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VENEZIA – Per coprire l’abolizione della prima rata Imu, 200 milioni arriveranno dalla riduzione dei fondi per il Mose e per la linea ferroviaria del Brennero

ROMA – Fondo per l’occupazione, ‘fondo bollette’ per l’efficienza energetica e le rinnovabili. Ma anche alcune opere in fieri, come il Mose di Venezia, senza contare la trentina di autorizzazioni di spesa dei ministeri (salva la scuola, anche dai 300 milioni di tagli ‘lineari’) oggetto di sforbiciate ‘mirate’, prime fra tutte le risorse per gli investimenti e la manutenzione straordinaria delle ferrovie (-300 milioni) e le assunzioni straordinarie, in deroga ai blocchi del turnover, per la sicurezza e per combattere l’evasione. Sono solo alcune delle ‘voci’ scelte dal governo per coprire la cancellazione della prima rata dell’Imu e i fondi per Cig e 6.500 esodati. Il fondo per l’occupazione sarebbe servito per finanziare la decontribuzione del secondo livello contrattuale. Con diversi interventi – spiega la Cgil – è stato ridotto e ora è addirittura azzerato. Ma il premier Enrico Letta spiega: «Quei soldi non sarebbero stati utilizzati quest’anno, sarebbero andati in economia».
Sulle coperture del decreto Imu il Parlamento rischia di trasformarsi per l’ennesima volta in campo di battaglia. C’è la questione del taglio delle detrazioni per le polizze già da quest’anno, mal digerita da tutte le associazioni dei consumatori. Ma c’è anche la grana della deducibilità per le imprese. Il viceministro dell’Economia Stefano Fassina, poi, torna a chiedere di ripristinare l’Imu sulle case di maggior pregio per trovare le risorse. Accanto a ‘macro-coperture’ come il gettito Iva dall’ulteriore tranche di rimborsi dei debiti della P.A. (925 milioni) o alla sanatoria sui giochi (600 milioni) si ‘pescano’ anche 250 milioni per quest’anno dal fondo per l’occupazione, mentre la Cassa Conguaglio settore elettrico partecipa con un ‘prelievo’ dalle disponibilità su 40 conti correnti (Mps) di 300 milioni. Altri 200 milioni arriveranno invece, tra 2014 e 2015, da una limatura del finanziamento del Mose, mentre è ridotto di 100 milioni nel 2015 (ne rimangono solo 20) il finanziamento per la realizzazione o il rafforzamento di alcune linee ferroviarie (il terzo valico dei Giovi e la linea Fortezza-Verona di accesso sud alla galleria di base del Brennero).
Dai tagli ai ministeri arriveranno oltre ai 300 milioni ‘lineari’ per i consumi intermedi altri 675 milioni da 35 voci di spesa già autorizzate: dalle risorse per il gestore dell’infrastruttura ferroviaria nazionale (-300 milioni) al comparto sicurezza, che vede tagliati diversi capitoli di spesa per le assunzioni tra polizia, vigili del fuoco e forze armate (a partire da 50 milioni sulle risorse stanziate dall’ultima legge finanziaria). Non sfugge alla cesoia dell’Imu anche la lotta all’evasione fiscale. Si tagliano di 20 milioni le risorse stanziate nel 2003 per le assunzioni di nuovi ispettori finalizzate alla lotta all’evasione.

 

Nuova Venezia – Mose, i comitati adesso chiedono i danni

Posted by Opzione Zero in Rassegna stampa | 0 Comments

31

ago

2013

GRANDI OPERE »NUOVO ESPOSTO ALLA CORTE DEI CONTI E ALLA UE

Ambiente Venezia: «Sequestrare i beni a chi ha approvato il progetto».

I Cinquestelle: «Via alla commissione d’ inchiesta»

Sequestro dei beni di chi ha approvato il Mose. Per pagare eventuali danni derivanti dalla realizzazione di un progetto «costoso e inefficiente». E una commissione parlamentare d’inchiesta su come sono stati spesi negli ultimi anni quasi sei miliardi di euro per la grande opera.

I comitati anti Mose alzano il tiro. E ieri hanno annunciato la presentazione di un nuovo esposto alla Corte dei Conti e all’Unione europea.

Chiedono sia accertato il «danno erariale» derivante dall’approvazione di un progetto ora nel mirino della magistratura, le cui certezze sono state messe in dubbio da uno studio della società «Principia», commissionato dal Comune nel 2006 e rimasto senza risposte.

Iniziativa clamorosa, che non resterà senza conseguenze. Perché con un esposto dettagliato inviato alla magistratura contabile di Roma e alla Procura regionale della Corte dei Conti del Veneto i comitati Ambiente Venezia, Assemblea permanente NoMose e Medicina democratica chiedono che siano identificati «tutti coloro che hanno dato il via libera al progetto, nonostante i pareri tecnici contrari».

La data decisiva è il novembre del 2006, quando si tennero le due riunioni tecniche alla Presidenza del Consiglio (allora Prodi) e al ministero dei Lavori pubblici di Di Pietro. I dirigenti dello Stato erano Carlo Malinconico e Angelo Balducci, entrambi poi finiti sotto inchiesta.

Roma, ma anche il Comitato tecnico di Magistratura, esperti del Magistrato alle Acque che avevano approvato le proposte progettuali del Consorzio Venezia Nuova.

«Il rapporto della società Principia, società di consulenza tra le più qualificate al mondo», hanno spiegato Luciano Mazzolin e Armando Danella, «aveva dimostrato che le paratoie del Mose presentano fenomeni di risonanza, e sono dunque dinamicamente instabili».

In sostanza, potrebbero non funzionare correttamente quando il mare è agitato, consentendo all’acqua di infilarsi tra una paratoia e l’altra. I documenti del Comitato di magistratura, accusano i comitati, non portano prove o risultati di calcolo che possano smentire quegli studi. E i lavori sono continuati.

Ecco allora il nuovo esposto. Inviato al magistrato della Corte Antonio Mezzera – lo stesso che aveva firmato una dura relazione sui «buchi neri» della salvaguardia qualche anno fa, rimasta lettera morta – e al Procuratore regionale della Corte Carmine Scarano, che ha aperto un fascicolo sulla vicenda qualche mese fa, dopo gli arresti eccellenti di Piergiorgio Baita e Giovanni Mazzacurati.

Ma anche al presidente della commissione Petizioni del Parlamento europeo, a cui è stato chiesto di riaprire l’istruttoria e considerare la vicenda Mose alla luce anche degli ultimi eventi.

Pubblico numeroso ieri al secondo piano di Ca’ Loredan. Nutrita delegazione di parlamentari Cinquestelle, con il deputato veneziano Marco Da Villa e il senatore Giovanni Endrizzi, il parlamentare europeo di Sel Andrea Zanoni, i consiglieri comunali Nicola Funari (Misto) Beppe Caccia (In Comune), Pierluigi Placella (Cinquestelle), l’assessore di Mira Luciano Claut. «Siamo pronti a dare il nostro appoggio per avviare al più presto una commissione parlamentare di inchiesta sul Mose», ha detto Da Villa. Ricordando come sia ancora attuale il film di Rosi «Le mani sulla città». Caccia ha stigmatizzato il mancato avvio dei lavori della commissione di inchiesta comunale e chiesto di far luce sulla nuova dirigenza del Consorzio.

Alberto Vitucci

 

L’ex presidente del Magistrato alle Acque perquisito nell’ambito dell’indagine sul Consorzio Venezia Nuova

Cuccioletta ricorre al Tribunale del riesame

C’è anche l’ex presidente del Magistrato alle acque, il romano Patrizio Cuccioletta, tra coloro che, nel luglio scorso, sono stati perquisiti dalla Guardia di finanza nell’inchiesta del pubblico ministero Paola Tonini che ha fatto scattare le manette ai polsi di Giovanni Mazzacurati e degli altri indagati per turbativa d’asta e frode fiscale.

Il 12 luglio, i finanzieri del Nucleo di Polizia tributaria hanno bussato anche all’abitazione di Cuccioletta a Roma, dove sono stati accolti dall’alto funzionario e dalla moglie: a Venezia si sono portati numerosi documenti che ora Cuccioletta rivuole indietro. Il suo legale, l’avvocato romano Ciro Pellegrino, infatti, ha presentato ricorso al Tribunale del riesame che ha fissato l’udienza per il 20 settembre prossimo.

Il Magistrato alle acque è l’organo tecnico del ministero delle Infrastrutture che in questi anni avrebbe dovuto controllare i lavori compiuti dal Consorzio Venezia nuova alle bocche di porto. Sono molti coloro che hanno presentato ricorso al Tribunale del riesame per riavere i documenti sequestrati, ci sono indagati come rispettivamente il dirigente e il geometra del Consorzio Giorgio Mainoldi e Antonio Furlan, gli imprenditori Roberta Biotto di Camponogara e Giovanni Jovine di Napoli, il geometra padovano Sergio Nave, l’imprenditore veneziano Nicola Falconi, ma ci sono anche persone perquisite e non finite nel registro degli indagati come Cuccioletta e l’ex dipendente del Consorzio Luciano Neri.

A Parte l’ex presidente del Magistrato alle acque, per tutti gli altri l’udienza davanti al Tribunale del riesame è fissata per il 17 settembre. I giudici, intanto, hanno depositato le motivazioni con le quali la scorsa settimana hanno respinto il ricorso del difensore di Federico Sutto, il braccio destro di Mazzacurati che aveva chiesto la scarcerazione (è agli arresti domiciliari con l’accusa di concorso in turbativa d’asta).

Per i magistrati veneziani deve rimanere agli arresti nella sua abitazione considerato che «a fronte dell’allarmante gravità del fatti contestati e del ruolo certamente essenziale anche se esecutivo rivestito dall’indagato (in ragione della concreta natura delle condotte dallo stesso poste in essere nell’alterazione del gioco della libera concorrenza per effetto del collaudato rapporto collaborativo con l’allora vertice consortile) non emergono elementi tali da legittimare la conclusione di un significativo affievolimento delle esigenze cautelari, in particolare è tuttora concreto il pericolo che l’indagato possa attivarsi, anche mettendo a frutto l’ampia rete di collegamenti acquisiti, per reiterare condotte analoghe a quelle oggetto d’indagine».

Giorgio Cecchetti

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MOSE – Gli ambientalisti veneziani hanno presentato due distinti esposti

Mose, doppio esposto «Il fronte del sì paghi»

«Potrebbero esserci problemi nella tenuta delle paratie»

Beppe Caccia: «Voci preoccupanti sul trasferimento di chi ha indagato»

Si chiede all’Europa di verificare l’utilizzo dei fondi versati a suo tempo

Doppio affondo contro il progetto del Mose. L’assemblea permanente, Ambientevenezia e Medicina democratica tornano all’attacco con due distinti esposti per cercare di fare luce sulla vicenda.
Ieri mattina Luciano Mazzolin, anche a nome del gruppo Misto, del gruppo In Comune, del movimento Cinque stelle e della federazione della sinistra, ha presentato i due documenti sul progetto che sfiora il costo finale di sei miliardi di euro.
Il primo esposto è stato inviato alla Corte dei conti e mira a dar vita ad una sorta di azione preventiva per realizzare un provvedimento cautelativo nei confronti di tutti quei tecnici e politici che, nelle varie sedi nazionali e locali, hanno di fatto approvato il progetto. Questo esposto nasce dal timore che, in presenza del problema della risonanza, si verifichino gravi instabilità nelle paratie.

«L’indagine della Guardia di finanza su Mantovani e Consorzio Venezia Nuova – ha spiegato Mazzolin – ha portato alla luce un pesante quadro di illegalità. Il sistema Mose, così come è progettato, avrà alti costi di gestione e manutenzione. Per questo è necessario far luce sulle persone che hanno concretamente contribuito alla realizzazione dell’opera». Alcuni studi alternativi non sarebbero stati presi in esame e per questo gli ambientalisti temono che possano verificarsi problemi nella tenuta della paratie. Anche perchè, è stato detto, le verifiche vanno fatte con il mare quasi in burrasca e non certo in una situazione di normalità.

«Di questo tema sui giornali nazionali non si è parlato abbastanza – ha rincarato il consigliere Beppe Caccia – e anche il nuovo vertice del Consorzio dovrebbe prendere maggiormente le distanze da Baita e Mazzacurati. Da giorni filtrano voci sul trasferimento dei finanzieri che hanno realizzato l’indagine e questo sarebbe molto grave, così come è grave che il Consorzio, dopo aver incassato i fondi, voglia sciogliersi due anni dopo la creazione del Mose».

Il secondo esposto è stato invece inviato all’Unione europea. Qui, sempre alla luce dell’inchiesta della Procura, si mira a coinvolgere la Banca europea degli investimenti per accertare se parte dei fondi stanziati a suo tempo, circa un miliardo come ha spiegato l’europarlamentare dei Verdi Andrea Zanoni, sia stato distratto per realizzare “fondi neri” o comunque per finalità corruttive.
A tal proposito gli ambientalisti hanno anche chiesto alla Commissione europea di fissare una nuova audizione con due tecnici, Armando Danella e Paolo Pirazzoli, che da tempo seguono da vicino il progetto contestato.

Gianpaolo Bonzio

 

Da Dolo, 15mila anime in provincia di Venezia, ai palchi di mezza Italia grazie all’hip hop. Intervista a Ermanno Menegazzo, che da oltre vent’anni racconta (in rima) quello che vede

Herman Medrano è figlio delle posse. Quando queste hanno smesso di suonare Herman si è messo a scrivere e cantare. Una produzione enorme, enciclopedica, di versi in rima, di canzoni lunghissime che chissà come riesce a ricordare in esibizioni che durano anche più di due ore. A ritmo di rap Medrano descrive il mondo. Lo fa con attenzione e spesso in maniera critica, non dimenticando l’ironia e la satira. Le parole, gli scioglilingua (che inibirebbero chiunque) parlano e partono dal Veneto per arrivare ad una lucida descrizione di un’Italia popolata di mostri e mostriciattoli; i nostri vicini di casa che Herman ci aiuta a comprendere meglio di chiunque altro. Medrano si accompagna musicalmente ai Groovy Monkeys, che aggiungono alla mitragliata rap un sound più caldo che sostituisce le basi campionate degli inizi. Iniziamo questa intervista a Herman chiedendogli di parlare delle trasformazioni del suo Veneto, partendo dagli anni ottanta. Gli anni di Felice Maniero, dei schei, del PIL in salita, del miracolo del nord est. Gli anni dove tutto ebbe inizio.

Che rimane di quel boom economico dalle vostre parti?

Parlerei di miracolo solo per un motivo: nessuno vuole vedere fra le pieghe per paura di trovare del marcio. Il Veneto non è più la “balena bianca” serbatoio di voti, è una balena “azzurra e verde”. Molti riducono il Veneto alla figura dell’imprenditore ossessionato solo da “i schei”, quando in realtà sono più assillati dal denaro i dipendenti che desiderano emulare i loro eroi col macchinone e la moglie sempre gran fica. Non c’è stato nessun miracolo culturale e non me lo aspetto per il futuro prossimo, ma è indiscutibile sia terra di conquista per chi ha abilità finanziarie e conoscenze di alto livello. Lo dimostrano le inchieste recenti e passate sulle connessioni politico-affaristiche per dividersi fette di appalti pubblici o per proporre mega-opere in finanza di progetto. Project financing! Facile no, lo faccio anch’io l’imprenditore pagando con i soldi degli altri! Quindi, strade, autostrade e trafori in deroga a tutte le regole, o proposte di centri commerciali inutili come Veneto City, tutto sulla pelle dei cittadini. Per questi personaggi il boom economico non è mai finito. Per tutti gli altri si continua a vivere nell’illusione che arrivi qualche briciola, riempiendosi momentaneamente la bocca di slogan più o meno folkloristici mutuati dalla politica.

Passante di Mestre, Mose, Veneto City, ovvero le grandi trasformazioni infrastrutturali in essere e in divenire da una parte. Dall’altra e contemporaneamente nei piccoli paesi e nella campagna urbanizzata si tenta di vivere ancora come un tempo, il piccolo bar con i tavoli nella strada, i campi, gli orti, le galline oltre il cancello e la sagra del paese. Secondo te queste sono “sacche di resistenza” o solo uno modo di vivere che presto scomparirà?

E’ un modo di vivere che non sparirà affatto. Ricordate il “ragazzo della via Gluck”, nel 1966 sembrava che il mondo stesse irrimediabilmente andando verso quel futuro. In parte è stato così, ed in parte no. Non si tratta di essere dei fuori di testa, ma continuare a coltivare la terra e alimentarsi con i frutti del proprio lavoro non potrà mai venir soppiantato da nessun surrogato industriale preconfezionato. La convivialità e il trovarsi, che sia nei bar o nelle feste di piazza, nelle osterie o a cena a casa di amici non si può sostituire con un social network, per quanto affascinante e moderno possa sembrare. Qui nessun è contrario a priori alle infrastrutture, bisogna però ragionare sulla sostenibilità del territorio, sulle ricadute dei costi e dei benefici reali e non sulle proiezioni di chi le propone. Purtroppo gli amministratori locali sono poco lungimiranti e abbagliati dai mega progetti prendono spesso fischi per fiaschi, oltre al fatto che le potentissime lobby del cemento e asfalto hanno altissima capacità persuasive sulla politica. Il Veneto come ogni altra regione necessiterebbe di partecipazione attiva dei cittadini, un po’ meno intorpidimento televisivo e un po’ più di interessamento per la vita della comunità dove si vive.

Qual è la qualità della vita nel Veneto? Anche alla luce delle storiche persistenze che elenchi (l’osteria, la festa di paese, el goto de vin).

La risposta non può essere univoca, sarebbe molto relativa, il mio è solo un punto di vista personale differente dagli altri quasi 5 milioni. Diciamo che se usiamo come parametro il lavoro, il PIL, il risparmio, le auto vendute e altri parametri economici usuali la tendenza è come il resto d’Italia, in caduta libera. Sono dati sicuramente importanti ma non fanno la qualità della vita. Io cambio auto quando si rompe e non ogni anno, i miei risparmi li spendo in viaggi, musica e libri, ed il fatto che consumi certi prodotti invece di altri non mi fa rientrare nelle statistiche, e come me ce ne sono sempre di più. Chi passa una serata con gli amici in compagnia senza spendere denaro starà sicuramente meglio, ma non è misurabile da nessun indicatore economico. Se misuriamo la qualità della vita con parametri legati alla partecipazione alla vita sociale, per quello che vedo io non siamo messi così male. Ancora ci si trova per chiacchierare, bere una/due birre in compagnia e ascoltarsi, vedere spettacoli, discutere dei propri problemi. Sono cose di non poco conto, che saldano le persone e le arricchiscono più del conto in banca o dell’auto nuova. Credo che le generazioni che crescono ora abbiano il senso di trovarsi in luoghi non abbandonati, circondati da persone con buona volontà che si curano di quel che gli è vicino. Sono sensazioni che accrescono il senso di benessere e spesso rendono gli abitanti di queste terre fieri di farne parte.

C’è ancora una ricerca al gusto, ai sapori, magari forti, magari unti, a partire dalla tua generazione e da quelle che seguono?

Credo sia legato al tipo di esperienze culinarie che si ricercano, ultimamente vedo in ascesa l’etnico e l’esotico, nonché il cibo economico di strada. I ragazzi sono sperimentatori, si sa che a volte esagerano, e il panino con 24 ingredienti consumato di notte a lato strada diventa consuetudine, creando problemi di salute. La cucina veneta era originalmente povera e a base di prodotti dei campi, non certo insaccati e formaggi, cose un tempo decisamente da ricchi. Quando vedo trattorie di lusso che la propongono come cucina d’elite mi prende un certo nervoso. Per finire, cosa sacra e inviolabile é il vino, che meriterebbe un articolo al giorno per spiegare quale rapporto si sia sviluppato con esso nel tempo. Inutile dire che le pubblicità qui hanno vita dura, non ci possono convincere a consumare intrugli dai brick di cartone.

Herman, chi è SUPEREBETE (la tua nuova canzone con Caparezza)?

Il SUPEREBETE è quel supereroe che ci parla da dentro, che ci consiglia e ci induce a fare scelte di fronte a delle situazioni, scelte che hanno poi delle ripercussioni sulla nostra vita. Il classico esempio, sei di fronte ad un prodotto e senti dentro di te quella vocina che ti dice: compralo, svelto, non farti sfuggire l’occasione, dai… fallo! Ma anche quella che ti dice di atteggiarti a gran conoscitore del prodotto stesso, quando devi commentare un vino e non ti accontenti di dire che è buono, ma ci costruisci sopra la storia del viaggio sensoriale più assurdo che ti faccia sembrare un gran esperto (e magari era vino del tetrapack). SUPEREBETE non è un qualcuno di separato da noi, ma vive in simbiosi con noi e troppo spesso prende il controllo della situazione portandoci verso la strada che chiunque direbbe la più stupida. L’intero album NOSECONOSSEMO è strutturato sulla mancanza di conoscenza: di noi stessi, degli altri, del mondo che ci circonda, della nostra storia e del nostro territorio. E molto spesso non conosciamo ed educhiamo a sufficienza il gusto! (Foto dal sito www.medrano.biz)

di Vinicio Bonometto e Grazia Fiore

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I PM LAVORERANNO ASSIEME

VENEZIA – Lavoreranno assieme i due magistrati impegnati nelle indagini sul Consorzio Venezia Nuova e sulle società ad esso collegate. Formalmente le inchieste coordinate dai pm Paola Tonini e Stefano Ancilotto sono ancora separate ma, al rientro dalle ferie, il procuratore capo potrebbe decidere di unire le forze in campo al fine di ottimizzare sforzi e risultati. Il primo filone è quello che ha preso il via dalla contestazione di false fatturazioni milionarie utilizzate dalla società Mantovani spa, presidieduta dall’ingegner Piergiorgio Baita; il secondo riguarda la turbativa d’asta per alcuni lavori portuali, principale indagato l’ex presidente del Consorzio Venezia Nuova, Giovanni Mazzacurati.
Entrambe le indagini sono soltanto all’inizio: gli investigatori, infatti, stanno cercando di ricostruire i consistenti flussi illeciti di denaro e, in particolare, vogliono capire se i soldi siano serviti per pagare amministratori e pubblici. Baita, ora ai domiciliari, ha iniziato a collaborare con gli investigatori tracciando un quadro del settore dei lavori pubblici nel quale tutti sono costretti a pagare per poter ottenere appalti. E, sulla base delle sue confessioni, oltre a quelle di altri indagati, non sono esclusi seguiti clamorosi. Tanto più che anche Mazzacurati avrebbe iniziato a collaborare con gli inquirenti, tornando in libertà prima di Ferragosto.

 

 

Dal parco alberato del palazzo del Cinema al Lido che non c’è più alla sublagunare e alle grandi navi, l’ultima video-denuncia degli ambientalisti

“Salvare Venezia”, ecco il video del flash mob virtuale partecipativo lanciato da alcune associazioni ambientaliste, tra cui AmbienteVenezia. Si tratta di una video-denuncia preparata da Sergio Renier e da Massimo Rossi. Tre gli orari di lancio del video, che gli autori invitano a diramare con un effetto “virale” su internet: il primo alle 10, gli altri alle 16 e alle 22.

Il parco alberato del Palazzo del Cinema al Lido di Venezia che non c’è più. E poi tanti esempi della “devastazione ambientale” che minaccia la Laguna: grandi navi, Mose, Sublagunare, raddoppio della pista dell’aeroporto di Tessera, nuove città fantasma e altro ancora.

Una video-denuncia che arriva alla vigilia della presentazione da parte del sindaco Giorgio Orsoni domani nella sala consiliare della Municipalità Lido Pellestrina, della mostra sugli esiti del processo partecipativo per il Piano di recupero dell’area antistante il palazzo del Cinema e l’ex Casinò del Lido di Venezia.

Una curiosità: i titoli utilizzati nel video sono tutti presi dalle cronache del nostro quotidiano degli ultimi mesi

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VENEZIA – I verbali dell’ex presidente del Consorzio sugli appalti contestati e sulle pressioni delle imprese di Chioggia

Mazzacurati: «Mi chiesero di lasciare quei lavori alle imprese piccole.

Un tentativo a fin di bene, c’era un’ingiustizia. E non ho preso soldi»

«Sono venuti questi chioggiotti e mi hanno chiesto di poter mettere una buona parola, diciamo, in modo che le imprese più… medio grosse, non partecipassero a questo lavoro, lo lasciassero alle imprese più piccole (…) Io non ho preso soldi (…) È stato un tentativo a fin di bene (…) era un modo per fare lavorare (…) per noi è un fatto molto positivo che la gente vada d’accordo, che lavori… si era creata una situazione in cui c’era un’ingiustizia».

L’ex presidente del Consorzio Venezia Nuova, Giovanni Mazzacurati, ha spiegato così l’intervento messo in atto nella primavera del 2011 per convincere le società Mantovani, Cooperativa San Martino e Nuova Coedmar a non partecipare ad un appalto da 12 milioni di euro per scavi nei canali portuali, in modo da lasciare campo libero ad una cordata di piccole imprese, capeggiate dalla Lmd di Roberto Boscolo Anzoletti. Quell’accordo, ritenuto in violazione della legge, è finito sotto inchiesta per turbativa d’asta e, lo scorso luglio, sono stati disposti gli arresti domiciliari nei confronti di sette persone, tra cui lo stesso Mazzacurati (rimesso in libertà prima di Ferragosto dal gip Alberto Scaramuzza).
Mazzacurati, dimessosi dalla carica di presidente del Consorzio a fine giugno (15 giorni prima dell’arresto), ha accettato di rispondere alle domande del pm Paola Tonini il 25 luglio, alla presenza del suo difensore, l’avvocato Giovanni Battista Muscari Tomaioli: un’interrogatorio durato appena mezz’ora, nel quale ha cercato di ridimensionare l’episodio finito sotto accusa, e di attribuirsi un ruolo di “buon padre di famiglia”, intervenuto per riequilibrare il mercato ed evitare che le piccole imprese potessero fallire a causa della crisi. L’unico interesse era che «ci fosse un circolo di lavoro e di produzione che fosse soddisfacente per queste imprese (…) C’era un forte risentimento perché si andava verso un sistema di lavori più complessi, più sofisticati», ha spiegato, riferendosi ai lavori del Mose che richiedevano in quella fase specifiche professionalità e non consentivano al Consorzio Venezia Nuova di assegnare interventi ai dragatori di Chioggia. «Li conosco tutti da quando sono nato. Quindi loro, trovandosi in difficoltà, cosa che fanno spesso, sono venuti da me per vedere se potevo intervenire… ho chiamato Baita (amministratore della Mantovani, ndr), che mi ha detto che tanto lui non avrebbe concorso».
L’ex presidente ha quindi ammesso di aver convinto il Coveco, la coop. San Martino e Nuova Coedmar a non concorrere. In cambio di cosa? «Niente, avrebbero avuto un po’ di serenità nel clima – ha risposto Mazzacurati – questi lavori erano poca roba nel complesso… in qualche modo avrebbe riequilibrato un po’ le questioni».
In realtà dalle intercettazioni effettuate dalla Guardia di Finanza emerge che le società più grandi accettarono di non partecipare all’appalto portuale in cambio dell’assegnazione di alcuni lavori di refluimento, ovvero di sistemazione delle barene in laguna. E Mazzacurati ha ammesso: «Hanno posto delle condizioni, che in parte sono state…»
L’ex presidente ha anche ammesso di essersi adirato dopo aver scoperto che il Coveco aveva violato il patto presentando un’offerta, come risulta da un colloquio intercettato con l’allora consigliere del Consorzio Venezia Nuova, Pio Savioli («eravamo d’accordo che dovevano astenersi»). E proprio a Savioli diede l’incarico di mandare un dipendente del Consorzio, Giorgio Mainoldi, per convincere l’amministratore del Coveco, Franco Morbiolo, a ritirare l’offerta per lasciare che le piccole imprese di Chioggia riuscissero ad aggiudicarsi tutti i lavori. «L’ordine era partito da me», ha precisato.
Mazzacurati ha assicurato di non aver mai parlato della vicenda con il presidente dell’Autorità portuale, Paolo Costa, aggiungendo di non essere a conoscenza dell’esito dell’appalto finito sotto accusa. Ha quindi aggiunto di non essersi mai occupato delle 19 precedenti gare per lavori portuali: «Nessuno è venuto a sollecitarmi di intervenire e forse non l’avrei neanche fatto». E ad una domanda del pm Tonini ha riconosciuto: «Capisco che non è stata una mossa ortodossa, però è stata fatta a fin di bene».

Gianluca Amadori

 

CONSORZIO VENEZIA NUOVA – Il segretario Sutto: così le imprese si accordavano per ogni lavoro.

GUERRA TOTALE – A Chioggia litigavano sempre. Si sono rivolti a Mazzacurati perché coordinasse

I REATI   «Non credevo si trattasse di comportamenti illeciti»

I RAPPORTI  «Nessuno scambio di favori tra ex presidente e ditte»

Sono una ventina gli appalti dell’Autorità portuale di Venezia finiti all’attenzione della Procura di Venezia dopo gli arresti dello scorso luglio per turbativa d’asta in relazione ad una gara che sarebbe stata “pilotata” grazie all’intervento dell’allora presidente del Consorzio Venezia Nuova, Giovanni Mazzacurati. Ora la Guardia di Finanza, coordinata dal sostituto procuratore Paola Tonini, sta lavorando per scoprire se vi siano stati accordi illeciti anche per precedenti lavori in ambito portuale.
A confermare i sospetti degli inquirenti hanno contribuito le dichiarazioni rese dal segretario di Mazzacurati, il trevigiano Federico Sutto: ascoltato dal pm Tonini il 17 luglio, ha dichiarato di essere a conoscenza e di aver avuto un ruolo soltanto nell’appalto del 2011, quello per il quale è finito ai domiciliari. Ma ha anche aggiunto che gli accordi tra le imprese di Chioggia per accapparrarsi gli appalti erano «all’ordine del giorno… Dicevano che loro si mettevano sempre in qualche modo d’accordo nel fare le gare…», ha messo a verbale Sutto.
In tre ore di interrogatorio l’ex segretario di Mazzacurati ha ricostruito le fasi dell’accordo che portò «i ciosoti», capeggiati dalla Lmd di Roberto Boscolo Anzoletti, ad aggiudicarsi tre lotti di lavori di dragaggio per un ammontare di 12 milioni di euro grazie all’astensione delle grandi aziende (Mantovani, Coop San Martino e Nuova Coedmar) concordata tramite l’intervento dell’allora presidente del Consorzio Venezia Nuova.
«Mazzacurati ha un rapporto con queste imprese da sempre… Non è che l’ha fatto in cambio di qualcos’altro… non c’era un interesse di natura economico… Nel momento in cui favorisce queste imprese nel Consorzio c’è un equilibrio che gli dà un ruolo e funzioni anche in veste di presidente, di gestore di rapporti… – ha spiegato Sutto, per poi aggiungere – A Chioggia c’era una guerra totale… .. ci sono sempre state delle liti…»
Secondo Sutto, le piccole imprese di Chioggia si rivolsero a Mazzacurati «sapendo che è l’unica persona che riesce ad intervenire nei confronti di Mantovani, Coedmar e San Martino per dire in qualche modo “fate a meno di partecipare”, ma non perché queste imprese hanno in cambio lavori in Consorzio». L’intervento del “Re” del Consorzio, insomma, sarebbe stata questione di mero prestigio, dimostrazione di carisma e di potere fine a se stesso. Spiegazione che non però convince il pm Tonini la quale, più volte, nel corso dell’interrogatorio, ha insistito per avere chiarimenti, ricordando che, in cambio alla mancata partecipazione all’appalto, le grandi imprese hanno ottenuto alcuni lavori di refluimento in laguna.
Sutto assicura di essersi occupato, su richiesta di Mazzacurati, soltanto di questo appalto, dopo che le piccole imprese (escluse dai lavori del Consorzio che non prevedevano più interventi di dragaggio) gli avevano chiesto aiuto sostenendo di essere in difficoltà. In precedenza i piccoli avevano lavorato spesso in cordata con una delle tre grandi imprese.
In chiusura di interrogatorio il pm Tonini ha chiesto a Sutto se avesse la consapevolezza che si stava commettendo un illecito: «Che ci fosse qualcosa sicuramente… – ha risposto l’ex segreteraio di Mazzacurati – Che ci fosse rilievo penale di questa natura, cioè che questo comportasse arresti, questo sicuramente no… Sarò stato superficiale… ma il Consorzio non fa appalti… probabilmente avrò sottovalutato… è la prima volta che mi succedeva…»

 

L’INCHIESTA DI VENEZIA

Proroga di sei mesi chiesta dal pm Tonini. Intanto il Riesame conferma gli arresti domiciliari per il trevigiano Sutto

VENEZIA – Mancava soltanto lui, ormai. E ieri, il Tribunale del riesame (presidente Stefano Manduzio) di Venezia ha respinto il ricorso del trevigiano Federico Sutto, agli arresti domiciliari dal 12 luglio scorso e, nonostante due interrogatori (l’ultimo con il pubblico ministero Paola Tonini è durato alcune ore) è ancora rinchiuso in casa sua.

Gli altri tredici indagati raggiunti quel giorno dai provvedimenti sono già tutti passati in Tribunale, con alterne fortune, mancava solo lui e il difensore, l’avvocato padovano Gianni Morrone, nei giorni scorsi ha presentato il ricorso. Sutto era il braccio destro di Mazzacurati per quanto riguarda i rapporti di rappresentanza, un tempo era socialista ed è stato segretario di Gianni De Michelis prima di Giorgio Casadei e sindaco di Zero Branco.

Intanto, il pubblico ministero Paola Tonini, prima di partire per le ferie d’agosto, ha chiesto una proroga di sei mesi per le sue indagini, sei mesi che probabilmente neppure utilizzerà tutti per chiudere la vicenda della turbativa d’asta della gara d’appalto per lo scavo dei canali dell’Autorità portuale e per la frode fiscale della Cooperativa San Martino. Ma per il codice la richiesta di proroga è prevista per sei mesi nè un giorno in meno nè un giorno in più. Non è escluso, infatti, che la rappresentante della Procura veneziana chieda il rinvio a giudizio per i quattordici indagati raggiunti dalla misure il 12 luglio scorso, proseguendo gli accertamenti per il resto. C’è, infatti, da considerare gli accertamenti avviati sulla base delle dichiarazioni di Mazzacurati, di Pio Savioli e di Sutto, che probabilmente si accavallano con le dichiarazioni rese da Claudia Minutillo e Piergiorgio Baita al pubblico ministero Stefano Ancilotto. Non è escluso, tra l’altro, che le due indagini vengano poi riunificate.

Il pm Tonin ha chiesto la proroga delle indagini per una trentina di persone. Non ci sono sorprese tra i nomi: si tratta di professionisti, imprenditori e dipendenti del Consorzio Venezia Nuova le cui identità erano già emerse nell’ordinanza di custodia cautelare per Mazzacurati e complici o nell’ampia informativa di oltre settecento pagine della Guardia di finanza, la metà delle quali coperte dagli omissis). L’unico nome nuovo è quello del geometra padovano Sergio Nave. (g.c.)

 

INCHIESTA MOSE – La difesa di un accusato di turbativa d’asta. Un imprenditore: fu l’avvocato a consigliare l’accordo sugli appalti

SCONOSCIUTO – L’indagato non fa il nome, inquirenti a caccia del professionista

Non avrebbero fatto tutto da soli gli imprenditori di Chioggia che, nella primavera del 2011, si accordarono per potersi aggiudicarsi, senza problemi di concorrenza, i lavori di scavo dei canali portuali. A suggerire la modalità di azione sarebbe stato un avvocato. Lo ha spiegato al pm Paola Tonini il capofila dell’associazione temporanea di imprese (Ati), Roberto Boscolo Anzoletti, amministratore della Lavori marittimi e dragaggi (Lmd) di Chioggia, finito agli arresti domiciliari a luglio, assieme ad altre sei persone (tra cui l’ex presidente del Consorzio Venezia Nuova, Giovanni Mazzacurati), con l’accusa di turbativa d’asta. In una memoria scritta depositata il giorno dell’interrogatorio, Boscolo Anzoletti, ha raccontato che «per decidere come partecipare ad un’offerta unitaria alle gare, senza creare turbative d’asta» fu contattato un legale (di cui non fa nome e che Procura cercherà di individuare ndr) il quale consigliò di «concludere gli accordi parasociali (…) Dico questo per sottolineare la mia buona fede», ha aggiunto l’imprenditore.
In dodici pagine Boscolo Anzoletti ricostruisce passaggio per passaggio come si arrivò all’accordo per pilotare l’appalto. «Tale gara per noi piccole imprese si presentava come una opportunità di lavoro importantissima che ci avrebbe consentito di tirare un po’ avanti e di superare questo periodo di crisi», ha dichiarato al pm Tonini, spiegando che il prezzo di base d’asta era particolarmente basso e che le piccole imprese avevano i mezzi per effettuare i lavori direttamente, mentre le grandi ditte (Mantovani, San Martino e Coedmar) sarebbero state poi costrette a subappaltare ad altri.
EVITARE LA GUERRA – Il primo incontro «per provare a non farci la guerra», si svolse nell’aprile del 2011 nella sede della Coedmar, su invito della stessa, ha spiegato Boscolo Anzoletti elencando tutti i presenti. A questo incontro ne seguì una seconda, sempre nella sede della Coedmar «nella quale non si raggiunse un accordo sul criterio di suddivisione delle quote». Accordo che invece arrivò a conclusione del terzo incontro, svoltosi nella sede della cooperativa San Martino: un risultato che Boscolo Anzoletti definisce «decisivo» in quanto «rappresenta per la prima volta l’unione di tutte le imprese “marittime” di Chioggia per partecipare unite alla gara».
A questo punto l’unico timore riguardava la possibilità che la Mantovani potesse «scompaginare gli accordi così faticosamente raggiunti», anche alla luce dei cattivi rapporti che vi erano tra Coedmar, San Martino e l’azienda di Piergiorgio Baita.
«COME UN PADRE» – Per questo motivo Boscolo Anzoleti fu incaricato di contattare Mazzacurati, che l’imprenditore chioggiotto conosce da quando nel 2009 il cugino Alfredo, sul letto di morte, gli disse che il presidente del Consorzio Venezia Nuova era «come un padre» e si sarebbe potuto rivolgere a lui per qualsiasi problema relativo all’attività lavorativa in laguna. «Non ho chiesto all’ing. Mazzacurati l’astensione delle grandi iprese dalle gare, ma di “intercedere” con il sig. Baita affinché fosse raggiunto un equilibrio per non interferire nei lavori di scavo», ha precisato.
«TUTTO A POSTO» – Boscolo Anzoletti ha poi riferito al pm di essere stato contattato il giorno seguente dal segretario di Mazzacurati, Federico Sutto, il quale gli avrebbe detto «É tutto a posto». (Anche Sutto è finito ai domiciliari e, ieri mattina, il Tribunale del Riesame ha rigettato il suo ricorso, confermando la misura cautelare). Lo stesso Baita, incrociato causalmente qualche giorno più tardi, lo avrebbe rassicurato: «Roberto, va bene. Ma la condizione è che tutti quanti i grossi rimangano fuori». A questo punto seguì un’ulteriore riunione tra le piccole imprese, nel corso della quale «tutti i partecipanti furono messi al corrente della situazione e degli accordi presi», ha spiegato l’amministratore di Lmd.
Boscolo Anzoletti ha chiuso la sua memoria assicurando che il prezzo di aggiudicazione dell’appalto è «assolutamente compatibile con il valore di mercato e i prezzi pagati dall’Autorità portuale di Venezia per le gare precedenti». E che, di conseguenza, nessun danno è stato provocato all’ente pubblico. Lettura non condivisa dalla Procura, che sta proseguendo le indagini anche su altri filoni.

Gianluca Amadori

 

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