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Gazzettino – Mose, era falso pure l’avvocato

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4

dic

2014

L’INCHIESTA – A Fabio Franco Accinelli la Guardia di Finanza ha sequestrato beni per 3 milioni di euro

Un finto legale assisteva Colombelli, l’uomo specializzato in fatture fasulle per conto di Baita

Il falso avvocato era già spuntato nella vicenda del Mose, la novità è che a Fabio Franco Accinelli la Guardia di Finanza ha sequestrato beni per 3 milioni di euro. In dettaglio: 14 immobili, 2 auto, 30 mila euro e 13 mila dollari americani, 33 orologi di pregio e conti correnti vari, più quote societarie. Il tutto fa 3 milioni, per l’appunto. Pensare che Accinelli da “non-avvocato” ha esercitato la professione per oltre vent’anni, spacciandosi non solo per legale del Foro di Milano, ma millantando pure un contratto di professore con l’Università di Trento, dove non l’hanno mai visto nemmeno in fotografia.

Accinelli c’entra con lo scandalo del Mose in quanto legale di William Colombelli, console (falso anche lui) della repubblica di San Marino, specializzato in fatture false (ma i soldi erano veri) per conto della Mantovani di Piergiorgio Baita. Colombelli ha prodotto fatture false per 8 milioni di euro e, quando per lui e la sua società sono iniziati i guai, ecco che è apparso al suo fianco l’avvocato Accinelli. Per sua fortuna – di Colombelli – ad un certo punto l’inghippo è saltato fuori e così il console ha indicato un avvocato vero, Renzo Fogliata, che lo ha assistito nelle fasi cruciali dell’inchiesta, che si è conclusa per lui con il patteggiamento a 1 anno e 4 mesi di reclusione.

Gli inquirenti veneziani che indagano sullo scandalo del Mose si trovano di fronte per la prima volta Fabio Franco Accinelli nel 2011, quando accompagna Vanessa Renzi, una dipendente di Colombelli, ad un interrogatorio. Colombelli è preoccupato che l’inchiesta scoperchi il pentolone delle fatture false. Gli investigatori veneziani intercetteranno una mail indirizzata a Baita: «Caro Piergiorgio, ti scrivo dallo studio del mio avvocato con il quale abbiamo visionato la relazione da te speditami, che è assolutamente insufficiente e non sostenibile di fronte ad un ufficio indagatore».

Baita e Colombelli stanno cercando di arginare il crollo del “sistema” delle fatture false e della mazzette ai politici e per far questo Colombelli ha chiesto aiuto proprio ad Accinelli. Che l’”avvocato” non ha mai preso in mano un Codice lo si scopre quando i magistrati ordinano una perquisizione nel suo studio di Milano, dove non è iscritto all’Ordine degli avvocati. La faccenda “puzza” e la Guardia di finanza decide di andare a fondo. Così scopre che Accinelli non è mai stato iscritto a nessun ordine professionale in nessuna parte d’Italia. L’Università di Trento, neanche a dirlo, nega di averlo mai visto. Per questo Accinelli viene denunciato per esercizio abusivo della professione. E adesso arriva il maxisequestro, dal momento che, secondo la Finanza e la Procura della Repubblica di Milano, quel che Accinelli ha messo da parte in questi anni è provento di attività illecite.

 

 

IL DIBATTITO – Il procuratore aggiunto protagonista all’incontro proposto dalla Fondazione Brusutti

Nordio: «Mose, la corruzione si vince con pene giuste e certe»

«Ciò che c’era di illegale nel Consorzio è stato rimosso e i nuovi dirigenti erano immuni ed esenti da indagini, quindi per noi non costituivano nessun problema. Ma se l’autorità politica e amministrativa ritiene di avere maggiori garanzie con un commissariamento, tale giudizio è insindacabile e la magistratura penale non deve interferire». Così il procuratore aggiunto del Tribunale di Venezia, Carlo Nordio, a margine dell’incontro «Quale futuro? Ricominciamo dall’etica» organizzato dalla fondazione Brusutti all’Auditorium di Ca’ Foscari a Mestre, commenta la scelta di inviare due tecnici e commissariare il Consorzio Venezia Nuova.

Poi, davanti alla platea dell’auditorium, in un parallelismo tra il recente scandalo romano e il caso Mose, affronta il tema corruzione negando che si tratti di un «affare italiano»: «La corruzione c’è sempre stata, in tutti i tempi e i luoghi, e non è legata al nostro Paese o alla crisi economica – dice Nordio – Il vero problema è che se in altri paesi si costruiscono opere pubbliche che servono e funzionano, quelle che si realizzano in Italia sono inutili o funzionano male. E ci ritroviamo pieni di cattedrali nel deserto costruite solo per movimentare grandi quantità di denaro». Qual è la soluzione? Secondo il magistrato veneziano non è certo quella di inasprire le pene o inventare nuovi reati: «Queste anime buone della politica vogliono veramente farci credere che, se avessero reintrodotto cinque anni fa reati come il falso in bilancio, episodi come quello del Mose non si sarebbero verificati? Per ridurre i reati servono invece pene giuste ma certe. Poi è necessaria un’opera culturale per far capire ai giovani, ma in particolare ai loro genitori, che comportarsi in modo etico è utile alla società e quindi anche a noi stessi». Per il successo delle indagini, invece, servono pene più severe per i corrotti che per i corruttori: «Punendo entrambi nessuno parla e inchieste come queste si basano proprio sulle testimonianze».

Il convegno sull’etica, a cui hanno partecipato anche il procuratore generale della corte dei conti Diana Calaciura Traina, il prefetto di Verona, Perla Stancari, e l’arcivescovo di Trieste Giampaolo Crepaldi, è stato aperto dell’intervento della presidente della Provincia, Francesca Zaccariotto: «Nel nostro territorio la disoccupazione giovanile supera il 30%. I giovani invece devono essere coinvolti e responsabilizzati – afferma Zaccariotto – E la politica ha proprio questo compito. Anche queste sono scelte etiche che influiscono sulla qualità della vita di tutti».

 

Cvn, il malessere delle imprese

E spunta l’idea di ricorrere al Tar

Alcune aziende del Consorzio, non toccate dalle indagini, critiche sul commissariamento

Francesco Ossola e Luigi Magistro arrivano a Venezia. I due commissari del Consorzio Venezia Nuova appena scelti dal Prefetto di Roma, Giuseppe Pecoraro, oggi faranno capolino in Laguna. Un breve viaggio per “assaporare” il clima. Prima un incontro in Prefettura a Ca’ Corner con il prefetto Domenico Cuttaia e poi l’arrivo nella sede del Consorzio Venezia Nuova all’Arsenale. E di argomenti all’ordine del giorno ce ne saranno parecchi. Innanzitutto il riassetto del Consorzio su mandato dell’Autorità nazionale anticorruzione di Raffaele Cantone, ma anche un vero e proprio “passaggio di consegne” che si vorrebbe il più indolore possibile. «Ribadiamo la nostra più completa disponibilità – ha sottolineato il presidente del Cvn, Mauro Fabris – La nostra linea non cambia».

Ma di mezzo c’è pure qualche mal di pancia. Ed è quello di alcune aziende non coinvolte nello scandalo, che siedono nel Consiglio direttivo e non ci stanno ad essere accumunate alle ditte travolte dalla bufera giudiziaria. Queste imprese, che hanno sottolineato con forza l’auspicata “discontinuità” dell’attività del Consorzio rispetto al passato, hanno fatto ventilare l’ipotesi di un ricorso al Tar contro le procedure annunciate dal prefetto di Roma. «Siamo fedeli alla linea già espressa: – ribadisce Fabris – piena collaborazione, ma non c’è dubbio che qualche “malessere” esiste». Ieri in questo clima di fibrillazione per il nuovo vertice del Cvn, con due “commissari” chiamati a portare a termine l’opera e ad avviare le procedure per la gestione futura delle dighe mobili, proprio il consiglio direttivo del Cvn ha deciso di dare mandato al presidente Fabris di rappresentare ai due commissari Ossola e Magistro la posizione del Cvn su alcuni temi che non riguardano solo le azioni per concludere il Mose entro i tempi annunciati (2017).

«Ci sono molte questioni aperte – ribadisce Fabris – ad esempio il contenzioso fiscale per un ammontare di 30 milioni di euro; la vicenda dei finanziamenti europei ai quali deve essere data garanzia; le azioni legali nei confronti della gestione Mazzacurati e infine la questione del personale (funzionari, personale, maestranze)». E a tutto questo si potrebbe aggiungere come possibile “spada di Damocle” un’eventuale corsa contro il tempo (ci sono al massimo trenta giorni per presentare un ricorso) qualora la situazione volgesse al peggio con uno scontro diretto davanti ai giudici del Tar.

Ma ci sono anche altri interrogativi come il ruolo del nuovo “consiglio consultivo” inserito nel provvedimento del Prefetto di Roma. Chi ne farà parte? Per ora non è chiaro. E rimangono i nodi sugli “stipendi” dei due commissari, che saranno parametrati al “valore dell’opera”, quindi presumibilmente robusti. Ma non è tutto. All’orizzonte in ultima istanza, potrebbe esserci anche un terzo commissario.

Infine c’è da registrare la presa di posizione del giudice Carlo Nordio in un dibattito a Mestre: «Ciò che c’era di illegale nel Consorzio è stato rimosso – ha detto – e i nuovi dirigenti erano immuni da indagini. Ma se l’autorità politica e amministrativa ha deciso così, tale giudizio è insindacabile».

 

Nuova Venezia – Mose, commissario-consulente

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4

dic

2014

Francesco Ossola nel ’98 ricoprì un incarico per il Consorzio Venezia Nuova

Francesco Ossola, uno dei due commissari del Consorzio Venezia Nuova nominati dal prefetto di Roma e che da oggi saranno in laguna, nel 1998 fu consulente del Cvn, come direttore dei lavori in un cantiere ai Tolentini.

Francesco Ossola nel 1998 ha diretto i lavori del cantiere dei Tolentini in un progetto pilota per alzare rive e fondamenta

Il commissario? Fu consulente del Cvn

VENEZIA – Un commissario che è stato consulente del Consorzio. Arriveranno oggi in laguna i due commissari nominati dal prefetto di Roma per sostituire presidente e Cda del Consorzio Venezia Nuova.

E uno dei due, l’ingegnere torinese Francesco Ossola, è stato nel 1998 consulente, insieme con l’architetto Gianfranco Cavaglià, per il cantiere dei Tolentini: il progetto pilota di rialzo delle rive e delle fondamente per preservarle dall’acqua alta.

Un particolare che fa discutere, dal momento che alla base del provvedimento sollecitato dal presidente dell’Anac (associazione nazionale anticorruzione), il magistrato Raffaele Cantone, e preso dal prefetto di Roma Giuseppe Pecoraro c’era la discontinuità completa con la gestione precedente del Mose.

L’ingegnere invece, noto professionista e docente al Politecnico di Torino e titolare di uno studio progettista tra l’altro dello Juventus stadium di Torino, a Venezia ha già lavorato, anche se qualche tempo fa, alla fine degli anni Novanta.

Arriverà già stamattina in laguna nella sua nuova veste di commissario straordinario, insieme a Luigi Magistro, 55 anni, ex ufficiale della Guardia di Finanza e direttore dei Monopoli di Stato oltre che dell’Agenzia delle Entrate. Faranno visita al prefetto, poi incontreranno i vertici del Consorzio Venezia Nuova, il presidente Mauro Fabris e il direttore Hermes Redi e il Consiglio di amministrazione. Che si è riunito ieri sera in Arsenale e dopo un lungo dibattito ha dato mandato al presidente Fabris di rappresentare ai due nuovi responsabili del concessionario il panorama dei lavori e la «tutela delle imprese». Peraltro ampiamente prevista nel provvedimento di Cantone e del prefetto di Roma.

Accanto ai commissari l’ordinanza prevede infatti di istituire un «Comitato consultivo» di collegamento con le imprese. Alla fine il Consiglio ha anche deciso su proposta del presidente Fabris di «non opporre resistenza» all’arrivo dei commissari. Decisione non tanto scontata, dal momento che i legali delle aziende avevano fatto presente che il provvedimento potrebbe essere illegittimo, dal momento che a nominare i commissari doveva essere secondo loro il prefetto di Venezia, visto che le convenzioni sono state firmate in laguna, nella sede del Magistrato alle Acque. Che ha cambiato nome all’indomani dello scandalo che ha visto arrestati per corruzione i suoi due ex presidenti Maria Giovanna Piva e Patrizio Cuccioletta, insieme all’ex governatore del Veneto Giancarlo Galan e ad altre 35 persone e adesso si chiama Provveditorato alle Opere pubbliche del Veneto.

I commissari secondo l’ordinanza dovranno garantire la conclusione dei lavori del Mose mettendoli al riparo dalla corruzione. Cantone e successivamente il prefetto non hanno ritenute sufficienti le misure di rinnovo della governance e i provvedimenti presi dalla nuova gestione e dalla presidenza Fabris E hanno usato nel provvedimento parole molto dure verso Fabris e Redi. E hanno scelto di nominare i due commissari, a cui potrebbe aggiungersene un terzo «nel numero massimo previsto dalla legge». Che resteranno in carica, c’è scritto nel provvedimento «fino alla conclusione dei lavori e all’avvenuto collaudo».

Significa che la gara per assegnare la gestione del sistema Mose non potrà essere avviata prima del 2018-2020. Nel frattempo le imprese, che pur avendo in parte rinnovato i loro vertici sono le stesse dello scandalo con la maggiore azionista Mantovani subentrata una decina di anni fa a Impregilo, resteranno tutte al loro posto. Insomma, un groviglio. Anche perché l’azione dei commissari, come prevede la legge, dovrà essere limitata all’esecuzione dell’opera e non comprende le altre attività del Consorzio come la bonifica e la morfologia lagunare.

Alberto Vitucci

 

Il suo primo atto, una volta ricevuta la notifica della nomina, è stato quello di rassegnare le dimissioni da vice direttore generale dell’Agenzia Dogane e Monopoli. Luigi Magistro, fresco di nomina a commissario straordinario del Consorzio Venezia Nuova assieme all’ingegnere Franco Ossola, resterà comunque a Roma per il tempo necessario al passaggio di consegne. Fino a quando non assumerà l’incarico a Venezia, Magistro ha fatto sapere che non intende parlare del nuovo incarico. Nessuna dichiarazione neanche da Ossola che è anche docente al Politecnico di Torino.

Le reazioni del mondo politico e produttivo alla nomina da parte del prefetto di Roma, Giuseppe Pecoraro, non sono ovviamente mancate e sono tutte di segno positivo. Ugo Cavallin, presidente dei costruttori veneziani, auspica che il Mose possa essere completato al più presto e che i lavori non subiscano interruzioni.

«Non possiamo nascondere – ha però osservato – un certo timore che la discontionuità, soprattutto dal lato tecnico, possa richiedere dei tempi di “ambientamento” difficilmente compatibili con le esigenze di un rapido processo di ultimazione delle opere».

Cavallin fa anche notare come siano decine le società di costruzioni veneziane impiegate nei lavori, che nulla hanno a che spartire con i fatti emersi dall’inchiesta giudiziaria.
«Stanno operando in attività altamente specializzate nell’ambito di lavorazioni edili e marittime – ha proseguito – acquisendo nuove competenze tecnologiche che consentiranno loro di operare con successo anche all’estero».

Per Gennaro Marotta, consigliere regionale di Italia dei Valori, il momento è importantissimo e soprattutto era molto atteso.
«Bisognava cambiare registro – ha commentato – e questa decisione fornisce un preciso segnale di discontinuità. Negli appalti serve pulizia e trasparenza, bisogna dire basta ai nomi legati in qualche modo alla politica, spesso a doppio filo. Ben vengano i commissari – ha concluso – per ripartire da basi completamente diverse e auspicando che vengano resi pubblici tutti i dati dell’opera, compresi la sua gestione e manutenzione».

M.F.

 

Nuova Venezia – Nominati due commissari per il Mose

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2

dic

2014

CONSORZIO VENEZIA NUOVA

Consorzio Venezia Nuova, nominati due commissari, proprio come era stato richiesto dall’Autorità anticorruzione. Sono Francesco Ossola, ingegnere del Politecnico di Torino, e Luigi Magistro, numero uno dei Monopòli di Stato.

Consorzio Venezia Nuova. Sono l’ingegnere Ossola e Magistro, numero uno dei Monopoli. Fabris: «Siamo a disposizione»

Roma nomina i commissari per il Mose

Un ingegnere del Politecnico e il direttore dei Monopoli di Stato sono i due nuovi commissari del Consorzio Venezia Nuova. Il prefetto di Roma Giuseppe Pecoraro ha nominato ieri i due tecnici che dovranno gestire il Mose «fino alla completa esecuzione dell’opera e al suo collaudo definitivo», come prevede la legge anticorruzione. Sono l’ingegnere Francesco Ossola, titolare di uno studio di progettazione e docente al Dipartimento di Ingegneria strutturale edile e geotecnica al Politecnico di Torino. Esperto di strutture in cemento armato e di progettazione di stadi e alti edifici. E Luigi Magistro, vicedirettore dell’Agenzia delle Dogane, numero uno dei Monopoli di Stato. Un passato da ufficiale della Guardia di Finanza, ha lavorato con Gherardo Colombo ai tempi di Mani pulite, ha inventato il redditometro, già direttore di Equitalia. Sui giornali ci è andato quest’estate per via delle polemiche sui tripli incarichi e i molteplici gettoni. A cui adesso potrà aggiungersi quello di commissario per il Consorzio. Un compenso massimo fissato per legge intorno ai 170 mila euro.

I due commissari potrebbero insediarsi già nei prossimi giorni, o più probabilmente il primo gennaio, per dar tempo all’attuale gestione di chiudere il bilancio 2014. Nel decreto del prefetto si accolgono in toto le richieste avanzata dal presidente dell’Anac (autorità anticorruzione) Raffaele Cantone.

Il provvedimento inviato ieri al Consorzio, ribadisce il rischio che l’intreccio criminale possa perdurare. Non singoli episodi, accertati dalla Procura, ma un «complesso intreccio di attività di corruzione» che possono influenzare la politica. Non sono state ritenute sufficienti, come peraltro indicato da Cantone nel suo provvedimento di richiesta del commissariamento, le novità introdotte nella governance del Consorzio lo scorso anno, con la nomina del nuovo presidente Mauro Fabris e del direttore Hermes Redi al posto di Giovanni (nel decreto è citato come Giuseppe) Mazzacurati.

Anche sul rinnovo parziale del Consiglio di amministrazione», il prefetto scrive che i «mutamenti intervenuti non sono tali da escludere il rischio di condizionamenti illeciti nell’esecuzione della concessione». Che va «monitorata» ma non abolita. Anzi, il compito dei due nuovi commissari sarà proprio quello di portare a termine l’opera al riparo da rischi di ogni tipo garantendo la legalità. Un «ribaltone» annunciato da mesi, e adesso operativo. «Prendiamo atto e come detto siamo disposti alla massima collaborazione», commenta con un po’ di amarezza il presidente Fabris, «in questo anno e mezzo abbiamo concluso la fase dell’emergenza, aderito alla sanzione di 27 milioni di euro. Adesso attendiamo il passaggio delle consegne».

Alberto Vitucci

 

Ma le imprese mantengono il loro ruolo. Previsto nel decreto un Comitato consultivo

Arriva il commissario ma le imprese del Mose si rafforzano. Anche con l’azzeramento dei vertici e del Cda del Consorzio Venezia Nuova, il ruolo delle imprese consociate non si riduce. Anzi. Il decreto firmato ieri dal prefetto di Roma prevede che la gestione straordinaria perduri «fino al definitivo collaudo dei lavori oggetto di concessione». Ma i due commissari, dice il prefetto, dovranno agire «in coerenza con quanto previsto nell’atto costitutivo del Consorzio, garantendo forme di interlocuzione consorziate idonee a consentire alle stesse la formulazione di proposte per l’ottimale realizzazione dello scopo del Consorzio». A tal fine sarà costituito un apposito Comitato consultivo che dovrà garantire un’adeguata rappresentanza delle imprese consorziate». Anche le linee guida saranno adottate «sentite le imprese consorziate».

(a.v.)

 

Gazzettino – Mose, nominati i due commissari

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2

dic

2014

VENEZIA – Il prefetto di Roma ha scelto la coppia che subentra nella gestione del Consorzio Venezia Nuova

Un “mago” dell’ingegneria civile e il direttore dei Monopoli per andare oltre gli scandali

La decisione è arrivata dopo dieci giorni d’attesa. Scelti i due commissari per il Consorzio Venezia Nuova. Il Prefetto di Roma, Giuseppe Pecoraro, ha reso noti i nomi dei due plenipotenziari che a giorni, superati tutti i passaggi burocratici, si faranno carico dei destini del Consorzio e del completamento del sistema Mose. I prescelti dalla Prefettura di Roma, che aveva la titolarità della nomina in virtù che l’atto concessorio dello Stato al Consorzio Venezia Nuova venne firmato a Roma nei primi anni Ottanta, sono il torinese Francesco Ossola, docente di ingegneristica civile, e Luigi Magistro, napoletano, attuale direttore dell’Amministrazione autonoma dei Monopoli di Stato.

Così a sei mesi esatti dalla bufera giudiziaria legata al “sistema Mose”, ecco due personalità chiamate a gestire l’ente veneziano dopo la fase di emergenza guidata dall’attuale presidente Mauro Fabris, ma che ha segnato una forte discontinuità con il passato.

Francesco Ossola è uno dei “maghi” dell’ingegneria civile nazionale, tra gli altri uno dei protagonisti delle grandi opere nel capoluogo piemontese, dalle strutture delle Olimpiadi nel 2006 fino alla realizzazione dello straordinario impianto dello Juventus Arena. Magistro, attuale direttore dell’Amministrazione autonoma dei Monopoli di Stato, ha un passato nelle Fiamme Gialle e ha svolto la propria carriere nel mondo dell’Amministrazione finanziaria dello Stato transitando per l’Agenzia dell’Entrate e pure per Equitalia. A loro poi sarà affiancato un organo consultivo, al quale con ogni probabilità, parteciperà l’attuale staff del Consorzio con il direttore Hermes Redi, mentre Fabris dovrà farsi da parte.

In ogni modo i compiti dei due nuovi arrivi appaiono già ben distinti sulla carta. Infatti altrettanto chiari possono essere i ruoli che i due neocommissari andranno a svolgere una volta giunti a Venezia. Da una parte Ossola che avrà il compito di seguire la parte tecnica e maggiormente legata al settore ingegneristico del Mose; dall’altro Magistro che, con ogni probabalità, anche in forza del proprio bagaglio di ex finanziere, avrà il ruolo di gestione della macchina amministrativa del Consorzio, ovvero una “portaerei” composta da oltre sessanta imprese, con la gestione di almeno una quarantina di cantieri aperti e ben 300 dipendenti. A lui, probabilmente, anche il compito di negoziare e rinegoziare gli atti in seno al Consorzio come le pendenze di questi mesi: dal rapporto con la Banca europea di investimenti che ha concesso 700 milioni di euro fino al contenzioso fiscale rilevato dai “colleghi” della Guardia di Finanza che si aggira sui 30 milioni di euro. Le venti paginette che il Prefetto di Roma ha redatto per annunciare i due nuovi commissari, stabiliscono proprio questi compiti, ma soprattutto offrono la sponda perchè si possa raggiungere l’obiettivo finale ovvero il completamento del sistema delle dighe mobile entro e non oltre il 2017 come più volte auspicato dalla gestione Fabris e gettare le basi per la fase bis, altrettanto delicata, come quella della gestione della cabina di regia del sistema Mose contro le acque alte.

Paolo Navarro Dina

 

L’INTERVISTA – Fabris: «Per sedici mesi mi sono sentito il presidente dell’emergenza. Ora è chiusa»

Le paginette della Prefettura di Roma le ha tenute sul tavolo. Se l’è lette con calma dopo aver collaborato alla loro stesura, almeno per le parti più tecniche sul Mose. Mauro Fabris, presidente del Consorzio Venezia Nuova, rimarrà in carica fino all’arrivo in laguna dei due nuovi commissari scelti dal Governo.

Presidente, dopo sedici mesi di lavoro con la volontà di dimostrare tutta la discontinuità possibile, ora dovrà passare il testimone.
«Era un provvedimento atteso e al quale, in piena sintonia abbiamo lavorato prima con Raffaele Cantone, presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione, e poi con il prefetto Pecoraro. Per mesi mi sono sentito il “presidente dell’emergenza”, ora direi proprio che abbiamo chiuso questa fase per aprirne un’altra».

Lei resterà al suo posto?
«Aspetto una comunicazione ufficiale. Ci sarà un passaggio di consegne perchè questo sta nelle cose. Quello che mi preme sottolineare è l’azione di disponibilità che sempre abbiamo voluto mettere in campo, soprattutto nei mesi più difficili e sotto l’occhio critico dell’opinione pubblica, perchè avevamo un unico obiettivo: completare il Mose».

Solo pochi giorni fa sono state alzate tutte le paratoie, e i cassoni sono stati posizionati sott’acqua.
«Sono stati passi avanti importanti. I due commissari nominati proseguiranno su questa strada e quanto prima mi auguro si arrivi al collaudo definitivo dell’opera».

P.N.D.

 

Gazzettino – Scandalo Mose. Inchiesta e Tfr di Mazzacurati.

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1

dic

2014

Mi riferisco all’articolo del presidente del Consorzio Venezia Nuova, Mauro Fabris, sul Gazzettino di ieri dal titolo “Tra gli italiani e il Mose ora è il momento della riconciliazione”.

Nell’articolo il dott. Fabris afferma, testualmente, parlando del Mose: “… scandalo che ha giustamente indignato tutti e per il quale abbiamo deciso di costituirci quale parte lesa nei procedimenti in corso a Milano e Venezia”.

Da cittadino mi chiedo, in relazione a ciò, come mai il Consorzio non abbia ritenuto di chiedere, a titolo tuzioristico, il sequestro del Tfr spettante all’ing. Giovanni Mazzacurati, e ha, per contro, provveduto alla sua liquidazione (come risulterebbe dagli articoli pubblicati dalla stampa).

Gianfranco Gerini – Lido di Venezia

 

Nuova Venezia – Mose, per Chisso confisca di 2 milioni

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29

nov

2014

Tangenti, l’ex assessore dovrà pagare due milioni che però non ha

Chisso e Casarin patteggiano

Scandalo Mose, patteggiano Renato Chisso (2 anni e 6 mesi), Federico Sutto (2 anni) ed Enzo Casarin (1 anno e 8 mesi). A Chisso saranno sequestrati 2 milioni di euro se, però, saranno trovati. Per ora ha solo 1500 euro.

Ok al patteggiamento: pena pecuniaria se si troveranno i soldi delle ipotizzate tangenti. Sutto e  Casarin, sì all’accordo accusa-difesa

Mose, per Chisso confisca di 2 milioni

VENEZIA – Quella di ieri è stata la giornata dei patteggiamenti degli ex socialisti poi passati a Forza Italia e, per di più, legati tra loro da una solida amicizia, tanto che hanno ritenuto di non riferire agli inquirenti nulla uno dell’altro. Bocca chiusa e solidarietà. I

l giudice dell’udienza preliminare di Venezia Massimo Vicinanza, lo stesso che aveva detto di no all’accordo tra difesa e accusa per i 4 mesi nei confronti dell’ex sindaco Giorgio Orsoni, ha ritenuta congrua la pena di due anni e sei mesi di reclusione nei confronti dell’ex assessore regionale alle Infrastrutture delle giunte Galan e Zaia Renato Chisso. Il magistrato ha però disposto, sulla scorta delle indagini della Guardia di finanza che aveva ricostruito pagamenti a suo favore di mazzette per sei milioni di euro (alcuni finiti nelle sue tasche, altri in quelle di Galan), l’eventuale confisca per il valore di due milioni qualora anche in futuro venissero rinvenuti somme di denaro o proprietà che a lui possano far riferimento.

L’accordo presentato al giudice era stato sottoscritto dall’avvocato difensore Antonio Forza e dai pubblici ministeri Stefano Ancilotto, Stefano Buccini e Paola Tonini. Ieri, era presente anche il procuratore aggiunto Carlo Nordio.

Oltre a Chisso, il giudice Vicinanza ha letto le sentenze di patteggiamento che riguardano anche il segretario dell’ex assessore, il veneziano Enzo Casarin, e il braccio destro dell’ex presidente del Consorzio Venezia Nuova Giovanni Mazzacurati, il trevigiano Federico Sutto, entrambi un tempo quando militavano nel Psi sindaci di due piccoli centri veneti, il primo di Martellago, il secondo di Zero Branco. Casarin, difeso dall’avvocato Carmela Parziale, ha raggiunto l’accordo per un anno e otto mesi e la confisca di 115 mila euro, mentre Sutto, difeso dall’avvocato Gianni Morrone, per due anni e 125 mila euro.

Chisso è l’unico dei numerosi indagati nell’inchiesta per la corruzione per il Mose al quale le «fiamme gialle» non hanno potuto sequestrare granchè (1500 euro dal conto corrente in banca), visto che la villetta di Favaro dove abita non possono portargliela via.

Gli inquirenti sono convinti che in qualche modo l’assessore buona parte dei soldi intascati con le tangenti li abbia nascosti all’estero, così i pubblici ministeri hanno chiesto alle autorità svizzere, austriache, moldave, ucraine, croate e slovene di cercare nelle rispettive banche conti intestati a lui o ai parenti.

Per ora, nessuna risposta è arrivata e così il giudice ha confiscato comunque, senza ancora sapere quello e soprattutto se qualcosa verrà trovato.

Dopo la lettura della sentenza, soddisfazione è stata espressa dal procuratore aggiunto Carlo Nordio . In particolare è stato ricordato che con questa fase si chiude solo una parte del «notevole lavoro fatto», perché «ora si avvia la fase della chiusura delle indagini per andare ai processi di quanti non hanno patteggiato o hanno visto il loro patteggiamento respinto». Il riferimento è all’ex sindaco di Venezia Giorgio Orsoni (finito per un periodo ai domiciliari) indagato per finanziamento illecito dei partiti per una dazione del Consorzio per la campagna elettorale del 2010.

La Procura ha espresso anche soddisfazione «perché proprio ieri la Corte di Cassazione, alla luce di un ricorso presentato da uno dei difensori degli imputati, non solo lo ha respinto ma ha allargato il proprio giudizio sull’indagine riconoscendo al 100% il lavoro svolto dal pool e respingendo quella minima parte che il Tribunale del riesame non aveva accolto». In pratica i giudici veneziani avevano fatto scattare la prescrizione per i reati commessi prima del 2008 anche se i fatti delittuosi erano proseguiti anche negli anni seguenti .

Giorgio Cecchetti

 

La Cassazione: scarcerare subito Milanese

Marco Milanese, l’ ex consigliere politico di Giulio Tremonti ed ex parlamentare di Forza Italia oltre che ex ufficiale della Guardia di finanza, deve essere immediatamente scarcerato nell’ambito dell’inchiesta sulle tangenti per il Mose. Lo ha deciso ieri la Cassazione riqualificando a carico di Milanese, difeso dagli avvocati Bruno Larosa e Franco Coppi, l’accusa di corruzione in quella meno grave di traffico di influenze illecite. In particolare, la Sesta sezione penale della Cassazione – presidente Antonio Agrò, relatore Tito Garribba – nei confronti di Milanese, detenuto nel carcere di Santa Maria Capua Vetere (Caserta), ha «riqualificato il fatto come reato previsto dall’articolo 346 bis codice penale e annullato senza rinvio l’ordinanza impugnata nonchè quella del 20 luglio scorso del gip del tribunale di Milano e ordina l’immediata scarcerazione del Milanese se non detenuto per altra causa». L’ordinanza impugnata – era stata emessa lo scorso quattro agosto dal tribunale della libertà di Milano a conferma di quella del gip. Il filone di inchiesta è quello veneziano relativo alle tangenti per il Mose e la competenza, per Milanese, era passata a Milano perchè Giovanni Mazzacurati aveva riferito di aver consegnato al’ex parlamentare azzurro 500 mila euro per influire sul ministro Tremonti in modo che il Cipe sbloccasse i fondi a favore del Consorzio per i lavori del Mose, circostanza poi verificatasi. La tangente era stata consegnata a Milano.

 

Sequestrati negli uffici del Consorzio Venezia Nuova gli elenchi delle imprese coinvolte nei lavori

Bonifiche di Marano, appalti al setaccio

MARANO LAGUNARE – Chi e come si è aggiudicato gli appalti per la progettazione e la realizzazione delle opere di bonifica nella laguna di Marano e Grado e in quella di Venezia? È quanto intende chiarire la Procura di Roma, ora che gli interrogatori di tutti o quasi i 26 indagati nell’ambito della maxi-inchiesta sulla finta emergenza ambientale e sull’attività dei Commissari delegati sono terminati e che gli accertamenti per fare luce sull’utilizzo di decine di milioni di euro di finanziamenti pubblici sono riprese con rinnovato smalto. Per farlo, mercoledì il pm capitolino Alberto Galanti ha mandato i carabinieri della Compagnia di Cividale nella sede del Consorzio Venezia Nuova. Sotto sequestro, per ora, gli elenchi delle società che hanno partecipato alla “spartizione” delle opere. Carabinieri friulani all’Arsenale. L’ordine di scuderia è evidente: fare incetta di tutta la documentazione utile a ricostruire il giro d’affari che per anni ha sorretto quello che si ritiene essere stato un vero e proprio sistema clientelare. Una “cricca” centrata sulla figura dominante di Gianfranco Mascazzini, allora direttore centrale del ministero dell’Ambiente, basata su una fitta rete di collusioni e alimentata dai fiumi di denaro erogati dal governo per far fronte a uno stato di inquinamento inventato a bella posta. Il Consorzio Venezia Nuova e il nome del suo ex presidente, Giovanni Mazzacurati, erano entrati ufficialmente nell’inchiesta dopo il trasferimento dei faldoni dalla Procura di Udine a quella di Roma, in marzo (gli atti erano stati trasmessi per competenza territoriale, sulla principale ipotesi di reato dell’associazione a delinquere in ambienti ministeriali). Ed è proprio lì, negli uffici all’interno dell’area dell’Arsenale, che gli inquirenti contano adesso di trovare traccia delle operazioni che permisero a Mascazzini e alla sua cerchia di “amici” di dirottare a proprio piacimento i fondi statali (oltre cento milioni di euro per la sola parte friulana). Una catena di sospetti. La perquisizione è stata ordinata all’esito degli interrogatori. Il che la dice lunga sugli ulteriori elementi raccolti dagli investigatori nei faccia a faccia con alcuni degli attuali indagati. Ammissioni o, più semplicemente, indicazioni preziose, per estendere il raggio d’azione delle indagini e puntare il faro su possibili altri indagati. Negli elenchi, sono già stati trovati i nominativi di società finora estranee all’indagine, oltre alla “Thetis srl” di Venezia, alla cooperativa “Nautilus” di Vibo Valentia, allo studio “Altieri spa” di Thiene e alla “Sogesid” di Roma (srl in house del ministero all’Ambiente), i cui presidenti o rappresentanti legali figurano già sotto inchiesta. La settimana prossima, intanto, davanti al capitano Pasquale Starace compariranno volti nuovi, in parte friulani e in parte veneti, in qualità di persone informate sui fatti. Molto dipenderà anche dalle carte poste sotto sequestro cautelare. Tra gli aspetti da chiarire, spiccano gli appalti relativi alla realizzazione delle due casse di colmata di Marano – una sorta di discariche per fanghi di dragaggio, progettate e costruite a peso d’oro – e il trucchetto delle “transazioni ambientali”, ossia di uno strumento per rastrellare fondi dalle imprese che intendevano costruire sulle aree comprese nel Sin di Porto Marghera. Le accuse. Oltre a Mascazzini e Mazzacurati, nell’inchiesta sono indagati tra gli altri i tre ex commissari delegati Paolo Ciani (2002-2006) e Gianfranco Moretton (2006-2009), entrambi ex vice presidenti della Regione rispettivamente di centrodestra e centrosinistra, e il tecnico Gianni Menchini (2009-2012). Per tutti, l’ipotesi è l’associazione a delinquere finalizzata alla truffa e, a vario titolo, in alcuni casi all’abuso d’ufficio e alla concussione.

Luana De Francisco

MOSE – Sì al patteggiamento: due anni e mezzo

Caccia al tesoro di Chisso, il gip confisca due milioni

La vicenda giudiziaria di Renato Chiso, ex assessore regionale alle Infrastrutture, si conclude con il patteggiamento. Ieri il gip ha accolto la proposta della difesa ifliggendo due anni, sei mesi e venti giorni. Il giudice ha anche deciso la confisca di due milioni di euro ma per ora si tratta di un’ipotesi perchè l’uomo politico di Forza Italia, che si trova agli arresti domiciliari, si è sempre dichiarato nullatenente.

 

A MILANO – Milanese torna libero: l’accusa diventa “traffico di influenze”

MOSE L’ex assessore veneto patteggia due anni e 6 mesi. I soldi però non si trovano

Chisso, la pena ora è certa, i 2 milioni da confiscare no

Si chiude con un patteggiamento anche la vicenda giudiziaria dell’ex assessore regionale Renato Chisso. Ieri mattina il gip Vicinanza ha accolto il patteggiamento di due anni sei mesi e 20 giorni, proposto dagli avvocati Antonio Forza e Luigi Stortoni, nell’ambito dell’inchiesta sulla corruzione per i lavori del Mose. Il gip, inoltre, ha fissato una confisca di due milioni di euro per Chisso con l’obiettivo di recuperare le somme illecitamente percepite. Al momento si tratta di un’ipotesi teorica visto che il politico di Forza Italia, che è agli arresti domiciliari, si è sempre dichiarato quasi nullatenente.

Hanno patteggiato la pena anche il suo segretario Enzo Casarin che presto rientrerà in servizio in Regione (un anno e otto mesi e sequestro di 115mila euro, avvocati Forza e Carmela Parziale) e Federico Sutto (due anni e 125mila euro, avvocato Gianni Morrone) braccio destro dell’ex presidente del Consorzio Venezia Nuova, Giovanni Mazzacurati.

L’avvocato Forza, nel ribadire che il suo assistito è molto provato per questa lunga e delicata vicenda, ha ricordato che all’inizio l’accusa per Chisso era di aver intascato sei milioni e che ora la cifra contestata è decisamente calata. «Si tratta della somma indicata da Claudia Minutillo – ha detto Forza riferendosi alla vicenda di Adria Infrastrutture – dovrebbero chiederla a lei». A luglio il legale si diceva certo che l’ex segretaria di Giancarlo Galan si fosse tenuta 1 milione e 750mila euro. Si tratta della somma che secondo Claudia Minutillo faceva parte della quota di Adria Infrastrutture che Baita (ex presidente della Mantovani) avrebbe deciso di liquidare a Chisso. Operazione che non andò mai in porto e i quattrini restarono nella disponibilità della Minutillo.

In aula ieri c’era anche il procuratore aggiunto di Venezia Carlo Nordio. «Questi patteggiamenti finali confermano le nostre ipotesi accusatorie. A parte qualche altra vicenda processuale che resta da definire, possiamo dire che l’inchiesta è arrivata proprio alla conclusione. E la Corte di Cassazione ci ha dato ragione su tutta la linea». Il riferimento è alla recente sentenza secondo cui nessuno degli episodi di corruzione del “sistema Mose” è da ritenersi prescritto, trattandosi di un reato permanente messo a segno dai vari indagati.

Per la Procura di Venezia, dunque, la Corte di Cassazione non solo ha respinto un ricorso presentato da un avvocato, ma ha anche allargato il proprio giudizio su tutta l’indagine riconoscendo completamente il lavoro svolto dai magistrati e respingendo quella minima parte che il Riesame aveva invece accolto.

E proprio ieri sempre la Cassazione ha deciso che Marco Milanese, ex consigliere dell’allora ministro Giulio Tremonti, deve essere scarcerato. In questo caso è stata riqualificata l’accusa di corruzione in quella più “leggera” di «traffico di influenze». A Milanese era contestato di aver preso soldi dal Consorzio Venezia Nuova per far sbloccare dei fondi del Cipe.

 

Gazzettino – Mose. Per i corrotti niente prescrizione.

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28

nov

2014

PROCESSO MOSE – La Corte di Cassazione ha depositato la sentenza che conferma il carcere

I reati di Galan e Chisso considerati non episodici ma collegati fra loro

Nessuno degli episodi di corruzione contestati nell’inchiesta sul “sistema Mose” è prescritto. Lo ha sancito la Corte di Cassazione nelle motivazioni della sentenza, depositate ieri, con cui lo scorso 25 settembre rigettò il ricorso dell’ex assessore regionale Renato Chisso, confermando per lui la misura cautelare in carcere.

Secondo la sesta sezione penale, presieduta da Antonio Agrò, non siamo di fronte a singoli atti di corruzione, ma ad un reato permanente: dall’inchiesta è emerso, infatti, che Chisso – e con lui l’ex presidente della Regione, Giancarlo Galan – erano al soldo del Consorzio Venezia nuova e della società Mantovani, cioè si erano messi a loro disposizione.

Di conseguenza, il termine di prescrizione non va calcolato su ciascuna singola “mazzetta”, bensì partendo dall’ultimo pagamento illecito in ordine di tempo. Ovvero, per l’ex assessore di Forza Italia, dal febbraio del 2013.

Questa sentenza smentisce radicalmente la decisione del Tribunale del Riesame di Venezia, che dichiarò prescritti tutti gli episodi precedenti al 31 maggio del 2008, provocando uno “scossone” all’inchiesta e, con molte probabilità, contribuendo alla scelta dei pm di percorrere al più presto la strada dei patteggiamenti a pene contenute, pur di non correre il rischio di trovarsi con un pugno di mosche in mano. La Cassazione parla di «doppio errore di diritto» da parte dei giudici lagunari.

La sentenza della Suprema Corte è stata depositata alla vigilia dell’udienza nel corso della quale, questa mattina, davanti al gup Massimo Vicinanza, saranno discusse le istanze di patteggiamento presentate da Chisso (2 anni e 6 mesi) e dal suo segretario, Enzo Casarin (1 anno e 8 mesi), nonché dall’ex collaboratore di Giovanni Mazzacurati, Federico Sutto (2 anni).

Dal punto di vista della pena non dovrebbe cambiare nulla, considerato che accusa e difesa hanno già raggiunto un accordo complessivo e che i pm non sembrano intenzionati a chiedere aumenti. Ma l’ammontare delle somme sottoposte a confisca potrebbe lievitare sensibilmente in quanto il prezzo del reato va calcolato anche sui contestati episodi di corruzione precedenti al maggio del 2008.

Galan ha già patteggiato a metà ottobre (2 anni e 10 mesi con la confisca di 2.6 milioni) considerando soltanto i reati successivi al 22 luglio del 2008: cosa succederà per quelli precedenti che, secondo la Suprema Corte non sono prescritti?

Questa mattina il difensore di Chisso, l’avvocato Antonio Forza, contestualmente alla richiesta di patteggiamento (con l’accordo della Procura), chiederà al giudice di valutare preliminarmente la possibilità di assolvere l’ex assessore ai sensi dell’articolo 129 del codice di procedura penale, ovvero per evidente insussistenza dell’accusa. Eventualità che appare piuttosto improbabile, tanto più alla luce della sentenza della Cassazione che riconosce la sussistenza di gravi indizi di colpevolezza nei confronti di Chisso per tutte le accuse che gli vengono rivolte. Anche per quelle più datate.

 

Nuova Venezia – Mose, ultimi patteggiamenti

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28

nov

2014

Oggi atteso il verdetto per l’ex assessore Chisso, Sutto e Casarin

Oggi, davanti al giudice di Venezia Massimo Vicinanza, si chiuderà il capitolo patteggiamenti nell’inchiesta Mose. Sarà il giorno decisivo per l’ex assessore regionale Renato Chisso, Enzo Casarin e Federico Sutto.

Il Gup Vicinanza deve approvare l’accordo per le pene concordato con la Procura

La Cassazione: no al ricorso contro l’arresto dell’ex assessore. E Giordano patteggia

Chisso, Sutto e Casarin oggi all’esame del giudice

VENEZIA – Stamane, davanti al giudice di Venezia Massimo Vicinanza, naturalmente solo se il magistrato riterrà la pena congrua, si chiude il capitolo patteggiamenti per i personaggi eccellenti per la corruzione per il Mose: comparirà infatti in udienza l’ex potente assessore alle Infrastutture della Regione Renato Chisso, che con i pubblici ministeri Stefano Ancilotto, Paola Tonini e Stafano Buccini ha raggiunto l’accordo per chiudere la vicenda con due anni e mezzo di reclusione (arrestato il 4 giugno è ora agli arresti domiciliari: per lui, sarà il giudice a dover stabilire l’ammontare del risarcimento dal momento che la difesa sostiene non abbia beni personali).

Accanto a lui ci saranno il suo braccio destro a palazzo Balbi, Enzo Casarin, ex socialista e come lui passato poi nelle fila del partito di Berlusconi: con la Procura ha raggiunto un accordo per un anno e otto mesi di reclusione e 115 mila euro di risarcimento; infine il braccio destro di Giovanni Mazzacurati al Consorzio Venezia Nuova Federico Sutto, pure lui ex socialista, con un accordo per due anni e 150 mila euro.

Le accuse nei loro confronti sono quelle di essere stato a libro paga del Cvn e della Mantovani per facilitarne le opere (per Chisso) e aver partecipato al sistema corruttivo trasportando e consegnando mazzette (Casarin e Sutto).

All’ultimo si è aggiuto, tra coloro che vogliono chiudere la vicenda con un patteggiamento, il consulente fiscale del Consorzio, il veneziano Francesco Giordano, per il quale i rappresentanti dell’accusa hanno firmato un accordo per un anno di reclusione e 40 mila euro di risarcimento.

Anche Giordano era stato arrestato il 4 giugno dalla Guardia di finanza con l’accusa di aver ideato il sistema per far evadere le imposte al Coveco e al Consorzio per quanto riguarda una consulenza da 185 mila euro. L’udienza per Giordano sarà fissata prossimamente.

Nelle prossime settimane i pubblici ministeri dovrebbero depositare gli atti di conclusione dell’indagine prima di chiederne il processo per un’altra decisa di indagati, tra cui ci sono l’ex sindaco Giorgio Orsoni, l’ex europarlamentare vicentina Lia Sartori e l’ex presidente del Magistrati alle acque Giovanna Piva. Intanto, la Corte di cassazione ha depositato le motivazione con le quali aveva respinto due mesi fa il ricorso del difensore di Chisso contro l’ordinanza del Tribunale del riesame lagunare a causa della quale l’ex assessore aveva dovuto restare in carcere.

I giudici romani scrivono che tra i rappresentanti del Consorzio e i vertici dell’amministrazione regionale c’era un patto corruttivo con il quale i pubblici amministratori si impegnavano a far passare in favore del Consorzio tutti i provvedimenti previsti per la realizzazione del Mose.

La Cassazione conferma l’impianto accusatorio della Procura veneziana secondo il quale Chisso era nel libro paga del Consorzio dal quale riceveva 200 mila euro l’anno. La Cassazione ritiene attendibili le dichiarazioni di Mazzacurati, di Piergiorgio Baita e di Claudia Minutillo e ritiene che le accuse non possano essere smentite dal fatto che non è stato trovato il patrimonio personale di Chisso, visto che le somme potrebbero essere all’estero.

Infine, i giudici romani, per quanto riguarda la prescrizione, ritengono che debba scattare dall’ultimo pagamento incassato trattandosi di illeciti intervenuti nel tempo in un unico reato permanente di corruzione. E l’ultimo risale al primi mesi del 2013.

Giorgio Cecchetti

 

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