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L’INCHIESTA – Osservati “speciali” gli appalti tra 2009 e 2011

I riflettori della GdF su tutti gli appalti che hanno visto partecipare imprese aderenti o targate Cvn

Una vera équipe di specialisti sta consultando e confrontando l’ampia mole di documenti sequestrati alle tante ditte coinvolte

VENEZIA NUOVA – Le attenzione della Finanza ora sono sul Porto

È in Corso del Popolo a Mestre all’angolo con via Costa che giorno dopo giorno a partire dal giugno del 2009 si è materializzata l’inchiesta che, come uno tsunami in piena laguna, ha travolto il Consorzio Venezia Nuova, portando lo scorso 12 luglio all’arresto fra gli altri del presidente Giovanni Mazzacurati, che forse presagendo l’onda lunga si era dimesso dalla carica appena due settimane prima.
Il quartiere generale delle indagini è il grande palazzone al civico 55, quasi anonimo e che si sviluppa in altezza, diventato da qualche anno sede del Comando provinciale della Guardia di Finanza e del il Nucleo di polizia tributaria che sotto la guida del colonnello Renzo Nisi ha sferrato, con il coordinamento del sostituto procuratore Paola Tonini, l’offensiva in grado di far tremare non solo il mondo economico ma anche quello politico e ben oltre i confini veneti. Ma il cuore pulsante dei futuri attacchi è ben localizzato: si trova al quinto piano. Dove è stato depositato tutto il materiale acquisito nelle oltre 140 perquisizioni eseguite in Veneto, Lombardia, Friuli, Emilia Romagna, Toscana, Lazio e Campania: aziende, professionisti, manager, finanzieri, fondazioni in qualche modo collegate a Cvn o a suoi esponenti di spicco a cominciare dallo stesso Mazzacurati.
Un’intera squadra, quella del 1. Gruppo tutela entrate, diretta dal tenente colonnello Roberto Ribaudo, che senza sosta verifica, confronta, cataloga migliaia di documenti sia cartacei che informatici, opportunamente duplicati o riversati alla ricerca di trame, commistioni, cointeressenze per così dire carsiche e spesso dipanate sul filo dell’illegalità o del condizionamento forzoso.
L’attenzione si concentrerà in particolare sull’analisi certosina di ogni singolo appalto assegnato dall’Autorità Portuale nel biennio 2009-2011, periodo oggetto della corposa informativa consegnata dalla Finanza al pm e sulla cui base la dottoressa Tonini ha formulato le richieste sostanzialmente accolte dal gip Alberto Scaramuzza. Va ricordato infatti che se lo scandalo Cvn è partito dalla “banale” verifica fiscale in una delle imprese consorziate, ovvero la Cooperativa San Martino di Chioggia, con la scoperta di fondi neri per almeno decina di mini di euro, a inchiodare Mazzacurati e alcuni fra i suoi uomini più fidati.
A interessare gli investigatori della Fiamme Gialle risulterebbero quegli appalti che vedono partecipare le ditte aderenti o targate Cvn. E con questo criterio di individuazione spunterebbero ad esempio i lavori per la costruzione della darsena nord e del marginamento sud – terminal autostrade del mare e piattaforma logistica Fusina per quasi 23 milioni di euro aggiudicati a un raggruppamento temporaneo di imprese composto anche da Nuova Coedmar di Chioggia e Ccc di Bologna, o la progettazione esecutiva e l’esecuzione dei lavori relativi al rafforzamento di un tratto della banchina Veneto-bacino Molo A- porto commerciale per un importo di 15 milioni e 200mila euro affidate alla Mantovani spa, o ancora l’escavo manutentorio di un tratto del canale di Malamocco-Marghera per garantire la navigazione in sicurezza in corrispondenza della curva di San Leonardo assegnato al Coveco per 2.617.485,45 euro con il ribasso del 46,230%.

Monica Andolfatto

 

 

PARTECIPATE Situazione delicata per la società. Per i dipendenti l’ipotesi di essere messi in aspettativa

Insula, deficit per 700 mila euro

«Chiediamo garanzie per il lavoro dei dipendenti»

COMUNE – Impegno di Orsoni per una soluzione

La situazione di Insula è seria. Molto seria, al punto da rischiare una perdita di almeno 700mila euro a fine anno, se non si farà presto qualcosa. Questa situazione è stata dipinta ai sindacati dall’amministratore delegato Andrea Razzini, il quale avrebbe prospettato – se non ci saranno commesse o ricapitalizzazioni- un intervento sul personale, come la messa in aspettativa o il contratto di solidarietà per i circa 90 dipendenti della società.
«Razzini – spiega Andrea Gaggetta (Cisl) – ha spiegato che fino al 2012 il bilancio di Insula è stato a posto e che il 2013 invece si presenta con un buco di 700mila euro che avrebbe portato l’azienda in perdita. Ha anche aggiunto che il Comune deve decidere presto che cosa fare della società, altrimenti bisognerà intervenire a ridurre i costi anche di personale».
Il sindaco Giorgio Orsoni, con il vicesindaco Sandro Simionato, l’assessore ai lavori pubblici Alessandro Maggioni, e il presidente della società Giampaolo Sprocati, ha detto che su Insula il Comune è sempre intervenuto. «Questo impegno è stato confermato – prosegue il sindacalista – e per noi è positivo. Il sindaco ha detto che la Giunta approverà un atto di indirizzo per garantire a Insula un progetto importante fino al 2014 finanziato con 60 milioni di Legge speciale».
Ma l’impegno di Ca’ Farsetti è trasformare Insula nell’unico braccio operativo dei Lavori pubblici, aggiungendo nuove funzioni. Così, dopo aver affidato alla società le pratiche del condono ed essere disposto ad affidarle anche il recupero dei crediti, l’amministrazione sta valutando l’idea di trasferire il ramo d’azienda “realizzazioni” da Avm a Insula, con il passaggio di alcuni dipendenti.

 

Fondi neri delle imprese: sempre più evidenti gli intrecci fra le due indagini così la procura di Venezia valuta se far lavorare insieme i pm Ancillotto e Tonini

VENEZIA – Il procedimento sul Consorzio Venezia Nuova e quello su Giorgio Baita, ex amministratore della Mantovani, potrebbero imboccare la strada della riunificazione. Alla luce degli intrecci sempre più evidenti tra l’inchiesta condotta dal sostituto procuratore Paola Tonini e quella coordinata dal collega Stefano Ancillotto, le due inchieste potrebbero confluire in un unico fascicolo per unire gli sforzi e far fruttare al meglio l’immensa mole di documenti e intercettazioni raccolti in questi lunghi mesi di indagine. I due sostituti procuratori, dunque, potrebbero costituire insieme un pool per far luce sulla gestione degli appalti nelle grandi opere in laguna. Una cosa certa emerge infatti dalle inchieste della Procura di Venezia su grandi opere e malaffare in Veneto: chi voleva partecipare al business doveva contribuire a creare fondi neri, attraverso fatture false prodotte da società cartiera fatte nascere ad hoc. Le fatture false e i fondi neri sono i due elementi comuni alle inchieste dei sostituti Ancillotto e Tonini. Il primo ha arrestato Piergiorgio Baita, ex presidente della Mantovani per frode fiscale, la seconda Giovanni Mazzacurati, ex presidente del Consorzio Venezia Nuova, per turbativa d’asta. La Mantovani è stata ed è la spina dorsale del Consorzio che sta realizzando il Mose in laguna. Chi non accettava la regola delle fatture false, restava fuori. Lo sapevano le imprese legate alla destra, come quelle finite nell’inchiesta di Ancillotto e lo sapevano quelle del mondo delle coop al centro dell’indagine della Tonini. Dalle intercettazioni fatte a Baita risulta che quando l’ex presidente della Mantovani chiamava l’ingegnere Mazzacurati si percepiva quasi un rapporto di sudditanza tra i due. Tutto, insomma, ruotava introno alla figura onnipotente di Mazzacurati sia per quanto riguarda l’attività regolare delle imprese e del Consorzio sia per quel che riguarda le fatture false e i fondi neri. Gli inquirenti sono certi che sia Baita che Mazzacurati sedevano al tavolo decisionale, ma non erano gli unici. Per far tornare i conti, incrociando i documenti dell’una e dell’altra inchiesta che si stanno sovrapponendo sempre di più, la procura veneziana potrebbe quindi decidere di unificare i procedimenti. Ieri, intanto, si è riunito il nuovo Consiglio Direttivo del Consorzio che risulta così costituito: presidente Mauro Fabris, vicepresidente Alessandro Mazzi, consiglieri Duccio Astaldi, Giampaolo Chiarotto, Romeo Chiarotto, Omer Degli Esposti, Americo Giovarruscio, Mauro Gnech, Giovanni Salmistrari, Salvatore Sarpero. (m.pi.)

 

BACINO DI LAMINAZIONE DI TRISSINO

Sospetta concussione, inquirenti al lavoro

VICENZA – Un terremoto, le perquisizioni compiute l’altra mattina dagli agenti della sezione della procura del Corpo forestale dello Stato. Gli inquirenti, coordinati dal procuratore di Vicenza Cappelleri e dal pm Severi, stanno esaminando la massa di documenti sequestrati nelle abitazioni degli indagati e negli uffici del Consorzio di bonifica Alta Pianura Veneta (Apv) e del Consorzio di bonifica veronese. Fra le carte, le offerte delle varie aziende che hanno preso parte alla gara d’appalto per la realizzazione del bacino di laminazione di Trissino. È sul primo stralcio – da 26 milioni di euro – che si sono concentrati gli inquirenti. L’ipotesi della procura è che la gara potesse essere truccata. Il ruolo del possibile “truccatore” ce l’avrebbe avuto Antonio Nani, di Nanto, presidente del Consorzio Apv, iscritto sul registro degli indagati con le ipotesi di turbativa d’asta ma anche di concussione, mentre per gli ingegneri veronesi Luca Pernigotto (dipendente di Apv e responsabile del procedimento) e Roberto Bin (direttore del Consorzio veronese, e commissario) l’ipotesi è solo quella della turbativa d’asta. Nani si difende spiegando di aver chiesto scrupolo ed attenzione prima di eliminare qualche concorrente. Una versione ora al vaglio degli inquirenti vicentini.

 

Gazzettino – Inchiesta Mose. Il caso Mazzacurati.

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4

ago

2013

«Siamo dei benefattori, abbiamo pagato tutti». Sembrava una sbruffonata, quella frase intercettata a Pio Savioli nel gennaio 2011, una sorta di delirio di onnipotenza del tangentaro. Ma, a nemmeno un mese dall’esplosione del “caso Mazzacurati”, quelle parole registrate delle Fiamme gialle pesano in modo diverso. E sembrano affermare una raggelante verità: in tanti avrebbero approfittato della “generosità” dei tesorieri del Consorzio Venezia Nuova e della galassia di società e imprese legate all’ingegnere-imperatore. Al di là delle responsabilità individuali – che andranno accertate senza impiccare questo o quell’intercettato a una frase magari decontestualizzata – a sconcertare è il reticolo di intrecci, di amicizie, di collegamenti che sembra ricondurre molti rapporti venezian-veneti a un centro di potere ed interessi in grado di distribuire cariche prestigiose, posti di lavoro ambìti e favori condizionanti. Un puzzle che inquina e confonde ogni ruolo in laguna, che vede i controllori legati a doppio filo ai controllati nell’eterna riproposizione di un dubbio che i latini, maestri di concretezza, avevano già marchiato a fuoco. Appunto, i controllori non li controlla nessuno, a Venezia come a Roma (vedi il dirigente del ministero che implorava un “buon collaudo” al doge Mazzacurati), anzi le parti vengono esattamente ribaltate e sono proprio coloro che dovrebbero essere guardati a vista – considerato la spaventosa mole di finanziamenti legati al Mose – ad esercitare un’azione, questa sì efficacissima, sui movimenti altrui. «Suscitano non poche perplessità – scrive non a caso la Finanza nella sua relazione – i vincoli familiari che legano soggetti tutti collegati direttamente o indirettamente al Consorzio Venezia Nuova». E poi via con un’impressionante lista di nomi di parenti, famiglie e conoscenti tutti messi al posto giusto nella citata catena di controllo alla rovescia. E’ un vero e proprio sistema che ne esce impietosamente fotografato, peraltro quello di più alto livello; certo, qui siamo nei salotti buoni e ricchissimi del potere, ma è forte l’impressione anche relativamente ad altri ambiti “minori” che la meritocrazia sia stata in massima parte cancellata a favore di una logica di clientele partitiche e parafamiliari: senza la sponda giusta e senza una tessera in tasca non vai da nessuna parte, tanto più in una realtà come quella veneziana in cui il peso del settore pubblico è preponderante. Una piramide di amici degli amici che, laddove girano tanti soldi, lì in alto, finisce per produrre frutti avvelenati.
Tre anni di inchieste (dalle tangenti in Provincia alle corsie privilegiate e a pagamento in Comune) hanno cominciato a scoperchiare il barile del marcio, ma la sensazione che ora stia per deflagrare la santabarbara è forte. E se nelle altre storie di tangenti & regalie il livello politico non è stato intaccato, stavolta l’azione a tenaglia dei pm sui fronti Baita e Mazzacurati sta aprendo crepe significative. Dopo le ferie d’agosto sapremo se scosse di assestamento o annuncio di terremoto.

Tiziano Graziottin

 

un sistema da scardinare

L’ex consigliere del “Venezia Nuova” avrebbe ricevuto somme ingenti

FONDI NERI – Notevoli quantità di contanti nella cassaforte dei Boscolo

IL TRUCCO – Palancole e massi pagati a prezzi esorbitanti

L’INCHIESTA La Guardia di Finanza ha ricostruito il flusso del denaro gestito dalla coop San Martino

Mose, l’ombra del riciclaggio su un giro vorticoso di soldi transitati per Austria e Ungheria

Riciclaggio: è il settimo filone investigativo sviluppato dalla Guardia di Finanza nell’ambito dell’inchiesta che ha minato le basi del colosso lagunare Consorzio Venezia Nuova, concessionario unico per la realizzazione del Mose, e che trae diretta origine dal primo filone, ovvero l’emissione e l’utilizzo di fatture per operazioni inesistenti e dal secondo che verte sulla creazione di fondi non indicati nei bilanci ufficiali delle società, che porta dritto al terzo filone, indicato con una sola parola: tangenti.
Tutto ruota attorno alla cooperativa San Martino scarl di Chioggia e a Pio Savioli, consigliere di Cvn, indicato dagli stessi finanzieri come “il grande protagonista” dell’attività di indagine. Sia i titolari della San Martino, Mario e Stefano Boscolo Bacheto, padre e figlio, che Savioli sono tuttora ristretti ai domiciliari, misura confermata dal Tribunale del Riesame, per i gravi indizi di colpevolezza e il rischio di reiterazione dei reati.

L’INIZIO – Tutto inizia a metà 2009 quando le Fiamme gialle si presentano nella sede della cooperativa per procedere con una delle tante verifiche fiscali in azienda programmate sulla base del volume d’affari o del settore di riferimento. L’effetto domino è devastante e porterà quattro anni dopo, ovvero lo scorso luglio, all’arresto persino del padre-padrone del Venezia Nuova, l’ottantunenne Giovanni Mazzacurati.
Cosa scoprono i militari del colonnello Renzo Nisi e del tenente colonnello Roberto Ribaudo? In sintesi che i sassi da annegamento e le palancole utilizzate dalla S. Martino per le bocche di porto del Mose a Chioggia vengono pagati a prezzi esorbitanti rispetto a quelli di mercato. E che l’acquisto non avviene più direttamente dalla società croata fornitrice, bensì da una austriaca la Istra Impex con sede a Villach che fa da intermediario. «I Boscolo – spiega la Gdf – risultano legati da vincoli truffaldini al Savioli che di fatto impone l’utilizzo della coop da loro amministrata anche per l’illecito finanziamento effettuato dal Cvn nonché per la corresponsione di “tangenti” mascherate da “contratti per prestazioni” al presidente Mazzacurati».
Soldi fantasma, dunque. Generati da fatture false atte a giustificare i costi fittizi indispensabili per bilanciare gli “utili” derivanti dai lavori del Mose pagati dal Cvn tramite la consorziata Clodia, amministrata, forse non a caso, da Savioli.
Soldi che partono dalla San Martino verso l’Austria, transitano in Ungheria, ritornano in Austria e infine vengono riportati in contanti in Italia dagli stessi amministratori della San Martino. Un viaggio che dura, dai riscontri investigativi, non più di due settimane e che viene accertato attraverso documenti su carta, su pc e su chiavette usb.

LE TAPPE – Queste nel dettaglio le tappe e i “mezzi di trasporto” della movimentazione dei fondi occulti originati grazie alla sovrafatturazione dei famosi sassi: da San Martino a Istra Impex tramite le fatture emesse da quest’ultima; da Istra Impex a Da.El Impex tramite le fatture emesse da quest’ultima; da Da.El Impex a P&P Treu.Ber; da P&P Treu.Ber a uno dei Boscolo, Tranquillo Cucco, deceduto nel settembre 2010 e infine da quest’ultimo alla “cassa nera” della San Martino dislocata nelle cassaforti delle abitazioni private dei Boscolo. E da qui i quattrini “puliti” finivano nelle tasche – è la destinazione individuata della Finanza – di Savioli (almeno 600mila euro), di Stefano Tomarelli altro consigliere Cvn (almeno 20mila euro), dei dipendenti per extra sullo stipendio e degli stessi titolari della San Martino per spese personali.
«Sconvolgente – scrivono al riguardo sempre i finanzieri – per la precisione cronologica e numeri percentuali, appare a questo punto il raffronto fra i dati bancari opportunamente elaborati e la documentazione extra contabile acquista nella sede della San Martino. Infatti viene matematicamente dimostrato come le somme bonificate dalla Istra alla Da.El. Impex ritornino dopo circa 15 giorni nella disponibilità di Tranquillo Boscolo Cucco (ridotte di una percentuale pari a circa il 22%)».

Monica Andolfatto

 

Gazzettino – Venezia. Il “Mose” passa all’azione

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4

ago

2013

Entro ottobre entreranno in funzione le quattro paratoie alla bocca di porto di Lido

Mancano ancora 500 milioni per completare tutti i lavori

Il presidente Fabris: «Le prove in banco consentiranno di testare il sistema»

Il conto alla rovescia è già iniziato. E così si entrerà nel vivo. Tra settembre e ottobre prossimi le quattro paratoie, (lunghe 18 metri e mezzo, larghe 20 e spesse 3,6 metri) già posizionate alla bocca di porto di Lido verranno azionate. Sarà un ulteriore passo avanti. Insomma, si passerà dalla fase della posa a quella del “movimento”. Un segnale decisivo per un’opera idraulica ineguagliabile (quanto discussa) come il Mose.
Ma sarà comunque un dato positivo, soprattutto vista la “tempesta” giudiziaria di questi ultimi mesi che ha coinvolto il Consorzio Venezia Nuova, concessionario delle opere di salvaguardia. E, tanto per rimanere nella metafora, dopo l’addio di Giovanni Mazzacurati, poi travolto dall’inchiesta della magistratura, sulla “tolda della nave” il neopresidente Mauro Fabris ha tracciato le linee del futuro. E dopo aver parlato di monitoraggio e cessione della gestione al Comune e/o agli enti locali quando l’opera andrà a regime, ha provveduto ieri alla nomina del nuovo Consiglio direttivo dell’ente (come riferiamo qui sotto).
«Abbiamo ribadito gli obiettivi – sottolinea il presidente del Consorzio – Anche perché ci aspettano mesi molto impegnativi per il futuro dell’opera. Ci saranno le cosiddette “prove in bianco” delle paratoie che ci consentiranno di “testare” il sistema. Siamo di fronte ad un’opera di ingegneria idraulica straordinaria». Un segnale soprattutto se si tiene conto che il Mose è stato completato quasi all’80 per cento, dopo che negli anni sono stati stanziati ben 5 miliardi di euro. «All’appello – spiega il direttore del Consorzio, Hermes Redi – mancano circa 500 milioni che dovranno servire per il completamento dei lavori alle bocche di porto (San Nicolò del Lido, Malamocco); per le “opere di mitigazione”; per la gestione della manutenzione e per rispondere alle richieste dell’Unione Europea sulla compatibilità ambientale».
Insomma, nonostante il tourbillon di queste settimane, il Consorzio punta molto sul rush finale per arrivare a regime nel 2016. E intanto scatta anche l’«operazione Trasparenza». «È indispensabile che la cittadinanza si renda conto del processo di sviluppo di quest’opera – spiega ancora Fabris – E per questo abbiamo deciso di potenziare il nostro sito internet arricchendolo con una piattaforma di webcam che, 24 ore su 24, informeranno sui progressi che si stanno facendo. Si tratterà di telecamere che, a circuito chiuso, consentiranno a ciascuno di conoscere da vicino e seguire i lavori. Oltre a questo, anche tenendo conto di come il Mose sia a suo modo una “attrattiva turistica”, abbiamo deciso di posizionare ai cantieri una segnaletica in più lingue (italiano, francese, tedesco, inglese) che possa illustrare anche ai turisti quello che si sta facendo». «Più coinvolgimento e più trasparenza – aggiunge Redi – nel segno di una maggiore collaborazione con gli enti locali e con tutti quelli che hanno interesse alla laguna».
Infine proprio in tema di contatti con gli enti locali, Fabris ci tiene a sottolineare il rinnovato rapporto con l’Amministrazione comunale veneziana. «In settimana – rivela Fabris – ho avuto modo di incontrarmi con il sindaco Giorgio Orsoni per discutere sul futuro della gestione del Mose, una volta a regime. C’è stata piena disponibilità al dialogo e soprattutto abbiamo discusso delle opportunità che questo “passaggio” potrà offrire. E questo nell’ambito di una Nuova Legge speciale per Venezia che la città attende da tempo».

Paolo Navarro Dina

 

DOPO LA TEMPESTA GIUDIZIARIA – Ecco tutti i nomi del nuovo direttivo del Consorzio

Questo il nuovo direttivo del Consorzio Venezia Nuova: Mauro Fabris (presidente); Alessandro Mazzi (vicepresidente), Duccio Astaldi, Giampaolo Chiarotto, Romeo Chiarotto, Omer Degli Esposti, Americo Giovarruscio, Mauro Gnech, Giovanni Salmistrari, Salvatore Sarpero, (consiglieri).
Nella prima riunione del consiglio direttivo è stata anche approvata la nuova organizzazione dell’ente proposta dal direttore Hermes Redi che però non è stata annunciata ufficialmente.

 

LA BUFERA SUL MOSE/IL RIESAME

VENEZIA Arresti domiciliari confermati per Gianfranco Boscolo Contadin, 74 anni, di Chioggia, direttore tecnico della Nuova Co.ed.mar. Il Tribunale del riesame di Venezia presieduto da Angelo Risi ha infatti respinto la richiesta di revoca della misura cautelare presentata la settimana scorsa dai legali dell’imprenditore. È stato invece revocato l’obbligo di dimora nei confronti di Valentina Boscolo Zemello, 30 anni, di Rosolina, rappresentante legale della Zeta srl rimasta coinvolta nell’inchiesta che, il 12 luglio scorso, ha fatto piombare il Consorzio Venezia Nuova nella bufera. L’ultima posizione da definire resta quella dell’ex presidente Giovanni Mazzacurati che i giudici del riesame avrebbero dovuto esaminare ieri. I legali dell’ingegnere – ormai da tre settimane agli arresti domiciliari – hanno invece scelto di non presentare istanza di revoca della misura cautelare. Una decisione, forse, presa alla luce delle condizioni di salute e dell’età dell’ex presidente che potrebbero convincere il gip a decidere di sospendere il provvedimento restrittivo. Nonostante Mazzacurati abbia iniziato a parlare con il sostituto procuratore Paola Tonini e nonostante il pericolo di fuga e di reiterazione del reato siano praticamente inesistenti, quello di inquinamento delle prove avrebbe potuto far decidere il Tribunale del riesame di respingere la richiesta di revoca dei domiciliari. L’altra strada percorribile per ottenere la sospensione è invece quella di confidare nel gip, considerate – come si diceva – le delicate condizioni di salute di Mazzacurati e la sua età avanzata. Restano invece ai domiciliari Pio Savioli, consigliere del Consorzio Venezia Nuova per il Consorzio Veneto Cooperativo, e Mario e Stefano Boscolo Bracheto, amministratori della Cooperativa San Martino di Chioggia i cui ricorsi sono stati respinti dai giudici del riesame. L’obbligo di dimora ad altri tre indagati dell’inchiesta sul Consorzio Venezia Nuova, ovvero ad Antonio Scuttari, rappresentante legale della Clodiense Opere Marittime, a Erminio Boscolo Menela, rappresentante legale della Boscolo Sergio Menela e figli, e a Dimitri Tiozzo dell’omonima impresa, era stato invece revocato nei giorni scorsi. La settimana prossima si sapranno con ogni probabilità anche le motivazioni di questa seconda tranche di ricorsi. Molti degli indagati, nel frattempo, hanno deciso di farsi ascoltare dal sostituto procuratore Paola Tonini che ha coordinato la Guardia di finanza in questa inchiesta. L’ultimo in ordine di tempo era stato Mario Boscolo Bacheto che aveva presentato ai giudici un breve memoriale in cui ha spiegato di aver dovuto versare 600 mila euro ai vertici del Consorzio Venezia Nuova per riuscire a lavorare e poter così partecipare agli appalti del Mose. (m.pi.)

 

MAGISTRATO ALLE ACQUE IN ATTESA DEL PRESIDENTE

Mose, raddoppiati i controlli nei cantieri

L’ingener Riva, responsabile della Salvaguardia: «Nostro compito è concludere l’opera» 

I controlli sui cantieri del Mose sono raddoppiati. E pur da tre mesi senza presidente, il Magistrato alle Acque ha ripreso la sua attività istituzionale a pieno ritmo. «Il nostro obiettivo adesso è concludere il Mose, far vedere che funziona». Lo dice con soddisfazione l’ingegnere Fabio Riva, da qualche mese responsabile dell’Ufficio veneziano della Salvaguardia. Ufficio che negli ultimi decenni ha autorizzato opere e controllato lavori, in qualche caso finito nell’occhio del ciclone dopo la recente inchiesta sul Consorzio Venezia Nuova. Riva, romano, una carriera tutta interna al ministero, ci tiene a far sapere che «gli uffici dello Stato stanno facendo il loro dovere». L’incertezza regna sovrana a palazzo Dieci Savi, in attesa degli sviluppi delle inchieste sul Mose. Ma anche dell’ormai imminente nomina del successore di Ciriaco D’Alessio. L’idea che circolava al ministero era quella di inviare in laguna un facente funzioni, in attesa dell’esito del bando. Si era parlato con insistenza di Massimo Sessa, già braccio destro di Angelo Balducci e presidente di sezione del Consiglio superiore dei Lavori pubblici. Ma il ministro potrebbe adesso scegliere anche di accelerare la procedura di nomina del bando. Per effetto della legge sulla Spending review sembra allontanarsi l’ipotesi di nominare un esterno. Bloccati anche gli scatti di carriera e i concorsi interni. La rosa dei papabili è dunque ristretta a pochi dirigenti di prima fascia delle Infrastrutture. Nomina attesa, anche perché il presidente del Magistrato ricopre anche un ruolo «politico». decisivo in questa fase di inchieste e grandi opere. (a.v.)

 

EX PRESIDENTE – Giovanni Mazzacurati chiederà la revoca dei domiciliari per ragioni di salute

INDAGATO – Pio Savioli ha ammesso di aver ricevuto soldi da imprenditori

CONSORZIO VENEZIA NUOVA – Stop all’interrogatorio. Per il magistrato l’indagato non dice tutta la verità

Gli inquirenti sono convinti che Pio Savioli non stia raccontando tutto quello che sa sulla destinazione dei fondi neri del Consorzio Venezia Nuova ad esponenti politici. È per questo motivo che il sostituto procuratore Paola Tonini ha interrotto bruscamente il secondo interrogatorio del consigliere del Consorzio pochi minuti dopo il suo inizio, contestandogli di tenere un comportamento reticente. L’episodio è accaduto giovedì: in mattinata il magistrato aveva discusso i ricorsi di alcuni indagati, tra cui lo stesso Savioli, davanti al Tribunale riesame. Nel pomeriggio ha convocato il consigliere del Consorzio Venezia Nuova con il suo difensore, l’avvocato Paolo De Girolami, per proseguire l’interrogatorio iniziato martedì e durato circa 5 ore. In quell’occasione Savioli aveva fatto ammissioni in relazione all’appalto “pilotato” per alcuni lavori al Porto di Venezia e anche in merito ad alcune somme di denaro incassate da alcuni imprenditori che avevano ottenuto lavori da parte del Consorzio; soldi che la Guardia di Finanza definisce tangenti. Savioli ha spiegato che il denaro non era per lui: dopo averlo ritirato dagli imprenditori lo avrebbe versato al Consorzio Venezia Nuova, assicurando di non sapere a chi, successivamente, fossero finiti quei soldi.
È proprio questo il punto sul quale, giovedì pomeriggio, sarebbe avvenuta la “rottura” con il pm. Savioli aveva ammesso di essersi fatto un’idea della destinazione finale: solo congetture e ipotesi, però, di cui non ha voluto fornire dettagli, proprio perché tali. Gli inquirenti evidentemente non gli credono e sono convinti che il consigliere del Consorzio Venezia Nuova (attualmente agli arresti domiciliari nella sua abitazione nel Trevigiano) sia a conoscenza di molti più particolari di quelli che ha raccontato. L’avvocato De Girolami si è trincerato dietro un “no comment”.
Nel frattempo, ieri pomeriggio il Riesame ha confermato la misura degli arresti domiciliari a Gianfranco Boscolo Contadin, detto Flavio (avvocati Sarti e Spiga), della Nuova Coedmar, una delle imprese che avrebbero accettato di ritirarsi per far vincere l’appalto alle piccole imprese suggerite dal presidente del Consorzio Venezia Nuova, Giovanni Mazzacurati. I giudici hanno invece revocato l’obbligo di dimora a Valentina Boscolo Zemello (avvocato Zarbo) della ditta Zeta, il cui ruolo viene ritenuto marginale.
Dopo la rinuncia al ricorso davanti al Tribunale, i legali di Mazzacurati (Muscari Tomaioli e Biagini) potrebbero decidere di rivolgersi al gip Alberto Scaramuzza chiedendo un affievolimento della misura degli arresti domiciliari alla luce delle precarie condizioni di salute dell’ex presidente del Consorzio.

 

Parere favorevole della commissione Via del ministero dell’Ambiente con alcune prescrizioni. Zaia e Orsoni soddisfatti

Per la piattaforma off shore del Porto arriva anche la «compatibilità ambientale» nazionale. Ieri la commissione Via del ministero dell’Ambiente ha approvato all’unanimità con prescrizioni il progetto del nuovo terminal petrolifero e commerciale in Adriatico. Un passo avanti per il progetto da tre miliardi di euro voluto dall’Autorità portuale e sostenuto da Regione e Unindustria.

«Questo parere apre la strada a un’opera capace di garantire il futuro sostenibile di Venezia e di rilanciare l’economia dell’Alto Adriatico», commenta il presidente della Regione Luca Zaia. Che plaude anche alle prescrizioni imposte dalla commissione. Che riguardano in particolare l’analisi degli impatti dell’opera sulle attività di pesca e di acquacoltura.

Entusiasta anche il presidente del Porto Paolo Costa. «Apprendiamo con soddisfazione di questo voto unanime», dice, «a conferma della bontà del progetto che farà dell’Alto Adriatico una gateway vincente». Costa ricorda anche come l’innovazione tecnologica e organizzativa per il trasbordo dei contanier e il loro trasporto a Marghera «potrà aumentare la competitività del sistema portuale italiano su scala europea». La grande piattaforma dovrebbe essere costruita 8 miglia al largo di Malamocco e contenere sia il terminal petrolifero che il porto per le grandi navi portacontainer. Profondità dei fondali 20 metri, navi troppo grandi anche per la conca di navigazione che era stata voluta accanto al Mose proprio per non penalizzare la portualità. Appena finti i lavori, ci si è accorti che la conca, votata dal Consiglio comunale nel 2002 (quando Costa era sindaco) è già inadeguata.

Il progetto di off shore è stato elaborato da Mantovani e Tethis per il Consorzio Venezia Nuova. I finanziamenti saranno dello Stato per la parte dei petroli (La Legge speciale del 1973 prevedeva l’allontanamento dalla laguna del traffico petrolifero) così come la diga di protezione, lunga 4,2 chilometri.

Soddisfazione espressa anche dal presidente di Unindustria Matteo Zoppas e dall’assessore regionale Renato Chisso («Una bella notizia per Venezia, per la conservazione dell’equilibrio della sua laguna») e del parlamentare veneziano del Pd Andrea Martella («Renderemo l’area veneziana competitiva rispetto al resto d’Europa»).

«Benissimo», commenta il sindaco Orsoni, «ci consente di liberare aree a Marghera per realizzare il terminal delle crocere», dice.

Restano dubbi e perplessità. Come quelli espressi da Italia Nostra, dal Porto di Ravenna, da tecnici del settore. Giovanni Anci, rappresentante della Provincia in Comitato portuale, ricorda che si tratta di un’opera «costosissima e pericolosa».

«Potrà danneggiare la pesca ma anche la laguna», dice, «in caso di incidente gli studi dei proponenti dicono che la macchia di petrolio arriverebbe in laguna. Con quei soldi si poteva attrezzare il terminal di San Leonardo».

Con il progetto approvato ieri le petroliere saranno fermate a 8 miglia dalla costa. Il greggio arriverà a Marghera attraverso una grande pipeline che correrà sotto l’abitato di Malamocco. La parte dei petroli sarà dunque finanziata dalla Legge Speciale (100 milioni sono già stati messi a disposizione), il resto dovrà essere realizzato con i fondi dei privati. Alla fine il terminal d’altura verrà a costare intorno ai 3 miliardi di euro, circa la metà del Mose.

Alberto Vitucci

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Riesame, libertà negata anche a Mario e Stefano Boscolo Bracheto. Mazzacurati rinuncia alla richiesta.

VENEZIA – Pio Savioli, consigliere del Consorzio Venezia Nuova per il Consorzio Veneto Cooperativo, resta agli arresti domiciliari. Così ha deciso ieri il Tribunale del riesame di Venezia respingendo la richiesta di revoca della misura cautelare chiesta dai difensori del consigliere. Arresti domiciliari confermati anche per Mario e Stefano Boscolo Bracheto, amministratori della Cooperativa San Martino di Chioggia. Il Tribunale del riesame, presieduto da Angelo Risi, ha invece revocato l’obbligo di dimora ad altri tre indagati dell’inchiesta sul Consorzio Venezia Nuova, ovvero ad Antonio Scuttari, rappresentante legale della Clodiense Opere Marittime, a Erminio Boscolo Menela, rappresentante legale della Boscolo Sergio Menela e figli, e a Dimitri Tiozzo dell’omonima impresa. A sorpresa, invece, l’ex presidente del Consorzio Giovanni Mazzacurati, agli arresti domiciliari dal 12 luglio scorso con l’accusa di turbativa d’asta, ha rinunciato al riesame che avrebbe dovuto essere discusso oggi. Questa mattina, dunque, saranno vagliate le richieste di revoca della misura cautelare solo nei confronti di Gianfranco Boscolo Contadin, direttore tecnico della Nuova Co.ed.mar, e di Valentina Zemella, rappresentante legale della Zeta srl, che era stata raggiunta dall’obbligo di dimora. Sono state rese note, nel frattempo, le motizavioni delle decisioni del Tribunale del riesame in merito alla prima tranche di richieste. In particolare, nei confronti di Roberto Boscolo Anzoletti, rappresentante legale della Lavori Marittimi e Dragaggi spa, i giudici hanno confermato gli arresti domiciliari ravvisando il pericolo di reiterazione criminosa. Nelle conversazioni con Mazzacurati, Boscolo Anzoletti chiede all’allora presidente di adoperarsi affinchè le grandi imprese restinofuori dalla porta. «Noi piccoli non abbiano il Mose – si lamenta Boscolo Anzoletti – e muoriamo». La possibili reiterazione del reato è all’origine della conferma della misura cautelare anche per Luciano Boscolo Cucco, rappresentante legale de La Dragaggi srl, per il quale il gip aveva firmato l’ordine di dimora. E’ andata meglio, invece, a Juri Barbugian, rappresentante legale della Nautilus srl e a Carlo Tiozzo Brasiola, della Somit. ai quali il Tribunale del riesame della settimana scorsa, non ravvisando elementi di reiterazione del reato, aveva revocato l’obbligo di dimora alla luce del loro «ruolo marginale» nell’inchiesta. Con il riesame di domani si chiude una prima fase dell’inchiesta che, soprattutto dopo le prime ammissioni degli indagati, sta facendo tremare il mondo dell’imprenditoria e della politica. Molti degli indagati hanno deciso di farsi ascoltare dal sostituto procuratore Paola Tonini che ha coordinato la Guardia di finanza in questa delicatissima inchiesta. L’ultimo in ordine di tempo è stato Mario Boscolo Bacheto che aveva presentato ai giudici un breve memoriale in cui spiega che doveva pagare i vertici del Consorzio Venezia Nuova (600 mila euro in due anni secondo la contabilità nera scoperta dalla Guardia di finanza) per riuscire a lavorare e poter così partecipare agli appalti del Mose, altrimenti la sua impresa sarebbe rimasta fuori, finita nel libro nero di Giovanni Mazzacurati. Come era capitato quando c’era da spartirsi le partecipazioni al Consorzio della Furlanis, della Maltauro e della Del Favero, ditte che lasciavano. Boscolo Bacheto voleva acqusirle, ma Mazzacurati si affidò ad altri. (m.pi.)

 

Il pm deposita i verbali di Sutto nuovi filoni per le indagini

L’ex presidente del Consorzio ha rinunciato alle sue richieste

Appalto Consorzio Venezia Nuova, il tribunale del Riesame nega la libertà al consigliere e a due imprenditori chioggiotti

DOMICILIARI – Niente libertà per Savioli, consigliere del Consorzio

Vi sono gravi indizi di colpevolezza e anche il rischio di reiterazione di reati dello stesso tipo. Il Tribunale del riesame di Venezia ha confermato, ieri pomeriggio, la misura degli arresti domiciliari a carico del consigliere del Consorzio Venezia Nuova, il trevigiano Pio Savioli, e dei due imprenditori di Chioggia, Mario e Stefano Boscolo Bacheto, della cooperativa San Martino (avvocati De Girolami e Franchini), coinvolti nell’inchiesta sull’appalto che sarebbe stato “pilotato” su disposizione dell’allora presidente del Consorzio, Giovanni Mazzacurati, per far vincere una serie di piccole aziende che si erano lamentate per essere state escluse dai lavori di Salvaguardia della laguna di Venezia.
Il collegio presieduto da Angelo Risi ha invece accolto i ricorsi presentati dai difensori di tre indagati minori, revocando loro l’obbligo di dimora imposto dal gip Alberto Scaramuzza. Pur rilevando la sussistenza di gravi indizi, i giudici ritengono che il loro ruolo sia stato marginale nell’accordo illecito: si tratta di Antonio Scuttari (Clodiense opere marittime) Erminio Boscolo Menela e Dimitri Tiozzo, delle omonime imprese di Chioggia, assistiti dagli avvocati Trivellato, Bortoluzzi, Grasso, Boscolo, Nichetti e Codato.
Le motivazioni del provvedimento saranno rese note la prossima settimana ma, con molte probabilità, rispecchiano quelle depositate ieri, relative a Roberto Boscolo Anzoletti, al quale la scorsa settimana sono stati confermati i domiciliari in quanto definito “regista” dell’appalto “pilotato”: fu il titolare della “Lavori marittimi e dragaggi”, infatti, a concordare con Mazzacurati l’assegnazione dei lavori portuali all’associazione d’imprese da lui capeggiata, previo un accordo che prevedeva il ritiro concordato di altre ditte. Sempre la scorsa settimana è stato confermato l’obbligo di dimora per Luciano Boscolo Cucco (Dragaggi srl) e revocato l’obbligo di dimora a Juri Barbugian (Nautilus) e Carlo Tiozzo Brasiola (Somit) proprio alla luce del ruolo marginale.
Per questa mattina è in calendario la discussione della posizione di Mazzacurati ma il suo difensore, Muscari Tomaioli, ha depositato in cancelleria atto di rinuncia: non è da escludere che, a seguito degli interrogatori, il pm Paola Tonini gli abbia anticipato un parere favorevole ad un affievolimento della misura cautelare. Ma la rinuncia potrebbe essere giustificata anche dalla volontà della difesa di non correre il rischio di un giudicato cautelare che possa in qualche modo compromettere in negativo la posizione processuale dell’indagato.
Questa mattina, dunque, il Riesame si limiterà a discutere i ricorsi di Flavio Boscolo Contadin (Nuova Coedmar) e Valentina Boscolo Zemello (Zeta).
Nell’udienza di ieri mattina il pm Tonini si è battuta per ottenere la conferma delle misure cautelari per Savioli e i due Boscolo Bacheto, depositando i verbali dell’interrogatorio di Federico Sutto, uomo di fiducia di Mazzacurati, il quale ha confermato l’esistenza di un accordo per far vincere l’associazione temporanea d’impresa capeggiata da Boscolo Anzoletti. Alcune parti del verbale sono coperti da omissis: altri filoni d’indagine sui sta lavorando la Guardia di Finanza.

 

VENEZIA – Le inchieste della Finanza partite da verifiche fiscali e approdate a sospetti di tangenti

Attesi sviluppi dopo le confessioni di Baita e le prime ammissioni degli indagati del Consorzio Venezia Nuova

MANAGER – William Colombelli assieme all’allora governatore Galan durante una riunione

Accertamenti su Colombelli tessera n. 5 di Forza Italia

Tutto nasce da una semplice verifica fiscale. Ecco il “grimaldello” utilizzato dagli investigatori per scoprire i fondi neri milionari che sarebbero stati utilizzati per pagare esponenti politici.
È accaduto con la società padovana Mantovani spa, fino a pochi mesi fa presieduta dall’ingegner Piergiorgio Baita; si è ripetuto con la cooperativa San Martino di Chioggia, una delle principali ditte impegnate nei lavori di Salvaguardia della laguna di Venezia. Nel primo caso le fatture false hanno condotto gli inquirenti a “cartiere” di San Marino e a conti correnti in Svizzera, ma anche in Canada e perfino in Thailandia; nell’altro i presunti collegamenti illeciti scoperti dai finanzieri sono con società e banche con sede in Croazia, Austria e Lussemburgo. Paesi diversi, trucchi sostanzialmente simili per creare consistenti “provviste” da utilizzare liberamente, senza dover sottostare ad alcun controllo. La Guardia di Finanza non ha dubbi sulla destinazione di una parte consistente di tutto quel “nero” derivante da false fatture per milioni di euro: servivano a finanziare la politica in cambio di un occhio di riguardo per appalti e lavori. O più semplicemente per ingraziarsi l’amministratore pubblico di turno in vista di futuri progetti riguardanti opere pubbliche. Di questo avrebbe parlato ampiamente lo stesso Baita nel corso degli interrogatori sostenuti davanti al pm Stefano Ancilotto. Ed è probabile che anche il pm Paola Tonini decida di ascoltare l’ex presidente della Mantovani nel filone riguardante i consistenti flussi di denaro gestiti dal Consorzio Venezia Nuova e dal suo presidente, Giovanni Mazzacurati.
Gli stretti rapporti tra imprenditori ed esponenti politici esce confermata con lampante evidenza dalle carte dell’inchiesta, anche se gli elementi più interessanti non sono ancora di dominio pubblico in quanto coperti da omissis perché oggetto di ulteriori indagini che, con molte probabilità, porteranno presto a nuovi, clamorosi sviluppi investigativi. La Guardia di Finanza lo scrive chiaramente nella relazione conclusiva all’inchiesta sul presunto appalto pilotato per lavori portuali a Venezia: «In diversi casi la provvista creata in capo alle società utilizzatrici viene utilizzata per corrispondere tangenti ai pubblici ufficiali referenti del Consorzio Venezia Nuova, nonché per elargire finanziamenti illeciti ad esponenti politici locali».
I forti legami tra esponenti politici e alcuni indagati nelle due inchieste parallele su Mantovani e Consorzio Venezia Nuova, sono emersi fin dall’arresto del bergamasco William Colombelli, 50 anni, console (a disposizione) di San Marino dove ha sede la sua Bmc Broker srl, società che avrebbe “fabbricato” false fatture per svariati milioni di euro per conto della Mantovani. Dagli atti dell’inchiesta emerge che Colombelli aveva la tessera numero 5 di Forza Italia. E i suoi contatti con gli ambienti politici veneti erano così stretti che, nel 2011, in occasione di una visita ufficiale a San Marino, l’allora ministro Giancarlo Galan preferì salire sull’auto di Colombelli piuttosto che su quella messa disposizione dalle autorità della Repubblica del Titano, provocando un piccolo incidente diplomatico.

Gianluca Amadori

 

RIESAME – Oggi tocca a Savioli, domani a Mazzacurati

Oggi Pio Savioli, domani Giovanni Mazzacurati. I ricorsi presentati dai due principali indagati per il presunto appalto pilotato per lavori portuali a Venezia saranno discussi dal Tribunale del riesame, presieduto da Angelo Risi. Nell’udienza di oggi sono fissate anche le discussioni relative alle posizioni di altri due indagati ai domiciliari, Mario e Stefano Boscolo Bacheto (coop San Martino di Chioggia), e di tre con obbligo di dimore, Antonio Scuttari (Clodiense opere marittime) Erminio Boscolo Menela e Dimitri Tiozzo, delle omonime imprese. Domani, oltre al ricordo di Mazzacurati, saranno discussi quelli di Flavio Boscolo Contadin (Nuova Coedmar) e Valentina Boscolo Zemello (Zeta).

 

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