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Nuova Venezia – Appalto idrovia a gruppo dello scandalo Mose

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16

dic

2014

LA TECHNITAL

Appalto idrovia a un gruppo nell’orbita Mose

La Technital della galassia Mazzi fa l’offerta migliore. L’assessore Conte: «Se non ha i requisiti, incarico alla seconda»

VENEZIA – La società di progettazione veronese Technital, in associazione temporanea d’impresa con la padovana Beta Studio di Ponte San Nicolò, si è aggiudicata in via provvisoria la gara per la redazione del progetto preliminare del completamento dell’Idrovia Padova-Venezia come canale navigabile, con funzione anche di scolmatore del fiume Brenta. Fa un passo in avanti dunque una delle Grandi incompiute del Veneto: la progettazione preliminare aveva un costo di un milione di euro, mentre il completamento dell’opera è stimata in 600 milioni di euro.

«Si sa che nelle gare vincono le offerte migliori – ha spiegato l’assessore regionale all’ambiente Maurizio Conte a chi gli faceva notare che la Technital fa parte delle imprese del Consorzio Venezia Nuova, al centro dell’inchiesta Mose – e la trasparenza verrà garantita perché, come in ogni bando, dopo la nomina si procede all’acquisizione di tutta la documentazione della società che include anche le norme di verifica antimafia, antiriciclaggio e altre previste. Quindi, se la società non avrà i requisiti richiesti, il titolo verrà revocato e si passerà a chi è secondo in graduatoria».

La società Technital appartiene a due fiduciarie che, secondo molti, fanno riferimento ad Alessandro Mazzi, l’imprenditore arrestato per corruzione, finanziamento illecito e false fatturazioni nell’inchiesta Mose il 4 giugno scorso e protagonista di uno dei patteggiamenti più alti dell’inchiesta: due anni e quattro milioni di euro di risarcimento.

Anche secondo Giovanni Mazzacurati, l’ex presidente del Consorzio Venezia Nuova e Grande Corruttore del sistema Mose, ha messo a verbale più volte che la società Technital fa riferimento al gruppo Mazzi. In particolare la società veronese sarebbe stata il tramite tra il Consorzio Venezia Nuova e Gianni Letta, l’ex sottosegretario del governo Berlusconi.

In Regione l’assessore Maurizio Conte ha fatto il punto sul «Piano delle azioni e degli interventi di mitigazione del rischio idraulico e geologico» redatto dopo l’alluvione: «Dal 2010 a oggi – ha spiegato Conte – abbiamo investito 500 milioni di euro per la sicurezza idraulica, una somma mai vista, ma limitata rispetto all’obiettivo di 2,7 miliardi di investimenti previsti nel piano. Abbiamo bisogno di risorse: dovremmo avere 1 miliardo e 400 milioni che ci spettano dallo Stato, ma le somme sono congelate dal Patto di Stabilità». Il 2014 è stato un anno difficile per le condizioni meteo e a risentirne è in particolare la provincia di Belluno. A causa di un inverno mite e piovoso si sono verificati infatti numerosi schianti di alberi ad alto fusto con una perdita di circa il 77% (circa 500 mila alberi) dell’incremento legnoso annuo per un danno stimato sui 7,5 milioni in termini di redditività potenziale compromessa. In aggiunta, si è notato un fenomeno di frane diffuse, a tratti con insolita violenza, come la tragedia di Refrontolo a cui è destinata una dotazione straordinaria di 3 milioni di euro. A giorni partiranno le procedure di appalto e realizzazione per la cassa di espansione sul torrente Muson a Fonte e Riese Pio X a Treviso, per il bacino di laminazione a Mansuè, Portobuffolè e Fontanelle a Treviso, per l’opera d’invaso «Anconetta» a Sant’Urbano e Vighizzolo d’Este e altre. Proseguono inoltre le azioni per il miglioramento della qualità dell’aria (quattro bandi per sostituzione impianti a legna obsoleti, rottamazione veicoli inquinanti, illuminazione e bike sharing).

Vera Mantengoli

 

Progetto partecipato per valorizzare l’asta del fiume: in 700 per il rilancio del territorio

Firmato il patto per difendere il Brenta

VENEZIA – Un patto per rendere il fiume Brenta sostenibile e difenderlo da eventuali abusi o interventi dissennati. É stato firmato ieri mattina a Venezia il «Contratto di Fiume per il Brenta» alla presenza dell’assessore alla pesca Franco Manzato, delegato per l’assessore all’ambiente Maurizio Conte. Si tratta del primo processo partecipato a grande scala in Veneto che ha lo scopo di mettere in rete comuni, istituzioni e associazioni che vivono a contatto con il Brenta affinché si affrontino insieme i punti critici (per esempio il prosciugamento dell’acqua da parte di centrali idroelettriche o gli interventi per sistemare gli argini) e si uniscano le forze per progetti positivi (in particolare le associazioni sportive, ambientaliste, scientifiche, turistiche e le oltre 400 Ville Venete che rientrano nel bacino del Brenta).

Per adesso hanno firmato l’accordo le province di Padova, Venezia e Vicenza più Trento e Belluno come osservatrici, tre Consorzi di Bonifica (Brenta, Acque Risorgive e Bacchiglione), tre Unione Montane (Valbrenta, Sette Comuni, Grappa), tre Consigli di Bacino (Laguna di Venezia, Brenta e Bacchiglione), 33 Comuni rivieraschi (in previsione ce ne sono un totale di 100) e hanno preso contatto circa 700 realtà associative (info@contrattodifiumebrenta.com). La proposta è partita qualche anno fa da Rolando Lubian, presidente associazioni pescatori veneti dilettanti, e ora vede la partecipazione di tante associazioni come quelle di canottaggio e rafting, guidate dal campione olimpico Ivan Pontarollo.

(v.m.)

 

Le associazioni ambientaliste chiedono l’apertura di un confronto trasparente con i due rappresentanti inviati dal prefetto di Roma al Consorzio Venezia Nuova

VENEZIA «Un confronto trasparente sull’efficacia delle dighe mobili. Quello che l’ambiente criminoso con cui operava il sistema Mose ha sempre impedito». I comitati «No Mose» e l’associazione Ambiente Venezia tornano all’attacco contro la grande opera. Ieri hanno inviato ai nuovi commissari del Consorzio Venezia Nuova, nominati dal prefetto di Roma, un corposo dossier e una richiesta di incontro.

«Abbiamo inviato a Luigi Magistro e Francesco Ossola», spiegano i portavoce Armando Danella e Luciano Mazzolin, «la documentazione critica raccolta negli ultimi anni dal Comune e lo studio della società internazionale di off shore Principia».

Uno studio commissionato dalla giunta Cacciari nel 2008 e inviato al Magistrato alle Acque. Ma liquidato in poche righe, ricordano i comitati, dal Comitato tecnico di Magistratura, presieduto allora dall’ingegnere Mayerle.

«Non ci hanno mostrato studi né prove di calcolo o sperimentazioni», ricorda Danella, «hanno solo respinto le critiche al mittente autorizzando il progetto ad andare avanti».

Gli ingegneri franco-canadesi di Principia, società «leader mondiale nel campo della modellistica», avevano rilevato come in condizioni di mare agitato e di onde alte la paratoia manifesti «un comportamento di instabilità dinamica, estrema conseguenza della risonanza, con una amplificazione dell’angolo di oscillazione».

Significa che con onde di 2 metri e 20 e un picco di 8 secondi l’efficacia del sistema Mose viene messa in discussione. «Il confronto tecnico non si è mai fatto», ribadisce Mazzolin, «e allora il presidente del Magistrato alle Acque era Patrizio Cuccioletta, il presidente del Consorzio Mazzacurati, il sindaco nel 2010 era diventato Giorgio Orsoni. Occorre fare adesso quello che non si è fatto allora. Cioè confrontare pubblicamente studi e prove tecniche».

E verificare bene, come si sarebbe dovuto fare all’epoca, se era giusto proseguire». I comitati chiedono anche ai commissari che il collaudo dell’opera sia fatto in condizioni di mare critiche. E non con mare calmo. «Così si dimostra solo che il principio di Archimede è ancora valido», conclude la lettera, «e non certo che il sistema Mose funziona».

Una lettera già inviata in copia anche alla Procura e alla Corte dei Conti. «Chiediamo sia fatta piena luce sulla vicenda», concludono i comitati, «perché il sistema di corruzione ha spinto avanti l’opera soprattutto nei momenti critici in cui veniva messa in discussione. E grazie all’inchiesta adesso abbiamo scoperto come. Adesso occorre verificare il sistema dal punto di vista tecnico».

Alberto Vitucci

 

 

Quanto prendono i commissari? Sullo stipendio degli amministratori straordinari del Consorzio Venezia Nuova, al lavoro in laguna da qualche giorno, è mistero fitto. Il decreto del prefetto di Roma che li ha nominati rinvia a un apposito provvedimento del Consiglio dei ministri «in base alla legge del 2013».

In realtà la legge è del 2010, e prevedeva i tetti per gli stipendi pubblici. Ma la tabella applicativa non è mai stata fatta. Dunque, in attesa di quelle indicazioni, potrebbe essere il presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione Raffaele Cantone a indicare la cifra e il compenso dei nuovi amministratori, che sarà comunque a carico del Consorzio. In caso contrario lo stipendio di Luigi Magistro, ex direttore delle Dogane e dei Monopoli e dell’ingegner Francesco Ossola, docente al Politecnico di Torino, potrebbe essere calcolato sulla base delle tabelle dei loro Ordini di appartenenza. Cioè «in proporzione al valore dell’opera». Quasi sei miliardi di euro.

(a.v.)

 

L’INCHIESTA – Processo in salita per Orsoni: tutti contro l’ex sindaco

Il gip si oppose alla richiesta di patteggiare 4 mesi e multa

LA REPLICA – Contestate le affermazioni dei due deputati dem indagati

LE ELEZIONI «La gestione affidata a persone vicine al Pd»

LA DIFESA – Gli avvocati Arata e Grasso precisano che Orsoni non si è interessato all’organizzazione della campagna elettorale«Mai ricevuto soldi al di fuori della legge»

SISTEMA MOSE – Mancano i riscontri su Zoggia e Mognato: possibile archiviazione

VERSO IL PROCESSO – I pm proseguono con gli accertamenti sull’ex sindaco

Tutti contro Orsoni per i finanziamenti elettorali in nero

Tutti gli elementi raccolti finora dalla Procura sembrano puntare contro l’ex sindaco di Venezia, Giorgio Orsoni, in relazione al presunto finanziamento illecito di 450mila euro che l’allora presidente del Consorzio Venezia Nuova, Giovanni Mazzacurati, racconta di aver versato “in nero” nel 2010 per finanziare la campagna elettorale per le Comunali in laguna. Al momento non sarebbe emerso alcun riscontro sul possibile ruolo giocato dai due esponenti di spicco del Pd, gli attuali deputati Michele Mognato e Davide Zoggia, chiamati in causa dallo stesso Orsoni nell’interrogatorio da lui sostenuto il 9 giugno scorso, subito dopo essere finito ai domiciliari per violazione della legge sul finanziamento dei partiti. Nessuna delle persone ascoltate dagli investigatori ha dato indicazioni o conferme in merito al fatto che i due onorevoli abbiano gestito quel finanziamento, né che siano stati loro a spingere Orsoni a rivolgersi a Mazzacurati per chiedere contributi elettorali. Zoggia e Mognato, ascoltati come indagati martedì scorso, hanno negato di essersi mai occupati di finanziamenti per il candidato sindaco. Di conseguenza non è escluso che la posizione dei due deputati del Pd finisca presto in archivio come chiesto dai difensori, gli avvocati Guido Calvi, Gianluca Luongo, Marta De Manincor e Alfredo Zabeo. Le loro dichiarazioni potrebbero però essere utilizzate per sostenere l’accusa nei confronti di Orsoni, assieme a tutte le altre raccolte finora nel corso dell’inchiesta.

Quello del presunto finanziamento illecito per la campagna elettorale del 2010 al Comune di Venezia è uno degli episodi minori emersi nell’ambito dello scandalo del “sistema Mose”, e certamente non è di gravità paragonabile alle maxi tangenti contestate all’ex presidente della Regione, Giancarlo Galan, o all’ex assessore Renato Chisso, accusati di corruzione. Ma ha avuto il maggior impatto mediatico per il risalto della persona coinvolta – il sindaco di Venezia – poi costretto alle dimissioni. Orsoni ha sempre respinto ogni addebito, spiegando che di un primo contributo “in bianco” di 110mila euro, è certo della totale legittimità, in quanto regolarmente registrato dal suo mandatario elettorale (la Procura invece ritiene che sia illecito in quanto i soldi, ufficialmente provenienti da alcune società provenivano in realtà dal Cvn, provento di false fatturazioni). Quanto al secondo contributo – quantificato da Mazzacurati in circa 450mila euro – Orsoni ammette di averlo chiesto su sollecitazione dei “maggiorenti” del Pd, ma di non aver materialmente visto i soldi, per il versamento dei quali sostiene di aver fornito a Mazzacurati gli estremi del conto gestito dal suo mandatario elettorale. Versione che contrasta col racconto dell’ex presidente del Cvn, il quale parla di denaro consegnato a Orsoni personalmente, e in parte tramite il fedele collaboratore Federico Sutto. Di una parte del contributo – 50 mila euro – si sarebbe invece occupato il presidente della Mantovani, Piergiorgio Baita, sempre tramite Sutto.

Pur negando ogni responsabilità, lo scorso giugno Orsoni aveva concordato con la pubblica accusa il patteggiamento di 4 mesi di reclusione e 15mila euro di multa, ma il gip Massimo Vicinanza ha rigettato la proposta ritenendo la pena non congrua. L’ex sindaco ha quindi dichiarato di volersi difendere a processo per dimostrare la propria innocenza. La Procura si appresta a chiudere le indagini sull’ex sindaco, ma nel frattempo sta conducendo una serie di nuovi accertamenti: tra pochi giorni si saprà se sono stati raccolti altri elementi di prova contro di lui.

Gianluca Amadori

 

«Il professor Orsoni ha sempre dichiarato di non essersi mai interessato alla organizzazione e gestione della propria campagna elettorale che è stata seguita da altri soggetti ed in particolare da soggetti direttamente o indirettamente riferentisi al Pd. Tale è stato l’accordo intervenuto con i maggiori rappresentanti del Pd a livello locale al momento della accettazione della candidatura».

Lo precisano i legali dell’ex sindaco di Venezia, gli avvocati Francesco Arata e Daniele Grasso, in un comunicato diramato nella tarda serata di ieri, attraverso il quale replicano a quanto è trapelato dopo gli interrogatori degli onorevoli Michele Mognato e Davide Zoggia (indagati) e dell’ex assessore Alessandro Maggioni (semplice testimone), ascoltati nei giorni scorsi in Procura.

I difensori dell’ex sindaco spiegano che Orsoni, «su sollecitazione di vari esponenti politici ha occasionalmente avuto modo di invitare alcuni soggetti, imprenditori e non, da lui conosciuti, fra i quali l’ing. Mazzacurati, a contribuire nel pieno rispetto delle regole, al finanziamento della sua campagna elettorale», senza conoscere «l’entità delle somme pervenute al mandatario elettorale, né come esse fossero spese, se non parecchio tempo dopo la conclusione della campagna elettorale».

Nel comunicato si precisa che Orsoni «non ha mai ricevuto somme con modalità diverse da quelle consentite dalla legge, né è a conoscenza che altri ne abbiano ricevute per sostenere la sua campagna elettorale, al di fuori di quanto pervenuto al mandatario elettorale».

Per finire, i legali sottolineano che l’allora candidato sindaco «non ha mai avuto indicazioni di fabbisogni finanziari precisi per la campagna elettorale né a sua volta ha dato indicazioni di tale genere ad altri soggetti. Ogni affermazione difforme da quanto sopra precisato – concludono gli avvocati Grasso e Arata – è destituita di ogni fondamento e contraria alla realtà, frutto di pura fantasia, come risulta anche dal verbale di interrogatorio reso avanti l’Autorità Giudiziaria».

(gla)

 

MOSE Dopo l’iscrizione nel registro indagati

Su Mognato e Zoggia il Pd ora fa quadrato

Il Pd metropolitano e cittadino fa quadrato attorno ai deputati Davide Zoggia e Michele Mognato, recentemente indagati dalla magistratura per finanziamento illecito dei partiti. Il segretario metropolitano Marco Stradiotto precisa inoltre che il bilancio del partito non c’entra con la vicenda. Chi invece va all’attacco è l’ex consigliere comunale Jacopo Molina, il quale chiede al partito di “cambiare musica e musicisti” e agli indagati di non presentare istanza di patteggiamento.

 

LA BUFERA Le segreterie provinciale e cittadina smorzano i toni: «Avranno presto modo di chiarire»

Il Pd fa quadrato su Mognato e Zoggia

Stradiotto: «Non c’entrano con i bilanci». Ma Molina attacca: «Deficit di credibilità del partito»

Da tutti “massima fiducia nella magistratura, con l’auspicio che faccia chiarezza al più presto”. Ma al tempo stesso, in qualcuno, la richiesta che “il partito cambi musica e musicisti”.
Opinioni diversificate, nel Pd, per i deputati Michele Mognato e Davide Zoggia indagati in relazione ai contributi che Giovanni Mazzacurati (Consorzio Venezia Nuova) sostiene di aver versato nel 2010 pro campagna elettorale di Giorgio Orsoni.

Il segretario metropolitano Marco Stradiotto chiede di smorzare i toni e si dice convinto “che a breve entrambi avranno modo di chiarire”.

«Sui bilanci del partito siamo tranquilli – puntualizza – non mi risulta che Michele e Davide fossero coinvolti direttamente in quella campagna elettorale. La commissione finanziamenti presieduta da Gilberto Bellò? Conclusa senza rilievi di sorta. E con i risultati da un mese in rete, alla voce “trasparenza” del nostro sito. Dopo le dichiarazioni dell’ex Sindaco Orsoni l’iniziativa della Magistratura appare effettivamente quasi come un atto dovuto.Dopo i tristi fatti di Roma è evidente come un episodio come questo, che nulla ha a che vedere con quelle situazioni così gravi, venga accolto da un assoluto clamore mediatico. Da segretario metropolitano, dunque, invito tutti ad abbassare i toni, a non confondere situazioni molto diverse e a non scambiare un atto dovuto, come un avviso di garanzia, con una sentenza».
Anche il coordinatore cittadino ed ex consigliere comunale Emanuele Rosteghin manifesta fiducia sugli approfondimenti della magistratura e l’estraneità dei due parlamentari. Precisando che «l’attenzione del partito è rivolta alla preparazione delle primarie per il candidato alla carica del sindaco. Dove tutti saranno tenuti all’osservanza di un codice di autoregolamentazione all’insegna della sobrietà, sul quale stiamo lavorando».

Di tenore opposto la dichiarazione di Jacopo Molina: «Non scherziamo – tuona l’ex consigliere comunale e candidato alle primarie – Una questione morale coinvolgente in modo sempre più pesante anche il Pd c’è tutta. Su quanto a loro ascritto, invito Mognato e Zoggia a difendersi nelle sedi competenti, augurandomi che possano dimostrare la loro estraneità ai fatti. Rimane l’aspetto politico, reso ancor più grave dal deficit di credibilità del partito. Che, dopo lo tsunami, dovrebbe cambiare musica e musicisti».

Da Molina, anche la richiesta che gli indagati non scelgano la strada del patteggiamento: «Sarebbe un’ammissione di colpevolezza – conclude – Anzi, a questo livello ritengo opportuno un chiarimento della Segreteria nazionale, in analogia alla posizione assunta verso Orsoni e Marchese. Per ribadire in modo forte e chiaro che chi patteggia non è compatibile con il Partito democratico. E per far sì che per chiunque sia valido il principio della dimostrazione d’innocenza nella sede e in un modo consoni al proprio ruolo istituzionale e politico».

 

Fondi neri Mose, Moretti attacca. Orsoni: gestiti dal partito «Indagati Pd, fatevi da parte»

Il segretario veneto De Menech sollecita le dimissioni di Zoggia e Mognato

La candidata preasidente: «Onestà e merito i due criteri per le liste del 2015»

Moretti: «Gli indagati Pd facciano un passo indietro»

PADOVA «Onestà e merito saranno le mie parole d’ordine, il Pd deve essere al di sopra di ogni sospetto e gli indagati facciano un passo indietro»: Alessandra Moretti, dopo aver vinto le primarie, sperava in un debutto più tranquillo nella sua sfida a Zaia per la poltrona di governatore del Veneto. Ma lo scandalo Mose dopo aver travolto Giancarlo Galan, Renato Chisso, Giampiero Marchese, Giorgio Orsoni, Lia Sartori e l’ex ministro Altero Matteoli sta ora diventando un incubo anche per il Pd: le informazioni di garanzia nei confronti dei deputati veneziani Davide Zoggia e Michele Mognato rischiano di avvelenare la campagna elettorale 2015 per l’elezione del sindaco di Venezia e della giunta regionale. Ieri Davide Zoggia non si è presentato al dibattito a Padova con Bersani, Zanonato e la Moretti e il consigliere regionale Piero Ruzzante ha spiegato il forfait: «Abbiamo un codice etico preciso, invitiamo la magistratura a procedere rapidamente nell’inchiesta e siamo convinti che Davide e Michele sapranno dimostrare la loro estraneità alle accuse contestate». E Alessandra Moretti, prima di partecipare alla tavola rotonda moderata da Antonello Francica, vicedirettore del nostro giornale, ha detto chiaro e tondo che è arrivato il momento di girare pagina, di chiudere per sempre la nefasta stagione del consociativismo degli appalti del Mose, tanto per usare la frase coniata dal segretario regionale De Menech, che a giugno ha chiesto l’azzeramento della giunta Orsoni dopo il coinvolgimento dell’ex sindaco di Venezia nell’inchiesta. Da lì è partito lo tsunami che ha mandato in esilio giunta e consiglio comunale e spalancato le porte al commissario Vittorio Zappalorto e alle elezioni. Che ne pensa Alessandra Moretti dell’inchiesta a carico dei deputati Zoggia e Mognato? «Auguro a chi è coinvolto di chiarire in fretta la propria posizione e faccio un appello alla magistratura perché concluda in fretta le indagini. I partiti hanno il compito di selezionare la classe dirigente in base a due caratteristiche: onesta è merito. Chi è coinvolto oggi, faccia anche un passo indietro per difendersi meglio nelle sedi opportune: i corrotti vadano in carcere e gli innocenti non siano infangati. Il Pd sarà al di sopra di ogni sospetto», ripete l’eurodeputata in perfetta sintonia con il premier Renzi. Nel concreto che significa: Zoggia e Mognato si devono autospendere e dimettere dalle cariche che occupano? «C’è l’ esempio che riguarda il grande scandalo di mafia capitale. Molti indagati si sono dimessi: da lì noi dobbiamo partire». I parlamentari sono invece protetti dall’immunità, non sarà così semplice. «Lo so. La scelta attiene alla coscienza di ognuno, noi chiediamo di fare chiarezza. La questione morale investe la classe politica non solo a Roma. Se guardiamo al Veneto, lo scandalo del Mose non ha eguali: c’è l’ex presidente della Regione e poi un assessore dell’attuale giunta, noi vogliamo girare pagina e speriamo che anche gli altri partiti facciano altrettanto», ribatte Alessandra Moretti. Ma cosa ne pensa del ddl del governo Renzi che aumenterà le pene per la corruzione? «Chi ruba deve restituire fino all’ultimo centesimo: corrotti e corruttori vadano in carcere, con le misure adottate ieri si sta andando nella direzione giusta e se queste norme ci fossero già state Galan non avrebbe patteggiato e scontato la pena nella propria villa pagando una cifra irrisoria rispetto a quanto la magistratura sostiene abbia sottratto alle casse dei veneti onesti». Ultima battuta: le liste per le regionali 2015.Che accadrà? «Farò pulizia, con un ampio rinnovamento delle liste: voglio candidati meritevoli e onesti. Ognuno di noi può fare la propria parte per selezionare i futuri consiglieri. La politica deve avere il coraggio di fare scelte coraggiose» conclude la Moretti. Poi partecipa alla tavola rotonda sul Veneto che in Europa perde posizioni, arranca e viene bocciato sui fondi Ue. Bersani e Zanonato le fanno gli auguri per la sfida con Zaia mentre il segretario Roger De Menech detta la linea già tenuta con Orsoni: «Il Pd non fa sconti a nessuno. La magistratura fa il proprio dovere e le nostre regole sono ferree: chi sbaglia deve pagare e auspico una loro iniziativa autonoma». Insomma De Menech sollecita le dimissioni: Zoggia è nella direzione nazionale Pd, Mognato in quella veneta. E un «passo indietro» ai due parlamentari chiede anche Simonetta Rubinato. L’area Cuperlo rischia di affondare con il Mose: come finirà?

Albino Salmaso

 

Bersani:«Davide e Michele dimostrino la loro estraneità»

PADOVA Onorevole Pierluigi Bersani, l’inchiesta Mose torna a coinvolgere il Pd con due deputati indagati per finanziamento illecito: lei che ne pensa? «Sono convinto che sia Davide Zoggia che Michele Mognato sapranno difendersi e dimostrare la loro totale estraneità alle accuse. La magistratura fa bene a guardare, ma non accetto l’equazione indagato=colpevole». Cosa ne pensa del ddl del governo Renzi con il giro di vite per i corrotti? «Spero che i tempi non siano lunghi perché il ddl anticorrotti rientra nella rivisitazione del processo penale. Le norme da sole non bastano, credo invece si debba costruire un buon collettivo dove la gente si guarda in faccia e discute, solo così si salva l’anima riformista del Pd. Se ognuno fa una corsa solitaria e tira il suo piccolo gruppo-corrente allora si spalancano le porte alla degenerazione, come a Roma». Nella capitale la Procura ha portato a galla un’associazione a delinquere trasversale: dagli ex terroristi neofascisti alle coop di solidarietà, con politici e dirigenti del comune corrotti al loro servizio. «Siamo di fronte a delle accuse gravissime: il trasversalismo è sempre paludoso, bisogna evitarlo sia nei piani nobili che nei sottoscala della politica. Poi ci sono fatti criminali veri e propri che diventano uno spot negativo di proporzioni cosmiche per la capitale d’Italia. Queste ruberie coinvolgono le politiche nobili di difesa dei più deboli e dobbiamo tutelare quegli onesti operatori sociali che per quattro soldi aiutano immigrati, nomadi e disabili, coinvolti loro malgrado in questa storia». Renzi accusa lei e la minoranza di bloccare le riforme: è vero che remate contro? «Io dico: il governo governi con il sostegno leale di tutto il Pd, dopo di che la costituzione in tutte le democrazie è materia del parlamento». La prossima scadenza importante è l’elezione del presidente della Repubblica. «Al Quirinale, dopo Giorgio Napolitano, ci vuole una donna o un uomo che sappia tenere bene il volante. Ci saranno tante curve pericolose». E di Alessandra Moretti, sua ex portavoce, che dice? «Ognuno faccia la propria strada, io faccio fatica ad essere moderatamente bersaniano: abbiamo vinto anche a Treviso, ora tocca ad Alessandra Moretti conquistare la Regione».

Albino Salmaso

 

L’avvocato Calvi sollecita l’archiviazione: per l’ex primo cittadino invece si andrà in aula

«Mai istigato il sindaco a chiedere soldi al Cvn»

VENEZIA – Prima di chiudere le indagini preliminari – circostanza che dovrebbe verificarsi prima di Natale – non potevano non interrogare coloro che nel suo interrogatorio del 9 giugno l’ex sindaco Giorgio Orsoni aveva citato come suoi punti di riferimento nel Partito democratico e soprattutto come coloro che gli avevano spiegato che era necessario raccogliere altri fondi per la campagna elettorale, facendo anche il nome di Giovanni Mazzacurati a capo del Consorzio Venezia Nuova. Certo Orsoni poteva rifiutarsi di farlo, ma Mazzacurati era un amico ed era stato anche cliente del suo studio, quindi deve aver pensato che con lui forse sarebbe stato più facile. Insomma, Davide Zoggia e Michele Mognato avrebbero istigato l’allora candidato sindaco a chiedere finanziamenti per la campagna elettorale, che poi sono arrivati. Così sono stati interrogati e i pubblici ministeri Stefano Ancilotto e Stefano Buccini non potevano sentirli come persone informate sui fatti, visto la dichiarazione di Orsoni: ecco allora l’accusa di concorso in finanziamento illecito del partito. Naturalmente la Guardia di finanza veneziana sta compiendo gli ultimi accertamenti, ma è probabile che quest’accusa, quella di aver istigato il candidato a chiedere soldi «in nero», non sia sufficientemente provata da portare ad un processo. I due esponenti del Pd, difesi dall’avvocato Guido Calvi, tra l’altro hanno negato di aver istigato Orsoni a commettere illeciti e la loro parola vale quanto quella dell’ex sindaco. Non è difficile prevede, quindi, che si avveri quello che l’avvocato Calvi prevede, una richiesta di archiviazione da parte della Procura. Ben diverso, invece, il futuro di Orsoni, dell’ex europarlamentare del Pdl Lia Sartori, dell’ex presidente del Magistrato alle acque Maria Giovanna Piva, dell’ex ministro Altero Matteoli e di un’altra decina di indagati, per i quali i tre pm che hanno coordinato le indagini depositeranno gli atti in vista della richiesta di rinvio a giudizio.

(g.c.)

 

Orsoni si discolpa: «I fondi gestiti da mandatario e Pd»

VENEZIA – Se Davide Zoggia e Michele Mognato non aprono bocca, l’ex sindaco Giorgio Orsoni parla tramite i suoi legali, gli avvocati Francesco Arata e Daniele Grasso che hanno diffuso una nota molto chiara, in relazione ai recenti sviluppi dell’indagine che vede il prof Orsoni interessato per il preteso illegittimo finanziamento alla propria campagna elettorale del 2010. 1) «Il professor Orsoni ha sempre dichiarato di non essersi mai interessato alla organizzazione e gestione della propria campagna elettorale che è stata seguita da altri soggetti e in particolare da soggetti direttamente o indirettamente riferentisi al Pd; 2) Tale è stato l’accordo intervenuto con i maggiori rappresentanti del Pd a livello locale al momento della accettazione della candidatura; 3) Su sollecitazione di vari esponenti politici ha occasionalmente avuto modo di invitare alcuni soggetti, imprenditori e non, da lui conosciuti fra i quali l’ing. Mazzacurati, a contribuire nel pieno rispetto delle regole, al finanziamento della sua campagna elettorale; 4) Non ha mai conosciuto l’entità delle somme pervenute al mandatario elettorale, né come esse fossero spese, se non parecchio tempo dopo la conclusione della campagna elettorale; 5) Non ha mai ricevuto somme con modalità diverse da quelle consentite dalla legge,ne è a conoscenza che altri ne abbiano ricevute per sostenere la sua campagna elettorale,al di fuori di quanto pervenuto al mandatario elettorale; 6) Non ha mai avuto indicazioni di fabbisogni finanziari precisi per la campagna elettorale né a sua volta ha dato indicazioni di tale genere ad altri soggetti. Ogni affermazione è frutto di pura fantasia, come risulta anche dal verbale di interrogatorio reso avanti l’autorità giudiziaria», concludono gli avvocati Francesco Arata e Daniele Grasso. E i due parlamentari come ribattono? «Non parlo, non parlo. Certo sono molto amareggiato. Uno lavora una vita e poi….» Michele Mognato, ex vicesindaco ed ex segretario provinciale del Pd, oggi deputato, trattiene a stento le lacrime. Se lo aspettava, forse. Dopo le dichiarazioni rese a verbale dal sindaco Giorgio Orsoni ancora nel giugno scorso. Che aveva chiamato in causa Mognato e Davide Zoggia, allora responsabile enti locali del Pd nazionale. Sarebbero stati loro, dunque, secondo l’ipotesi accusatoria ad aver chiesto a Orsoni di garantire nuovi finanziamenti per la campagna elettorale. Non commenta, Mognato. E non parla nemmeno Zoggia, ieri chiuso in casa con familiari e amici. Sullo sfondo si sta preparando la campagna elettorale per le primarie e poi per le elezioni a Venezia, che si dovrebbero tenere in maggio. Il Pd rischia di essere il partito più esposto, pur non avendo suoi esponenti – a differenza dell’ex presidente della Regione Giancarlo Galan e del suo assessore Renato Chisso (Forza Italia) – accusati di corruzione. Quasi tutti i principali imputati hanno patteggiato e chiuso la loro posizione.

(a.v.)

 

L’INCHIESTA – Ma loro negano di essersi occupati degli aspetti economici della campagna dell’ex sindaco

Mose, indagati Zoggia e Mognato

I due deputati del Pd sotto accusa per i contributi elettorali versati da Mazzacurati a Orsoni

I RUOLI – Referenti del partito assieme all’ex consigliere regionale Marchese

Mose, finanziamenti al Pd: indagati Mognato e Zoggia

I due deputati chiamati in causa dall’ex sindaco Orsoni per i contributi erogati dal presidente del Consorzio Mazzacurati nella campagna elettorale del 2010

I deputati veneziani del Pd, Michele Mognato e Davide Zoggia, sono entrambi indagati per finanziamento illecito dei partiti in relazione ai contributi che l’allora presidente del Consorzio Venezia Nuova, Giovanni Mazzacurati, ha raccontato di aver versato nel corso della campagna elettorale del 2010 all’avvocato Giorgio Orsoni, poi diventato sindaco di Venezia.

I pm Stefano Ancilotto e Stefano Buccini hanno interrogato i due onorevoli in gran segreto martedì scorso, negli uffici della Procura di Venezia, alla presenza dei rispettivi difensori, contestando loro le dichiarazioni che Orsoni ha reso ai magistrati lo scorso giugno, dopo essere finito agli arresti domiciliari con l’accusa di aver ricevuto due contributi ritenuti illeciti dall’allora presidente del Cvn. In quel verbale il sindaco fa i nomi di tre persone, indicandole come i suoi principali referenti all’interno del Pd per quanto riguarda la campagna elettorale: uno è l’ex consigliere regionale Giampietro Marchese (che è già uscito dal processo patteggiando 11 mesi di reclusione); gli altri due sono gli attuali deputati Mognato e Zoggia. Orsoni ha dichiarato che furono i “maggiorenti” del Pd a spingerlo a rivolgersi a Mazzacurati per ottenere i finanziamenti necessari a proseguire la difficile e dispendiosa campagna contro il rivale del Pdl, Renato Brunetta. E ha sostenuto di aver appreso soltanto dopo l’arresto che quei contributi non erano stati bonificati regolarmente al suo mandatario, come pensava, negando in ogni caso di averli ricevuti personalmente.

Mognato e Zoggia, assistiti dagli avvocati Guido Calvi, Gianluca Luongo, Marta De Manincor e Alfredo Zabeo, davanti ai magistrati veneziani hanno smentito di aver mai suggerito ad Orsoni di rivolgersi al presidente del Cvn per ottenere contributi elettorali e hanno negato fermamente di essere stati i destinatari finali del finanziamento “in nero” di 450 mila euro che Mazzacurati sostiene di avere messo a disposizione di Orsoni. Degli aspetti economici di quella campagna per le comunali di Venezia hanno dichiarato di non essersene proprio occupati.

E lo stesso ha fatto ieri mattina anche da un altro esponente del Partito democratico veneziano, Alessandro Maggioni, ascoltato dai pm Ancilotto e Buccini in qualità di persona informata sui fatti in quanto, nel 2010, ricopriva l’incarico di segretario comunale del Pd, e successivamente è diventato assessore ai lavori pubblici nella giunta Orsoni. Il suo nome era emerso martedì nel corso dell’interrogatorio dei due deputati come una delle persone che erano state più vicine al candidato sindaco. Maggioni ha spiegato di non aver gestito nulla dei finanziamenti per la campagna elettorale delle comunali 2010, cosa di cui sapeva essersi occupato direttamente l’allora candidato sindaco e probabilmente qualche altro esponente del partito. All’uscita dalla stanza dei magistrati l’ex assessore non ha voluto fare dichiarazioni, salvo precisare che la deposizione, durata poco più di un’ora, si era svolta in un clima sereno.

L’inchiesta proseguirà probabilmente con l’audizione di altri esponenti del Pd che siano in grado di riferire in merito ai contributi con cui è stata finanziata la campagna elettorale di Orsoni. Ma è difficile immaginare che qualcuno, all’interno del Pd comunale o provinciale, possa ammettere di aver spinto il proprio candidato sindaco a rivolgersi a Mazzacurati. Tantomeno di aver materialmente ricevuto quei finanziamenti. Eppure lo stesso Orsoni ritiene che quei denari siano effettivamente arrivati (così ha detto ai magistrati) in quanto tutte le spese elettorali inizialmente a rischio furono poi effettuate. Insomma, questa tornata di interrogatori rischia di peggiorare la posizione processuale di Orsoni che, alla fine, potrebbe trovarsi da solo contro tutti a dover giustificare quei soldi. Isolato come quando lo scorso giugno, non appena tornato in libertà, fu sfiduciato dal Pd – attraverso un intervento personale di Matteo Renzi – e costretto alle dimissioni.

In serata i difensori degli onorevoli Mognato e Zoggia hanno diffuso una breve nota: «Confermiamo che gli onorevoli Mognato e Zoggia sono stati ascoltati martedì quali indagati in relazione all’interrogatorio del professor Orsoni rendendo tutti i chiarimenti richiesti. All’esito dell’interrogatorio, i difensori hanno chiesto l’archiviazione immediata dell’inchiesta».

Gianluca Amadori

 

IL PROCEDIMENTO – La Procura verso il deposito degli atti. L’ex primo cittadino: mai visti soldi

Si avvicina il giudizio per Orsoni: due dazioni

La posizione dell’ex sindaco di Venezia, l’avvocato Giorgio Orsoni, è in attesa di essere definita assieme a quella di una ventina di altri indagati per i quali il fascicolo è ancora pendente. La Procura si appresta a provvedere al deposito degli atti, la procedura che normalmente precede una richiesta di rinvio a giudizio. Nel frattempo gli inquirenti stanno raccogliendo nuovi elementi.

L’accusa rivolta ad Orsoni è di finanziamento illecito ai partiti in relazione a due diversi contributi che avrebbe ricevuto nel 2010, nel corso della combattuta campagna elettorale che lo vide contrapposto a Renato Brunetta. Si tratta di un reato di competenza del giudice monocratico, a differenza delle ipotesi di corruzione e false fatturazioni rivolte a vario titolo agli altri indagati: di conseguenza è probabile che la posizione dell’ex sindaco venga stralciata, così come potrebbe accadere a quella dell’ex europarlamentare di Forza Italia ed ex presidente del Consiglio regionale del Veneto, Lia Sartori, per la quale l’accusa è sempre di finanziamento illecito.

Sono due gli episodi contestati, per i quali lo scorso giugno Orsoni finì agli arresti domiciliari per una manciata di giorni: il primo riguarda un contributo di 110mila euro “in bianco” formalmente regolare, proveniente da varie aziende, che i pm ritengono però illecito in quanto i soldi sarebbero arrivati in realtà dal Cvn tramite false fatturazioni. Il secondo contributo è invece “in nero”: 450mila euro in contanti che l’allora presidente del Cvn, Giovanni Mazzacurati, dichiara di avergli versato in più rate, personalmente o per tramite del fedele segretario, Federico Sutto. Orsoni si difende rivendicando la regolarità del suo comportamento: rivendica la legittimità del primo contributo e nega di aver mai visto i soldi relativi al secondo.

 

EX EUROPARLAMENTARE

Stessa imputazione per Lia Sartori (FI)

La posizione dell’ex sindaco di Venezia, l’avvocato Giorgio Orsoni, è in attesa di essere definita assieme a quella di una ventina di altri indagati per i quali il fascicolo è ancora pendente. La Procura si appresta a provvedere al deposito degli atti, la procedura che normalmente precede una richiesta di rinvio a giudizio. Nel frattempo gli inquirenti stanno raccogliendo nuovi elementi.

L’accusa rivolta ad Orsoni è di finanziamento illecito ai partiti in relazione a due diversi contributi che avrebbe ricevuto nel 2010, nel corso della combattuta campagna elettorale che lo vide contrapposto a Renato Brunetta. Si tratta di un reato di competenza del giudice monocratico, a differenza delle ipotesi di corruzione e false fatturazioni rivolte a vario titolo agli altri indagati: di conseguenza è probabile che la posizione dell’ex sindaco venga stralciata, così come potrebbe accadere a quella dell’ex europarlamentare di Forza Italia ed ex presidente del Consiglio regionale del Veneto, Lia Sartori, per la quale l’accusa è sempre di finanziamento illecito.

Sono due gli episodi contestati, per i quali lo scorso giugno Orsoni finì agli arresti domiciliari per una manciata di giorni: il primo riguarda un contributo di 110mila euro “in bianco” formalmente regolare, proveniente da varie aziende, che i pm ritengono però illecito in quanto i soldi sarebbero arrivati in realtà dal Cvn tramite false fatturazioni. Il secondo contributo è invece “in nero”: 450mila euro in contanti che l’allora presidente del Cvn, Giovanni Mazzacurati, dichiara di avergli versato in più rate, personalmente o per tramite del fedele segretario, Federico Sutto. Orsoni si difende rivendicando la regolarità del suo comportamento: rivendica la legittimità del primo contributo e nega di aver mai visto i soldi relativi al secondo.

 

I PRINCIPALI ACCUSATI HANNO PATTEGGIATO

Matteoli e pochi altri davanti al tribunale

VENEZIA – Definiti i patteggiamenti dei principali imputati nell’inchiesta sullo scandalo Mose, sono poche le posizioni che finiranno davanti al Tribunale. La principale è quella dell’ex ministro Altero Matteoli, accusato di corruzione per alcune operazioni legate alle bonifiche di Porto Marghera: dopo il via libera da parte del Parlamento, il senatore aspetta che la Procura chieda il processo.

Usciti di scena l’ex presidente della Regione, Giancarlo Galan (2 anni e 10 mesi), l’ex assessore regionale alle Infratrutture, Renato Chisso (2 anni e sei mesi) e l’ex presidente al Magistrato alle acque, Patrizio Cuccioletta (2 anni), i pm Tonini, Ancilotto, Buccini si apprestano a chiudere le indagini a carico dell’altro presidente del Magistrato alle acque accusato di essere stata al soldo del Cvn, Maria Goovanna Piva.

Sotto accusa ci sono poi due dirigenti regionali, alcuni imprenditori e professionisti, tra cui l’ex presidente del’Ente gondola, il veneziano Nicola Falconi.

 

Orsoni e i finanziamenti al Pd, sentito anche Maggioni.

Indagati Zoggia e Mognato

L’accusa è concorso in finanziamento illecito dei partiti. Sentiti in procura , hanno puntato l’indice sull’ex assessore Maggioni

Mose, indagati Zoggia e Mognato del Pd

VENEZIA – Giorgio Orsoni, il 9 giugno scorso, quando da cinque giorni era agli arresti domiciliari per finanziamento illecito al partito, il Pd, che lo aveva scelto come candidato sindaco, aveva raccontato ai pubblici ministeri Stefano Ancilotto e Stefano Buccini, che dietro sua richiesta lo stavano interrogando, alcune interessanti circostanze.

Ecco le frasi: «Andando avanti nella campagna elettorale le pressioni per avere più soldi si sono fatte più forti da parte di vari esponenti della politica, ma soprattutto o quasi eslusivamente, da parte di esponenti del Pd, quelli con cui mi relazionavo».

A questo punto il pm Ancilotto gli aveva chiesto chi erano gli esponenti. «Quelli che ho già nominato prima» aveva risposto. Pochi minuti prima aveva fatto i nomi dell’ex uomo forte del partito provinciale di allora Michele Mognato, ora deputato, di Davide Zoggia, allora responsabile nazionale degli enti locali ed ex presidente della Provincia di Venezia, ora anche lui deputato, e di Giampietro Marchese, allora tesoriere e consigliere regionale. Marchese è già stato arrestato il 4 giugno e, ora, da alcuni giorni sono finiti sul registro degli indagati per concorso in finanziamento illecito del partito anche Mognato e Zoggia. E nei giorni scorsi i due sono stati già interrogati dai pubblici ministeri veneziani alla presenza del loro difensore, l’ex parlamentare, ex consigliere del Csm e noto avvocato romani Guido Calvi, lo stesso legale che nell’inchiesta sulle coop rosse di Carlo Nordio difendeva Massimo D’Alema.

Stando all’accusa, sulla base del racconto di Orsoni, che in quell’interrogatorio aveva ammesso di aver chiesto un consistente contributo elettorale al presidente del Consorzio Venezia Nuova Giovanni Mazzacurati, Mognato e Zoggia avrebbero istigato l’allora candidato sindacato a cercare fondi elettorali. I due esponenti del Partito democratico avrebbero sostanzialmente negato di aver fatto pressioni su Orsoni, pur ammettendo di essersi interessati alla campagna elettorale e al suo finanziamento.

Mognato, al tempo vicesindaco uscente, avrebbe aggiunto, che non era lui punto di riferimento del futuro sindaco nel partito e tra gli altri avrebbe indicato come tale l’allora segretario comunale Alessandro Maggioni, poi diventato assessore ai Lavori pubblici nella giunta Orsoni.

Ieri, i pubblici ministeri Ancilotto e Buccini hanno sentito l’ex assessore comunale in qualità di semplice persona informata sui fatti. Niente avvocati, dunque, e all’uscita dagli uffici della Procura Maggioni ha spiegato ai cronisti che le domande che gli sono state fatte riguardavano la campagna elettorale del 2010 per le comunali di cui lui si era occupato essendo allora segretario del Partito veneziano, ma avrebbe aggiunto che non era responsabile dell’organizzazione e della raccolta fondi, era il segretario politico.

Probabile che gli inquirenti gli abbiano anche chiesto se sapeva della raccolta fondi elettorali (il sindaco aveva un referente proprio per questo, il commercialista Valentino Bonechi, che nei mesi scorsi è stato sentito) e se era a conoscenza del modo in cui venivano richiesti e registrati.

E’ probabile che nei prossimi giorni gli investigatori della Guardia di finanza, incaricati dalla Procura, svolgano alcune attività finali, prima che i pubblici ministeri chiudano definitivamente le indagini preliminari, anche perché i 12 mesi per le quali sono state autorizzate scadono a gennaio.

E sarebbero proprio questi ultimi accertamenti sul conto di Orsoni che avrebbero ritardato di alcune settimane il deposito della documentazione, l’atto che attesta la chiusura delle indagini e prelude alla richiesta di rinvio a giudizio e all’udienza preliminare. Non è escluso che avvenga poco prima del periodo natalizio e riguarderà una decina di imputati, tutti coloro che non hanno ottenuto di patteggiare la pena.

Nel frattempo i difensori di Orsoni, gli avvocati Francesco Arata di Milano e Daniele Grasso di Venezia, hanno avuto nei giorni scorsi un lungo colloquio con il procuratore aggiunto Carlo Nordio, al quale hanno presentato una memoria in cui chiedono che la posizione dell’ex sindaco sia archiviata.

Per i due legali, Orsoni non avrebbe commesso reati, perché per le elezioni comunali non sono previsti rendiconti, inoltre i soldi che lui avrebbe chiesto di versare a Mazzacurati, sarebbero finiti nelle casse del Pd, non nelle sue tasche. La palla ora passa al Pd, ieri Alessandra Moretti, candidata governatore, ha affermato che «chiunque venga sfiorato da indagini per reati così pesanti deve fare un passo indietro».

Giorgio Cecchetti

 

L’inchiesta su roma arrivata a padova e cortina

Mafie, Veneto terra di conquista

Naccarato interroga Alfano

PADOVA – Era colui che passava “i lavori buoni”. Era colui che, sottomesso alle intimidazioni della banda, faceva raggiungere gli obiettivi economici già prefissati e concordati con gli altri sodali interessati alla buona gestione degli affari. Così scrivono gli investigatori a proposito di Riccardo Mancini, 56 protagonista del capitolo Mafia Capitale, ex Nar, ex amministratore pubblico, ex braccio destro del sindaco Alemanno, e ora in carcere. Più ci si addentra nelle carte che hanno fatto saltare in aria il “mondo di mezzo” e più si ha la sensazione che chi tirava le fila dell’organizzazione sapeva bene come funzionava il sistema, i punti deboli e come approfittarne. Era per questo motivo che Riccardo Mancini, attraverso il figlio Giovanni Maria, 29 anni, aveva costituito due società consortili a Limena insieme anche alla padovana Intercantieri Vittadello spa (e altre)? Scarl che con denaro pubblico si apprestano a costruire opere che servirebbero per lo smaltimento di rifiuti a Terni e a Palermo, le cui quote (in portafoglio della Società Generale Rifiuti srl di cui Giovanni Maria Mancini è amministratore unico) sono state poste sotto sequestro. Società costituite a Limena, paese della provincia di Padova, distante da riflettori e occhi indiscreti. Così come geograficamente (solo) lo è anche Cortina d’Ampezzo, località che – stando alle intercettazioni – era un luogo sicuro dove emettere fatture false per “ripulire” le armi, perché proprio lì «è possibile fare tutte le fatture del mondo. Il Veneto, dunque, ancora terra di conquista da parte della criminalità organizzata. Ed è per questo motivo che il deputato padovano del Pd Alessandro Naccarato, insieme ai colleghi Camani, Miotto e Narduolo, ha depositato un’interrogazione al Ministro dell’interno per chiedere «come intenda intervenire per contrastare la presenza delle organizzazioni criminali in Veneto, esprimendo in particolare forte preoccupazione circa le reali ragioni che avrebbero spinto i soci delle due Scarl (Terni e Bellolampo) a creare due società a Limena, per realizzare opere e impianti in località situate a grande distanza dalla loro sede legale come il comune di Terni e la contrada Bellolampo nel Comune di Palermo. «L’allarme dei Deputati del partito Democratico» scrive Naccarato «nasce dal fatto che la presenza criminale in Veneto appare in modo sempre più evidente: infatti, è bene ricordare che questo caso ripete, naturalmente con dettagli diversi, l’analoga vicenda, del 2012, che portò all’arresto del camorrista Cipriano Chianese, 61 anni, di Parete (Caserta) e di Franco Caccaro, 50 anni, di Campo San Martino (Padova) per aver causato il dissesto finanziario di Tpa trituratori Spa – società attiva nel settore del riciclo di rifiuti con sede a Santa Giustina in Colle in provincia di Padova». Una vicenda che aveva tirato in ballo anche l’ex presidente del consiglio regionale Clodovaldo Ruffato in quanto socio (con una partecipazione di circa 21 mila euro) in una società di Santa Giustina in Colle di cui Caccaro era amministratore unico. «Dopo i numerosi casi di infiltrazione mafiosa in Veneto, anche questo episodio conferma la volontà delle organizzazioni criminali di mettere radici nella nostra regione», scrivono i deputati nell’interrogazione a risposta scritta «per costruire nuove opportunità di traffici entrando in relazione con società del territorio e dirigendo i loro interessi in particolare verso gli appalti pubblici».

Paolo Baron

 

Gazzettino – Io e il Doge vite parallele intorno al Mose

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11

dic

2014

LA POLEMICA

Sono tornato a casa, dopo undici giorni di digiuni e di dolori, dalla Chirurgia Tre di Padova con la mia macchina e non con l’elisoccorso La mia routine ospedaliera ha rischiato sabato di essere turbata da un ricovero di eccellenza. L’elisoccorso ha portato al pronto soccorso l’ex Doge, preannunciato dalle tv locali e dai coloriti commenti del personale, aveva un bernoccolo in testa. Tutte le stanze erano con i letti occupati eccetto la mia che presentava due letti liberi. Era probabile vedermi appioppato il doge proprio di fronte a me. Mi è venuto d’istinto di accoglierlo alla maniera di Totti (meraviglioso leader della Roma, ma spesso con comportamenti da ragazzaccio). In quel caso avrei avuto la virtuale adesione di qualche milione di veneti. Poi ho realizzato che il rispetto per il personaggio rimane sempre e lo avrebbero accomodato in un appartamento da Vip. In effetti i medici, dopo le cure, lo hanno rispedito a casa e il doge è volato via con una garza in testa, senza ricevere la patente di uomo sfortunato e sofferente da impietosire il popolo.

Purtroppo con il doge io ho avuto vita parallela al Mose. Lui nell’aurea dimensione ben descritta dai media. Io a far lavori in subappalto con prezzi scannati e appesantiti da concrete esortazioni a distribuire ulteriori energie. Dell’arroganza delle ditte del Mose nessuno parla. Contestazioni ingiustificate di materiali idonei (ci sarebbe voluta una bella capacità finanziaria per fronteggiare tali atteggiamenti). Inoltre fideiussioni non accettate per non liquidare le ritenute finali (da oltre due anni). Mentre la casta si è goduto il suo impero, noi subappaltatori massacrati rischiamo il fallimento. E’ mafia immonda, peggio di quella siciliana. Quella se non ti adegui ti ammazza. Questa (la veneta) ti porta al suicidio, e non so quale sia la peggiore.

Alberto Botti – Amministratore Palladio Marmi srl – Mestre

 

Nuova Venezia – Sul tavolo Ue l’agenda di Chisso

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10

dic

2014

Libro dei sogni come quello dell’ex assessore finito nell’inchiesta Mose

Sul tavolo Ue l’agenda di Chisso

VENEZIA – Sembra un libro dei sogni, solo a pensare da quanti anni se ne parla. Ma il quaderno delle infrastrutture strategiche assomiglia anche a un’altra cosa: all’agenda dell’ex assessore regionale Renato Chisso, rovinosamente caduto nell’inchiesta Mose.

Dalla Superstrada Pedemontana Veneta alla Orte Ravenna, dalla terza corsia dell’A4 alla cosiddetta Linea dei bivi a Mestre e sino al collegamento ferroviario con l’aeroporto di Venezia. Insomma, l’agenza di Chisso sembra finalmente trovare uno slancio nel governo Renzi, che ha fortemente sostenuto in Europea il programma di investimenti che, nel dettaglio, prevede sette opere strategiche nel Veneto. Per il potenziamento della ferrovia del Brennero, di cui è corso la costruzione, l’investimento complessivo è di 12,2 miliardi; per l’Alta Velocità Milano-Venezia 8,050 miliardi, per il porto Off shore di Venezia 2,5 miliardi, per il raccordo ferroviario del Marco Polo 2,6 miliardi (da dividere con Roma Fiumicino e Milano, però), per la terza corsia Venezia-Trieste 2,4 miliardi, per la Orte Mestre 7,3 miliardi, per la Pedemontana Venezia 2,3 miliardi.

Si tratta di opere in larga parte finanziabili attraverso meccanismi di finanza di progetto (il privato mette i soldi in cambio di una gestione pluriennale). Ma quanti soldi arriveranno dal Piano Juncker a queste opere? Tutto dipende dalla velocità con cui i governi riusciranno ad autorizzare i progetto avvicinandoli alla cantierabilità. Il piano europeo infatti ha durata triennale e solo le opere già iniziate potranno beneficiarne. Per le altre, bisognerà aspettare.

(d.f.)

 

Ci sono Orte-Mestre, Pedemontana e ferrovia al Marco Polo insieme a porto off shore, Alta velocità e terza corsia in A4

Sette opere venete nel piano Juncker

VENEZIA – C’è il raddoppio della ferrovia del Brennero fino a Verona, il corridoio Milano/Venezia dell’Alta Velocità, il porto off shore di Venezia, il collegamento ferroviario per l’aeroporto Marco Polo di Venezia, la terza corsia dell’A4 fino a Trieste, la nuova Orte-Mestre e persino la Superstrada Pedemontana Veneta. Sette infrastrutture del Nordest potrebbero entrare nel cosiddetto Piano Juncker, dal nome del presidente della Commissione europea di Bruxelles. Finanziati grazie a un meccanismo finanziario destinato a far ripartire la crescita e l’occupazione. La task force tecnica europea incaricata di selezionare i progetti presentati da ciascun governo ha presentato ieri ai ministri economici finanziari dell’Unione europea la short list di progetti che hanno le caratteristiche di finanziabilità e di sostenibilità economica: 42 sono i progetti italiani, sette riguardano il Nordest.

Si tratta di opere finanziabili attraverso il cosiddetto piano Juncker, dal nome del presidente della commissione europea che ha escogitato un programma per la crescita da 315 miliardi: con 16 miliardi di garanzie europee e cinque miliardi messi dalla Banca europea degli investimenti, l’Europa intende mobilitare risorse a leva finanziaria per oltre trecento miliardi di euro, capace di smuovere i pil dei rispettivi paesi. Una iniezione di liquidità che, nel triennio 2015-2017, è destinata nelle intenzioni dei governi europei a mettere un po’ di carburante nelle asfittime economie del vecchio continente.

Molte le perplessità suscitate dal meccanismo: i soldi «veri» sono unicamente 21 miliardi di euro, da spartire in 28 paesi. Un’inezia, secondo molti osservatori. L’elenco delle opere strategiche è costituito da quasi duemila progetti, per un valore complessivo pari a 1300 miliardi di euro. Solo 760 di questi avrebbe avuto il via libera «tecnico». Sul tavolo dell’Ecofin è giunto infatti il lavoro della task force tra Banca europea per gli investimenti (Bei) e Commissione europea. Dopo il via libera dell’Ecofin adesso tocca ai governi nazionali predisporre una legge ad hoc per approvare l’elenco e garantirne la fattibilità entro il mese di giugno. L’ultimo passaggio europeo sarà il prossimo vertice europeo dei primi ministri, in programma il 18 e 19 dicembre prossimo, quando il piano Juncker dovrebbe essere definitivamente approvato.

Per alcune di queste opere, come la Superstrada Pedemontana Veneta o la Orte Ravenna, si tratta soprattutto di garantirne la «bancabilità» alla società concessionaria. A lavorare sul dossier italiano i tecnici del Ministero delle Infrastrutture, in concerto con il Ministero dell’Economia. Il ministro Maurizio Lupi in particolare si è speso nell’ambito della partita per ottenere il prolungamento delle concessioni autostradali. Si tratta in gran parte di opere conosciute e in parte avviate: ma quasi tutte prive di copertura economica. Così, l’uovo di colombo potrebbe ora venire dall’Europa e dal sul meccanismo di leva finanziaria con i soldi della Bei. Basterà la fantasia per vedere qualche cantiere ripartire?

Daniele Ferrazza

 

SCANDALO MOSE – Mazzacurati prese una quota del centro del cardiologo Pascotto

Cosa c’entrano le dighe mobili con i bypass coronarici? Una attinenza tra il Mose che deve salvare Venezia e i sofferenti di cuore deve per forza di cose esistere. Perché altrimenti non si spiegherebbe la partecipazione del Consorzio Venezia Nuova a un ambulatorio cardiologico: il concessionario unico dello Stato per la realizzazione degli interventi per la salvaguardia di Venezia ha una partecipazione pari allo “0,65% del Centro cardiovascolare Mirano srl iscritta a bilancio a 25mila euro”.

Sono dati ufficiali. Li ha scritti il prefetto di Roma, Giuseppe Pecoraro, nel decreto con cui, lo scorso 1° dicembre, ha disposto il “commissariamento” del Consorzio Venezia Nuova, ordinando di dare comunicazione di tale atto non solo alle imprese consorziate, ma anche alle imprese partecipate. Il Consorzio ha delle partecipazioni? Sì. Cinque: a) il 51% di Thetis spa, capitale sociale 11,2 milioni di euro, iscritta a bilancio a 5,8 milioni di euro; b) il 100% di Mose srl, capitale 110mila euro, iscritta a bilancio a 2,4 milioni di euro (nel 2012 la quota è svalutata di 636mila euro); c) il 2,6% della Esercizio Raccordi Ferroviari di Porto Marghera spa; d) lo 0,2% in Parco Scientifico Tecnologico Vega. L’ultima partecipazione riguarda un “ambulatorio monospecialistico con specializzazione cardiologia”.

Di chi è questo ambulatorio? Il Centro si trova a Mirano, in provincia di Venezia, ed è diretto dal dottor Pietro Pascotto, stimato ex primario della Cardiologia di Mirano; Paola Brandolino risulta essere l’amministratore unico della società. Prima di lei, dal 2009 al 2011, la rappresentanza ce l’aveva Salvatore Pianura, l’armatore veneziano finito tre anni fa agli arresti domiciliari per bancarotta fraudolenta. Ciò premesso, resta la domanda: se lo Stato dà al Consorzio i soldi per fare il Mose, perché il Consorzio entra in un ambulatorio? «Me lo chiesi anch’io quando arrivai a Venezia», rivela Mauro Fabris, presidente del Consorzio Venezia Nuova che sta seguendo il passaggio di consegne con i commissari. Dice Fabris: «Delle varie partecipazioni, alcune potevano avere una qualche attinenza: Thetis – che nell’ultimo direttivo avevamo deciso di vendere o di liquidare – ha fatto la direzione lavori, Mose srl si occupa di carpenteria. Ma di altre partecipazioni non so dare una risposta: non ne conosco la genesi e la ratio mi sfugge». Dunque, fu una scelta dell’ex presidente Giovanni Mazzacurati?

Raggiunto telefonicamente in ambulatorio, ildottor Pascotto ammette:«Sì, era stato Mazzacurati ad avere questa idea, lui ed altri, adesso non ricordo i nomi. Ci tenevano a dare un supporto, di una piccolissima entità, per un progetto di prevenzione cardiovascolare.È un rapporto nato qualche anno fa ed era già in fase di chiusura perché io e gli altri soci ci rendevamo conto che non aveva alcuna relazione con il Consorzio e il Mose. Non è stato possibile chiudere il rapporto per vari motivi e lo stiamo facendo in questi giorni». Pascotto ammette: «Forse la partecipazione alla società non era il modo corretto, ma le motivazioni erano valide».

Intanto, l’associazione “Difesa civica” di Ivone Cacciavillani, Vincenzo D’Agostino e Adone Doni – che già ha presentato ricorso per azione erariale alla Corte dei conti contro la liquidazione di Mazzacurati – non esclude di denunciare anche questa vicenda.

Alda Vanzan

 

Nuova Venezia – Galan dimesso: torna ai domiciliari in villa

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10

dic

2014

DOPO L’INFORTUNIO NEL PARCO

PADOVA – Giancarlo Galan è tornato a casa. Nel pomeriggio l’ex ministro e governatore del Veneto è stato dimesso dalla Chirurgia prima del policnico di Padova dov’era stato ricoverato sabato sera in seguito alle ferite riportate in un incidente nel parco della sua dimora, Villa Rodella a Cinto Euganeo: il politico stava potando un albero dal quale si è staccato un grosso ramo che l’ha colpito alla testa, facendogli perdere i sensi. Caduto nella canaletta di irrigazione a ridosso dell’albero, è rimasto in stato confusionale fino all’arrivo dei soccorsi – il Suem 118 dell’ospedale Schiavonia – e quindi è stato trasferito in elicottero al pronto soccorso dell’ospedale del capoluogo. Qui, le visite e gli accertamenti diagnostici hanno rilevato una condizione di ipotermia (era rimasto a contatto con l’acqua gelida), un trauma cranico, una contusione al fegato e la ferita lacero-contusa che ha richiesto alcuni punti di sutura alla testa. Situazione abbastanza preoccupante, che ha indotto i medici a mantenere riservata la prognosi di guarigione e a trattenerlo in osservazione per la nottata e per le successive giornate di domenica e lunedì. Ieri le condizioni del paziente sono apparse nettamente migliorate, così da consentirne la dimissione. Accompagnato dalla moglie Sandra Persegato, dalla figlia di sette anni e da alcuni amici e collaboratori, Giancarlo Galan – ancora un po’ malconcio ma di buon umore – ha fatto ritorno alla sua villa di Cinto, dove da due mesi sconta gli arresti domiciliari conseguenti al patteggiamento di 2 anni e 10 mesi di pena (più 2,6 milioni di multa) per le tangenti dello scandalo Mose.

 

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