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PADOVA – Il progetto “ambientalista” di Veneto City incassa pareri diversi tra i sindaci padovani e veneziani. Non convince ad esempio il sindaco reggente di Padova, Ivo Rossi, che commenta:

«Si tratta di un progetto vecchio di 10 anni, figlio di quel tempo – scandisce l’esponente del Partito democratico – All’epoca si stava vivendo un’espansione economica che non pareva destinata a finire. Poi è successo quello che è successo. Io capisco che gli imprenditori del campo dell’edilizia abbiano tutto l’intesse a portare avanti il progetto, peccato che la stragrande maggioranza delle operazioni urbanistiche, purtroppo, debbano fare i conti con la crisi».

«Il futuro del nostro territorio è la creazione di una realtà metropolitana policentrica che deve concentrare e valorizzare le sue attività commerciali sui centri urbani già esistenti, in primis Padova e Venezia. Di conseguenza non abbiamo certo bisogno di nuove concentrazioni a vocazione commerciale»

conclude.

Sulla stessa lunghezza d’onda anche Nicola Rossi di Confesercenti:

«Ho letto da qualche parte che Giancarlo Galan ha detto che solo i cretini sono contro Veneto city. A questo punto, io mi autodenuncio: sono in cretino. Qui si rischia di resuscitare un progetto nato sbagliato – rincara la dose – Originariamente Veneto city, avrebbe dovuto ospitare infatti il polo fieristico del Veneto che avrebbe dovuto far convergere tutte le fiere della Regione. Ma ve le immaginate la fiera di Verona o quella di Vicenza che lasciano la loro sede per andare a Dolo? Non stava né in cielo né in terra, tanto è vero che non se n’è fatto nulla».

«Ora però ci provano con la riconversione del progetto – continua il presidente di Confesercenti – Il rischio è quello di scaricare milioni di metri cubi su una delle poche aree agricole presenti sul nostro territorio. Se proprio vogliono costruire questo insediamento, perché non lo realizzano a Marghera?».

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Gazzettino – Marghera. Vega, piano di salvataggio

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22

giu

2013

MESTRE – Orsoni cerca l’intesa con Treviso e Padova per creare il Parco scientifico e tecnologico della città metropolitana

Vega, operazione di salvataggio

Saranno create due società: una per l’immobiliare e un’altra per la ricerca. Ci sono 8milioni di “buco”

Il sindaco prova a sbrogliare la matassa del Vega. Ieri Giorgio Orsoni ha spiegato alla sua Giunta quel che intende fare per ripianare il buco – che è vicino agli 8 milioni di euro – e per evitare che il Comune, che è il socio di maggioranza di Vega, debba mettere mano di nuovo al portafogli fra qualche mese. La prima operazione è quella di spaccare in due il Vega, creando due società indipendenti. Una società si occuperà di innovazione e l’altra di immobili. Il sindaco inoltre lancia l’idea del Parco scientifico e tecnologico della città metropolitana, mettendo insiemeMarghera, Treviso e Padova.

Il sindaco punta a farlo diventare il parco scentifico della città metropolitana

DUE SOCIETÀ DISTINTE – Patto con Treviso e Padova. Saranno create due società indipendenti: una si occuperà di innovazione e l’altra di immobili. Sinergia con le realtà di Padova e Treviso.

FUTURO – Il Vega rappresenta la possibilità di ripensare Marghera come luogo industrializzato

Il sindaco prova a sbrogliare la matassa del Vega spaccandolo in due e facendolo diventare il Parco scientifico e tecnologico della città metropolitana. Ieri Giorgio Orsoni ha spiegato alla sua Giunta quel che intende fare. Per ripianare il buco – che è vicino agli 8 milioni di euro – e per evitare che, una volta chiusa la falla, fra sei mesi il Comune, che è il socio di maggioranza di Vega con il 37 per cento debba mettere mano di nuovo al portafogli. Orsoni conta di fare questa doppia operazione per salvare il Parco scientifico e tecnologico di Marghera ovvero l’unica possibilità concreta di mantenere una qualche attività industriale in Terraferma. La prima operazione è quella di spaccare in due il Vega, creando due società indipendenti. Una società si occuperà di innovazione e l’altra di immobili. Prima di far questo, però, bisogna azzerare il debito nei confronti delle banche che, ad oggi, hanno chiuso tutti i rubinetti. Per far questo Orsoni conta di mettere mano al patrimonio del Vega, che è di 15 milioni di euro. Vuol dire dimezzare in un colpo solo il patrimonio del Vega e lasciarlo “scoperto” nel caso di nuovi guai. Ma altra soluzione non c’è, a meno che il Comune non metta mano al portafogli e, in questo momento non se ne parla proprio. Dunque, azzeramento del debito, scorporo e creazione di due società. Una, quella immobiliare, verrà diretta da un esperto del settore – così assicura Orsoni – l’altra, invece, dedicata alla ricerca e all’innovazione continuerà ad essere diretta da Michele Vianello. Peraltro il sindaco approfitta del cambio della guardia a Treviso – dove il Comune è passato dalla Lega al centrosinistra – per lanciare l’idea del Parco scientifico e tecnologico della città metropolitana, mettendo insieme Marghera, Treviso e Padova. Peraltro queste ultime due sono giù in sinergia tra di loro. Ancora non è chiaro se si farà un unico polo dell’innovazione, a Marghera, con la presenza in Consiglio di amministrazione degli altri due Comuni, oppure se il Parco scientifico e tecnologico di Padova e quello di Treviso resteranno per conto loro ed entreranno solo in sinergia con Marghera. La soluzione indicata da Giorgio Orsoni era stata messa a punto dal sindaco assieme all’ex assessore Antonio Paruzzolo il quale, peraltro, si è dimesso proprio perchè non è riuscito ad evitare che ai vertici delle società controllate dal Comune, compreso il Vega, fossero nominati rinominati i soliti noti e cioè quelli che hanno portato al disastro, secondo Paruzzolo, le aziende. Il 28 giugno c’è l’assemblea dei soci e tutto lascia pensare che la soluzione proposta da Orsoni sarà approvata da tutti i soci dal momento che, oltre al Comune, che detiene il 37,3 per cento, nella compagine societaria ci sono Syndial con il 18,4 e Veneto Innovazione della Regione con il 17 per cento. Orsoni ha informato i suoi assessori che la Regione è d’accordo con questa ristrutturazione di Vega e Comune e Regione insieme fanno la maggioranza abbondante. Quindi alla fine sembra che la quadra sia stata trovata, anche se con il sacrificio di oltre 8 milioni di euro di patrimonio pubblico.

Maurizio Dainese

 

SOCIETA’ IN ROSSO – Buco da 9 milioni. Ecco come è nato

Vega? Partiamo dal 1993, data di nascita del Vega – acronimo di “Venice Gateway”, “cancello-porta di Venezia”. Nelle intenzioni dei promotori del Parco scientifico tecnologico – 34 soci tra cui gli enti locali, Università, Istituti bancari – l’idea di costruire un futuro per la Marghera industriale. I fondi per far nascere il Vega arrivano dall’Europa: 30 milioni di euro. Nel 2000 arriva “Nova Marghera” – l’impresa Pio Guaraldo dei Marinese – società che costruisce la seconda parte del Vega. Le due strutture, la prima nata dalla ristrutturazione del vecchio Cral, vengono unite in un unico complesso. Nel 2004, completata la costruzione del Parco scientifico e tecnologico, il Vega ha un buco di 25 milioni di euro. Che viene ripianato vendendo a Condotte i terreni per il Vega 2, terreno di proprietà dell’Eni – che è socio di Vega – e prospiciente al Canale Brentella. Solo che Vega si impegna nero su bianco a pagare i costi dell’eventuale bonifica del terreno venduto, che non vengono quantificati e, ora si sa, sono di 3 milioni di euro. Ecco il primo “buco”, ereditato dalla gestione attuale. L’altro “rosso” certo – 2 milioni di euro – salta fuori da Nanotech, una iniziativa molto importante per la ricerca sulle nanotecnologie. Vega dice di avanzare dalla regione un paio di milioni di euro. E siamo a 5 milioni. Poi ci sono contenziosi con i fornitori di energia – i Marinese – per un altro milione di euro. E siamo a 6. Il resto (da 2 a 3 milioni) è “colpa” degli attuali dirigenti del Vega.

 

 

Incidente in direzione Venezia all’altezza dell’area di servizio di Arino: un ferito

Un altro venerdì nero per i pendolari: rallentamenti anche sulle strade ordinarie

MESTRE – Una coda interminabile, nonostante le tre corsie. Macchine quasi a passo d’uomo. E poco dopo le 19 un incidente che ha complicato la situazione. Due auto si sono tamponate nella corsia di sorpasso, mentre procedevano a velocità limitata ma evidentemente non a distanza di sicurezza, poco prima di Arino, in direzione Venezia. Un urto violento e un ferito per fortuna non grave, trasportato all’ospedale di Dolo. Ma il traffico già a rilento per la coda del primo week end d’estate, è andato completamente in tilt. Le operazioni di soccorso sono state molto rapide. L’incidente è successo alle 19.10 al chilometro 369, quattro chilometri prima dell’area di servizio di Arino. Alle 19.50 grazie all’intervento della Polizia stradale di Mestre e dei vigili del fuoco le auto erano già state rimosse. Ma l’incidente ha provocato ulteriori rallentamenti. Giornata da bollino rosso quella di ieri in autostrada. Temperature africane e seconda vera giornata di estate. Traffico molto intenso in direzione Venezia, con rallentamenti segnalati in tutta la rete autostradale. «Mai vista una cosa del genere», commenta un poliziotto della Stradale, «una coda interminabile da Milano a Venezia». Code anche in Romea e sulla viabilità ordinaria. Famiglie dirette verso le vacanze, pendolari, vacanzieri del week end. Ma anche molti stranieri, mezzi pesanti di grandi dimensioni e bus. Disagio notevole soprattutto per i pendolari locali, rimasti bloccati nelle corsie da Padova a Venezia nell’orario di rientro dal lavoro. A tarda sera la situazione era solo leggermente migliorata. Oggi altra giornata di passione, per il primo grande esodo d’estate con picchi della circolazione previsti in tarda mattinata. (a.v.)

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dopo la tragedia» SABATO NERO sulle strade

Pesanti ripercussioni anche sulla viabilità ordinaria, specialmente in Riviera Molti automobilisti hanno protestato per mancanza di assistenza

Autostrada chiusa fino alle 23,30 di venerdì per la carambola

Disagi e sette chilometri di coda per i lavori di messa in sicurezza

MESTRE – Mancavano 10 minuti alle 13 di ieri quando anche la terza corsia dell’A4, direzione Trieste, a Vigonza, è stata riaperta. È tornata alla normalità l’autostrada in direzione est dopo l’inferno di venerdì. Quasi venti ore di paralisi del traffico dopo due incidenti costati la vita ad altrettante persone. E lo scontro poteva avere conseguenze ben più gravi considerata la sostanza trasportata da uno dei camion coinvolti. Dalle 17.45 di venerdì il collegamento tra l’est dell’Italia e l’ovest è saltato. Infatti la spina dorsale stradale, la A4, era rimasta bloccata. Sembrava di essere tornati ai tempi della vecchia tangenziale di Mestre, quando bastava un nulla per paralizzare per ore la principale linea di collegamento viario del Nord Italia. Il blocco dell’A4 vuol dire mandare in tilt anche la viabilità ordinaria dove si scarica il traffico che non può entrare in autostrada. Ed è quanto successo tra venerdì e ieri pomeriggio. Da sottolineare, inoltre, che il tutto è avvenuto nel primo fine settimana di sole che ha spinto numerose persone a infilarsi sulla strada del mare. A causare l’inferno l’incidente di Vigonza dove ha perso la vita Nicola Faggian, 37 anni, camionista di Mestre. Con la sua autocisterna carica di acetato di butile, sostanza altamente infiammabile impiegato nell’industria dei colori e in quella alimentare, stava viaggiando in direzione di Venezia. Il camionista, secondo la polizia stradale di Mestre che ha compiuto i rilievi, non si è accorto dei veicoli che avevano rallentato davanti a lui. Nel tremendo schianto sono rimasti feriti anche due automobilisti ma in maniera lieve. Illesi altri tre camionisti. C’è voluto parecchio tempo per estrarre dalle lamiere il camionista morto e per recuperare i veicoli coinvolti e il carico di uno dei camion, finito sull’asfalto. La carreggiata è stata chiusa completamente dieci minuti dopo lo scontro. In pochi minuti si è formata una coda di veicoli leggeri e commerciali. Del resto il venerdì pomeriggio la viabilità lungo la Serenissima è sempre rallentata, considerato il traffico commerciale di rientro molto consistente. Per chi proveniva da ovest i primi rallentamenti li incontrava tra Padova ovest e Padova est. E proprio in questo tratto di autostrada è avvenuto il secondo incidente mortale. L’autostrada è stata chiusa a Padova est creando notevoli problemi anche sulla Bologna Padova. Tutto il traffico che l’autostrada scaricava sulla viabilità ordinaria si è riversato sulla Riviera del Brenta e in parte sul Miranese. Per ore, fino alle 23.30, l’A4 è rimasta completamente chiusa. A quell’ora sono state riaperte due corsie. Mentre la terza era ancora occupata dagli automezzi coinvolti nello scontro e dal carico di uno dei camion. Poco prima di riaprire le due corsie, intorno alle 22, le auto in colonna e ferme da quando era successo l’incidente sono state fatte tornare indietro con inversione a “U”. Molte le proteste degli automobilisti che chiedevano questa possibilità già da ore. E tante sono state le lamentele perché non sono stati assistiti. Per fortuna la sostanza contenuta nella cisterna del camion dove ha trovato la morte Faggian non è uscita. Altamente infiammabile poteva causare una strage. La cisterna è stata trainata via dai tecnici della Cav con la scorta dei vigili del fuoco. Per tutta la notte c’è stata una coda lunga all’incirca sette chilometri. Per chi proveniva da ovest era consigliata l’uscita di Padova est. Ieri mattina ad appesantire la situazione si è messo l’aumento di traffico dovuto alla prima vera puntata verso le spiagge del litorale. Infatti un sole finalmente estivo ha spinto molti sulle strade del mare. Terminato di caricare il materiale finito sulla strada e pulito l’asfalto l’autostrada è stata completamente riaperta.

Carlo Mion

 

LA TESTIMONIANZA DI ALESSANDRO STAFFELLI

«Mi sento un miracolato potevo finire in quell’inferno»

VIGONZA – Medico per professione e volontario per passione ma la scena che ha vissuto venerdì gli rimarrà impressa per tutta la vita. Alessandro Staffelli, medico milanese e fratello del noto volto televisivo Valerio, ha assistito all’incidente sull’A4 che ha visto Nicola Faggian perdere la vita. «Non mi era mai capitato di assistere a una tragedia del genere a pochi metri di distanza. Se dietro di me ci fosse stato qualcuno che non rispettava le distanze di sicurezza mi sarei ritrovato in mezzo all’inferno e ora non sarei qui a raccontare questa tremenda sciagura. Abbiamo cercato in tutti i modi di salvarlo ma non c’è stato nulla da fare, alla fine non c’è l’ha fatta. Mi dispiace molto». Staffelli, 47 anni, si trovava sull’A4. «Abbiamo chiamato subito i soccorsi» continua il medico «il ferito presentava una profonda ferita alla testa, aveva un filo di voce. Intrappolato tra le lamiere chiedeva aiuto perché non riusciva a respirare. Era terribile essere inermi di fronte a quell’uomo. Sono profondamente dispiaciuto».

(d.mas.)

 

«Nick resterà con noi grazie alla musica»

Il dolore degli amici su Facebook e nel blog del gruppo Stazione Centrale dove suonava. «Avevamo appena finito un album»

MESTRE – In lutto la band Stazione Centrale dopo la grave perdita del batterista veneziano Nicola “Tenaja” Faggian. Il musicista-camionista è morto venerdì pomeriggio, mentre era alla guida del proprio camion, vittima di un grave incidente che è avvenuto lungo l’autostrada Padova-Venezia. Faggian da un anno era entrato a far parte della band fiorentina Stazione Centrale, chiamato dal cantante della formazione Francesco Payne, suo amico di gioventù. «Grazie a Nicola», racconta il cantante, «la band aveva trovato un suo equilibrio e finalmente eravamo riusciti a finire il secondo album a cui stavamo lavorando da tre anni. Siamo riusciti a fare un lavoro importante, registrando negli studi Larione di Firenze, dove ha inciso anche Sting. Il cd uscirà a ottobre e lo dedicheremo a Nicola. Il titolo ancora non l’abbiamo deciso ma adesso è chiaro che terrà conto di quello che è successo. Anche il tour promozionale per l’uscita del disco lo dedicheremo a lui». «Ho perso un amico vero», continua Payne, «non solo un valido membro della band. Se ne è andato proprio in un momento in cui la sua vita stava conoscendo una serie di cambiamenti importanti. Aveva trovato da circa un anno una ragazza d’oro che adorava e non vedeva l’ora di iniziare a convivere con lei. Poi aveva deciso di smettere di fare il camionista per dedicarsi solo alla musica». «Io e Nicola eravamo amici da una vita», afferma il leader degli Stazione, «e da ragazzi suonavamo in una sala prove di Maerne. Avevamo una band che si chiamava Lanx Satura, abbiamo vinto anche un’edizione di “Q13 Music”, metà anni Novanta. Poi, io sono andato a vivere a Firenze dove nel 1999 è nato il gruppo Stazione Centrale. Abbiamo sempre avuto problemi con i batteristi, così l’anno scorso ho chiamato Nicola e lui è entrato nella band. Il nostro manager Francois Pirelli (figlio del manager di Ghigo Renzulli dei Litfiba) quando l’ho sentito, piangendo, mi ha detto che Nicola era la persona giusta per la band non solo per la sua professionalità musicale ma per il modo in cui si era inserito nel gruppo». Nicola oltre alla band lascia la mamma, la sorella, il nipotino e la fidanzata. Sulla pagina dei Stazione, Payne ha scritto ai fans: «È con il cuore spezzato che annunciamo la scomparsa del nostro più grande batterista Nicola “Tenaja” Faggian. Non lo avevate conosciuto ancora se non attraverso il nostro blog. Lo conoscerete quando uscirà il nostro nuovo album. Un artista della sua levatura non scomparirà mai. A presto Nick». Sulla pagina Fb della band, Mat You un altro componente del gruppo ha scritto: «Ciao grande Nick, sarai sempre con noi, nella nostra musica, nel nostro cuore. R.i.p.». Alice Villanova, invece, ha aggiunto: «Addio Nicola, sei stato un grande uomo, uno dei più dolci che io abbia mai conosciuto. Sono felice di aver potuto condividere un pezzettino di strada con te».

Michele Bugliari

 

«La sua passione era suonare la batteria»

Grande commozione ad Asseggiano dove Nicola Faggian viveva con la madre. «Siamo tutti sconvolti»

MESTRE – Dapprima la speranza che non fosse lui. Poi la notizia, in serata, che davvero era Nicola Faggian a essere rimasto intrappolato venerdì pomeriggio nell’inferno dell’autostrada A4. I suoi amici di sempre di Asseggiano sono rimasti attoniti; c’è chi non è pure riuscito a dormire, chi si è girato e voltato sul letto ripensando al 38enne, a ricordarlo, a chiedersi il perché di un’assurda tragedia. Era in quel camion perché il lavoro era stato ereditato dal padre Giorgio, ormai defunto. Lui voleva cambiare ma si sa, i tempi sono quelli che sono ed è pur sempre un’occupazione. «Portava lui i soldi in casa» racconta Giuliano Lazzarin, amico d’infanzia e ancora scosso per quanto successo «e sperava di poter cominciare a vivere con la musica. Aveva appena inciso un cd con un gruppo toscano e suonava la batteria. Per questo strumento ha sempre avuto una passione sin da piccolo; ricordo era stato il nonno a preparargliene una in legno». Giuliano ancora non vuole credere alla morte di Nicola; loro si conoscevano da una vita: le scuole assieme, le partite a calcio nell’Asseggiano con Faggian in porta e capitano e poi nel calcio a cinque, dove il 37enne si era spostato in difesa. Stasera si sarebbero dovuti vedere alla Festa della Simpatia di Asseggiano in via Jacopone da Todi, a poche decine di metri dalla sua abitazione. «Un nostro amico compie gli anni», spiega Lazzarin, «ed eravamo stati convocati per stare un po’ in compagnia. Ci conosciamo da quando eravamo piccoli e Nicola sarebbe dovuto passare. Sono sconvolti da quanto successo; venerdì ero con gli altri amici e ci arrivavano notizie sull’incidente. All’inizio non pareva lui, poi sì, infine è arrivato l’annuncio della morte: non riesco neppure a parlare». Nicola viveva con la mamma, ricoverata all’ospedale da qualche giorno per la rottura del femore. Il papà è deceduto qualche anno fa e, in precedenza, aveva subito un incidente stradale che gli aveva provocato una zoppia. Lascia, poi, la sorella, il nipotino e la fidanzata, che frequentava da un po’. «Nicola era una persona splendida e nobile», lo ricorda ancora Giuliano Lazzarin, «sempre con il sorriso sulle labbra e disposto a mettere una buona parola. Quanto gli è capitato è una cosa pazzesca». Anche alcuni vicini non riescono a credere alla morte di Nicola. «Ho sempre visto i Faggian abitare qui» racconta una donna «e di lui non posso che dire bene. Quando ti vedeva salutava, era un uomo gentile, disponibile. Mi spiace tanto anche per la mamma: non so neppure se l’abbiano avvertita della morte del figlio».

Alessandro Ragazzo

 

Gazzettino – La tragedia sulla A4

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9

giu

2013

DOLO – Notte di caos in A4 dopo l’inferno

SCHIANTO MORTALE – Autopsia sul camionista. La Procura apre l’inchiesta

IN AMBULANZA – E stato portato in ospedale a Dolo

L’INTERVENTO – Notte di lavoro per rimuovere le sostanze pericolose

AUTOSTRADA PARALIZZATA – L’incidente di venerdì pomeriggio ha bloccato gli automobilisti per ore e i disagi si sono protratti fino a ieri mattina in direzione Venezia

INTRAPPOLATI – Centinaia gli automobilisti rimasti intrappolati nelle loro auto a causa del tamponamento mortale di venerdì pomeriggio sulla corsia dell’A4

A passo d’uomo dopo l’inferno

Ieri a mezzogiorno c’era ancora coda di 5 chilometri nel tratto interessato dall’incidente

Ieri pomeriggio all’ospedale di Padova, su disposizione della Procura, è stata eseguita l’autopsia sul corpo di Nicola Faggian, il 37enne di Asseggiano deceduto nel tragico tamponamento di venerdì pomeriggio in A4. In mattinata è stato dimesso il l’autostraportatore polacco M.P. 58 anni che guidava autoarticolato Mercedes carico di collettame contro cui si è schiantata l’autocisterna di Faggian, padroncino del Cam di Marghera, rimasto intrappolato nella cabina ridotta a un groviglio di lamiere e spirato poco dopo l’arrivo dei soccorsi. Sull’incidente la Procura euganea ha aperto un’inchiesta. Secondo i rilievi eseguiti dalla Polstrada di Mestre i mezzi che sono stati coinvolti nella catena di impatti sono cinque, tutti posti sotto sequestro: quattro camion, e un’auto. Quest’ultima, un’Alfa 159 stationwagon, condotta da un tedesco di 49 anni residente a Preganziol, è rimasta schiacciata fra un Man condotto da un ungherese di 48 anni carico di bomboloni vuoti e da un autocarro Renault condotto da uno sloveno di 56 anni che trasportava vernici: per nessuno dei tre sono state necessarie cure mediche.
I disagi pesantissimi alla circolazione iniziati verso le 18 di venerdì, quando l’A4 è stata chiusa al traffico con uscita obbligatoria a Padova Est si sono protratti fino a mezzogiorno di ieri, quando nel tratto maledetto fra Padova Est e Arino, direzione Venezia, si registrava ancora una colonna di 5 chilometri. A favorirla il restringimento dovuto all’eliminazione dei detriti ancora sull’asfalto. La sera prima una volta rimossa la cisterna della vittima colma di acetato di butile, sostanza estremamente tossica e infiammabile le cui operazioni di sono concluse verso le 22.30 sotto il coordinamento dei vigili del fuoco, a creare i problemi più grossi è stata la polvere di ossido di ferro dispersa sulla sede stradale. Era contenuta in numerosi sacchi caricati sul rimorchio sloveno. Si sono dovuti utilizzare dei miniescavatori per smassarli. L’A4 è stata riaperta parzialmente alle 23.10 con il transito consentito sulla sola corsia di sorpasso, quindi verso mezzanotte i veicoli sono potuti defluire su due corsie. La completa riapertura solo attorno alle due.
Lo sforzo degli operatori dell forze dell’ordine, del Suem, della Cav e dei volontari della Protezione civile è stato massimo: sul posto quattro le pattuglie della Polstrada d Mestre con il funzionario del centro operativo della Polstrada di Padova, medici del 118 di Padova e di Mestre, allertati anche gli ospedali di Dolo e Mirano, cinque squadre dei pompieri di Padova e di Venezia.

 

IN CONTROMANO – Staffetta con l’auto della Polizia stradale

Corsa contro il tempo per salvare un bambino con la febbre a 40°

Ostaggio dell’autostrada per oltre cinque ore. In uno dei primi pomeriggi assolati. Fra gli automobilisti intrappolato nel tratto fra Padova Est e Arino, in direzione Venezia, a causa del tragico tamponamento in cui ha perso la vita Nicola Faggian, c’è stato anche chi ha accusato malori. In campo i volontari della Protezione civile per distribuire bevande e panini. E non è mancata un episodio di vera e propria emergenza. Quando alle 22.30 una pattuglia della Polstrada ha fatto da staffetta alla macchina di una famiglia con un bimbo di 18 mesi che forse a causa del calore accusava circa 40 di febbre. In contromano, sulla corsia di emergenza, i due veicoli sono arrivati fino al varco all’altezza della Statale 11 dove, all’esterno attendeva l’ambulanza che ha trasportato il piccolo all’ospedale di Dolo per le cure del caso.
E alle 23. poco prima dell’apertura di una corsia per far cominciare a far defluire il traffico, qualche conducente ha forzato abusivamente un varco collocato a un paio di chilometri dallo schianto, in comune di Vigonza. Ma tensione ed esasperazione sono rientrate quasi subito e tutto è ritornato alla normalità senza conseguenze.

 

IL RICORDO Per gli amici Nicola Faggian era sempre prudente al volante

«Sono sicuro, si è sacrificato per evitare di fare altre vittime»

LA TESTIMONIANZA   «Mi aveva detto: anche se vai a 40 all’ora non c’è scampo»

UNA PROMESSA DEL ROCK – Nicola Faggian, 37 anni, voleva dedicarsi solamente alla carriera di batterista

«Conoscendo il cuore di Nicola, generoso e altruista, guardando le foto dell’incidente mi piace pensare che abbia scelto volutamente di sbattere contro il camion che lo precedeva, sacrificandosi. Perché se sterzava sulla sinistra per salvarsi avrebbe tamponato le auto in colonna e avrebbe provocato altre vittime». Francesco Payne Malvolti non ha dubbi e non si dà pace per la morte del suo migliore amico, che cresciuti insieme, circa un anno fa aveva coinvolto fa nell’avventura musicale del gruppo fiorentino “Stazione centrale” dato il suo talento innato alla batteria. «Nicola non avrebbe mai fatto una manovra che poteva mettere in pericolo la vita delle persone. Circa un paio di mesi fa quando stavamo registrando a Firenze proprio le sue percussioni per il nostro primo album con tanto di contratto discografico già strappato, me l’aveva confidato – continua – “col camion carico basta un attimo. Anche se vai a 40 all’ora è inutile frenare”. Col senno di quello che è accaduto pare un funesto presentimento».
Nicola Faggian, 37 anni, residente in via Jacopo Da Todi ad Asseggiano, al volante era bravo. Era il suo mestiere da “padroncino” per il Cam di Marghera, ereditato da dal padre: lo faceva da circa vent’anni. «Alla sicurezza ci teneva e aveva frequentato anche due corsi specializzati per saper governare l’autocisterna anche in situazioni di emergenza. Era molto scrupoloso – spiega ancora Francesco – sulle norme anche quelle dei tempi e degli orari di percorrenza. E lo hanno confermato anche i poliziotti che hanno analizzato il suo cronotachigrafo. Era partito la sera precedente per Milano dove, dopo aver pernottato ha effettuato il carico al mattino, partendo poi il primo pomeriggio. Un colpo di sonno? No, lo ripeto non era da lui. Era troppo ligio al dovere. Mi sento di escluderlo». Che Nicola non c’è più, la mamma, affetta da problemi di salute, l’ha saputo solo ieri mattina con il supporto di due psicologi della Polstrada. La sorella Alessandra, che abita a Spinea, invece lo ha appreso qualche ora dopo la tragedia: le notizie dell’incidente in A4, le immagini dell’autocisterna uguale a quella che guidava il fratello, il cellulare che squillava a vuoto. E si è precipitata immediatamente all’ospedale di Padova dove è stato trasportata la salma di Nicola. Distrutta dal dolore anche la fidanzata con cui Nicola da qualche settimana aveva deciso di andare a convivere in una nuova casa. Progetti di vita e professionali che si sono infranti in un venerdì pomeriggio di sangue lungo l’A4. «La musica doveva diventare la sua unica professione. A breve. A settembre – conclude Francesco – quando è stata stabilità l’uscita del nostro lp. Il titolo doveva essere “Nuovo inizio” ora dovrà tener conto dell’addio di Nicola, soprannominato dagli amici “Tenaja” che ha lasciato la firma inconfondibile con la forza e l’energia della sua batteria. E proprio la pagina Facebook del gruppo ieri era listata a lutto. «Un artista della tua levatura non scompare mai. A presto Nik», hanno scritto gli amici della band.
(m.and.)

 

Gazzettino – Inferno in autostrada

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8

giu

2013

SCHIANTO IN A4 – Autocisterna carica di acetato di butile provoca uno scontro a catena: altri due automobilisti feriti

SULLA VENEZIA-PADOVA – Code di 15 chilometri, traffico bloccato fino a notte, interviene la Protezione civile

La Brentana intasata tra Dolo, Stra e Fiesso

Camionista schiacciato nella cabina – Nicola Faggian, 37 anni era di Asseggiano: col suo mezzo ha tamponato un Tir
LO SCHIANTO

L’autocisterna guidata da Faggian si è scontrata con un altro camion

LA VITTIMA – Nicola Faggian sognava di lasciare il lavoro di “padroncino” per avviare a tempo pieno la carriera artistica

Da un anno era entrato come batterista nel gruppo “Stazione Centrale”

Uno schianto violentissimo ed è l’inferno in A4. Respira ancora quando gli operatori del 118 arrivano sulla scena dell’ennesimo disastro in autostrada. Ha una profonda ferita alla testa ed è intrappolato fra volante e cruscotto. Nicola Faggian, 37 anni, di Asseggiano morirà poco dopo nella cabina disintegratasi nell’urto. Ci vorranno ore per estrarne il corpo dal groviglio di lamiere. Sono le 17.45 di ieri quando l’autocisterna del Cam (Consorzio autocisternisti Mestre) di Marghera, carica di acetato di butile, piomba contro l’autoarticolato che lo precede chiudendo tragicamente il tamponamento a catena che aveva appena coinvolto un altro camion e due auto, una Alfa 159 stationwagon e una Micra: per fortuna senza gravi conseguenze per gli occupanti. Si registrano infatti due feriti lievi trasportati all’ospedale di Dolo. Siamo in carreggiata Est, direzione Venezia, al chilometro 367+800 in comune di Vigonza. Le ripercussioni sul traffico sono immediate e pesantissime. Si alzano l’elicottero del Suem di Padova e quello dei vigili del fuoco di Mestre per non perdere minuti preziosi. L’uscita obbligatoria per chi proviene da Milano è Padova Est, consigliata quella di Padova Ovest. La coda raggiunge i 15 chilometri già alle 19. In tilt anche l’A13 all’altezza dello svincolo per Venezia.
Sul posto dell’incidente arrivano, non senza difficoltà, due squadre dei pompieri di Mestre e una di Padova, più due autogru. A coordinare l’intervento sul fronte della viabilità la Polstrada di Mestre. Disagi e code anche in senso opposto a causa dei soliti curiosi. La circolazione attorno alle venti è completamente paralizzata.
Si teme che nel devastante impatto la cisterna possa essersi lesionata: la sostanza trasportata allo stato liquido è altamente tossica e infiammabile. Quando si ha la certezza che non ha subito cedimenti strutturali allora viene contattato il Cam che fa partire dalla sede di via Monzani un’altra motrice Alle 21.30 iniziano la rimozione: a sollevare la cisterna dalla sede originaria le gru dei pompieri. Le operazioni sono molto lente e la tensione è alta perché la sostanza è pericolossisima e sensibile anche agli spostamenti: l’obiettivo è quella di agganciarla all’altro trattore stradale.
Illesi i camionisti degli altri tre tir coinvolti: un ungherese che trasporta polvere di granito, uno sloveno che trasporta collettame e un tedesco che trasporta bomboloni vuoti. La Padova-Venezia è nel caos più completo: verrà riaperta solo a notte inoltrata. Ad assistere gli occupanti dei veicoli ostaggi del mega ingorgo da metà pomeriggio sono i volontari della Protezione civile. Faggian lavorava per il Cam da oltre quindici anni, subentrato al padre come padroncino. Ma la sua vera passione era la musica che voleva diventasse il “suo” mestiere.

Monica Andolfatto

 

i primi due camion tra cui una cisterna distrutti in a4

 

La corsia Padova – Venezia bloccata a causa di un maxi tamponamento tra quattro tir e due vetture. Anche la corsia opposta rallentata dai “curiosi”. 10 Km di coda. Anche Brentana e Noalese in tilt

MESTRE. L’autostrada A4 Padova-Mestre è chiusa a causa di due incidenti mortali. Il primo scontro è avvenuto verso le 18.30 tra sei automezzi, tra cui quattro camion. L’incidente ha provocato un morto e diversi feriti. Lo schianto, per cause ancora da accertare, è avvenuto all’altezza di Vigonza.

La  vittima è un camionista di 38 anni, della provincia di Venezia, rimasto schiacciato all’interno della cabina della sua autocisterna, andata a schiantarsi contro il rimorchio telonato di un camion polacco che trasportava mobili e  mercanzia varia imballata.

I vigili del fuoco hanno lavorato duramente per estrarlo dalle lamiere contorte in cui era ridotta la cabina. Quando però sono riusciti a raggiungerlo il medico non ha potuto fare altro che constatarne la morte.

Sul posto sono atterrati due elicotteri del Suem 118 e sono stati fatti convergere parecchie squadre dei vigili del fuoco sia da Padova che da Mestre, Dolo e Mirano, tra cui il nucleo chimico a causa dell’autocisterna rimasta coninvolta, che trasporta liquido refigerato con azoto. Per questo un velivolo del reparto volo dei vigili del fuoco è stato fatto avvicinare pronto all’emergenza.

La chiusura della carreggiata si è resa necessaria per procedere alle operazioni di soccorso in sicurezza anche nell’altro incidente mortale, capitato poco dopo sulla stessa corsia ma tra il casello di Padova Ovest e quello di Padova Est.

Qui due auto sono carambolate l’una contro l’altra, a causa della coda che andava improvvisamente formandosi, e uno dei due automobilisti è rimasto ucciso. Si tratta di un impiegato della provincia di Catania.

I due incidenti hanno provocato una coda che si è allungata fino a toccare i 10 chilometri, costringendo così alla chiusura dell’autostrada. Tutto il traffico in arrivo da Padova è stato obbligato ad uscire al casello di Padova Ovest.

Rallentamenti e code anche sulla corsia in direzione Padova a causa della presenza di “curiosi” che ostacolano l’azione di soccorso e il traffico. Intasamenti e rallentamenti segnalati anche sulle regionali 11 Brentana e sulla 515 Noalese, a causa del traffico che si è riversato sulla rete viaria normale.

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PADOVA – La struttura sorgerà nella zona ovest della città, vicino allo stadio. Costo stimato 643 milioni

Approvato lo schema di accordo per la realizzazione dell’opera. L’obiettivo è limitare le spese della parte pubblica

La Giunta regionale ha approvato ieri lo schema di accordo fra gli enti pubblici che concorreranno alla realizzazione del nuovo ospedale di Padova, immaginato come il faro dell’assistenza e della ricerca del Veneto. Non a caso il costo stimato è di 643 milioni di euro per 970 posti letto.
Nel progetto sono coinvolti, oltre alla Regione, l’azienda ospedaliera, il Comune e la Provincia di Padova, l’Università e lo Iov, l’istituto oncologico veneto. Fu Giancarlo Galan a lanciare l’idea poco prima di lasciare la presidenza della Regione, ma questo è il primo passo concreto per la realizzazione dell’opera, prevista nella zona di Padova ovest, vicino allo stadio Euganeo. Accanto all’ospedale, secondo il progetto, dovrebbe vedere la luce un campus per la ricerca.
Come arriveranno i soldi? I tempi consigliano per un piano condiviso con i privati. Ovvero 318 milioni di euro di finanziamento statale, anche utilizzando fondi speciali Cipe “ex articolo 20″ per l’edilizia sanitaria, recentemente sbloccati. Saranno questi l’ossatura dei 410 milioni stimati come costo di costruzione, con 132 milioni per le attrezzature e l’attivazione e 55 milioni di spese generali più Iva. E i privati? Costruiranno l’opera, un investimento remunerato per 20 anni da un canone fisso e un altro legato all’affidamento in esclusiva di alcune strutture (come le lavanderie o le cucine) o materiali (come gli arredi e le attrezzature medicali).
Questo è il punto più delicato. Trovare l’equilibrio in grado di non far pagare troppo il canone per il “pubblico” e non scaricare sui pazienti il costo di alcuni servizi (ad esempio pagare un euro se si vuole vedere la televisione in camera). Allo stato attuale c’è solo una proposta presentata da due “giganti” come Bovis Lend Lease e Palladio, uniti in “Finanza e progetti”, che prevede due canoni distinti: uno fisso per 15 milioni e uno in base ai servizi erogati, di 70 milioni. Totale 85 milioni. La Regione la giudica positivamente al punto che la dichiarerà di pubblico interesse, aprendo una gara sulla base dei suoi contenuti. Ma memore di altri casi in cui è rimasta “scottata”, sta facendo pressione per riuscire a pagare meno. Ad esempio estromettendo alcuni servizi “no-core” come gli arredi o le attrezzature medicali. Non solo: al punto 7 dello schema di accordo approvato ieri si puntualizza che si analizzerà la proposta “in modo comparato rispetto ad altre modalità procedurali e finanziarie”. Come a dire: cercheremo fondi europei, chiederemo aiuti alle Fondazioni, apriremo mutui per trovare più soldi, oltre a quelli (45 milioni) previsti dalle dismissioni delle vecchie strutture, e diminuire così l’impatto del project-financing. Entro 60 giorni dalla firma dell’accordo la Regione si impegna a verificare la sicurezza idraulica del sito, mentre il Comune e la Provincia studieranno la viabilità.

 

Giancarlo Galan propose di costruire il nuovo ospedale mentre era presidente della Regione

Mestre, l’”Angelo” costò 220 milioni

Un esempio dell’utilizzo dello strumento della finanza di progetto è sicuramente l’ospedale dell’Angelo nel quartiere di Zelarino a Mestre. Costruito in quattro anni ed entrato pienamente in funzione nel 2008. È costato 220 milioni di euro, si sviluppa su nove piani (anche sotterranei) dove sono distribuite 350 camere per un totale di 700 ricoverati e 16 sale operatorie.

Vianello: «Un polo unico per Venezia, Padova e Treviso Da soli siamo troppo piccoli per competere in Europa»

Michele Vianello, direttore di Vega, il parco scientifico tecnologico di Venezia, lancia la “sfida metropolitana”: «Fondere i parchi scientifici di Venezia, Padova e Treviso per costituire un’unica società che dia vita a un grande “incubatore” di saperi e di innovazione che possa dialogare con il resto del mondo».

L’idea è suggestiva e se ci fosse la volontà politica potrebbe diventare anche facilmente realizzabile.

Del resto la Città Metropolitana non è un’invenzione legislativa, esiste già nei fatti. E non è altro che quella Grande Città che viviamo quotidianamente, che va bel al di là dei confini municipali comprendendo le province di Venezia, Padova e Treviso, come da ultimo certificato anche dal rapporto Ocse del 2010. Una Grande Città di oltre 2,5 milioni di abitanti dai confini liquidi, formata da flussi di merci e persone, ma soprattutto da reti di funzioni e conoscenze che vanno però organizzate per fare massa critica, altrimenti diventa tutto inutile. Anzitutto andrebbero eliminati i doppioni. Si fa un gran parlare di fusione di società di servizi: dai trasporti, allo smaltimento dei rifiuti, passando per l’energia.

Si potrebbe partire dai parchi scientifici tecnologici?

«Certamente. La Città Metropolitana non è più concepita come somma di territori bensì come somma di saperi. Come il luogo dove si fa sinergia e innovazione. Dentro alla Città Metropolitana convivono aree in declino come Porto Marghera, ma anche luoghi d’avanguardia come H-Farm; ci sono le piccole imprese in crisi, ma anche il Vega».

La crisi però non sembra risparmiare nemmeno il Vega.

«Ci troviamo davanti a un bivio. I parchi scientifici hanno accumulato molte competenze, ma sono tutti troppo piccoli, non abbiamo massa critica. Se vogliamo continuare a crescere e diventare una grande opportunità di sviluppo c’è un’unica soluzione: mettersi assieme in una sola società in modo da poter realizzare un grande incubatore in grado di diventare competitivo su progetti europei».

Ma come potrebbe prendere forma la proposta?

«Se c’è la volta politica è un’operazione che si può fare nel giro di sei mesi. Serve la volontà d’investire su un incubatore. La strada da seguire potrebbe essere quella della costituzione di un fondo composto da Camere di commercio, Fondazioni bancarie e Regione. Un fondo per finanziare il momento di d’incubazione delle idee. Vale a dire la fase di trasformazione dal progetto in impresa. L’incubatore favorisce lo sviluppo dell’idea e fa una prima selezione delle startup».

Dopodiché?

«A quel punto, le imprese selezionate andrebbero dirottate su soggetti come H-Farm o M31, incubatori che investono capitali privati, con i quali bisognerebbe stringere un rapporto di collaborazione».

Insomma, serve un salto di qualità ai parchi scientifici?

«È chiaro che per Vega è giunto il momento di ridiscutere la sua identità. Negli anni Novanta, quando è nato il Parco, Vega ha avuto un ruolo decisivo per la riqualificazione di un’area industriale dismessa. Un’operazione conclusa. Ma i Parchi scientifici non sono società immobiliari. Stiamo pagando ancora le conseguenze di quindici anni di attività immobiliare. La realtà è che oggi il Vega è il più importante incubatore del Veneto dove ci sono una ventina di sturtup, che vivono senza contributi pubblici. Abbiamo fatto crescere grandi competenze, da soli però siamo troppo piccoli per continuare a sviluppare innovazione».

Lo stesso problema c’è a Padova e Treviso?

«Treviso Tecnologie e il Galileo a Padova sono incubatori con grandi competenze. Treviso può contare sul sostegno della Camera di commercio e il Galileo su quello dell’università. Ma anche loro da soli sono piccoli per crescere. Allora possiamo unirci, e costruire un’unica società: un grande parco scientifico della Città Metropolitana».

Con sede a Marghera?

«Nell’epoca della rete, non è un problema di sede. Per me si può fare ovunque, purché si faccia. Insieme potremmo contare su un nucleo di una trentina di professionisti in campo dell’innovazione ai quali, i settori strategici come il turismo, i trasporti oppure le piccole imprese, potrebbero rivolgersi per innovare la produzione. In questo modo potremmo davvero diventare competitivi in Europa. Credo che non ci siano alternative all’orizzonte. Del resto anche in campo nazionale i parchi scientifici stanno seguendo sempre più logiche di sinergia e collaborazione».

Sono già stati compiuti passi concreti in questa direzione?

«Proprio la settimana scorsa i 6/7 parchi scientifici più grandi d’Italia, tra cui Venezia, hanno costituito una società unica di servizi per aggredire il mercato assieme».

Ma in una logica di accorpamenti che puntano a fare massa critica nel Nordest, perché non coinvolgere anche i parchi di Trieste, Udine e Pordenone?

«Iniziamo dalla Città Metropolitana, ma senza chiudere la porta a nessuno. È chiaro che più allarghiamo il campo, più l’operazione diventa complicata, ma non c’è dubbio che la strada dell’integrazione è quella che dobbiamo battere».

Nicola Pellicani

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MIRA-MIRANO – Convogli soppressi nelle ore di punta, ritardi e disagi sulla Padova-Venezia

UTENTI IN RIVOLTA CONTRO TRENITALIA         «Il servizio non vale l’abbonamento»        

Corre su Facebook la protesta dei pendolari di Riviera e Miranese, vessati da ritardi e soppressioni di treni. E ora arriva in Regione.

Treni soppressi ormai quotidianamente, disagi e ritardi. Gli utenti della linea Venezia-Padova sono sul piede di guerra e l’ennesimo «ci scusiamo per il disagio», trasmesso dalla voce robotica degli altoparlanti di Trenitalia, li ha portati all’esasperazione. Non ne possono più i pendolari di Miranese e Riviera, che quotidianamente hanno a che fare con ritardi e cancellazioni dei convogli sulla linea. Con l’estate Trenitalia ha tagliato ulteriormente il servizio. A farne le spese gli utenti del treno delle 8 e di quello delle 18, in pieno orario di punta, che ormai vengono quasi sistematicamente soppressi. Centinaia gli studenti e i lavoratori che frequentano la stazione di Mira-Mirano, situata nella frazione di Marano in territorio di Mira. Da anni hanno a che fare con molteplici disagi, ma ora alzano la voce. Perché nel periodo estivo, quando chiudono scuole e università, la puntualità dei treni peggiora ulteriormente. In qualsiasi momento della giornata, anche e soprattutto negli orari di punta. E invece di migliorare il servizio, Trenitalia sopprime del tutto due corse essenziali.         «Il servizio offerto non vale i 36 euro mensili che spendiamo. Andassimo al mare ci potremmo passar sopra, ma con il lavoro e lo studio come la mettiamo?» si chiede Matteo, studente di Ca’ Foscari. E non è l’unico problema: «I treni spesso sono sporchi e manca l’aria condizionata – sottolinea Laura, impiegata in una ditta di Padova -. Quando mi sono lamentata col personale mi è stato risposto che se non mi comodava avrei potuto prendere il bus».      Una situazione che non danneggia solo i pendolari. Perfino alcuni titolari di bed and breakfast di Mira e Mirano si sono dovuti sorbire le proteste dei clienti stranieri, abituati a ben altra efficienza. La questione ora è stata impugnata dal consigliere regionale Pettenò (Federazione della Sinistra), che ieri ha scritto un’interrogazione alla Giunta regionale: «Il servizio peggiora progressivamente, da Mira-Mirano passano molti treni sporchi, senza aria condizionata e in pesante ritardo – sostiene Pettenò – È divenuta una scandalosa normalità. La Giunta solleciti Trenitalia a tutelare i pendolari migliorando il servizio».         Il tam-tam ora corre vorticoso anche su Facebook, dove ogni giorno in moltissimi sfogano la propria rabbia contro questi disservizi. Quotidianamente pubblicano le proprie proteste grazie al telefonino, direttamente dal binario, aspettando l’ennesimo treno in ritardo.

 

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