno scarcerati definitivamente quattro degli indagati perché il 3 settembre scade per loro il termine della custodia cautelare che poteva superare i tre mesi per i reati a loro contestati (sono stati arrestati il 4 giugno assieme a tutti gli altri). Tra questi c’è l’ex presidente del Magistrato alle acque di Venezia Maria Giovanna Piva, che deve rispondere di corruzione, oltre ai romani Alessandro Cicero, Luigi Dal Borgo e Vincenzo Manganaro, accusati di millantato credito. Restano in carcere il deputato di Forza Italia Giancarlo Galan, l’ex assessore regionale, Renato Chisso, il suo segretario ed ex sindaco di Martellago Enzo Casarin, il commercialista padovano del primo Paolo Venuti, l’imprenditore romano Alessandro Mazzi, e rimangono agli arresti domiciliari molti altri. Tutti sono accusati di corruzione come la Piva, ma l’ex dirigente dello Stato è accusata di fatti (aver incassato un vero e proprio stipendio dal Consorzio di Giovanni Mazzacurati per chiudere entrambi gli occhi su irregolarità e ritardi nella costruzione del Mose) avvenuti prima dell’ottobre 2012, quando la norma puniva la corruzione con una pena inferiore a quella prevista dalla nuova legge che l’ha aumentata. Di conseguenza la custodia cautelare è salita da tre a sei mesi e a Chisso, ad esempio, sono contestati fatti accaduti sia prima sia dopo l’ottobre 2012. Per Galan, invece, il termine non scade visto che nel carcere-ospedale di Opera è rinchiuso dal 22 luglio scorso e, dunque, per lui la carcerazione preventiva scadrà il 21 ottobre, quando presumibilmente i pubblici ministeri Stefano Ancilotto, Paola Tonini e Stefano Buccini avranno firmato la richiesta di rito immediato a giudizio per coloro che sono ancora agli arresti e non hanno puntato ai riti alternativi, come patteggiamento e abbreviato. Con quella richiesta si rinnovano i mesi della carcerazione preventiva. Per i tre romani, invece, è proprio il reato di millantato credito che prevede una custodia cautelare massima d i tre mesi. In questi giorni argomento di dibattito sono sicuramente le linee guida del governo per la giustizia rese note venerdì. Per quanto riguarda il processo Mose, le nuove norme comportano un allungamento dei tempi di due anni dopo la sentenza di primo grado e prima della processo d’Appello, dove la maggior parte delle volte i processi vengono prescritti a causa del carico di fascicoli dei giudici della Corte. Con i due anni in più, quindi, non è scontato che le possibili condanne per gli attuale indagati finiscano in prescrizione e, pur condividendo le critiche dell’Anm («Si rinvia la prescrizione piuttosto anziché evitarla») i pm veneziani non negano di aver apprezzato la proposta.

Giorgio Cecchetti

 

Le nuove norme del governo si applicano anche al processo per il Mose. Procura veneziana ottimista

VENEZIA. Niente interviste, i pubblici ministeri che coordinano le indagini sul Mose, Stefano Ancilotto, Paola Tonini e Stefano Buccini, non rilasciano dichiarazione neppure sulle linee guida rese note dal governo sulla riforma della Giustizia, in particolare sulla prescrizione, che sono le norme che di più a questo punto interessano il loro procedimento. Ma lasciano trasparire un certo ottimismo, per il procedimento a Giancarlo Galan, Renato Chisso e agli altri che sceglieranno di farsi processare in aula senza utilizzare patteggiamento o abbreviato, significa conquistare due anni in più, nel caso di condanna, per il processo d’appello. È proprio in Corte d’appello, non solo nel Veneto, che i processi finiscono infatti in prescrizione e le linee guida governative prendono dentro anche il procedimento per il Mose, visto che le nuove norme scatteranno per i processi per i quali non è stata emessa ancora la sentenza di primo grado.

«Certo», spiega Lorenzo Miazzi, giudice in Corte d’appello e componente dell’Associazione nazionale magistrati del Veneto, «se parliamo di un singolo processo, magari importante, si guadagnano due anni in appello, però è una norma che rinvia la prescrizione non che la evita». Miazzi è molto critico, sostiene che per cambiare davvero le cose sarebbe necessario intervenire sull regole d’accesso all’appello, quello di secondo grado e in Corte di Cassazione, per limitare i ricorsi che ora sono una vera e propria valanga rispetto al numero dei magistrati. E per spiegare come funziona fa un esempio: per versare acqua in una bottiglia si usa un imbuto: l’acqua sono i processi che arrivano e l’imbuto la Corte d’appello: se si versa più acqua di quello che può contenere l’imbuo e lasciar passare il suo beccuccio, l’acqua esce (i processi prescritti). Se si alzano le pareti dell’imputo non cambia granchè perché il beccuccio fa passare la stessa quantità d’acqua. Per evitare la prescrizione sarebbe necessario limitare l’arrivo di migliaia di fascicoli in Corte d’appello, insomma fermare l’acqua che si versa. «Ma il governo su questo non ha detto una parola» conclude Miazzi, «e così per alcuni processi, quelli importanti, la prescrizione scatterà due anni dopo, ma in generale non si tratta di una norma che porterà dei vantaggi».

Giorgio Cecchetti

 

LO SPECIALE

Galan, dalla villa al carcere. Il tramonto dell’ultimo doge

TESTI a cura di: Gianluca Amadori, Monica Andolfatto e Maurizio Dianese

Paolo Venuti, commercialista e prestanome

LA DIFESA DELL’ASSESSORE «Il mio tenore di vita è davanti agli occhi di tutti»

L’ex governatore del Veneto indagato per corruzione con l’assessore Chisso

Per l’accusa erano a libro paga del Consorzio Venezia Nuova. Ecco le cifre

«Non ho il maggiordomo, non possiedo nemmeno una casa se non quella che ho ereditato da mio padre e nella quale sono sempre vissuto, faccio 15 giorni di ferie all’anno con gli amici, non possiedo barche né macchine di lusso. Il mio tenore di vita è sotto gli occhi di tutti e non è il tenore di vita di un miliardario». Renato Chisso respinge ogni accusa fin dal primo interrogatorio, sostenuto in carcere a Pisa il 6 giugno 2014, due giorni dopo l’arresto. Assistito dall’avvocato Antonio Forza, risponde punto su punto alle contestazioni della Procura: «Mai portato soldi a Galan; mai ricevuto quattrini da Baita. Entrambi raccontano il falso. E sono fantasie anche quelle di Claudia Minutillo che racconta di aver fatto da prestanome al sottoscritto in varie società».

La Procura lo ritiene l’uomo chiave dell’inchiesta a carico di Galan. Il commercialista padovano Paolo Venuti è indicato come il prestanome dell’ex Governatore, l’uomo che si occupava di gestire i suoi affari e i suoi investimenti. È in carcere dal 4 giugno e il Riesame ha confermato per lui l’ordinanza di custodia cautelare evidenziando come il commercialista (e la moglie) abbiano ricevuto precise disposizioni dall’ex Governatore del Veneto «sulla destinazione da dare alle liquidità occultate all’estero». In un colloquio intercettato dai finanzieri è la moglie di Venuti ad introdurre l’argomento dei soldi di Galan: «Ma non sono in Svizzera, sono in Croazia?», chiede al marito. «Non hai ancora capito… – le risponde il commercialista – quelli… lì c’è il problema mio, suo, promiscuità… per cui alla fine quelli in Svizzera li tengo io e quelli in Croazia li tiene lui…»

 

Galan, il tramonto dell’ultimo Doge. Dalla villa alla cella.

Martedì 22 luglio 2014, ore 22.20: un’ambulanza esce dal cancello di villa Rodella, a Cinto Euganeo, residenza di Giancarlo Galan, scortata da Guardia di Finanza e Polizia penitenziaria. Destinazione: carcere di Opera, a Milano. Per l’ex presidente della Regione Veneto, a lungo l’uomo più potente del Nordest, è l’inizio del periodo di custodia cautelare impostogli dal gip Alberto Scaramuzza.
È una giornata convulsa e drammatica per il deputato di Forza Italia, presidente della Commissione Cultura di Montecitorio. E non soltanto per lui. La Camera dà il via libera al suo arresto nel pomeriggio, alle 14.28, con 395 voti a favore e 138 contrari. Poche ore prima, a sorpresa, i sanitari dell’ospedale di Este, avevano deciso di rimandarlo a casa, dopo un ricovero durato 10 giorni. La lettera di dimissioni gli viene consegnata attorno alle 9.40; Galan lascia l’ospedale attorno alle 15.30, a bordo di un’ambulanza. Lo trasportano su una sedia a rotelle: indossa calzoncini corti e una polo, la gamba sinistra ingessata fino al ginocchio: questa fotografia diventerà il simbolo del “tramonto del Doge”.
L’arrivo in carcere a Milano costituisce l’epilogo di 48 giorni nel corso dei quali l’ex Governatore del Veneto le ha provate tutte per evitare la detenzione. Una difesa inizialmente giocata assieme ai suoi avvocati, Antonio Franchini e Niccolò Ghedini, sul fronte tecnico-giudiziario: una conferenza stampa e alcuni memoriali (alla Procura e al Parlamento) per respingere con decisione ogni accusa. Una “battaglia” spostatasi poi sul fronte sanitario, nel tentativo di dimostrare l’incompatibilità tra le condizioni di salute e il carcere. Il cambiamento di strategia coincide con un piccolo incidente di cui Galan è vittima sabato 7 luglio nel giardino della sua sontuosa residenza: mentre sta potando le rose riporta un trauma distorsivo della caviglia sinistra; la successiva radiografia evidenzia “una frattura pressoché composta del malleolo peroneale”. Il dottor Sergio Candiotto, direttore dell’ospedale Sant’Antonio di Padova gli consiglia “valva gessata” e riposo per 40 giorni. Da quel momento è un proliferare di certificati medici e di diagnosi che la difesa utilizza per dimostrare che Galan – già sofferente di diabete e ipertensione arteriosa – risulta immobilizzato, intrasportabile, impossibilitato a presentarsi alla Camera per difendersi. I suoi legali provano anche la carta dell’istanza al gip finalizzata ad ottenere la modifica dell’ordinanza di custodia cautelare, con la concessione dei domiciliari. Richiesta rigettata. E così si arriva, dopo due rinvii della discussione del caso, all’inattesa dimissione dall’ospedale di Este, al voto in Parlamento e al successivo arresto.
STIPENDIATI DAL CONSORZIO – Quelle formulate nei confronti di Galan – e del compagno di partito, Renato Chisso, per lunghi anni assessore regionale alle Infrastrutture – sono le imputazioni più pesanti nell’ambito dell’inchiesta sul “sistema Mose”. Entrambi sono accusati di essere stati al soldo del Consorzio Venezia Nuova; due corrotti che, in cambio di uno “stipendio” annuo, si sarebbero messi a costante disposizione dell’allora presidente Giovanni Mazzacurati per favorire l’attività di realizzazione del Mose, accelerare l’iter delle pratiche, sbloccare i fondi.
A Galan, in particolare, è contestato di aver ricevuto uno “stipendio” annuale di circa un milione di euro. E ancora: la somma di 900mila euro tra 2007 e 2008 per il rilascio del parere favorevole e vincolante sul progetto definitivo del “sistema Mose”, avvenuto nell’adunanza della Commissione di Salvaguardia del 20 gennaio del 2004; ulteriori 900mila euro per il rilascio del parere favorevole della Commissione Via della Regione Veneto sui progetti delle scogliere esterne alle bocche di porto di Malamocco e Chioggia, avvenuto nell’adunanza del 4 novembre 2002 e del 28 gennaio 2005.
Secondo la Procura sarebbe stato l’assessore Chisso a consegnare a Galan il denaro, a sua volta ricevuto da Mazzacurati (a volte tramite Sutto) nonché da Baita attraverso Claudia Minutillo (ex segretaria di Galan e poi amministratice di Adria Infrastrutture, società del gruppo Mantovani) o Nicolò Buson (responsabile amministrativo della Mantovani).
L’assessore regionale è accusato di essere stato stipendiato con una somma oscillante tra 200mila e 250mila euro all’anno, dalla fine degli anni Novanta ai primi mesi del 2013. Soldi che gli sarebbero stati consegnati da Sutto per conto di Mazzacurati.
I PROJECT – Galan e Chisso sono accusati di corruzione anche in relazione all’iter procedimentale dei project financing presentati dal gruppo Mantovani, che da loro sarebbe stato agevolato in cambio di una lunga serie di favori, pagamenti di somme e affari di vario genere.
In particolare, a Galan viene contestato di aver ottenuto in “regalo da Baita” e di aver poi fatto intestare alla Pvp srl il 7 per cento delle quote di Adria Infrastrutture al fine di partecipare agli utili derivanti dai project, nonché il 70 per cento della società Nordest media srl per partecipare agli utili di raccolta pubblicitaria dei giornali del gruppo Epolis (le quote di Pvp erano detenute fiduciariamente per suo conto dall’amico commercialista e prestanome Paolo Venuti, in modo da non comparire direttamente); di aver ricevuto cospicui finanziamenti elettorali da Baita e Minutillo; di aver ricevuto, nel 2005, all’hotel Santa Chiara di Venezia, 200mila euro da Baita tramite la Minutillo; di essersi fatto restaurare a spese della Mantovani la villa di Cinto Euganeo, i cui lavori furono in parte progettati e realizzati dalla Tecnostudio srl di Danilo Turato, il quale sarebbe stato remunerato da Baita, su indicazione di Venuti, sovrafatturando le prestazioni relative a 4-5 incarichi diversi, tra cui la ristrutturazione della sede della Mantovani e la sistemazione del mercato ortofrutticolo di Mestre. Secondo la Procura, a Turato sarebbero stati corrisposti maggiori onorari per un milione e 100mila euro da imputare a lavori svolti nell’abitazione di Galan. L’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di Turato è stata revocata per mancanza di esigenze cautelari il 28 giugno 2014.
Infine a Galan viene contestato di essersi fatto versare da Minutillo e Baita, nel 2005, la somma di 50mila euro in un conto corrente della International Bank di San Marino.
A Chisso, invece, viene contestato di aver ottenuto in “regalo da Baita” e poi aver fatto intestare alla società Investimenti srl (le cui quote erano detenute fiduciariamente per suo conto da Minutillo) il 5 per cento di Adria infrastrutture per partecipare a utili dei project financing; nonché il 10 per cento di Nordest media; di aver ottenuto da Baita, tra 2010 e 2011, la somma di 2 milioni di euro in cambio della liquidazione del suo 5 per cento in Adria infrastrutture; di aver ricevuto varie somme di denaro da Sutto, Baita, Minutillo e Buson, per il tramite del suo segretario e fedele collaboratore Enzo Casarin, già condannato in passato per corruzione; di aver ricevuto da Baita la somma di 250mila euro, versati all’hotel Laguna Palace tra fine 2011 e primavera 2012; di aver fatto partecipare architetto Dario Lugato, della Tecne Engineering srl, al gruppo progettazione della superstrada “Vie del mare” (l’ordinanza di custodia cautelare a carico di Lugato è stata annullata per mancanza gravi indizi il 28 giugno 2014); di aver fatto finanziare da Adria infrastrutture la società Territorio srl di Bortolo Mainardi tramite consulenze affidate a quest’ultimo e di aver chiesto poi a Baita di aver acquistato la proprietà della stessa società per ripianare le perdite; di aver fatto nominare, il 27 giugno 2012, il commercialista ed amico Fabio Cadel sindaco supplente in Autostrade Serenissima spa controllata da gruppo Mantovani; di aver chiesto e ottenuto che la società Carron Avv. Angelo fosse inserita nel progetto per la “Via del mare”.

6 – Continua (Le precedenti puntate sono state pubblicate il 10, 15, 17, 23 e 24 agosto)

 

Con una gamba fratturata passa dall’ospedale al carcere

La Camera dà l’ok all’arresto 395 voti a favore contro 138 no

LA DIFESA DEL PARLAMENTARE

«Accusato per coprire le ruberie di altri»

Fin dal primo momento l’ex Governatore del Veneto respinge con decisione ogni addebito: nega di aver mai chiesto o ricevuto somme di denaro illecite e spiega che il suo tenore di vita è dovuto a stipendi, liquidazione, investimenti fortunati. A Parlamento e magistrati fornisce documenti che, a suo avviso, smentiscono i conti della Guardia di Finanza, accusata di aver preso un abbaglio. “Dimentica” però di raccontare che pagò in nero oltre un milione di euro per l’acquisto di villa Rodella, circostanza riferita dal venditore.
«FALSE CONFESSIONI» – Galan cerca di screditare i suoi accusatori: a suo dire hanno mentito pur di uscire dal carcere. «Non ho mai ricevuto denari dall’ing. Baita, tantomeno ne ho a costui richiesti… – scrive – Mai nulla ho ricevuto da Mazzacurati. Non so come difendermi da un’accusa così fantasiosa e totalmente destituita di fondamento. All’estero ho solo due conti in Croazia (dove ha una casa, ndr). Mazzacurati ha usato la fantasiosa storia del milione di euro all’anno quale “copertura” di proprie ingenti appropriazioni».
CINTO EUGANEO – Galan nega che i lavori a villa Rodella siano stati pagati da Baita e nega di aver mai ricevuto somme relative a presunti interventi su Commissione Via e Commissione di Salvaguardia.
SAN MARINO – Quel conto corrente era «ufficiale e trasparente», aperto in modo simbolico per un accordo della Regione Veneto con la Repubblica del Titano. «Non operai mai alcuna movimentazione. Tale conto è stato utilizzato da terzi senza che io ne fossi a conoscenza e con la falsificazione delle mie firme».

 

DOMICILIARI – In vista la revoca agli arresti a Maria Giovanna Piva, ex Magistrato alle Acque a Venezia.

Scadono i termini per l’ex presidente del Magistrato alle Acque

Altre imminenti remissioni in libertà nell’inchiesta sul cosiddetto “sistema Mose”. Il prossimo 3 settembre dovrebbero essere revocati gli arresti domiciliari all’ex presidente del Magistrato alle acque, Maria Giovanna Piva (accusata di corruzione), nonché ai romani Vincenzo Manganaro e Alessandro Cicero, indagati di millantato credito. Sono in scadenza, infatti, i tre mesi di custodia cautelare che la legge pone come termine massimo per tutti i reati “minori”, tra cui è compreso anche quello di corruzione per episodi precedenti al 28 novembre del 2012. Successivamente, grazie alla riforma Severino, la possibilità di custodia cautelare per la corruzione è stata allungata fino a sei mesi (prorogabili nel caso di rinvio a giudizio): di conseguenza gli altri indagati attualmente detenuti resteranno ancora in carcere o ai domiciliari. Tra questi figura anche l’ex assessore regionale alle Infrastrutture, Renato Chisso, al quale la Procura contesta di aver ricevuto somme di denaro dall’allora presidente del Consorzio Venezia Nuova, Giovanni Mazzacurati, fino ai primi mesi del 2013.
Il difensore di Chisso, l’avvocato Antonio Forza, sta giocando un’altra carta per cercare di far liberare il suo assistito: quella delle condizioni di salute. Chisso ha problemi cardiaci (ha subìto un infarto la scorsa primavera) e il legale ha chiesto che venga sottoposto ad una serie di approfonditi esami. Ieri è stata la volta di una scintigrafia.
Anche Galan lamenta problemi di salute ed è detenuto dal 22 luglio nel centro medico del carcere di Opera a Milano. I suoi legali sono andati ieri a fargli visita e l’hanno trovato ancora sereno e battagliero, deciso a difendersi strenuamente dalle accuse di essere stato al soldo del Cvn. L’avvocato Franchini ha depositato nei giorni scorsi il ricorso in Cassazione contro l’ordinanza con cui, lo scorso 2 agosto, il Tribunale del riesame ha rigettato la richiesta di annullamento della misura cautelare. In 61 pagine, il legale dell’ex presidente della Regione cerca di dimostrare che il Riesame ha sbagliato non tenendo conto di molti elementi evidenziati dalla difesa. I principali accusatori di Galan sono definiti non credibili e le loro confessioni definite inattendibili. Per quanto riguarda i fatti successivi al marzo 2010, l’avvocato Franchini chiede alla Suprema Corte di trasmettere gli atti al Tribunale dei ministri, alla luce del nuovo incarico ricoperto da Galan da quel momento in poi.
Nel frattempo, ieri, il commissario straordinario del Comune di Venezia, Vittorio Zappalorto, ha approvato, con i poteri della Giunta, una delibera che autorizza il Comune di Venezia «a dichiararsi ipoteticamente parte lesa e danneggiata» nell’inchiesta sul Mose. Si tratta del primo passo necessario per «mantenere l’Amministrazione comunale costantemente informata sull’andamento delle indagini in corso», si legge in un comunicato stampa diramato in serata. Zappalorto ha precisato che il Comune «si riserva ogni decisione sulla costituzione di parte civile al momento opportuno, secondo le indicazioni già formulate dal Consiglio comunale prima dello scioglimento, e quantificando il danno patito dalla comunità e dall’Ente locale sulla base delle risultanze delle indagini in corso».

 

Mose, Ca’ Farsetti chiede le carte

Il commissario vuole essere informato sull’inchiesta in vista di una costituzione di parte civile

Ca’ Farsetti vuole sapere. E soprattutto avere “contezza” delle indagini sul Mose. Ovviamente, tutto al termine dell’impegnativa inchiesta sulla Tangentopoli veneziana. E così si riaffaccia l’ipotesi, già balenata nei primi turbolenti giorni della “retata storica” con l’arresto del sindaco Giorgio Orsoni, di una volontà da parte dell’Amministrazione comunale di costituirsi parte civile nell’inchiesta. Una situazione comunque nuova, rispetto a quanto avvenne il 9 e il 10 giugno scorso, nel pieno della bufera giudiziaria, quando l’allora vicesindaco Sandro Simionato a nome dell’Amministrazione comunale (con tanto di sindaco Orsoni ai domiciliari) aveva annunciato la volontà di costituirsi parte civile contro i reati che allora avevano coinvolto parecchi dei protagonisti della vicenda (concussione, riciclaggio, corruzione) evitando così di coinvolgere il sindaco Orsoni, finito nell’inchiesta solo per il reato di presunto finanziamento illecito.
Ora, però, a distanza di due mesi da quelle vicende, il Comune retto dal commissario prefettizio, Vittorio Zappalorto ha deciso una nuova azione concertata sottolineando la volontà ipotetica di dichiararsi parte lesa e di aver subito un evidente danno, e non solo di immagine, da tutta la vicenda Mose. «Il provvedimento, – mette le mani avanti il Comune con una nota ufficiale – che non è una costituzione di parte civile non possibile in questa fase del procedimento penale, servirà a consentire all’Amministrazione comunale di essere costantemente informata sull’andamento delle indagini in corso».
In sostanza, Ca’ Farsetti sottolinea così una sorta di “manifestazione di interesse” nei confronti dell’indagine che, una volta terminata, potrebbe portare ad un atto legale ufficiale nei confronti delle personalità coinvolte nella vicenda. «Il Comune – conclude la nota del commissario Zappalorto – con la delibera odierna, si riserva quindi ogni decisione sulla costituzione di parte civile al momento opportuno, seguendo le indicazioni del Consiglio comunale e puntando poi alla quantificazione del danno patito dalla comunità e dall’ente locale».

 

Nuova Venezia – Mose, domiciliari in scadenza per quattro

Posted by Opzione Zero in Rassegna stampa | 0 Comments

30

ago

2014

Presto liberi l’ex presidente del Magistrato alle Acque Piva e i romani Cicero, Manganaro e Dal Borgo

VENEZIA. Dopo coloro che hanno raggiunto l’accordo per patteggiare la pena con la Procura i primi a conquistare la libertà perchè sono scaduti i termini della custodia cautelare saranno in quattro: sono l’ex presidente del Magistrato alle Acque Maria Giovanna Piva, accusata di corruzione, e i romani Alessandro Cicero, Vincenzo Manganaro e Luigi Dal Borgo, arrestati per millantato credito (i quattro si trovano da qualche tempo agli arresti domiciliari).

Se ne potranno uscire di casa dal 3 settembre in poi, esattamente dopo tre mesi. I termini per la custodia cautelare per l’ex assessore regionale Renato Chisso, il suo segretario Enzo Casarin, il commercialista padovano di Galan Paolo Venuti, l’imprenditore Alessandro Mazzi, invece, scadono il 3 dicembre, ma probabilmente neppure in quella data riusciranno ad ottenere la libertà poichè prima di quel mese i pubblici ministeri Stefano Ancilotto, Paola Tonini e Stefano Buccini firmeranno la richiesta di rito immediato e nel giro di pochi giorni il giudice dell’udienza preliminare fisserà il processo. Così, ripartirà da zero il conteggio per la custodia cautelare. Lo stesso dovrebbe accadere per Giancarlo Galan, che, a differenza degli altri, comunque, è stato arrestato due mesi dopo e, quindi, i mesi per lui si contano da agosto e non dal 4 giugno, il giorno degli arresti di tutti gli altri. Tra l’altro sembra che le condizioni di salute dell’ex governatore del Veneto stiano migliorando e se così fosse, il rischio per lui è quello di finire in un carcere normale, magari più vicino a casa sua, come quello di Santa Maria Maggiore a Venezia o il Due Palazzi di Padova, ma non più in una casa di reclusione-ospedale come Opera, dove si trova ora.

Scadranno dopo tre mesi anche gli arresti domiciliari per Lia Sartori, che a differenza di tutti gli altri, è finita in manette l’1 luglio, perchè fino al giorno prima c’era l’immunità parlamentare a coprirla, essendo stata deputata del Parlamento europeo nella scorsa legislatura. Per il suo reato, finanziamento illecito del partito, il codice prevede una custodia cautelare di tre mesi, che per lei scadranno il 31 ottobre, fino ad allora – a meno che i suoi difensori non trovino un accordo con i rappresentanti dell’accusa- rimarrà agli arresti domiciliari.

Ma anche chi è accusato di corruzione, come l’ex dirigente pubblico Piva, uscirà tra quattro giorni, dopo tre mesi di custodia cautelare: questo accade perché i fatti contestati all’ex presidente del Magistrato alle Acque (avrebbe ricevuto uno stipendio annuale di 400 mila euro dal Giovanni Mazzacurati e Piergiorgio Baita, oltre ad ottenere sempre grazie a loro incarichi di collaudatore per le opere dell’ospedale di Mestre, in cambio di evitare di segnalare ritardi e irregolarità nella realizzazione del Mose) sono avvenuti tutti prima del mese di ottobre 2012, quando il Parlamento ha cambiato la legge su corruzione e concussione, aumentando le pene per chi viene ritenuto responsabile e con esse anche la custodia cautelare. A Chisso, ad esempio, vengono contestati fatti avvenuti sia prima sia dopo l’ottobre 2012 e, quindi, rischia pene maggiori e subisce anche una custodia cautelare non più di tre ma di sei mesi.

Il commissario straordinario del Comune di Venezia, Vittorio Zappalorto, intanto, ha approvato la delibera che autorizza il Comune a dichiararsi parte lesa e danneggiata nella vicenda del Mose. Il provvedimento, che ancora non è una costituzione di parte civile, non possibile in questa fase del procedimento penale, servirà a mantenere l’Amministrazione comunale costantemente informata sull’andamento delle indagini in corso.

Giorgio Cecchetti

 

Nuova Venezia – Galan scarica Chisso: rottura dal 2010

Posted by Opzione Zero in Rassegna stampa | 0 Comments

29

ago

2014

Depositato il ricorso in Cassazione contro il Riesame: «Testimonianze contraddittorie, i reati attribuiti sono ministeriali»

VENEZIA. Fino a poche settimane fa lo definiva «il migliore dei miei assessori». Adesso Giancarlo Galan scarica l’ex assessore che con lui ha condiviso tutti i 15 anni alla guida del Veneto: la rottura viene fatta risalire addirittura al 2010 e dunque non può esserci «sistema Galan» dopo quella data.

La difesa di Giancarlo Galan – avvocati Antonio Franchini e Niccolò Ghedini – si appella alla Corte di Cassazione per smontare l’ordinanza con cui il Tribunale del Riesame di Venezia ha respinto il ricorso dei legali all’arresto dell’ex governatore, attualmente detenuto nel carcere di Opera. Ieri mattina è stato depositato il ricorso in Cassazione contro l’ordinanza del Riesame che ha respinto la scarcerazione di Galan. Nei prossimi giorni la decisione della Corte, che potrebbe rimettere in libertà l’ex ministro.

Il ricorso mira a demolire, punto per punto, le motivazioni con cui il Riesame ha tenuto in carcere Galan. Dalla credibilità dei principali testi d’accusa – Giovanni Mazzacurati, Piergiorgio Baita, Claudia Minutillo – che vengono descritti quali protagonisti «interessati» a riferire le circostanze che hanno convinto i magistrati della Procura di Venezia a chiedere gli arresti; ai requisiti minimi di logicità e coerenza delle dichiarazioni dei testi, che striderebbero tra loro nei particolari e nelle motivazioni; sino alla indagini difensive svolte dai legali di Galan, che non sono state tenute minimanente da conto dal giudice del Riesame; e ancora alcuni «infortuni» in cui è incorso in collegio del Riesame, scambiando le testimonianze dell’imprenditore Piero Zanoni con quelle di Pierluigi Alessandri. Insomma, i difensori ritengono che la Cassazione debba assolutamente annullare l’ordinanza del Riesame, che pure fissa la prescrizione per tutti i reati contestati fino al 22 luglio 2008 (tesi su cui peraltro la Procura non concorda).

Ma l’elemento nuovo appare la rottura, probabilmente a fini difensivi, del rapporto tra Galan e Chisso: i difensori ritengono che i reati esclusi dalla prescrizione siano di competenza del Tribunale dei ministri e dunque abbiano diritto a una completamente diversa procedura. Se accolta questa tesi, l’inchiesta su Galan dovrebbe quasi ripartire da zero, consentendo la prescrizione per una ampia fascia di reati attribuiti dopo il 2008.

Quanto alla rottura con Chisso, i legali di Galan la fanno risalire almeno alla primavera del 2010, quando l’ex ministro indica a Luca Zaia la figura di Marino Zorzato come plenipotenziario del Pdl e non quella, apparentemente più naturale, di Chisso. Lo spiega Piergiorgio Baita in un interrogatorio: il rapporto tra Galan e Chisso «si rompe in modo totale, sia sul piano politico sia sul piano personale. Sul piano politico perché l’incarico di gestore degli interessi politici viene affidato al vice presidente Marino Zorzato e sul piano personale perché Chisso e la Minutillo vivono questo mancato incarico come un vero e proprio tradimento per i tanti servigi resi nel periodo precedente».

Dell’imprenditore Pierluigi Alessandri, ad esempio, che accusò Galan di aver preteso dei soldi per sostenere la sua attività politica, i difensori di Galan ricordano che egli è indagato per fini fiscali da qualche mese. Che il principale accusatore, Piergiorgio Baita, ha iniziato a parlare solo dopo il cambio del proprio collegio difensivo. Che Giovanni Mazzacurati, secondo gli stessi indagati, doveva provvedere alla cura di «cinque famiglie» e quindi sarebbe plausibile che abbia beneficiato per fini personali delle somme che invece ha riferito di aver versato ai politici. E infine della Minutillo, il cui tenore di vita lussuoso era noto a mari e monti. Galan si trova in carcere dal 22 luglio scorso, data in cui la Camera dei deputati ha votato l’autorizzazione a procedere nei confronti dell’ex ministro ed ex governatore del Veneto, accusato di corruzione propria.

Daniele Ferrazza

 

Quattro ex sindaci primi firmatari del documento: Costa, Bergamo, Laroni e Rigo

ITALIA NOSTRA – Lettera al ministro Franceschini «Il canale mette a rischio la laguna»

Arriva la contro-petizione a favore dello scavo del Canale Sant’Angelo Contorta e i primi firmatari sono quattro ex sindaci di Venezia: Paolo Costa, Ugo Bergamo, Nereo Laroni e Mario Rigo. I “vecchi” amministratori della Serenissima sono tutti favorevoli all’avvio dei lavori, ma se gli ex primi cittadini dicono “sì”, Italia Nostra risponde con un secco diniego corredato da una lettera al Ministro ai Beni Culturali Dario Franceschini che tira in ballo anche l’Unesco. L’associazione ritiene che «lo scavo del canale Contorta acceleri e aggravi i processi di erosione della Laguna stessa, mettendola in grave pericolo». E ventila l’ipotesi che l’Unesco «decida di cancellare Venezia dai siti meritevoli di essere tutelati, con gravissimo danno allo Stato Italiano e alla credibilità internazionale del Governo».
Sulla questione si buttano a ruota libera i “No Global” e i “No grandi navi” che ieri pomeriggio si sono uniti alla protesta dei dipendenti comunali al Lido di Venezia portando alla ribalta l’argomento davanti alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica. «Se ci sono i soldi per lo scavo del canale Contorta – ha detto il leader dei Centri Sociali Tommaso Cacciari – perché non ci sono i soldi per gli stipendi e per garantire i servizi alla città?». Il corteo è stato occasione per i centri sociali veneziani di tornare ai microfoni contro la concessione unica del Consorzio Venezia Nuova, gli sprechi del Mose e, una volta davanti al muro azzurro che affianca il Palazzo del Cinema e delimita la zona in cui è ancora sepolto l’amianto, per sparare a zero contro «un altro buco scandaloso di Venezia».
Pare che i dipendenti pubblici, ieri, abbiano apprezzato fino ad un certo punto la partecipazione dei centri sociali al corteo, verso la fine della protesta si è visto un piccolo momento di tensione tra le parti per l’utilizzo del microfono, secondo i comunali i “No global” avrebbero monopolizzato l’attenzione della manifestazione sulle problematiche ambientali della laguna.

 

L’INTERVENTO

Non risulta facile da comprendere l’articolo di Paolo Costa in difesa del Mose pubblicato dal Gazzettino alcuni giorni fa. Costa afferma che il Mose, quando terminato e operativo, sarà uno dei motivi di orgoglio dell’ingegneria italiana. Per adesso non lo è per molte ragioni. La prima è che il messaggio più rilevante trasmesso da questa opera idraulica è quello di essere stata l’emblema di un enorme saccheggio di denaro pubblico. Quasi di diverso parere sono Fulvio Fontini e Massimiliano Caporin, docenti al dipartimento di scienze Economiche e Aziendali all’Università di Padova, i quali scrivono che i costi-benefici del Mose sarebbero in equilibrio. I costi cioè giustificherebbero i benefici. Vorrei vivere ancora 100 anni per vedere acque alte che producano 6.000 milioni di danni. Dal 1966 compreso ad oggi, i danni non sono stati superiori a 100 milioni. Forse gli emeriti professori si aspettano a breve l’apocalisse. Oppure c’è da pensare che il solo pensiero dell’acqua abbia gonfiato le stime.
I danni delle alte maree possono essere valutati su almeno tre parametri. Il deterioramento agli edifici, i guasti alle cose e i danni psicologici oltre ai disagi che subiscono i cittadini. Forse i professori Fontini e Caporin non sanno che il Mose difende, si fa per dire, la Città solo se la marea supera i 110 cm., ma, se lo sanno, come mai non hanno valutato che la Piazza San Marco è ad un livello medio di 90 cm e perciò continuerà ad essere allagata malgrado l’intervento del Mose?
Cuccioletta, il famoso presidente del Magistrato alle Acque coinvolto nell’inchiesta, un giorno sentenziò che la Piazza così continuerà ad essere un’attrattiva per il turismo curioso. La Piazza seguiterà a subire danni che il Mose non potrà evitare. Quindi, alcuni dei seimila milioni del costo del Mose sono inutili e non serviranno a salvaguardare la Piazza né i danni alle merci nei negozi che vi operano.
Francamente valutare in milioni di euro i guasti ad edifici, che comunque sono costruiti nell’acqua e bagnati quotidianamente dall’acqua, sembra eccessivo, a meno che i due esperti universitari non confondano il fenomeno dell’alta marea con una piena del Bacchiglione.
I danni psicologici andrebbero valutati in centinaia di anni, ma non sembra che i veneziani siano mai stati terrorizzati dalle acque alte. La verità sembra invece un’altra. L’impressione quasi consolidata è che l’opera sia stata pensata in grande per rubare in grande. È singolare il fatto che tutti gli altri progetti alternativi che avrebbero potuto ottenere risultati certi, con costi infinitamente inferiori, siano stati bocciati senza nemmeno essere stati presi in considerazione.
Il Mose non è finito e forse non lo sarà mai. Se lo sarà i suoi costi di manutenzione assorbiranno la spesa di conservazione della città. È sembrato perlomeno stravagante che, quando con grande fracasso mediatico, le prime paratie sono emerse dalle acque, una delle tre galleggiava una cinquantina di centimetri meno delle altre due. Forse per quella non era stata pagata alcuna tangente. E c’è anche da dire che l’operazione è stata fatta senza dislivelli di marea. Di paratie ce ne saranno ancora una settantina. Speriamo bene.

 

A tre mesi dall’arresto torna a parlare l’ex sindaco: «Mi ero opposto a Contorta, Alta Velocità ed ecco cosa sta succedendo. Bilancio: sarei rimasto ma il Pd non ha voluto»

VENEZIA. «Adesso basta». Il sindaco Giorgio Orsoni è in ferie. Lontano dalla politica dopo le vicende che lo hanno coinvolto nello scandalo del Mose provocando le dimissioni sue, della giunta e del Consiglio comunale. Ma non ci sta a fare il «capro espiatorio» di tutti i problemi della città. E ha deciso di parlare, a quasi tre mesi dai clamorosi arresti per la vicenda Mose. Lui continua a dirsi innocente. E annuncia «grandi novità» quando in autunno comincerà la fase processuale in cui le carte verranno rese pubbliche e si andrà al dibattimento in aula, dopo che il giudice ha respinto la richiesta di patteggiamento.

Avvocato Orsoni, come finirà?

«Non lo so. Ma posso dire che adesso voglio andare fino in fondo per dimostrare la mia estraneità alle accuse che mi vengono mosse. Non ho avuto alcun ruolo nell’approvazione del Mose e non ho preso denaro. Lo dimostrerò. Ci sono molte cose che non tornano in questa vicenda. E quello che succede in questi giorni dimostra perché mi hanno fatto fuori».

Sarebbe a dire?

«Il Contorta, l’Alta Velocità, le mani sulla città. In assenza del sindaco si sta procedendo con un vero assalto alla città, mandando avanti progetti che possono rivelarsi distruttivi a cui il sindaco si era opposto con forza. Forse ho pestato i piedi a troppi».

Ma il sindaco si è dimesso.

«Qui bisogna fare chiarezza, una volta per tutte. Dopo le note vicende io mi ero detto disponibile a restare per fare il bilancio. Non certo per rimanere attaccato alla poltrona, ma per mettere al sicuro la città e i servizi ai cittadini. Quello che sta succedendo dimostra che forse non era una scelta sbagliata».

Poi cosa è successo?

«Che alcune forze politiche, il Pd in testa, hanno detto di no. Che non si faceva nulla e si andava a casa. Forse per paura, o comunque per scelta. A quel punto ho ritirato le deleghe e mi sono dimesso io».

Adesso dicono che la responsabilità di aver firmato l’integrativo senza coperture ai dipendenti è sua.

«Questo non posso tollerarlo. Non è vero. E mi dispiace che lo dica anche il mio ex vicesindaco Sandro Simionato. Io avevo detto di essere disponibile a firmare l’integrativo, dopo aver acquisito una serie di autorevoli pareri legali. Ma si sarebbe dovuto fare il bilancio, perché l’integrativo è una parte importante del bilancio. Quando sono tornato mi hanno detto che non se ne parlava, e allora non ho firmato nulla. La trattativa si era conclusa e per la parte trattante dell’amministrazione ha firmato il direttore generale Marco Agostini. Sapendo che quella firma non valeva nulla perché doveva essere accompagnata da una delibera di giunta. E la giunta non c’era più».

Se si fosse fatto il bilancio i tagli sarebbero stati meno sanguinosi di quelli del commissario?

«Certamente sì. Avevo già avuto dal governo la promessa che non sarebbero stati conteggiati i soldi della Legge Speciale, avevamo trovato altre strade per ridurre il passivo senza tagliare gli stipendi dei dipendenti. Si trattava alla fine di recuperare 20 milioni e non più 47, potevamo farcela. Ma è stato il Pd a dire che era meglio andare a casa. La responsabilità è loro, se la devono prendere anche di fronte ai dipendenti comunali».

Dunque le dimissioni non sono state un dispetto del sindaco alla sua maggioranza.

«Ma per carità. Sono stato costretto a farlo, quando mi hanno detto che non avrebbero mai fatto il bilancio. Questa è la conseguenza».

Adesso la città è senza guida e come dice lei, esposta a ogni “assalto“. Non sente qualche responsabilità in questo?

«Non posso rispondere adesso, non voglio fare polemiche con nessuno, tantomeno con i magistrati. Dimostrerò presto come sono andare davvero le cose».

Alberto Vitucci

 

GLI OPPOSITORI – No global sul piede di guerra: nuovo dossier su tutti i “buchi neri”

Autunno caldo per il Mose e le grandi navi. I comitati annunciano battaglia, e già oggi saranno al Lido a dimostrare la loro solidarietà ai dipendenti comunali davanti al presidente Napolitano. «Vogliamo dire al presidente», dice Tommaso Cacciari, «che in questi tempi di crisi non possono pagare sempre gli stessi. I salari vengono tagliati, la gente è senza lavoro, i servizi diminuiscono. E intanto i soldi dello Stato vanno tutti al Mose. È ora di dire basta». I comitati hanno presentato alla magistratura un nuovo dossier su tutti i «buchi neri» del Mose, con tanto di verbali delle riunioni del Comitatone, del Comitato tecnico di magistratura e della commissione di Salvaguardia. «Abbiamo far chiesto che sia fatta piena luce anche su questi aspetti», dice Cacciari. Che attacca il Porto e il suo presidente paolo Costa. «Lo stesso sistema del Mose», dice, «rischia ora di essere replicato con il canale Contorta, la nuova autostrada in mezzo alla laguna che il Porto vuole scavare per far entrare le grandi navi. Ci opporremo in tutti i modi». È l’alternativa che il Comitatone presieduto dal sottosegretario Graziano Delrio ha deciso di approvare sottoponendola a Valutazione di Impatto ambientale. Ma il Comune da sempre contrario a quella scelta che rischia secondo i tecnici di manomettere ancor di più la laguna non c’era. La battaglia continua.

(a.v.)

 

Il parallelepipedo di calcestruzzo da 13 mila tonnellate sistemato alla bocca di porto di Chioggia

Cantieri ormai alla conclusione, cercando di dimenticare due mesi e mezzo di bufera giudiziaria

Affondato l’ultimo maxi cassone in dirittura il Mose degli scandali

VENEZIA – L’ultimo cassone affonda in laguna. Il parallelepipedo di calcestruzzo pesante 13 mila tonnellate si sposta su e giù, questione di millimetri, trainato da quattro rimorchiatori. Sembra una scatola di polistirolo manovrata come un giocattolo. Sulla diga sud di Chioggia sono centinaia i curiosi accorsi per il «varo». Bocca di porto chiusa due giorni per la sistemazione dell’ultimo cassone di spalla, uno degli otto che dovrà sostenere sul fondale della bocca di porto le 18 paratoie in acciaio destinate a formare la diga mobile del Mose. Curiosi e giornalisti, fotografi e tv invitate per assistere al momento. Più che una fase dei lavori è quasi un rito, per provare a dimenticare due mesi e mezzo di bufera giudiziaria. Un rito in tono minore visto che l’ultima parata, davanti al ministro Maurizio Lupi il 22 marzo scorso, con autorità e dirigenti schierati in pompa magna, non aveva portato bene. Non ci sono nemmeno i dirigenti del Magistrato alle Acque, il Comune (commissariato), la Regione. Quasi un gesto «tecnico» a dimostrare che i lavori, nonostante tutto, proseguono e «non c’entrano con lo scandalo». «Stiamo rispettando al minuto il cronoprogramma», dicono gli ingegneri. Ecco il bestione di calcestruzzo, costruito nella «tura» di Ca’ Roman dalla società Condotte: 60 metri di lunghezza, 25 di altezza, come un palazzo di dieci piani, venti di profondità. I cavi d’acciaio spessi 5 centimetri si tendono, e i quattro rimorchiatori ai lati (uno si chiama Lourdes) girano il cassone e lo spingono verso il suo alloggiamento. «L’abbiamo fatto anche dall’altra parte, dovrebbe funzionare anche oggi», rompe la tensione il direttore del cantiere di Chioggia Giorgio Ceron. Tira un sospiro di sollievo anche il direttore dei lavori Maurizio Moroni. «È l’ultima, se Dio vuole». Il cassone è stato affondato nella notte, calato nella trincea da dove sono state scavate altrettante migliaia di tonnellate di fanghi e sabbia. Adesso nei prossimi mesi si tratterà di collegare tutti i cassoni sul fondo della laguna con le porte stagne. «Sott’acqua», spiegano gli ingegneri, «ci sarà un lungo corridoio che collega una sponda all’altra che ospiterà cavi e locali di servizio». Lavoro già completato nella bocca di porto di Lido, dove le paratoie dal lato Treporti potrebbero essere in funzione già alla fine dell’anno. Quasi concluso a Malamocco, dove è in funzione la conca di navigazione e mancano all’appello soltanto quattro cassoni. L’area del cantiere di Santa Maria del Mare, 15 ettari di cemento davanti alla vecchia spiaggia è oggi quasi deserta. «Si pone il problema del suo riutilizzo», dicono al Consorzio. Un’ipotesi era quella di metterci lì il nuovo terminal delle crociere per le grandi navi. Fuori dalla laguna, anche se renderebbe permanente la trasformazione di quella parte di litorale. Ma questo fa parte del «dopo». Oggi al Consorzio interessa dimostrare che gli scandali sono una cosa, i lavori un’altra. Operai e tecnici sono allineati sulla riva a godersi lo spettacolo. Gli ingegneri scuotono la testa. «Vengono qui da tutto il mondo per vedere cosa abbiamo fatto, un’opera che non si era mai fatta prima…» A prendere le misure al millimetro con speciali apparecchiature sono due tecnici olandesi specializzati della ditta Stektron. Dopo quasi sette anni di cantiere i blocchi di calcestruzzo di Chioggia sono scomparsi. Tutti sul fondo della laguna. Dimostrazione che l’opera non è impattante, dice con orgoglio un ingegnere del Consorzio. «Quest’opera non è reversibile come chiedeva la legge», obiettano gli ambientalisti. Quei blocchi non si potranno mai più togliere, nemmeno con il cemento armato.

Alberto Vitucci

 

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