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Le ditte non pagate dalla Coop costruzioni di Modena per i lavori alla Gazzera e in via Olimpia battono cassa al Coveco

Nel cantiere non hanno lasciato nemmeno una carriola. In compenso, hanno creato un “buco” di alcuni milioni di euro tra fornitori e subappaltatori non pagati. Che, adesso, battono alla porta della Covevo, il consorzio veneto della Lega delle cooperative che aveva affidato i cantieri mestrini dell’Sfmr ad una sua consociata, la Cooperativa costruzioni di Modena. Quella che ha bloccato la costruzione delle stazioni del “metrò di superficie” di via Olimpia oltre a tutta la viabilità del nodo della Gazzera.

«Siamo i primi a subire il default della nostra consorziata – allarga le braccia Devis Rizzo, presidente del consorzio che ha sede in via Ulloa -. Non sono falliti, ma stanno andando verso una procedura di concordato e forse da lì qualcuno ha detto a tutti i creditori di rivolgersi a noi. Ma noi i soldi ricevuti dalla Regione per l’avanzamento dei lavori li abbiamo interamente girati alla Cdc di Modena, crediti probabilmente ceduti alle banche».

A quanto ammonterebbe il “buco”? «Fornitori e subappaltatori avanzano qualche milione – risponde Rizzo -. Ho la fila qui fuori dalla sede di Marghera, ma i soldi che ha incassato il Consorzio sono stati tutti girati all’impresa».

Ricapitolando: il cantiere (della Regione) è più o meno fermo da almeno sei mesi, e comunque è tuttora abbandonato bloccando la realizzazione delle ultime due stazioni dell’Sfmr (Gazzera e via Olimpia) oltre alle bretelle e by-pass tra via Brendole, via Gazzera Alta e nuova stazione di via Olimpia. Un cantiere aperto il 3 settembre 2009 e che doveva essere chiuso in 930 giorni, cioè il 20 marzo 2012, ma – variante dopo variante – la data di consegna dei lavori era slittata fino al 16 ottobre 2014. Siamo nel marzo 2015 ed è tutto ancora un sentiero di guerra, con l’aggiunta che ora non c’è più nemmeno l’impresa.

«Ma noi non abbandoneremo il cantiere – riprende Devis Rizzo -. Nelle prossime ore revocheremo i lavori alla Cdc di Modena ed abbiamo già individuato un’altra impresa del nostro consorzio alla quale affideremo le opere. Siamo costantemente in contatto con la Regione e contiamo di chiudere a breve questo passaggio. Quando? In primavera contiamo di rimettere in moto il cantiere».

Di certo in Regione dovevano accorgersi un po’ prima che le cose non stavano andando per il verso giusto. Se l’appalto iniziale era stato aggiudicato per 12 milioni e 526mila euro alla Coveco, l’anno scorso l’ex assessore Renato Chisso portò in Giunta un “accordo bonario” con l’impresa. Per i vari problemi emersi a cantiere già aperto (perfino un errore nel calcolo delle distanze tra le nuove stazioncine di Gazzera e via Olimpia, costringendo a limitare la prima solo a servizio della linea per Udine, ed arretrando di 300 metri verso la Gazzera quella di via Olimpia, rendendola così raggiungibile a piedi anche da questa parte della città) la Coveco chiese un aumento dell’importo di altri 18,9 milioni di euro, una volta e mezza l’appalto iniziale.

Fatte tutte le valutazioni, la Regione accordò “solo” 2 milioni e 756mila euro in più alla Coveco (e quindi alla Cdc) che, però, non sono bastati a salvare i conti dell’impresa modenese, né a saldare i debiti con tutte le imprese ed i fornitori che in questi anni hanno lavorato nei cantieri di Gazzera e via Olimpia.

Oggi c’è solo da sperare che si trovi davvero un’altra impresa pronta a subentrare per riprendere i lavori: se la Coveco dovesse rinunciare all’appalto si dovrebbe infatti andare ad una nuova gara, con ulteriori ritardi di anni su un cronoprogramma ampiamente sforato. E anche il metrò di superficie finirebbe tra le tante, innumerevoli incompiute di Mestre.

 

Scandalo Mose, il Gico di Venezia: per l’ex vicecomandante delle Fiamme gialle quattro milioni di origine non giustificata

VENEZIA «Dissi che non volevo assolutamente che risultasse che io avevo prestato quei soldi perché non era vero in quanto le somme me le dava il generale Emilio Spaziante» ha raccontato il tenente della Guardia di finanza Daniele Cassoni a proposito dell’acquisto di un appartamento a Roma.

«Utilizzai per trasformare il contante in assegni circolari ed evitare di far emergere l’interezza della somma», riferisce un ex appartenente alla Finanza e poi consulente fiscale del generale a proposito dell’acquisto di una seconda casa nella capitale, «i nominativi di mio fratello, mio cugino, mia madre, la mia ex moglie, l’ex suocera, l’ex suocero, mia zia, nonchè due collaboratori del mio studio… Io stesso accompagnai Spaziante dal notaio per il rogito, dove gli assegni gli vennero consegnati».

L’ex comandante in seconda della Guardia di finanza, accusato di corruzione per aver intascato 500 mila euro da Giovanni Mazzacurati per ammorbidire la verifica fiscale che era in corso al Consorzio Venezia Nuova e per conoscere se e quali telefoni fossero intercettati dalla Procura veneziana, ha già patteggiato quattro anni di reclusione ed è nel carcere militare di Santa Maria Capua Vetere. E nei giorni scorsi il giudice di Milano, sulla base degli accertamenti compiuti dagli investigatori del Gico della Guardia di finanza lagunare, ha posto sotto sequestro tre lussuosi appartamenti a Roma, una villa in provincia di Macerata e i 201 mila euro in contanti trovati nella sua abitazione al momento del suo arresto.

Un «sequestro per sproporzione», lo stesso che solitamente scatta per i boss mafiosi o i grandi criminali perché non possono giustificare le loro proprietà. In questo caso, poi, il generale aveva intestato i beni a convivente e figli, avrebbe addirittura utilizzato ufficiali e sottufficiali della Guardia di finanza per evitare di comparire. Adesso tutti rischiano di finire sotto inchiesta per riciclaggio.

Le «fiamme gialle» hanno accertato che nel periodo compreso fra il gennaio 2005 e il 30 giugno 2013 Spaziante ha incassato 617 mila 780 euro come emolumenti dalla Guardia di finanza, altri 483 mila 164 nel breve periodo in cui è stato al Dipartimento dell’informazione per la sicurezza presso la Presidenza del consiglio dei ministri, altri 19 mila 108 euro per una consulenza fornita all’Agenzia delle Entrate. Complessivamente una cifra considerevole, che però non basta a giustificare le spese sostenute dalla famiglia del generale.

«L’ammontare complessivo delle entrate del nucleo familiare del generale», scrive la Guardia di finanza veneziana, «nel periodo di riferimento è stato di due milioni e 152 mila euro. Nello stesso arco temporale, invece le uscite sono state calcolate in 5 milioni 47 mila euro, ovvero in misura più che doppia rispetto alle entrate».

«Sussiste dunque una sproporzione evidentissima», si legge ancora, «tra entrate e uscite riconducibili a Spaziante, il quale per altro dispone di ingentissime somme in denaro contante, pari ad almeno in milione e mezzo di euro».

Per quanto riguarda poi gli immobili di sua proprietà, i finanzieri hanno accertato che familiari, ufficiali e sottufficiali della Guardia di finanza si sarebbero prestati, su richiesta di Spaziante, a disporre i pagamenti dei beni acquistati utilizzando a tal fine denaro contante che lo stesso generale forniva loro in modo da schermare la provenienza dei soldi.

«I beni immobili acquistati dalla famiglia Spaziante», conclude il giudice milanese Chiara Valori che ha firmato il provvedimento di sequestro preventivo, «possono dunque essere considerati tutti riferibili al generale e solo fittiziamente intestati ai familiari ed è evidente che si tratta di beni di valore del tutto sproporzionato rispetto ai redditi leciti dichiarati da Spaziante, le cui entrate non sarebbero mai state sufficienti a coprire i relativi costi, anche tenendo conto dell’elevato tenore di vita che tutta la famiglia teneva (risulta la disponibilità di imbarcazioni, cavalli, auto e moto di lusso)».

E ancora: «Emerge un differenziale tra entrate e uscite ammontante a circa 4 milioni di euro, dovendosi ritenere che il denaro servito per gli acquisti sia di provenienza del tutto ingiustificata».

Giorgio Cecchetti

 

Revocata l’ultima misura, Brentan libero

Terza corsia in A4: pressioni per pilotare la gara, il Riesame cancella anche l’obbligo di dimora

L’ex manager intervenne su Mantovani e Fip perché non ricorressero al Tar contro Sacaim

VENEZIA – I giudici del Tribunale del riesame di Venezia, accogliendo l’invito della Corte di Cassazione, hanno revocato venerdì pomeriggio anche l’ultima misura nei confronti di Lino Brentan, l’ex amministratore delegato dell’Autostrada Venezia-Padova, quella che lo costringeva all’obbligo di dimora nel suo comune di residenza, Campolongo Maggiore. A chiederlo erano stati i suoi difensori, gli avvocati Giovanni Molin e Stefano Mirate. Dopo essere stato condannato a quattro anni di reclusione per con concussione a causa di alcuni appalti per l’autostrada, Brentan era stato nuovamente arrestato (come la precedente era finito agli arresti domiciliari) per corruzione. Stando ai pubblici ministeri veneziani che hanno coordinato le indagini della Guardia di finanza, avrebbe pilotato l’appalto per le opere di mitigazione della Terza corsia (base d’asta, 18 milioni) escludendo le offerte più vantaggiose e facendosi pagare una tangente per riammettere gli esclusi come sub appaltatori.

I suoi difensori, avevano subito presentato ricorso al Tribunale del riesame, che aveva confermato gravità degli indizi, ma che aveva ritenuto di alleggerire la misura cautelare, così era passato all’obbligo di dimora. Non contenti, i due avvocati hanno presentato ricorso a Roma e i giudici della Cassazione lo hanno accolto e così i giudici veneziani hanno cancellato anche l’obbligo di dimora. Per il Riesame veneziano, è provato che l’ex amministratore di Autostrade Venezia-Padova abbia fatto pressioni su Piergiorgio Baita (presidente di Mantovani) e Mauro Scaramuzza (Fip Industriale) perché non impugnassero al Tar l’assegnazione dei lavori alla Sacaim, ricambiandoli con l’ottenimento delle opere in subappalto. Non c’è invece prova che abbia incassato la tangente da 65 mila euro che secondo la Procura avrebbe preteso dallo stesso Scaramuzza.

Così il Tribunale del Riesame aveva motivato la sua decisione di liberare Brentan. Per i giudici, le offerte di Mantovani e Fip (meno 41,17%) erano assolutamente al di sotto della soglia di anomalia: del tutto «legittima e regolare», dunque, la decisione di escluderle. Come pure l’offerta della Ati Consorzio Stabile Consta (-35,83%), anch’essa incongrua, assegnando i lavori a Sacaim (-31%). Per il Riesame è invece certo che Brentan sia intervenuto per evitare ricorsi al Tar. Racconta l’ingegner Angelo Matassi, della commissione tecnica: «Chiesi (a Brentan) se i lavori fatti in subappalto dalle imprese escluse nella medesima gara potevano essere un problema; lui mi ammonì seccamente dicendomi di stare tranquillo e che la cosa andava bene così».

(g.c.)

 

La regista del film “La trattativa” dialoga con il pubblico che ha riempito per due giorni il Dante

«Ripristiniamo il senso critico e smettiamola con l’idea che non possiamo cambiare niente»

MESTRE «Dopo il ’94 questo Paese ha iniziato a disintegrarsi, ovunque vado in giro per l’Italia, escono fuori solo ladronerie e scandali come il Mose, l’Expo, Mafia Capitale, storie raccapriccianti dappertutto».

L’attrice e regista Sabina Guzzanti con la sua ironia tagliente mercoledì sera ha fatto tappa al cinema Dante con il film “La trattativa” (Stato Mafia), riscuotendo successo di pubblico e indicando ai primi posti tra ciò che non va e di cui i cittadini sono stanchi lo scandalo del Mose che ha ferito la città lagunare e la Regione.

Sold out il primo spettacolo, stessa scena alla seconda proiezione, tanto che oltre una cinquantina di persone sono state rimandate a ieri sera per il secondo appuntamento della due giorni.

La regista invitata a Mestre su iniziativa del Movimento Agende Rosse di Venezia in collaborazione con il Circuito Cinema comunale e con l’Associazione Dlf (Dopo lavoro ferroviario), si è intrattenuta con il pubblico che l’ha incalzata con le domande.

«Il film è uscito ad ottobre», ha esordito, «ma a nessuno fregava nulla, o meglio nessuno ne sapeva nulla. Per questo abbiamo deciso di distribuirlo da soli e in quattro mesi abbiamo fatto 461 proiezioni, nonostante ci siano ancora cinema che non ci danno la sala e alcuni presidi delle scuole che contattiamo non ci faccano sapere nulla. Fosse per me io lo farei vedere a tutti e 58 milioni di italiani, perché non ci sia più la scusa di voltare la testa dall’altra parte”.

Poi è entrata nel merito della questione: “Siamo un Paese incivile, ma prima non era così, è così da dopo la “trattativa”, prima delle stragi mafiose l’informazione era pubblica, avevamo una delle migliori istruzioni al mondo. Dopo il ’94 questo Paese ha iniziato a disintegrarsi, escono fuori solo “zozzerie”, ne sono un esempio gli scandali del Mose, l’Expo, Mafia Capitale, in ogni luogo si sente solo di giunte coinvolte in qualsiasi genere di storie raccapriccianti, si sentono solo di ladronerie. Prima c’era una dialettica, c’era chi si batteva per un’Italia diversa. Dopo la trattativa, più nulla».

«Ho citato il Mose», spiega a margine, «perché è l’esempio eclatante di quanto vado dicendo, per la sua formula: un ladrocinio impunito e sistematico. Galan ha patteggiato ma resta presidente della commissione parlamentare cultura. È un delitto, il suo, rimasto impunito. Galan ha forse restituito il maltolto? È un cittadino che dovrebbe stare in galera, che dovrebbe essere rinnegato dalla società, invece i rinnegati sono gli altri e non lui».

Soluzioni? La Guzzanti le abbozza al pubblico: «Bisogna ripristinare il senso critico che abbiamo perduto: se ognuno facesse la sua parte sarebbe già un passo avanti. E invece siamo conformisti, rassegnati, dobbiamo uscire da questo circolo vizioso, dobbiamo liberarci dall’idea che non possiamo cambiare nulla, perché è questo che un sistema mafioso vuole che pensiamo: avere una popolazione convinta di ciò e il film è stato oscurato per evitare che creasse dibattito e facesse nascere discussioni».

Marta Artico

 

Gazzettino – Ferrovia. Pendolari, Conte bussa in Regione

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26

feb

2015

QUARTO D’ALTINO «Nessun riscontro alle critiche sul nuovo orario»

QUARTO D’ALTINO – Il tempo stringe, le elezioni si avvicinano e le pressioni, per la giunta regionale, arrivano da ogni angolo della Regione. I pendolari della tratta Venezia-Portogruaro, però, aspettano una convocazione in Regione da dicembre. E prima che sia troppo tardi, la sindaca di Quarto d’Altino, Silvia Conte, ha deciso di spedire una nuova lettera all’assessore regionale ai trasporti Elena Donazzan.

«Avevamo trasmesso la stessa richiesta all’assessore a gennaio, per conoscere quali misure si intendano intraprendere in merito alle più volte segnalate criticità della tratta ferroviaria Venezia-Portogruaro, di competenza della Regione Veneto – spiega Conte – e ci aveva preannunciato che a breve sarebbe stato organizzato un confronto per un aggiornamento. Ma non si è più mosso nulla».

Intanto i treni restano sempre quelli, con i loro ritardi, le cancellazioni, i “buchi” di un orario poco cadenzato e le corse ridotte nel fine settimana o nelle vacanze scolastiche.

«Resta una situazione critica lungo la tratta – continua Conte – E durante l’incontro dello scorso ottobre con i tecnici regionali della direzione mobilità e un dirigente di Trenitalia, ci era stato garantito che le varie criticità rappresentate da sindaci e rappresentanti dei Comitati dei pendolari sarebbero state affrontate. Ma a distanza di quasi quattro mesi non abbiamo ancora avuto risposte chiare».

Pendolari e sindaci, oltre a chiedere aggiustamenti al nuovo orario e l’avvio del tavolo permanente della mobilità, attendono anche un riscontro alla proposta di orario ferroviario cadenzato consegnata all’assessore Chisso nel 2013.

Melody Fusaro

 

Incontro con IL PROCURATORE GENERALE NOTTOLA

VENEZIA – Il senatore grillino Cappelletti incontra il procuratore generale della Corte dei conti Nottola per chiedergli di indagare sulla Pedemontana Veneta.

Lo rende noto lo stesso parlamentare del Movimento 5 stelle: «La SPV è un’opera che si sta realizzando in violazione dei più basilari principi di trasparenza; inizialmente doveva costare 1,829 miliardi di euro, ma a seguito degli aggiornamenti progettuali, il costo è lievitato a 2,258 miliardi di euro. E pare debba crescere ulteriormente».

Cappelletti ricorda la genesi e i promotori politici della grande opera: «Importanti nomi delle istituzioni venete, come Galan, Zaia e Chisso, due dei quali passati recentemente dalle patrie galere – dice il senatore grillino – hanno offerto coperture politiche ad un’opera che mancava delle coperture economiche necessarie. In particolare il presidente Galan ha fortemente voluto, nel 2009, la dichiarazione dello stato di emergenza e la nomina di un commissario per derogare ad importanti norme in materia ambientale e di protezione civile».

Il parlamentare del Movimento 5 stelle si incontrerà, dunque, con il procuratore generale Nottola per chiedere di fare chiarezza sui finanziamenti, sull’aumento dei costi, «sulle numerose ipotesi di irregolarità nell’applicazione del codice dei contratti, e sul trasferimento del rischio d’impresa dal concessionario al concedente – conclude – che evidenzierebbe un consistente sbilanciamento di interessi a favore dei privati».

 

Gazzettino – Mazzacurati e Orsoni, chiesto il faccia a faccia

Posted by Opzione Zero in Rassegna stampa | 0 Comments

25

feb

2015

Incidente probatorio per l’ex presidente del Consorzio Venezia Nuova

L’udienza si svolgerà il 9 marzo: faccia a faccia con l’ex sindaco Orsoni

Mazzacurati “richiamato” per spiegare le sue accuse

VENEZIA – A quattro mesi dalla richiesta degli avvocati, il giudice veneziano Alberto Scaramuzza, lo stesso che ha firmato le ordinanze di custodia cautelare nell’inchiesta per la corruzione sul Mose, ha disposto l’incidente probatorio per l’interrogatorio di Giovanni Mazzacurati, l’ex presidente del Consorzio Venezia Nuova e principale accusatore degli indagati. Ha disposto che si faccia il prossimo 9 marzo. Alla maggior parte degli imputati, comunque, non interessa più, visto che sono ormai in 31, tra Venezia e Milano, ad essere usciti dal processo grazie al patteggiamento delle pene. Quattro mesi fa, a chiederlo, erano stati gli avvocati Franco Coppi e Pieranonio Zanettin per conto dell’ex europarlamentare di Forza Italia «Lia» Sartori, accusata di finanziamento illecito del partito, ma pure lei ora sembra intenzionata a trovare l’accordo con la Procura veneziana e, quindi, potrebbe non interessarle più sentire dalla viva voce di Mazzacurati le accuse che la riguardano.

Comunque, se si farà l’incidente probatorio, i difensori di tutti gli imputati, quelli per i quali i pubblici ministeri Stefano Ancilotto, Paola Tonini e Stefano Buccini hanno depositato gli atti nei giorni scorsi (tra cui Giorgio Orsoni), potranno porre domande al grande accusatore, quello che ha fatto finire tutti in carcere o agli arresti domiciliari. Il suo legale, l’avvocato Giovanni Battista Muscari Tomaioli, però, ha intenzione di presentare certificati medici e addirittura una consulenza medico legale da cui si evince che Mazzacurati non può affrontare il viaggio dalla California, dove si è rifugiato ora con la moglie, all’Italia.

Tra gli atti depositati dai rappresentanti della Procura in questi giorni c’è anche la richiesta di archiviazione delle accuse di finanziamento illecito al partito per i parlamentari Pd Davide Zoggia e Michele Mognato. Tra l’altro si legge che dalle indagini «è emerso un quadro di diffusa illegalità nel quale gli esponenti di vertice dei locali partiti politici erano soliti farsi finanziare le campagne elettorali con contributi illecitamente corrisposti dal Consorzio e dalle società a quello aderenti. Quadro aggravato dalla circostanza che la scelta del presidente Mazzacurati di finanziare sistematicamente tutti i paritit indifferentemente dalla loro collocazione politica – sia che occupassero posizioni di maggioranza che di opposizione, sia a livello locale che nazionale – fosse strategica e finalizzata all’acquisizione e al consolidamento di un consenso politico trasversale».

«Questo affresco», conclude il documento dei pm, «è sintomatico di una sprezzante indifferenza non solo per la legalità, ma anche per la corretta destinazione di beni comuni ed è solo in parte vulnerato dalla difficoltà di individuare con precisione gli ulteriori percettori finali delle somme illecitamente corrisposte; difficoltà che comporta l’impossibilità di iniziare un’azione penale ispirata ai principi della personalità della responsabilità e al ripudio dell’assioma della oggettiva responsabilità».

Giorgio Cecchetti        

 

L’Agenzia delle Entrate sta per inviare le notifiche a Galan, Chisso e a tutti i coinvolti

Tangenti tassate, stangata in arrivo

VENEZIA – Scandalo Mose, ora gli indagati pagheranno le tasse sulle mazzette ricevute. Dopo la chiusura delle indagini, infatti, arriva la verifica dell’Agenzia delle Entrate. Il fisco presenta il conto a coloro a cui sono stati riscontrati ricavi illeciti, che devono risponderne pagando le tasse sulle tangenti.

Non è ancora stato definito l’ammontare della somma che lo Stato potrà incassare. La cifra dovrebbe sfiorare i 10 milioni di euro. Circa dodici milioni sono già stati recuperati con le confische, condizione stabilita per i patteggiamenti: Giancarlo Galan ha pagato 2,6 milioni, l’imprenditore Alessandro Mazzi altri 4, Renato Chisso dovrebbe sborsare 2 milioni. Tanto per nominare i big dello scandalo.

Gli avvisi di accertamento, da parte dell’Agenzia delle Entrate, non sono ancora stati notificati agli interessati. Del resto l’Agenzia ha tempo dieci anni prima che scatti la prescrizione. La guardia di finanza ha ricostruito quasi 24 milioni di denaro in “nero”, fra tangenti e finanziamenti illeciti, dal 2005 allo scorso anno.

Oltre che per l’ex governatore, anche per Renato Chisso, ex assessore alle Infrastrutture (circa 2 milioni di euro), per i due ex presidenti del magistrato alle Acque, Maria Giovanna Piva e Patrizio Cuccioletta, e per l’ex magistrato della Corte dei Conti Vittorio Giuseppone. In lista ci sono anche Marco Milanese, ex consigliere giuridico di Tremonti, l’ex generale della Finanza Emilio Spaziante, e l’ex sindaco di Venezia Giorgio Orsoni. Per questi ultimi la Finanza avrebbe presentato anche denuncia per infedele dichiarazione, dato che gli importi superano i 50 mila euro annui occultati al fisco, cioè la soglia penale.

 

L’INTERROGATORIO

VENEZIA – La deposizione dell’ex assessore e segretario comunale del Pd davanti ai Pm che indagano sul Mose

«Mazzacurati diede soldi a Orsoni»

Maggioni: «Sapevo che i finanziamenti venivano da lui, ma pensavo fossero in forma lecita»

EX SINDACO – Il professore Giorgio Orsoni sotto inchiesta per i finanziamenti ricevuti per la campagna elettorale.

«Sapevo che alcuni finanziamenti erano stati trovati da Giorgio Orsoni e che alcuni provenivano o erano comunque stati chiesti a Giovanni Mazzacurati, ritenevo però che tali richieste fossero avvenute in forma lecita. Ricordo che Mazzacurati, in un’occasione pubblica dopo le elezioni, ha espresso soddisfazione per l’elezione di Giorgio Orsoni».

A raccontare la circostanza ai magistrati veneziani che indagano sul cosiddetto “sistema Mose” è stato l’ex segretario comunale del Partito Democratico di Venezia, Alessandro Maggioni. Nella deposizione dello scorso 12 dicembre, avvenuta di fronte ai pm Stefano Ancilotto e Stefano Buccini, l’esponente politico, già assessore comunale a Venezia, ha escluso di aver mai ricevuto dall’allora candidato sindaco «confidenze o sfoghi o notizie circa i nominativi dei finanziatori». Per poi dichiarare di aver saputo che Mazzacurati «aveva finanziato le precedenti campagne elettorali per l’elezione a sindaco di Venezia… non ne avevo una prova diretta era, in realtà, una situazione comunque più volte emersa nel corso di incontri politici di partito. Io stesso – ha concluso Maggioni – avevo saputo da molteplici fonti che il Cvn fosse solito finanziare campagne elettorali».

Il verbale con le dichiarazioni dell’ex segretario del Pd di Venezia sono contenute negli atti dell’inchiesta che la Procura ha provveduto a depositare a carico di dieci indagati, tra cui figura anche Orsoni, accusato di finanziamento illecito ai partiti. Lo stesso reato è contestato all’ex eurodeputata di Forza Italia, Lia Sartori, mentre in sede di indagini, per finanziamento illecito ha già patteggiato 11 mesi di reclusione l’ex consigliere regionale del Pd, Giampietro Marchese.

La Procura ha invece chiesto l’archiviazione della posizione di altri due esponenti del Pd, i deputati veneziani Davide Zoggia e Michele Mognato, ritenendo che a loro carico non siano emersi elementi in relazione ad una loro responsabilità personale per il finanziamento illecito del partito. Nel provvedimento con il quale viene chiesto al gip di archiviare il fascicolo a loro carico, i pm disegnano una situazione complessiva a tinte fosche, sostenendo che dalle indagini sul Mose emerge «un quadro di diffusa illegalità nel quale gli esponenti di vertice dei locali partiti politici erano soliti farsi finanziare le campagne elettorali con contributi illecitamente corrisposti dal Consorzio Venezia Nuova e dalle società aderenti al Consorzio. Quadro aggravato dalla circostanza che la scelta del presidente del Consorzio di finanziare sistematicamente tutti i partiti indifferentemente dalla loro collocazione politica – sia che occupassero posizioni di maggioranza che di opposizione, sia a livello locale che nazionale – fosse strategica e finalizzata all’acquisizionee al consolidamento di un consenso politico trasversale».

Il procuratore capo Luigi Delpino, l’aggiunto Carlo Nordio e i sostituti Ancilotto e Buccini parlano di un «sistema di perniciosa dissipazione di risorse pubbliche a beneficio delle predette forze politiche» che ha trovato numerosi riscontri nel corso delle indagini che hanno tracciato un «affresco allarmante, siccome sintomatico di una sprezzante indifferenza non solo per la legalità ma anche per la corretta destinazione di beni comuni, dirottati arbitrariamente e interessatamente verso utilizzazioni clientelari e di favore…»

Gianluca Amadori

 

Inchiesta di “presadiretta”

VIGONOVO – Un coro di no alla camionabile e un appello da sindaci, comitati e operatori economici per realizzare nel più breve tempo possibile il completamento dell’idrovia Padova-Venezia. Questo è emerso dall’inchiesta televisiva di Presadiretta su Rai 3 che domenica sera, parlando del decreto “Sblocca Italia”, ha toccato anche il delicato tema dell’idrovia.

La trasmissione di Riccardo Iacona, nel servizio curato da Rebecca Samonà, ha messo in luce la necessità di proseguire questa grande opera incompleta. Un’opera che aspetta da 50 anni di vedere la luce.Se ultimata, l’idrovia Padova-Venezia potrebbe proteggere una zona ad alto rischio di alluvioni, dare impulso al turismo sulle vie d’acqua e togliere parte del traffico merci dalle strade.Mancano solo 13 chilometri da scavare, ma dopo 50 anni e 55 miliardi di vecchie lire spesi, il canale è incompiuto.

Durante il servizio su Rai 3 si è schierato contro la camionabile il sindaco di Vigonovo Damiano Zecchinato. Zecchinato ha spiegato che “se la camionabile voluta dall’ex assessore Chisso andasse in porto, l’idrovia non potrebbe svolgere né la sua funzione di canale scolmatore, né di via navigabile per trasportare merci».

Contrari alla camionabile anche il comitato “Opzione zero” con il presidente Mattia Donadel: «È assurda questa situazione, l’idrovia potrebbe risolvere i problemi di traffico e idraulici ed è ferma, mentre il Governo vuole realizzare a tutti i costi la Romea Commerciale».

Nel corso del servizio sono stati intervistati anche gli operatori turistici che lavorano lungo il Naviglio del Brenta che hanno spiegato come all’epoca della Serenissima la sicurezza idraulica fosse più curata che oggi.

(a.ab.)

 

Minutillo chiude la società e incassa l’attivo: 2 milioni

MOSE – L’ex segretaria di Galan: erano per Chisso

MOSE – In liquidazione la “Investimenti srl”, al centro del giro di tangenti e delle accuse di Baita

Quasi due milioni di euro che finiranno all’ex segretaria di Galan

Lei: erano per Chisso. Sarà battaglia con la difesa dell’ex assessore

EX SEGRETARIA – Claudia Minutillo, 50 anni, veneziana, arrestata il 28 febbraio 2013, in libertà dal 15 maggio 2013 dopo la confessione. Ha già patteggiato 1 anno e 4 mesi di reclusione

Va in liquidazione e sparisce dal Registro delle imprese della Camera di commercio la “Investimenti srl”, la società di Claudia Minutillo, ex segretaria di Giancarlo Galan e grande accusatrice dell’ex Governatore del Veneto e più ancora dell’ex assessore alle Infrastrutture, Renato Chisso. Il liquidatore, Alessandro Marani Tassinari, ha terminato il lavoro di revisione dei conti ed ha depositato tutte le carte. E il socio unico della società, Claudia Minutillo, ha approvato il bilancio di liquidazione che registra un attivo di 1 milione 890 mila 884 euro. Quattrini che vengono assegnati al socio unico e cioè alla stessa Minutillo. Si tratta di soldi che, stando alle dichiarazioni a verbale della Minutillo, sarebbero dovuti andare a Renato Chisso. Però, come spiega la stessa Minutillo nell’interrogatorio del 9 aprile 2013, “di fatto a Chisso non è andato nulla di quella quota di partecipazione, però l’intento era quello”.

I 2 milioni di euro li aveva versati a suo tempo Piergiorgio Baita per liquidare le quote di Investimenti in Adria Infrastrutture. Investimenti aveva il 5 per cento di Adria Infrastrutture, la Pvp di Paolo Venuti, prestanome di Giancarlo Galan, il 7 per cento e Giovanni Mazzacurati il 3 per cento. Il resto era della Mantovani, allora guidata da Baita. Ebbene, ad un certo punto Claudia Minutillo insiste per avere liquidata la sua parte. Baita commissiona allo studio Cortellazzo-Soatto una valutazione delle quote di Investimenti in Adria Infrastrutture e lo stesso Baita precisa che al massimo potevano valere 100 mila euro. Ma siccome quei 2 milioni sono una mazzetta mascherata, la valutazione da 100 mila arriva a 1 milione e 800 mila euro. Che vengono liquidati. A chi? A Claudia Minutillo. Spiega Baita: «Ho sempre dato per scontato che la Claudia Minutillo facesse la funzione di rappresentante in tutte le sedi e a tutti gli effetti dell’assessore Chisso, anche negli acquisti patrimoniali, perché ha un patrimonio non indifferente, la dottoressa Minutillo» – dice nell’interrogatorio del 17 giugno 2013.

Vuol dire che, oltre alle quote di Investimenti srl, Claudia Minutillo si è tenuta anche il resto e cioè altri 4 milioni di euro, che lei sostiene di aver dato a Chisso? La “stilettata” di Baita verrà buona proprio a Renato Chisso il quale continua a gridare ai quattro venti attraverso il suo avvocato, Antonio Forza, di non aver intascato un solo centesimo. E, dunque, se non li ha intascati lui, li ha intascati lei.

Intanto, l’Agenzia delle entrate ha chiesto a Renato Chisso 450 mila euro per il 2007 e altrettanti per il 2008. Del resto, quel che tutti gli imputati – che pur hanno patteggiato la pena – continuano a sottovalutare è proprio l’intervento dell’Agenzia delle entrate, che sta mettendo all’incasso multe e mancati versamenti al fisco per una dozzina di milioni di euro. Perché, se patteggi e ammetti in qualche modo di aver ricevuto i quattrini e se su quei quattrini non hai pagato le tasse, è chiaro che dovrai pagarle. E pure la multa sulla mancata dichiarazione. Ecco perché stanno arrivando le cartelle esattoriali.

Peraltro, fa sapere l’avvocato Forza, questa è l’unica cosa che non preoccupa Renato Chisso dal momento che non c’è un solo centesimo da sequestrare ed è chiaro che la linea difensiva, anche davanti all’Agenzia delle entrate, continuerà a essere quella che i soldi se li è tenuti qualcun altro. Una linea difensiva che andrebbe a fagiolo anche a Baita, imputato di corruzione nei confronti di Chisso. Se i soldi della Investimenti srl non sono stati incassati da Chisso – di fatto è così – quella imputazione verrebbe a cadere. Ma resterebbe sempre parte la parte relativa alle tasse non pagate. Insomma gira e rigira per tutti gli imputati la stangata vera la darà il Fisco.

 

IL PERSONAGGIO – L’ex responsabile della segreteria: «Fui emarginata»

«Galan ha gravi colpe ma io l’ho perdonato»

«La responsabilità di Giancarlo Galan è prima di tutto politica! Quando me ne andai sbattendo la porta dalla Regione lo avevo messo in guardia, ma non mi ascoltò. Anzi, per aver denunciato le cose che avevo visto, fui emarginata…»

A parlare è Fanny Lardjane, per cinque anni, dal 1995 al 2000, a capo della segreteria tecnica dell’allora Governatore del Veneto e poi presidente della Municipalità del Lido. Ora abita e lavora in Toscana, ma non ha dimenticato la conclusione traumatica della sua avventura in laguna, alla quale nel 2008 ha dedicato un libro, intitolato “L’omo grando”, in cui denunciava la corruzione. Ha fatto anche causa alla Regione per demansionamento e mobbing, chiedendo un risarcimento che il Tribunale non le ha accordato. «Mi sono trovata sull’orlo del suicidio – ricorda Lardjane – Ho pagato la mia onestà, il mio spirito di servizio. Per non essermi allineata all’andazzo imperante iniziai a ricevere minacce, lettere anonime… Per salvarmi ho dovuto andarmene».

Galan non lo perdona, ma non le interessa sapere se fosse o meno al soldo del presidente del Consorzio Venezia Nuova, Giovanni Mazzacurati. Ce l’ha con la sua responsabilità politica e morale nei confronti dei cittadini. «Quando si insediò in Regione era pulito e corretto – assicura – Quando arrivavano le lettere di raccomandazione le faceva buttare via. Ma poi ha iniziato a cambiare, si è fatto avvolgere nel sistema. Perché non esiste un sistema Galan o un sistema Chisso: esiste un “Sistema”. C’era prima di Galan e c’è ancora. Il Mose è la punta di un iceberg: e non basta l’azione giudiziaria. L’intervento della magistratura è importante, ma è la politica a dover reagire, a dover fare pulizia. Bisogna cambiare mentalità, farla finita con chi considera l’impegno pubblico un modo per arraffare il più possibile, a destra come a sinistra: i partiti devono dotarsi di un codice etico e cacciare chi non lo rispetta».

Dopo aver lasciato Venezia non aveva più voluto sentire l’”omo grando”. Ma a seguito del suo arresto, la scorsa estate, ha iniziato a scrivergli in carcere: «L’ho attaccato quando era al potere, ora non trovo giusto infierire. Giancarlo mi ha risposto e si è reso conto che avevo ragione quando gli dicevo che si era contornato delle persone sbagliate. Ma il contenuto di quelle lettere riguarda soltanto lui e me». E l’ex assessore Renato Chisso? «Lo avevo sentito subito dopo l’arresto della Minutillo. Gli consigliai di dimettersi, non tanto perché sapessi che aveva intascato tangenti, questo non posso proprio dirlo, ma proprio per la sua responsabilità politica nell’intera vicenda».

Fanny Lardjane ricorda di aver ricevuto in quegli anni le confidenze di alcuni imprenditori che le raccontarono di aver finanziato Galan; racconta che in un’occasione le chiesero di fare da “postino” per alcune somme e, successivamente, le proposero dei soldi. Ma lei rifiutò, raccontando tutto a Galan e al suo entourage: «Se avessi voluto, avrei potuto chiedere denaro a nome del mio capo” e magari tenermelo – spiega – Perché il potere vero ce l’hanno quelli che si trovano attorno ai potenti, subito sotto di loro. Ma quando la squadra è sana, i disonesti vengono subito scoperti e cacciati: se ciò non avviene è perché il malaffare è generale». Lardjane si augura che l’inchiesta riesca a fare pulizia fino in fondo: «Sarebbe un peccato che si fermasse con il patteggiamento di Galan e Chisso: rischiano di diventare un capro espiatorio e le responsabilità di altri potrebbero restare impunite».

 

 

Trattative in corso tra la Procura e i difensori degli indagati prima dell’udienza

Anche l’ex sindaco potrebbe cercare di evitare un lungo processo in aula

Poco prima o subito dopo l’interruzione estiva (a luglio o settembre) toccherà al giudice Andrea Comez, l’unico che fino ad ora non si è mai occupato della vicenda (e proprio per questo toccherà a lui) di fissare l’udienza e valutare se prove e indizi raccolti dalla Procura siano sufficienti a mandare sotto processo Giorgio Orsoni e gli altri nove indagati per i quali in questi giorni i pubblici ministeri Paola Tonini, Stefano Ancilotto e Stefano Buccini hanno depositato gli atti nell’ambito dell’inchiesta sulla corruzione per il Mose.

Probabile, comunque, che alla fine non saranno davvero dieci coloro che finiranno davanti al Tribunale, presumibilmente presieduto dal giudice Stefano Manduzio.

Alcuni degli indagati, assieme ai loro difensori, infatti, stanno valutando se avanzare richieste di riti alternativi al giudice dell’udienza preliminare. Prima dovranno leggersi i numerosi faldoni che raccolgono la documentazione dell’inchiesta, poi avanzeranno le richieste ufficiali, ma i primi contatti sarebbero stati presi.

Ad esempio c’è l’ex parlamentare europea di Forza Italia, la vicentina Amalia «Lia» Sartori, che con gli avvocati Franco Coppi e Pierantonio Zanettin sta pensando ad un patteggiamento. A differenza degli altri, accusati per la maggior parte del pesante reato di corruzione, deve rispondere «solo» di finanziamento illecito del partito e potrebbe cavarsela con pochi mesi di reclusione (Marchese che lo ha fatto ha evitato il processo in aula con l’accordo a 11 mesi di reclusione).

Anche gli avvocati Giorgio Bortolotto e Paolo Rizzo sembrano orientati a valutare un patteggiamento con la procura per l’imprenditore del Lido Nicola Falconi, sempre che l’accordo preveda una pena inferiore a quella coperta dalla sospensione condizionale (due anni).

Infine, c’è l’ex sindaco Giorgio Orsoni, i cui difensori, gli avvocati Daniele Grasso e Francesco Arata, non sembrano prevedere un nuovo tentativo di patteggiare la pena, dopo quello fallito a causa del giudice che l’ha bocciato, ritenendo la pena di 4 mesi incongrua. Però, non conviene di certo all’ex sindaco affrontare un lungo processo con alcuni imprenditori, come Piergiorgio Baita o come Federico Sutto che in aula potrebbero presentarsi per raccontare dei soldi raccolti per lui il primo e delle buste consegnate nel suo studio il secondo. L’ex primo cittadino punta all’assoluzione, di conseguenza, i suoi avvocati potrebbero chiedere che sia processato con rito abbreviato dal giudice dell’udienza preliminare. Niente testimoni e, in caso di condanna, pena scontata di un terzo. Così, alla fine, ad affrontare il processo in aula resteranno meno della metà.

Giorgio Cecchetti

 

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