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PADOVA. Giancarlo Galan contro un prete. Il prete è don Francesco, viceparroco del rione Torre che, dal pulpito, aveva osato: il diavolo? Come Galan e le banche che finanziano le industrie delle armi. E Galan lo ha querelato per diffamazione.

È domenica 22 febbraio 2015 e nell’omelia domenicale don Francesco parla del diavolo, «satana corrotto e tentatore», adeguando i fatti della vita alle parabole del vangelo. E spiega che Satana o il diavolo si traducono nei comportamenti corrotti che, quotidianamente, stanno davanti ai nostri occhi. Un esempio per tutti: la vicenda giudiziaria dell’ex governatore del Veneto e ministro, uno dei protagonisti dello scandalo Mose che si è fatto ristrutturare la sua villa con i soldi delle tangenti. Nulla di inventato: l’8 ottobre 2014 Giancarlo Galan ha patteggiato per corruzione due anni e 10 mesi di carcere concordando la restituzione di 2,6 milioni di euro, dopo aver incassato per anni dal Consorzio Venezia Nuova, all’epoca presieduto da Giovanni Mazzacurati, uno “stipendio” di un milione di euro, più una serie di favori, come il restauro della villa. In cambio di un via libera regionale senza limiti ai lavori del Mose, tra atti amministrativi e finanziamenti concessi sempre a tempo di record.

Forte la reazione dell’ex doge nonché ex esponente del Governo, assistito dall’avvocato Fabio Pinelli, ha presentato una querela contro il sacerdote per il reato di diffamazione. Querela trasmessa alla procura padovana che, ora, sarà assegnata a un pubblico ministero per le indagini del caso.

 

Orsoni contro il partito che l’aveva sostenuto: attaccati alle poltrone, il mio più grande errore è stato fidarmi di loro

«Il Pd? Non è stato leale nei miei confronti, ha dimostrato allora di non saper essere classe dirigente. E non mi hanno mandato a casa, proprio per niente. Sono io che nel giugno scorso ho revocato le deleghe agli assessori». L’ex sindaco Giorgio Orsoni non vuole parlare delle sue vicende giudiziarie.

Una vicenda ancora aperta, un anno dopo la clamorosa inchiesta sul Mose che aveva portato a 34 arresti per corruzione e tangenti. E il sindaco in carica ai domiciliari per un presunto finanziamento irregolare prima delle elezioni. In attesa di sapere se e quando sarà celebrato il processo, Orsoni in questi mesi ha scelto il silenzio. Non commenta la sua vicenda giudiziaria, che aveva definito «incredibile».

«Parlerò alla fine», dice. Ma sulla politica ora non riesce a stare zitto. Il premier Renzi, domenica a Mestre per presentare la candidatura di Felice Casson a sindaco, era stato chiaro: «Purtroppo cambiamo in corsa perché hanno fallito».

Ce l’aveva con il sindaco, e anche con il Pd allora al governo. Sandro Simionato, vicesindaco di Orsoni e assessore al Bilancio, ricorda che «è stato il Pd a mandare a casa Orsoni».

«Questo non è vero», si infiamma l’ex sindaco, «la verità è attestata dalle cronache del giugno 2014, dove si può leggere della mia iniziativa di revocare le deleghe ai miei assessori».

Dunque è stato Orsoni a sciogliere il Consiglio comunale? «Certo. Dopo che avevo verificato il tradimento nei miei confronti». Sarebbe? «Io mi ero dimesso, potevano approvare il bilancio e poi andare a casa. Invece mi hanno scaricato. Non è stato un comportamento leale. Allora sono stati da me sfiduciati».

Lei non ha un buon giudizio sul partito che l’aveva sostenuto nella corsa a sindaco. «Proprio no. Molti di loro hanno dimostrato di essere attaccati alle poltrone. Ma senza essere classe dirigente. Una delusione».

Qualcuno in particolare? «Simionato si difende dalle critiche di Renzi sostenendo l’inverosimile. Mi pare che fosse lui l’assessore al Bilancio della giunta da me presieduta. Dovrebbe ritenersi in prima persona coinvolto nelle polemiche sulla difficile situazione finanziaria del Comune».

Colpa sua se il bilancio va male? «Dico che invece di attaccare me farebbe bene a occuparsi del ruolo che ha svolto per quattro anni come responsabile del Bilancio».

Resta quell’ombra, non soltanto giudiziaria, sul finanziamento del Consorzio Venezia Nuova. «Ho detto e dimostrerò che quei soldi non li ho mai avuti. Le spese sostenute per la mia campagna elettorale sono state in tutto 280 mila euro. Il resto non lo so. C’era un accordo chiaro, della campagna elettorale si è occupato il Pd. Io non avevo nemmeno un referente per le spese».

Pentito? «Tanti errori posso aver fatto nella mia vita. Il più grande è stato quello di fidarmi di questa gente».

Alberto Vitucci

 

Il ministro ha confermato l’impegno. Nuovo appalto da 33 milioni di euro per le dighe mobili

Dopo i ritardi – anche per la mancanza delle risorse necessario – che hanno comportato, di fatto, lo slittamento al 2018 del completamento del Mose, il Consorzio Venezia Nuova – forte anche delle rassicurazioni scaturite dall’ultimo vertice dei commissari con il nuovo ministro delle Infrastrutture Graziano Delrio e della nomina di un terzo commissario, Giuseppe Fiengo che si occuperà di velocizzare la parte burocratica degli appalti e dell’utilizzo dei finanziamenti – ha ripreso a bandire nuove gara d’appalto per la prosecuzione dei lavori.

«Il Mose è assolutamente da finire. È un’opera importante per la tutela di Venezia quindi c’è assolutamente l’impegno del governo», ha dichiarato del resto anche ieri il ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti a margine dell’inaugurazione di Aquae, evento collaterale a Expo 2015 a Venezia.

L’ultimo appalto – per il quale la presentazione delle offerte di gara è stato posticipato al 12 giugno – riguarda l’affidamento per la fornitura e l’installazione del sistema elettrico di potenza del sistema di dighe mobili alle bocche di porto di Lido, Malamocco e Chioggia, che sarà installato nella bocca di Lido e che sarà esteso poi fino alle sale di controllo del funzionamento del Mose che saranno invece collocate all’Arsenale.

Un appalto complesso, dal valore elevato, di 33 milioni e 650 mila euro, di cui quasi 23 milioni per le forniture hardware del nuovo sistema automatizzato. Come già annunciato dal direttore del Consorzio Venezia Nuova Hermes Redi, altre gare d’appalto dovrebbero iniziare a essere bandite da giugno, proprio di fromìnte alla garanzie governative sulla ripresa regolare del flusso dei finanziamenti.

La riunione del Cipe a Palazzo Chigi, diversi mesi fa, aveva dato il via libera all’ultima tranche di lavori contrattualizzati, per un importo di oltre 1,2 miliardi di euro. L’opera ha ormai con uno stato dei lavori avanzato per oltre l’85 per cento. Altri 221 milioni sono stanziati più di recente per il Mose.

Il Def (Documento economico finanziario) prevede la somma residua necessaria al Consorzio Venezia Nuova per completare la grande opera. Adesso il Consorzio ha disponibili in teoria tutte le risorse necessarie a completare le dighe mobili: cinque miliardi e 400 milioni di euro.

Quasi completata la schiera delle 39 paratoie che saranno installate alla bocca di Lido, dove sono state anche fatte le prime prove di sollevamento. In corso quelle per la bocca di Malamocco (20), dove è prevista una conca di navigazione – già insufficiente a far entrare le navi di ultima generazione – e di Chioggia (18).

 

Gazzettino – Lavori del Mose, sciopero alla Palomar

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1

mag

2015

Dipendenti espulsi dal cantiere. «Una vicenda inaccettabile, siamo stati sostituiti da altri lavoratori»

Sciopero dei 104 lavoratori di Palomar, azienda controllata dal gruppo Mantovani e impegnata nella realizzazione del Mose. Una cinquantina di lavoratori dalle 7.30 alle 11 di ieri hanno dato vita ad un presidio davanti allo sky-line del Mose di Punta Sabbioni, dove si sta costruendo uno dei tre sbarramenti di dighe mobili a difesa di Venezia. Una protesta pacifica, sorvegliata con discrezione dalle forze dell’ordine arrivate per l’occasione nel lungomare e alla quale è seguito un volantinaggio tra i residenti.

«Mentre la Mantovani Spa sui giornali locali ringrazia e si mette una medaglietta per i lavori dell’Expo di Milano – spiega Antonio Silvestri segretario generale della Fiom Cgil di Venezia – i lavoratori scioperano e manifestano per la salvaguardia della propria occupazione. Più che ringraziamenti avremmo preferito la garanzia del lavoro. Infatti i lavoratori della Palomar, che per anni hanno operato e contribuito alla costruzione del Mose, la scorsa settimana senza preavviso si son trovati espulsi dal cantiere per esser sostituiti da lavoratori che pensiamo siano dipendenti di un sub appalto della stessa azienda. Questo è del tutto inaccettabile».

Una scelta che a sentire i sindacati vanificherebbe lo sforzo compiuto in questi anni dai lavoratori Palomar. «Che hanno messo la propria professionalità e il proprio sacrificio – ribadisce Silvestri – ora ricevono il ringraziamento di essere sostituiti da un altro personale, che sospettiamo sia meno sindacalizzato».

L’iniziativa di ieri è stata definita «pienamente riuscita». «Ed è servita anche per chiedere al prefetto di coinvolgere al tavolo istituzionale anche il vertice del Consorzio Venezia Nuova (del quale Mantovani è azionista di riferimento) – conclude il rappresentante del sindacato – per trovare una soluzione occupazionale per i lavoratori che operavano sul Mose. La stessa cosa Fiom Cgil sta portando avanti per la perdita d’appalto della stessa Palomar nella raffineria di Porto Marghera».

Grande l’amarezza tra i lavoratori presenti al presidio: «Nei quattro anni di lavoro in questo appalto ho mangiato, mi sono cambiato e molte volte ho dormito nei container – sono le parole di un operaio – ora mi vedo fuori dai cancelli e ringraziato con la cassa integrazione».

 

Buche di 50 metri a Malamocco. D’Alpaos: disastro per l’ecosistema

Ecosistema a rischio: la conferma dalle ultime immagini

Buche nel fondale fino a 50 metri

La laguna è un colabrodo. E nella bocca di porto di Malamocco la corrente e le modifiche dovute ai lavori del Mose hanno scavato buche profonde fino a 50 metri. Una “Fossa delle Marianne” in piena laguna. Che sconvolge equilibri antichi, provoca modifiche dell’ecosistema, della fauna e della flora. E uno squilibrio idraulico pericoloso per la stessa sopravvivenza della laguna.

Un timore da tempo avanzato dai pescatori e dagli esperti di morfologìa lagunare. Adesso documentabile, con le fotografie scattate da un appassionato chioggiotto dall’ecoscandaglio a bordo della sua barca. Nei pressi del Faro Rocchetta, agli Alberoni, il fondale un tempo abbastanza piatto e omogeneo presenta adesso voragini impressionanti. Entrando dal mare in bocca di porto lo strumento segnala dapprima una profondità media di 12-14 metri, con punte di 15. Poi, improvvisamente, all’altezza della conca di navigazione, ecco le prime buche di oltre 30 metri. Si risale a 27,9, poi di nuovo una “fossa” e si precipita a 43,8.

Entrando verso il canale dei Petroli, proprio davanti al Faro Rocchetta, nuove buche oltre i 40 metri. È l’area dove per costruire il Mose e la vicina conca di navigazione il Consorzio Venezia Nuova aveva costruito un terrapieno in sassi. La modifica delle profondità per la posa dei cassoni sul fondale e geotessuti per mantenere nel punto dove saranno posate le paratoie una profondità omogenea, hanno prodotto più avanti le nuove profondità. La forte corrente in entrata, che “sbatte” contro la nuova penisola, e più in generale lo scavo e la modifica dei fondali produce ogni giorno trasformazioni.

Da tempo ambientalisti e studiosi lanciano l’allarme. La laguna perde ogni anno circa un milione di metri cubi di sedimenti. Significa che con la marea se ne vanno in mare pezzi importanti della morfologia lagunare e delle barene. Trasformazioni che hanno prodotto un’accelerazione della corrente in entrata al Lido e una velocità maggiore di propagazione. Mentre la corrente calante (dozana) ha una velocità minore. Secondo alcuni tecnici è anche colpa delle nuove lunate costruite al largo del Lido e di Malamocco. Che hanno anch’esse modificato la circolazione delle acque e delle correnti. Ecosistema in pericolo, dunque. Già nel 2002 l’Atlante della laguna, edito dall’assessorato Ambiente del Comune, segnalava le zone “rosse”, giudicate in pericolo di erosione. Barene che scompaiono, canali sempre più profondi. Da allora nulla si è fatto. E i lavori del Mose hanno nel frattempo aggravato la situazione.

Alberto Vitucci

 

Polemico l’ingegner D’Alpaos, esperto di Idraulica: «La responsabilità non è solo della politica, i progetti sbagliati ridurranno la laguna a un braccio di mare»

«I tecnici minimizzano così distruggono tutto»

«Stanno distruggendo la laguna. E la responsabilità non è solo della politica che ha preso decisioni sbagliate. Ma dei tecnici che hanno spesso minimizzato o nascosto il danno. È una situazione davvero drammatica, e non vedo rimedi in questo momento».

Luigi D’Alpaos è uno dei maggiori esperti di morfologia lagunare. Ingegnere, docente di Idraulica all’Università di Padova, autore di studi e volumi sull’evoluzione dela laguna.

Professor D’Alpaos, in laguna ci sono buche da 50 metri. Cosa è successo? «Da anni predico invano sul fatto che la perdita dei sedimenti non viene contrastata. Sul pennello di Malamocco c’era una buca profonda. Ma adesso il fenomeno sta dilagando. La laguna continuando così si ridurrà a un braccio di mare, sparirà».

Cosa si fa per invertire la tendenza? «Niente, e si continua con idee pericolose e progetti sbagliati, come quello di scavare nuovi canali per le navi da crociera».

Intanto la morfologia cambia. «Certo, e non solo in laguna. Gli ultimi scavi di canali e restringimenti delle bocche per i lavori del Mose hanno provocato una modifica delle correnti. Anche nei canali interni della città, come mi hanno segnalato alcuni miei assistenti. Un fenomeno preoccupante. Sento parlare di gestione del Mose, una volta che sarà finito, aprendo una bocca e chiudendo l’altra. Ma bisogna studiare bene. Si possono produrre trasformazioni irreversibili».

Non si studia più? «Molti miei colleghi e studiosi minimizzano. Sostengono che la laguna si evolve, che non c’è rischio. Un errore».

Lei vuol dire che molte decisioni della politica sono state supportate da analisi tecniche sbagliate? «I miei maestri mi dicevano: noi siamo al servizio del Principe. Nel senso che dobbiamo dire come stanno le cose. Non possiamo minimizzare o non vedere. Posso capire che lo facciano i politici, i tecnici no».

Chi controlla l’evoluzione della laguna? «Appunto, nessuno. Lo scandalo Mose si è portato via anche il Magistrato alle Acque. Istituzione storica della Repubblica Serenissima che il governo ha pensato di cancellare. Ma è stato un grande errore. Bisognava invece rilanciarlo, metterci persone competenti e indipendenti. Il controllo è necessario, ma quell’istituzione è stata abbandonata».

La laguna è in pericolo e nessuno fa niente? «Mi pare che a chi interviene in laguna interessi ben poco di quello che succede una volta fatti gli interventi. Invece bisogna studiare, sapere, modificare come dicevano gli antichi. Anche quella lunata del Lido, avevo detto subito che non serviva a ridurre le maree. Al contrario, produce variazioni del campo di moto delle correnti. Fenomeni che andrebbero studiati, ma nessuno lo fa. E sarà sempre peggio».

Alberto Vitucci

 

Profondità media di 154 centimetri, terre emerse per l’8%

La laguna di Venezia ha una superficie di 540 chilometri quadrati, di cui solo l’8 per cento è costituito da terre emerse. Il resto (92 per cento) è formato dal cosiddetto “sistema idraulico”, cioè i canali (11 per cento), i bassifondi, le velme e le barene (80 per cento). Undici chilometri quadrati sono costituiti da barene, aree con vegetazione tipica a un’altezza media di 30 centimetri sul livello del mare. 98 i chilometri quadrati costituiti da velme, sempre sommerse, 92 chilometri quadrati le valli da pesca. La profondità media della laguna è di 154 centimetri. Dati pubblicati dal Corila, il Consorzio che si occupa di ricerca lagunare. «Il buon senso comune», si legge nella pagina iniazle, «non basta a risolvere i problemi complessi. Ma la ricerca di nuova conoscenza non può costituire un alibi per evitare decisioni inderogabili».

(a.v.)

 

L’inchiesta sulla lunata del Lido, crollata due anni fa

Tre lunate inutili. O quasi. Il Comitatone aveva deciso di affidare al Consorzio Venezia Nuova la costruzione di tre dighe foranee al largo delle bocche di porto di Lido, Malamocco e Chioggia. Decisione scaturita dal fatto che le osservazioni del Comune di Venezia contro il progetto Mose avevano chiesto di provare a ridurre le maree con opere “complementari”. Dighe esterne avrebbero potuto ridurre le maree medio alte fino a 4 centimetri. In realtà le dighe riducono la marea di 1 solo centimetro. Sono costate 40 milioni di euro l’una. E adesso hanno la funzione di difendere le dighe dalle correnti. Fatto sta che la lunata del Lido è crollata due anni fa, il giorno dopo essere stata ultimata. Il costo è lievitato di sei milioni con una perizia di variante. E adesso la Procura della Corte dei Conti ha aperto un fascicolo sulla vicenda.

(a.v.)

 

Nuova Venezia – Mose, inchiesta sulla diga crollata al Lido

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30

apr

2015

Corte dei Conti

Una diga di sassi da 43 milioni di euro, crollata nel 2012 per una mareggiata, e una perizia da 6 milioni per ripararla. La Corte dei Conti apre un’inchiesta e acquisisce documenti nelle sedi del Consorzio Venezia Nuova e del Magistrato alle Acque.

La procura della Corte dei conti fa sequestrare il dossier sulla «lunata» costata 43 milioni e altri 6 per riparare il disastro

VENEZIA – Una diga di sassi costata 43 milioni di euro. Crollata sotto la forza di una mareggiata, nel novembre del 2012, solo pochi giorni dopo che i lavori si erano conclusi. E una «perizia di variante» da 6 milioni per riparare il manufatto, sostituendo i massi con tripodi e macigni in pietra d’Istria più grandi. Una vicenda strana, su cui adesso la Corte dei Conti intende far luce.

Nei giorni scorsi un gruppo di finanzieri inviati dal procuratore capo Carmine Scarano ha acquisito nuova documentazione al Consorzio Venezia Nuova e al Magistrato alle Acque. C’è da verificare perché siano stati spesi quei milioni. E, ancora, perché una diga nuova di zecca sia crollata in mare nella sua parte terminale. C’è anche da chiarire un contenzioso che dura ormai da quasi tre anni. Chi deve pagare la ricostruzione e la variante?

Nel progetto originario il Consorzio Venezia Nuova aveva previsto di realizzare la diga, la famosa «lunata» lunga un chilometro, al largo della bocca di porto di Lido, utilizzando sassi di medie dimensioni. Sotto la furia del mare e dello scirocco, in un evento che il Consorzio Venezia Nuova aveva allora definito «eccezionale» la difesa era franata in mare. Opera contestata prima di nascere. Avrebbe dovuto contribuire, secondo il Comitatone, a «ridurre la punta massima di marea di almeno 4 centimetri».

In realtà la riduzione effettiva già sperimentata nelle analoghe dighe a Chioggia e Malamocco non va oltre il centimetro. La diga allora ha funzione di proteggere le paratoie dal vento di scirocco. Il Comune aveva votato contro la sua realizzazione, per i costi considerati eccessivi, pari alla necessità annuale per la manutenzione urbana. Ma si era fatta lo stesso. E lo scorso anno anche i lavori di ripristino dopo il crollo si sono conclusi. Rinforzando con i tripodi in cemento la barriera sulla testata est, con massi più grandi quella dal lato ovest. Anche su questo adesso si indaga.

E ieri i commissari Luigi Magistro e Francesco Ossola si sono riuniti all’Arsenale con il comitato consultivo delle imprese che compongono il Consorzio Venezia Nuova. Qualche protesta dalle imprese per i lavori che vanno a rilento. Magistro ha risposto ribadendo che dopo gli arresti del 4 giugno scorso e l’inchiesta sul Mose e la corruzione tutto è andato a rilento.

«Il prezzo della legalità», aveva detto alla Nuova. I 400 milioni deliberati dal Cipe nel giugno del 2014 sono infatti stati sbloccati solo pochi giorni fa, il 17 aprile. Di altri 200 stanziati dal ministero dell’Economia due anni fa non vi è traccia. Adesso dovrebbero sbloccarsi, e ripartire i lavori ai cantieri che vanno a rilento da mesi.

Il Mose doveva costare 1 miliardo e mezzo di euro come da progetto di massima. Oggi siamo arrivati a quasi sei miliardi, gestione e manutenzione esclusa. I lavori dovevano concludersi nel 2008, poi nel 2012. Infine nel 2015 e adesso nemmeno nel 2017 sarà possibile a detta del Consorzio.

Intanto anche nella sede del Cvn, all’Arsenale, continua il lavoro di controllo dei commissari, nominati quasi un anno fa dal presidente dell’Autorità anticorruzione Raffaele Cantone. Nomine ratificate come prevede la legge dal prefetto di Roma. E adesso, accanto a Magistro, esperto di finanze e Ossola, ingegnere e progettista, il nuovo prefetto di Roma Franco Gabrielli ha nominato Giuseppe Fiengo, presentato ieri alle imprese.

Alberto Vitucci

 

I ritardi del consorzio

Mose, Fiengo è il terzo commissario

L’Avvocato dello Stato Giuseppe Fiengo nominato dal prefetto di Roma Gabrielli

Designazione sollecitata dagli altri commissari per curare la parte burocratica

VENEZIA – Mose, non c’è due senza tre. Arriva un terzo commissario per sovrintendere alla realizzazione del progetto di dighe mobili e soprattutto, cercare di dare un’accelerata ai lavori che – dopo i ritardi accumulatisi negli ultimi mesi – dovrebbero ormai concludersi almeno nel 2018, anziché, come da cronoprogramma aggiornata, nel giugno del 2017.

Il prefetto di Roma, Franco Gabrielli ha nominato Giuseppe Fiengo, vice Avvocato generale dello Stato, terzo commissario per il Mose. Fiengo si aggiunge all’ingegnere Francesco Ossola e all’ex direttore delle Dogane Luigi Magisto che erano stati nominati dal precedente prefetto di Roma Giuseppe Pecoraro e che – nell’incontro tenutosi a Roma pochi giorni fa con il nuovo ministro dei Lavori Pubblici Graziano Delrio – avrebbero per primi sollecitato la necessità di un «rinforzo» per sbrigare le complesse procedure di appalto, i controlli e la gestione del flusso dei finanziamenti.

Il commissariamento era stato chiesto nei mesi scorsi dal presidente dell’autorità anticorruzione, Raffaele Cantone, a seguito dell’inchiesta sul Mose e il provvedimento prevedeva appunto la possibilità di nominare fino a tre commissari, ora sfruttata. Il decreto del prefetto segue appunto di pochi giorni la riunione sul Mose tenutasi il 24 aprile a Roma, al ministero delle Infrastrutture, per fare il punto sullo stato di attuazione dei lavori e sulle misure necessarie per riavviare i lavori.

All’incontro presero parte il ministro Graziano Delrio, lo stesso Cantone, il prefetto Gabrielli, Luigi Magistro e Francesco Ossola, i due commissari del Consorzio «Venezia Nuova», la società concessionaria per i lavori di realizzazione del sistema di barriere mobili a protezione di Venezia dal fenomeno dell’acqua alta, a cui ora si affianca anche Fiengo.

Nato nel 1948, Fiengo è stato tra l’altro Procuratore dello Stato presso l’Avvocatura generale, consulente giuridico del Ministero della Marina mercantile nel 1974 e successivamente nel 1984 del Ministero dei Trasporti; capo dell’Ufficio legislativo del Ministero dell’Ambiente tra il 1987 e il 1992 e inoltre componente del Consiglio Superiore dei Lavori pubblici tra il ’95 e il ’97. Nel febbraio 2014 è stato nominato vice Avvocato Generale dello Stato.

L’incarico di commissario del Consorzio Venezia Nuova è stato disposto dal prefetto di Roma per competenza, visto che la concessione al Consorzio Venezia Nuova per il Mose fu firmata nella sede del ministero delle Infrastrutture.

Il presidente dell’Anticorruzione avviò le procedure per la richiesta di commissariamento alla fine di ottobre 2014. Da giurista qual è – rispetto ai suoi due colleghi – Giuseppe Fiengo seguirà appunto il “pacchetto” burocratico dell’opera.

 

Intervista al commissario del Mose nominato da Cantone. «Finanziamenti fermi perché ci sono maggiori controlli»

«La legalità costa. E qualche volta rallenta i tempi di decisione. Ma dopo quello che è successo non c’erano altre strade». Luigi Magistro, commissario del Mose nominato dall’Autorità nazionale Anticorruzione, si sfoga. È in laguna dall’estate scorsa, e dopo lo tsunami che ha portato a 34 arresti nell’ambito di tangenti e finanziamenti illeciti prodotti dal sistema Mose, ha dovuto in pratica ricominciare daccapo. Con il collega Francesco Ossola, ingegnere torinese anch’egli nominato dal prefetto di Roma su richiesta del presidente dell’Anac Raffaele Cantone ai vertici del Consorzio, ha passato in questi mesi al setaccio conti, fatture e consulenze del Consorzio Venezia Nuova. Verificato lavori e direzioni tecniche, spese e preventivi. Forte della sua esperienza e dei risultati ottenuti quando era ufficiale della Guardia di Finanza ai tempi di Mani Pulite, poi dirigente del ministero dell’Economia e delle Dogane.

Una struttura rivoluzionata, quella del Consorzio. E le spese ridotte al minimo. Ma le imprese sono rimaste al loro posto. E hanno anzi ottenuto dall’Autorità una «comitato consultivo» di cui fanno parte Romeo Chiarotto per la Mantovani, primo azionista del Consorzio, Americo Giovarrusico (ItalVenezia-Condotte), Luigi Chiappini (Consorzio San Marco), Laura Lippi per le imprese minori. Comitato che dovrà fare presenti le istanze delle imprese. Abituate a un flusso cospicuo di denaro negli ultimi dieci anni, oggi a ritmo ridotto.

Magistro adesso vuole girare pagina. Il Mose non è in discussione, dice, «ma i controlli si sono fatti serrati».

Dottor Magistro, i lavori del Mose hanno subito ritardi? «Dopo gli arresti del 4 giugno 2014 evidentemente ci sono stati dei contraccolpi. I controlli sono aumentati, le verifiche anche. C’è stato un rallentamento, perché hanno rallentato i flussi finanziari, sono aumentate le richieste di chiarimento della Corte dei Conti e dei ministeri».

Prima si faceva tutto più in fretta. Si è anche visto per quale motivo. «Su questo non voglio fare commenti. Diciamo che l’esigenza di ripristinare la legalità dopo la grande inchiesta sul Mose e la scoperta di episodi di corruzione, ha dei costi. Ma del resto il ripristino di una situazione di legalità è il motivo per cui siamo stati nominati. E le verifiche vanno fatte bene».

Sono stati sospesi i finanziamenti alla grande opera che venivano dallo Stato? «Non proprio. Ma ci sono stati dei ritardi, certamente. Pensate che la delibera di finanziamento del Cipe di 400 milioni di euro, annunciata il 30 giugno dello scorso anno, è stata approvata solo il 10 novembre, pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale il 17 aprile, solo pochi giorni fa. Quasi un anno per avere disponibili soldi già stanziati».

Nel frattempo cosa è successo? «C’è stato qualche rallentamento, e adesso il cronoprogramma potrà slittare avanti di qualche mese. Ma, ripeto, è il prezzo da pagare per la legalità. Capisco i funzionari dei ministeri che prima di firmare un atto adesso si leggono tutto per bene e ci pensano due volte prima di dare il via libera».

Il Mose ha avuto finanziamenti tagliati? «No, lo Stato garantirà i fondi per il suo completamento. Ma arrivano con grande lentezza per i motivi che abbiamo detto. Oltre ai 400 milioni sbloccati da tre giorni abbiamo in viaggio altri 230 milioni di euro.

Che fine hanno fatto? «Il ministero dell’Economia non li ha più sbloccati. Sono stati stanziati nel 2012.

Più visti. Le imprese sono state danneggiate? «I cantieri non sono stati chiusi, in qualche caso ci siamo fermati. La situazione è questa».

Il Mose sarà concluso nel 2017? «Ci potrà essere qualche ritardo. E ripeto, il cronoprogramma potrebbe slittare. Noi comunque andiamo avanti».

Alberto Vitucci

 

i costi

Cinque miliardi e 600 milioni il quadruplo del previsto

Tempi e costi aumentano con gli anni. Storia che si ripete, quella del Mose, come per buona parte delle grandi opere in Italia. Adesso i soldi per finire le dighe mobili ci sono quasi tutti. Mancano quelli per le opere di compensazione ambientale, ma il grosso è disponibile. 5 miliardi e 600 milioni di euro, senza gestione e manutenzione.

Quando il Mose è stato progettato, negli anni Ottanta, il costo stimato era di circa un miliardo e mezzo di euro. Tre miliardi e 200 milioni (di lire) che poi negli anni si sono quadruplicati. Non era bastato nemeno il «prezzo chiuso», annunciato dal governo Berlusconi e dall’allora presidente del Magistrato alle Acque Patrizio Cuccioletta a fermare l’inflazione dei costi. «Aggiornamenti dei materiali» e opere aggiuntive – imposte dall’Europa ma messe in carico allo Stato – avevano fatto lievitare il Mose alla cifra record di 5 miliardi e 600 milioni di euro.

Si lavora alle tre bocche di porto. E l’80 per cento delle opere di base è già costruito. Come i fondali e i cassoni in calcestruzzo, l’isola artificiale a Sant’Erasmo che ospiterà la centrale operativa di controllo, le dighe foranee, le grandi spalle in cemento, i porti rifugio. E la conca di navigazione, «aggiunta» al Mose dalla giunta Costa nei primi anni Duemila, oggi ormai inadeguata a ricevere le navi di nuova generazione. Per questo adesso si è progettato uno scalo off shore, al largo dell’Adriatico.

(a.v.)

 

Il direttore del Consorzio Venezia Nuova: «Nuove gare d’appalto al via da giugno»

Diventa ormai il 2018 la data più probabile per la conclusione effettiva dei lavori di realizzazione del Mose, alla luce dei ritardi accumulati soprattutto negli ultimi mesi, anche se quella del giugno del 2017 è ancora quella ufficialmente dichiarata. Ma lo slittamento è nei fatti, dopo i ritardi accumulati soprattutto negli ultimi mesi, ma che ora dovrebbero essere giunti alla conclusione, come conferma il direttore del Consorzio Venezia Nuova Hermes Redi.

«I ritardi ci sono effettivamente stati perché non è stato possibile bandire nuove gare d’appalto per le opere perché non vi era la certezza della disponibilità dei finanziamenti – spiega l’ingegner Redi – ma alla luce dell’incontro avuto a Roma nei giorni scorsi al Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti tra il ministro Graziano Delrio, il presidente dell’Anac Raffaele Cantone, il prefetto di Roma Franco Gabrielli e i commissari del Consorzio Venezia Nuova, Luigi Magistro e Francesco Ossola, già da giugno dovremmo essere in grado di bandire le nuove gare. I fondi per le opere sulla carta ci sono tutti, ma il punto è proprio averne l’effettiva disponibilità o evitare, come già accaduto, che vengano stornati in altre direzioni. Ma dal ministro si è avuta proprio questa rassicurazione e dunque i lavori – che sono comunque all’85 per cento del totale delle opere – dovrebbero riavviarsi regolarmente».

Gli ultimi 221 milioni – sui 5 miliardi e 400 milioni di costo totale – sono stanziati di recente per il Mose. Il Def (Documento economico finanziario) prevede la somma residua necessaria al Consorzio Venezia Nuova per completare la grande opera.

Quasi completata la schiera delle 39 paratoie che saranno installate alla bocca di Lido, dove sono state anche fatte le prime prove di sollevamento. In corso quelle per la bocca di Malamocco (20), dove è prevista una conca di navigazione – già insufficiente a far entrare le navi di ultima generazione – e di Chioggia (18).

Chi rischia di ritrovarsi a casa entro fine anno son o invece purtroppo i 30 dipendenti della società consortile Cav, rimasti senza commesse e che per questo hanno protestato anche in questi giorni.

(e.t.)

 

Protesta anche dei lavoratori del cantiere Cav che rischiano il posto di lavoro

Due giorni di visite guidate e oltre duemila prenotazioni on line: luoghi di lavoro a disposizione di tutti, eventi e laboratori al giardino di Thetis e mostra fotografica

VENEZIA – È stata un autentico successo in termini di partecipazione la prima giornata di Arsenale Aperto 2015, con circa dodicimila persone che hanno affollato ieri il complesso aperto per due giorni alla città, con un ricco programma di visite guidate e eventi che si sono susseguiti per tutta la giornata – molti anche i bambini coinvolti nelle attività sportive e di gioco – per prendere parte all’iniziativa promossa dal Comune di Venezia in partnership con Vela spa e in collaborazione con Actv, Cnr Ismar, Consorzio Venezia Nuova, Ministero della Difesa – Marina Militare, Thetis Spa, La Biennale di Venezia, Venis spa e altre numerose realtà cittadine. Più di 2200 persone hanno prenotato on line una delle 90 visite guidate proposte durante questi due giorni.

Due giorni di festa per far conoscere l’Arsenale ai cittadini con percorsi liberi, visite agli edifici restaurati, visite guidate agli spazi di lavoro e ai laboratori, regate, scuole di voga, tornei sportivi, seminari, spettacoli, musica, punti di ristoro. Tra le attività più gettonate la navetta che da Fondamenta dell’Arsenale raggiunge il sommergibile, il giardino di Thetis animato da un ricco programma di eventi e laboratori, le visite dei luoghi di lavoro – laboratori, bacini, uffici -, la mostra fotografica in Torre di Porta Nuova sul ’900 in Arsenale, la numerose attività associative in tesa 93, i tornei di rugby nel campo sportivo e le prove di barche elettriche, a vela e a remi.

In mostra c’era anche – nei bacini dell’Arsenale – esposta per la prima volta una delle 78 paratoie del Mose con la sua cerniera di connessione, visitatissima da molti veneziani affluiti ieri e teatro della protesta, nel pomeriggio, di un gruppo di attivisti dei comitati NoGrandiNavi e NoMose – una ventina in tutto – che sono riusciti a “occupare” l’enorme paratoia, con alcuni, come Tommaso Cacciari, che sono riusciti a guadagnare la cima (Tommaso Cacciari in testa), da dove è partita la protesta al megafono contro le grandi opere pubbliche in laguna.

La protesta è durata un paio di ore e verso le 16.30 si è sciolta. «Valuteremo i danni, che non ci sembrano comunque gravi», ha commentato poi il direttore del Consorzio Venezia Nuova, Hermes Redi, «ma è importante che, al di là della protesta, molti veneziani abbiano potuto vedere di persona e informarsi sull’opera».

La scadenza del 2017 per la conclusione del Mose – al di là degli annunci – non sembra certa e potrebbe slittare ancora, anche perché, come ha spiegato ieri l’ingegner Redi, da diversi mesi – per il problema dei fondi ora confermati, anche nei tempi, dal ministero dei Lavori pubblici – non sono stati assegnati nuovi appalti, che riprenderanno da giugno.

E, accanto a quella dei NoMose, da segnalare ieri quella dei lavoratori del Cantiere Cav – una trentina in tutto – società consortile di Mantovani, Condotte e Mose srl che da giugno saranno posti in cassa integrazione e da dicembre rischiano il licenziamento, vittime indirette degli effetti dello scandalo Mose.

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