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Dal 1° settembre vi sarà la dematerializzazione e sparirà la cosiddetta ricetta rossa. Chi richiederà una prescrizione farmaceutica al proprio medico di famiglia riceverà un promemoria stampato su carta bianca con il quale potrà recarsi in farmacia e ritirare il farmaco prescritto. Un sistema che coinvolge i medici dell’Azienda Ulss 13 e le farmacie. I medici di medicina generale interessati nel territorio dell’Asl 13 sono 180 e 30 sono i pediatri di libera scelta. La novità non implica cambiamenti particolari per i pazienti che, al posto della ricetta rossa farmaceutica, riceveranno un promemoria bianco contenente due codici: il numero di ricetta elettronica ed il codice fiscale dell’assistito. Con questo potranno recarsi alla farmacia preferita e ricevere il farmaco prescritto dal proprio medico. Tutto questo garantisce agli assistiti maggiore sicurezza, tempi più rapidi nell’erogazione dei servizi e contenimento della spesa sanitaria. I cittadini saranno informati attraverso una campagna di comunicazione dal titolo «Cambia il colore, aumenta il valore» che prevede la distribuzione di materiali negli ambulatori dei medici nelle strutture sanitarie del territorio. «Meno carte e meno burocrazia – sottolinea il direttore generale dell’Ulss 13 Gino Gumirato – favoriranno un accesso più snello e veloce alle cure facendo sentire il cittadino veramente il protagonista del processo sanitario. Per capire di cosa stiamo parlando, basta pensare che solo nel 2013 sono state prodotte in questa Ulss oltre tre milioni (3.147.203) di prescrizioni cartacee, delle quali 2.316.182 di farmaceutiche e 831.021 di specialistiche».

(L.Per.)

 

La denuncia dei famigliari dei pazienti oncologici: colpa della chiusura del reparto di Dolo per le ferie estive. L’Asl 13: situazioni eccezionali, le sedie ci sono per tutti

MIRANO – In piedi, anche ore, per la chemioterapia, perché non c’è posto a sedere. La denuncia arriva da un gruppo di famigliari di pazienti oncologici, dopo la chiusura per ferie, a luglio e agosto, del servizio di Oncologia ed Ematologia dell’ospedale di Dolo. Pazienti dirottati a Mirano, dunque, con conseguente affollamento delle sale e rischio disagi per chi attende la visita. «Succede così il paradosso che i pazienti in attesa di terapia oncologica della durata anche superiore alle quattro ore devono subire estenuanti attese perché non c’è lo spazio fisico dove farli sedere o sdraiare per sottoporli al trattamento chemioterapico», denunciano i famigliari, «il personale è encomiabile, si fa in quattro per aiutare gli ammalati, ma ci chiediamo se i dirigenti dell’Als 13 siano a conoscenza di questa penosa situazione o se si stiano godendo le ferie contenti di aver risparmiato chiudendo un servizio essenziale. Gli ammalati oncologici che invece non possono andare in ferie, non hanno la forza di protestare, ma vederli sfiancati e traballanti in piedi ad aspettare (anche ore) che si liberi una sedia per fare la terapia, non è accettabile, anche se il problema è limitato ai mesi di luglio e agosto. È mancanza di rispetto della dignità umana. Solo la sensibilità e la bravura del medici e degli infermieri, costretti a ritmi di lavoro estenuanti, riesce a dare agli ammalati la forza di continuare e sperare in una remissione della patologia». L’Asl però nega disagi eccessivi: «La situazione non rappresenta la normalità, ma l’eccezione e i casi eccezionali sono veramente tali, quindi molto rari, dovuti anche al fatto che all’interno dell’attività giornaliera del servizio vi è anche una quota di attività rappresentata dalle situazioni urgenti che non risulta programmabile e che può portare a un afflusso maggiore di pazienti. Ma questo accade anche durante il resto dell’anno, quindi anche con la contemporanea apertura di Dolo e Mirano e con il personale ridotto perché diviso tra le due sedi. Si tenga presente che a volte le attese non sono dovute a carenze strutturali ma a vere e proprie esigenze mediche legate all’espletamento di ulteriori accertamenti. Mai nessuno comunque è costretto ad attendere in piedi: le sedie ci sono per tutti. La chiusura della doppia sede ha solo il fine di consentire il normale e obbligatorio svolgimento delle ferie al personale, assicurando al tempo stesso la corretta risposta alle esigenze dei pazienti».

Filippo De Gaspari

 

Gazzettino – Dolo “Ora servono risposte sull’ospedale”

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10

ago

2014

NUOVE POLEMICHE

La sindaca nel mirino

Il consigliere Giovanni Fattoretto contro il sindaco Gottardo: «Deve fugare i timori dei cittadini e dei dipendenti dell’Ulss»

FUTURO INCERTO – La denuncia di Fattoretto: «Il sindaco dica quali sono le prospettive per l’ospedale»

«Il sindaco Gottardo dia risposte sull’ospedale» È quanto chiede il consigliere leghista Giovanni Fattoretto anche alla luce di quanto evidenziato in questi giorni dal Comitato Marcato. «Il neo Sindaco Leghista di Padova, Massimo Bitonci, da subito ha scartato l’ipotesi di un nuovo ospedale privilegiando la ristrutturazione e l’ampliamento di quello esistente. Relativamente alla struttura ospedaliera dolese sembra invece che il sindaco Gottardo non dia altrettante risposte – dice Fattoretto – È infatti dal consiglio comunale del 30 maggio 2013 che attendo ragguagli in merito ai destini della parte vecchia del ospedale conosciuta come villa Massari, così come sono ancora in attesa dei risultati in merito all’incontro preannunciato nel consiglio comunale del 19 maggio scorso con il sindaco di Mirano e con il Direttore Generale del Ulss 13, così pure come rimango in attesa di una considerazione in merito al Legato Guolo depositato nel consiglio comunale del 19 Giugno dal quale emerge il vincolo di inalienabilità ad ospedale della stessa villa Massari totalmente contrastante con il cambio d’uso presentato nel Pati dell’attuale maggioranza.» Il consigliere Fattoretto insiste. «Non credo che il distacco del sindaco Gottardo dalla Lega Nord giustifichi questo suo comportamento per cui rinnovo pubblicamente le mie richieste affinché la Gottardo dia risposta alle questioni da me sollevate, ma anche nei confronti dei timori di cittadini e dei 200 dipendenti ospedalieri già informati nell’ottobre dello scorso anno di un prossimo loro trasferimento presso la struttura ospedaliera di Noale.»

 

Nuova Venezia – Deficit di 203 milioni nelle 24 Usl venete

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10

ago

2014

I numeri della sanità » il bilancio 2013

La Regione lo ripiana

Sinigaglia (Pd): «Coletto deve potenziare i piani di rientro

Venezia resta in caso più allarmante, centralizzare le spese»

I 50 mila dipendenti costano 2,1 miliardi e altri 548 milioni per i medici di base

VENEZIA – Sanità veneta: come trasformare il deficit di 203 milioni in un attivo, grazie all’intervento del top manager Mantoan che ha ripianato il buco con il suo «tesoretto » accantonato con la gestione centralizzata della spesa. Su un bilancio consolidato 2013 di 8,5 miliardi di euro che diventano 9,3 grazie alle prestazioni di servizi, si scopre che i 50 mila dipendenti costano 2,15 miliardi (quindi meno del 25%) cui bisogna sommare altri 548 milioni per i medici e i pediatri di base. Tra le entrate da segnalare i 183 milioni di euro incassati come ticket: la sanità gratis riguarda solo le fasce di reddito più povere. La delibera di Coletto. Tutti numeri che il 28 luglio l’assessore Luca Coletto ha allegato al conto consuntivo 2013 delle 21 Usl venete e delle tre Aziende ospedaliere-universitarie di Padova, Verona e Iov. Tirate le somme spunta un passivo di oltre 203 milioni che diventa però un utile di 4 milioni grazie all’intervento del direttore generale Domenico Mantoan che nella sua cassa centrale ha accantonato una riserva di 340 milioni utilizzata per ripianare le perdite, Usl in primis. Una gestione molto oculata che ha fatto esultare Zaia per l’eccezionale risultato, mentre non soddisfa affatto Claudio Sinigaglia, Pd, vicepresidente della commissione sanità, che dopo aver letto la delibera di Coletto, lancia l’allarme: «La situazione non è affatto felice, vanno realizzati dei piani di rientro per far tornare i conti in pareggio. Più che spending review, si tratta di seguire il modello dell’ Emilia che ha investito nell’informatizzazione e creato tre grandi aziende di acquisti per le spese accentrate. I punti di sofferenza riguardano sia Venezia, che Padova e Verona i cui deficit si trascinano di bilancio in bilancio», dice Sinigaglia. Le Usl in rosso. Sono undici le Usl con i conti in rosso con due new entry: l’Alto vicentino che macina 18 milioni di euro di perdita e la Usl 16 con altri 16 milioni. «A Padova c’è una linea ondeggiante: dopo l’integrazione avviata con Cestrone, da due anni siamo tornati alla divisione tra Usl 16 e AO. Mail deficit aumenta per chi gestisce i servizi territoriali», dice Sinigaglia. «Discorso analogo per il sistema universitario perché le due aziende speciali hanno gravi perdite: 25 milioni a Padova e 24 a Verona, in netta diminuzione sul 2012. Credo che le cause vadano cercate nella vetustà delle strutture: le 16 sale operatorie distribuite in 9 immobili creano pesanti disagi e costi altissimi di manutenzione degli edifici pari a 45 milioni di euro l’anno che si sommano ad altri 20 milioni di accantonamenti. Ecco perché Padova ha assolutamente bisogno del nuovo ospedale. A Verona l’aggregazione con l’università fa salire il deficit a 25 milioni e quindi va rivista la gestione», dice Sinigaglia. Il caso Venezia. Il «rosso profondo» è un dato storico acquisito che nemmeno il direttore Giuseppe Dal Ben può far rientrare: per la Usl 12 si scende da 55 a 47 milioni che sommati ai 16 milioni della Veneto orientale e ai 7,9 di Chioggia portano in rosso i conti per oltre 70 milioni: Venezia pesa per il 30% sul passivo della Regione e Zaia ha avviato un’indagine per capire quanto incida il project dell’ospedale all’Angelo di Mestre. Si riuscirà a rivedere il contratto con tassi all’8%? Impresa difficile. Ultimo allarme: Belluno raddoppia il deficit da 4 a 9 milioni. Le spese farmaceutiche. Le medicine incidono per 630 milioni su un bilancio di 9 miliardi di euro, mentre l’attività intramoenia dei medici che esercitano la libera professione negli ospedali costa appena 95 milioni alle 24 Usl: ciò significa che il sistema privato corre su un binario autonomo. Ultima curiosità: la sfida tra le due Aziende speciali universitarie è vinta da Padova che dichiara 566 milioni di ricavi contro i 514 di Verona e 575 milioni di spese contro i 517 della rivale scaligera. Il termometro dell’efficienza si misura alla voce «ricavi per le prestazioni sanitarie»: Padova registra 420 milioni, Verona 394. «Insomma, Coletto ha di che meditare» conclude Claudio Sinigaglia.

Albino Salmaso

 

Gazzettino – Dolo. “Non perdiamo solo l’ospedale”

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9

ago

2014

Le associazioni hanno raccolto molte firme per l’ospedale

DOLO – Il Comitato Marcato denuncia che la Riviera del Brenta perderà anche le strutture intermedie

Oltre all’ospedale, la Riviera del Brenta rischia di perdere pure le strutture intermedie. «In Riviera non ci saranno ospedali per acuti ma neppure strutture intermedie per i ricoveri post acuti, dato che in ospedale ci possono stare al massimo 6 giorni – interviene il Comitato Marcato -. Tali strutture, oltre a essere affidate ai privati, sono a pagamento per una quota anche a carico delle famiglie, che dopo il 31° giorno è di 25 euro e dopo il 60° giorno di 45 euro. Anche nel caso delle strutture intermedie i sindaci litigano su dove saranno collocate ma nessuno fa il conto che dopo i 30 o 60 giorni di ricovero, se la famiglia non ha le possibilità economiche, dovranno farsene carico loro perché la Regione se ne lava le mani». Il Comitato sostiene che dopo l’approvazione delle Schede Ospedaliere si sarebbe aspettato le Schede Territoriali proprio per definire tali strutture e servizi nel territorio: «Invece la Regione, con un colpo di mano, ha deciso dove e a chi affidarne la gestione, senza un confronto con il territorio. Per l’Ulss 13 le strutture più significative saranno ai margini, nei Comuni a nord e confinanti con Mestre».
«Non saranno create strutture edilizie ex novo ma l’obiettivo è quello di utilizzare il patrimonio esistente adeguando le strutture in essere a queste tre tipologie» ha affermato Michele Maglio, direttore dei Servizi sociali dell’Azienda sanitaria.
«Quali potrebbero essere le strutture nella nostra Ulss utilizzabili per tale scopo? – si chiede allora il Comitato -. Solo quelle private, naturalmente. Eppure, all’interno dell’Ospedale di Dolo ci sono padiglioni idonei, dismessi e completamente vuoti che, però, oltre a essere un patrimonio pubblico, sono stati destinati a una diversa operazione immobiliare, in difformità però alla Delibera Regionale appena approvata».

Lino Perini

 

DOLO – Prosegue questa mattina, in occasione del mercato settimanale di Dolo, la petizione popolare promossa dal Comitato Bruno Marcato e da altre associazioni e comitati del territorio per chiedere la salvaguardia e il potenziamento dell’ospedale di Dolo e dell’Asl 13. Chi fosse interessato troverà un gazebo in via Arino di fronte al Tribunale dove potrà firmare la petizione. Nelle prime settimane dell’iniziativa, tra cui la giornata unificata svoltasi il 19 luglio in numerose piazze della Riviera del Brenta, è stata superata quota 2500 firme a cui vanno aggiunte quelle raccolte in queste settimane a Camponogara e Campagna Lupia. I promotori dell’iniziativa chiedono il blocco dell’atto aziendale approvato dal direttore dell’Asl 13 Gino Gumirato, la classificazione dei nosocomi di Dolo e Mirano come ospedale di rete su due poli sanitari, lo stanziamento di fondi per i lavori del Pronto soccorso di Dolo, del nuovo distretto sanitario di Mira e per le altre strutture. Inoltre il 30 agosto prossimo si svolgerà un’altra giornata unitaria di raccolta firme in tutti i comuni della Riviera.

(g.pir.)

 

Mira. D’Anna e Zaccarin

MIRA – Paolino D’Anna (Forza Italia) e Fabio Zaccarin (Gruppo Misto) hanno presentato una mozione per chiedere che venga sospeso il piano di riorganizzazione dell’Asl13 già predisposto dal direttore generale, in attesa degli indirizzi relativi alle schede territoriali e alle nuove Asl. In particolare viene contestata «la netta divisione tra polo prevalentemente medico (per Dolo) e prevalentemente chirurgico (per Mirano), troppo sbilanciata e penalizzante per l’area sud della Riviera».

(a.ab.)

 

Gazzettino – Padova. Ospedale, l’offerta di Zaia.

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2

ago

2014

CONFRONTO – Quasi quotidiano sui destini dell’ospedale di Padova tra il sindaco Bitonci (s) e il governatore Zaia (d) leghisti

Il governatore: «Doppia struttura e Padova salirà a duemila posti letto»

Bitonci rilancia: «Troppi costi, meglio un unico complesso nell’attuale sede»

Due punti fermi: «Padova deve avere un nuovo ospedale. E la discussione non può andare per le lunghe». Poi la mano tesa al sindaco, compagno di partito: «Lui ha molti dubbi? Li metta nero su bianco, formalizzi la sua alternativa ricordando (perché lo sa) un particolare tutt’altro che secondario: con un nuovo nosocomio, la struttura ospedaliera della città avrà un totale di 2000 posti letto, contro i 1400 attuali». Posti suddivisi in due ospedali: quello della città, nel sito attuale; quello ad alta specializzazione in un’altra area. Il governatore Luca Zaia non ha altro da aggiungere per cercare di convincere il sindaco che ha in casa uno dei più avanzati poli ospedalieri d’Italia, che tutti si augurano restare tale se non migliorare ancora. Zaia chiarisce che non intende affrontare la questione con argomentazioni politiche «con contrapposizioni inutili», nonostante sia evidente uno strabismo all’interno della Lega e di Forza Italia, che a Padova appoggiano l’ipotesi Massimo Bitonci e in consiglio regionale si schierano con Zaia.
IL SINDACO – Bitonci, a stretto giro di posta, mette altra carne al fuoco. Per lui, la strada è quella di ricostruire l’attuale ospedale da zero nello stesso posto dove si trova ora. «Con la proposta di Zaia non vorrei che ci fosse una moltiplicazione di costi: per spostare l’ospedale S. Antonio e metterlo al policlinico che andrebbe ristrutturato. E poi per costruire l’ospedale ad alta specializzazione in un altro posto. Io manterrei la mia ipotesi: fare l’alta specializzazione nel sito attuale, nella parte est dell’ospedale odierno dove si trovano le cliniche universitarie e inglobare il S. Antonio in quella a ovest, dove ci sono monoblocco e policlinico».
IL GOVERNATORE – Zaia comprende la posizione del sindaco. «I suoi erano anche i miei dubbi, quando nel 2010 appena insediato in Regione, mi sono trovato il dossier “nuovo ospedale di Padova”». E cosa ha fatto? «Ho costituito una commissione di esperti, che alla fine hanno prodotto 200 pagine di relazione con la “sentenza”: ristrutturare il vecchio ospedale sarebbe dispendioso, i tempi sarebbero lunghissimi, con tanto di pesante disagio per i pazienti».
CHIARIMENTO – Il governatore ripete di «non avere mai tifato per un’area o per un’altra dove costruire il nuovo ospedale». Di certo, però, se al Comune spetta indicare la zona e di verificare le procedure urbanistiche, il compito della Regione è quello «di programmare l’organizzazione sanitaria, compresa la realizzazione delle strutture necessarie».
MANO TESA – L’attuale ospedale ospita 1400 posti letto, più tutte le cliniche e i servizi utili all’attività universitaria. L’apertura di Zaia nei confronti del collega di partito prevede di concentrare l’offerta ospedaliera proprio dove ora sorge il nosocomio, ristrutturare e riqualificare le costruzioni esistenti e concentrare in questo punto l’altro ospedale, il S. Antonio, l’Istituto Oncologico Veneto ottenendo in tutto mille posti letto. In parallelo, il Policlinico lascerebbe la storica sede per trasferirsi in un nuovo ospedale con altri mille posti letto. Padova, così, chiude lo Zaia-pensiero «passerebbe dagli attuali 1400 posti a 2mila». La città acquisirebbe l’area del S. Antonio, da utilizzare per servizi ai cittadini.
FONDI – Anche qui Zaia ha voluto chiarire. «L’idea del project financing per realizzare il nuovo ospedale, è l’ultima a cui ricorrere». Più volte Bitonci ha sollevato sospetti per un eventuale ricorso al finanziamento anche dei privati. Il governatore ricorda che la Regione ha stanziato 150 milioni in tre anni da destinare alla costruzione del nuovo nosocomio, in più «abbiamo ottenuto la disponibilità della Banca Europea Investimenti per un finanziamento con tasso dell’1%, e abbiamo anche chiesto al governo di coprire tutto o in parte la spesa». Quanto al project «sarà l’ultimo autobus».
La partita è sempre più aperta.

Giorgio Gasco

 

IL CASO PADOVA – Intanto in Comune il Carroccio e gli “azzurri” appoggiano il progetto del sindaco

Passa a maggioranza, grazie a Lega e Fi, la mozione per una nuova struttura in un’area diversa dall’attuale

Vecchio-su-nuovo. Nuovo-su-nuovo. Continua lo strabismo che ha colpito Lega e Forza Italia sul futuro dell’ospedale di Padova. Divergenza, certificata, anche ieri, da un voto in Consiglio regionale favorevole ad un nuovo ospedale: 34 sì, sette astenuti, non ha votato il capogruppo della Lega Caner.
Un vortice senza fine. Martedì, il sindaco Massimo Bitonci, in un faccia-a-faccia ufficiale e tecnico in Regione con il compagno di partito Luca Zaia, ha chiuso le porte alla realizzazione di un nuovo nosocomio nella zona Ovest della città, preferendo l’ampliamento dell’attuale struttura. Una posizione intransigente, recepita dal governatore regionale («non si può agire senza il consenso dell’amministrazione locale») con conseguente stop a qualunque ipotesi, in attesa che il comune indichi una soluzione diversa da discutere sempre con la Regione.
Trascorse ventiquattro ore, arriva una mozione firmata da più consiglieri regionali, anche di Forza Italia, e compreso l’assessore leghista, il padovano Maurizio Conte (area Tosi), che spinge per un nuovo ospedale in un’area diversa dall’attuale, in via Giustiniani. Quindi, nuovo-su-nuovo, anche se non a Padova Ovest; in sostanza l’ipotesi che il governatore portava avanti in base ad una decisione presa nel 2011 quando Bitonci non era certamente sindaco di Padova. Chi si aspettava che il documento restasse semplice indicazione di consiglieri regionali, si è dovuto ricredere. Ieri, la mozione è diventata la posizione ufficiale del Consiglio regionale. E anche in questo caso tra i sostenitori, esponenti di tutti i partiti, compresi quelli di Forza Italia e Ncd. E non manca il leghista Conte, quale si sono aggiunti altri colleghi padani: gli assessori Roberto Ciambetti e Daniele Stival, i consiglieri Luca Baggio, Nicola Finco, Matteo Toscani e Stefano Falconi. A conti fatti la Lega è divisa in tre: chi che vuole ampliare e ammodernare l’attuale ospedale (Bitonci); chi ha bocciato l’ipotesi Padova Ovest e ora attende una controproposta dal Comune (Zaia); chi sta sconfessando e punta da un nuovo ospedale e non certo nella stessa area dove sorge l’attuale (Conte da ieri capofila di una più ampia squadra). Posizione quest’ultima, che ha folgorato la maggioranza dell’assemblea veneta, quasi sia uno “schiaffo” al sindaco di Padova.
L’interessato, però, non si scompone. E, come altro esempio di strabismo politico, nelle stesse ore del dibattito in Regione, in Comune a Padova i capigruppo di Forza Italia e Lega, calavano il loro asso: anche in questo caso una mozione con l’obiettivo di realizzare una nuova struttura sanitaria nell’attuale area. Punto per Bitonci, che esulta considerando la decisione della Regione in linea con lui: «Si ribadisce che Padova Ovest non è idonea ad ospitare il nuovo ospedale». Vero, nella mozione non si parla di una localizzazione precisa. Si dice, però, che di vecchio-su-nuovo non se ne parla, per rafforzare il suo ruolo di eccellenza sanitaria, Padova ha bisogno di un nuovo ospedale in una nuova zona. E i soldi ci saranno solo per questa soluzione.
Il governatore Zaia, resta fermo sulla chiara posizione di amministratore che non può agire contro la volontà di una amministrazione comunale, fosse anche di identica militanza politica. Oggi, pero, il presidente del Veneto, atteso ad un appuntamento istituzionale all’ospedale di Mestre, potrebbe scrivere un altro capitolo.

Giorgio Gasco

 

Baita, l’ex doge, gli appalti «Ci fecero fuori dalle gare»

Gli interrogatori dell’ex manager Mantovani: «Lia Sartori non ci considerava. Favori ai funzionari? Chisso ce lo proibì, i rapporti con loro voleva tenerli lui»

VENEZIA – Nell’inchiesta Mose si parla anche di ospedali e di sanità del Veneto. È interessante vedere come funzionano le cose dall’interno di questo settore: le protezioni politiche per le imprese, il comportamento dei dirigenti regionali. Uno spaccato ce lo offre l’interrogatorio reso da Piergiorgio Baita il 6 giugno 2013 ai pm Stefano Ancilotto e Stefano Buccini. Ovviamente dal punto di vista della Mantovani, di cui l’ingegnere era indiscusso manager. Sono presenti gli avvocati Enrico Ambrosetti e Alessandro Rampinelli.
D. Finora non abbiamo mai toccato il settore ospedali e sanità…
R. Nel 2005,appena rieletto, il presidente Galan mi invita a pranzo in un ristorante di Galzignano, presente l’assessore Chisso. Mi dice che vista la quantità di lavori della Mantovani nel Consorzio Venezia Nuova, dovevo ritenermi escluso dagli appalti della Regione per tutta la legislatura. Io protesto, perché la partecipazione al Consorzio l’avevamo pagata, ma Galan mi fa vedere una nota che le imprese di riferimento gli avevano scritto sull’invadenza di Mantovani nel settore appalti, lamentele non più gestibili da lui e dalle due persone che lo assistevano nell’operatività, l’assessore Chisso per i trasporti e l’ambiente e l’on. Sartori per la sanità. Abbiamo avuto subito le prove che senza santi non si va in paradiso…
D. Sia più chiaro.
R. Ci fanno perdere un paio di gare in modo evidente, lo svincolo di San Giuliano, l’ospedale. Erano avvertimenti chiari. Noi seguiamo il consiglio e ci concentriamo sui project. Alcuni già avviati, come la Pedemontana e la Nogara Mare, altri proposti autonomamente da noi, come le autostrade del mare, la Jesolo-Cavallino, la Alvisopoli- Bibione. Oppure con proposte che facciamo in Ati con altre imprese: il sistema delle tangenziali con Pizzarotti, il prolungamento dell’A27 con Grandi Lavori Fincosit…
D. E nel settore sanità e ospedali?
R. Le leve operative dell’on.Sartori in sanità erano i direttori generali delle Usl, alla cui nomina aveva provveduto quasi in maniera autonoma, rompendo anche rapporti politici. I direttori delle Usl potevano essere etichettati come persone di sua fiducia. L’on. Sartori non ha mai considerato la Mantovani come soggetto di prima battuta in sanità, ritenendo che invadesse il campo riservato ad altri e in particolare alla Gemmo. Di conseguenza per entrare nelle operazioni sanitarie o si passa attraverso la Gemmo o non si entra. Questo lo posso certificare.
D. In che modo?
R. Quando ero con la Gemmo abbiamo avuto l’aggiudicazione degli ospedali di Mestre e di Thiene-Schio, quando non avevamo la Gemmo abbiamo perso project di cui eravamo proponenti unici, come il Centro protonico di Mestre, l’ospedale di Este-Monselice, l’ospedale di Verona, l’ospedale di Treviso, in cui siamo sempre arrivati secondi. Per l’ospedale di Mestre l’accordo proposto a tutti i soci era di affidare alla Gemmo la gestione in esclusiva per tutto il periodo di vita dei servizi informatici a condizioni talmente fuori mercato che lo stesso direttore Padoan era in imbarazzo con i suoi funzionari. Per Thiene-Schio i rapporti sono stati tenuti da Palladio Finanziaria del dottor Meneguzzo, cui abbiamo affidato l’incarico di closing finanziario con un fee importante sul finanziamento ricevuto da Unicredit.
D. Qual era allora il vantaggio per la Mantovani?
R. Di partecipare.
D. Per partecipare dovevate affidare i servizi informatici per sempre alla Gemmo?
R. Dico Gemmo perché era referente dell’on. Sartori , che era referente del settore sanità della Regione.
D. E nel caso di Thiene-Schio?
R. Abbiamo affidato a Palladio l’intermediazione finanziaria con Unicredit.
D. Ha mai dovuto elargire favori a funzionari inseriti nella catena di comando subordinata al presidente della Regione e all’assessore?
R. C’era un esplicito divieto a farlo dell’assessore Chisso. Diceva: «I rapporti con la struttura li tengo io».
D. È una cosa che Chisso vi dice espressamente: «Non dovete pagare i miei sottoposti, dovete pagare esclusivamente me»?
R. Lo dice espressamente a me e lo ripete tutti i giorni la Minutillo, che ha rapporti quotidiani con la struttura regionale.
D. Questo anche nella fase in cui Galan è presidente?
R. Nella fase in cui Galan è presidente non c’era bisogno di favori alla struttura. Questa ha solo bisogno di nomine, incarichi di cda, di fare carriera e la presenza di Galan era garanzia di copertura di carriera. Venuto meno Galan, la prospettiva di carriera sfumava e diventavano più interessanti altre prospettive, forse. D. Lei ha sempre rispettato il divieto di Chisso?
R. Sì, avremmo reso nullo il rapporto con lui se violavamo la regola.
D. Ma noi registriamo diverse conversazioni da cui risultano atti che dovevano essere fatti e invece restano fermi sulla scrivania e qualcuno vi fa presente che un certo favore chiesto non sarebbe ancora stato eseguito…
R. Diciamo che è pratica corrente cercare di avere un atteggiamento favorevole da parte delle strutture della P.A. Per esempio l’ingegner Vernizzi mi aveva sempre chiesto di dare incarichi all’avvocato Biagini…

Renzo Mazzaro

 

Imprenditori sotto torchio «Mai versato soldi a Galan»

La Gdf ha sentito le 10 persone che avrebbero contribuito alla campagna elettorale 2005

Pagnan smentisce seccato i rapporti con la Minutillo. Nel memoriale l’elenco delle proprietà

VENEZIA Gli uomini del Nucleo di Polizia tributaria della Guardia di finanza di Venezia hanno sentito alcuni dei dieci imprenditori che, secondo Giancarlo Galan, avrebbero contribuito chi con cifre considerevoli chi con somme più modeste, alla sua campagna elettorale per le Regionali del 2005. C’è chi si è presentato spontaneamente, chi è stato sentito come persona informata sui fatti: tutti comunque hanno decisamente negato, nessuno ha confermato la versione fornita dal parlamentare di Forza Italia rinchiuso nel carcere milanese di Opera. Gli interrogatori sono stati fatti su indicazione dei pubblici ministeri Stefano Ancilotto e Paola Tonini in vista dell’udienza di domani davanti al Tribunale del riesame, che dovrà decidere sul ricorso presentato dai difensori di Galan, gli avvocati Antonio Franchini e Niccolò Ghedini. Intanto arriva l’ennesima smentita, quella del re padovano delle sementi Renato Pagnan, che secondo Galan aveva «a libro paga Claudia Minutillo, a favore del quale seguiva tutte le vicende societarie all’interno della Regione ». «Ho preso atto con estremo stupore delle dichiarazioni riportate sugli organi di stampa che sarebbero contenute nel memoriale consegnato da Giancarlo Galan», scrive Pagnan, «e smentisco categoricamente quelle sul mio conto: non ho mai corrisposto alcunchè in favore della signora Minutillo, né ho mai chiesto alla signora Minutillo di seguire alcunchè per conto mio». Comunque, Galan nel suo memoriale, in cui si scusa e addirittura si dice «sinceramente dispiaciuto e pronto a risarcire », ritrae ambienti e rapporti davvero distanti dalla legalità. Ad esempio spiega che le campagne elettorali del candidato presidente alla Regione sono estremamente costose e «a molte voci era necessario far fronte in contanti». «La predetta esigenza», sostiene, «veniva incontro alla volontà di molti contributori, che non volevano apparire come finanziatori di una determinata forza politica ». Sottolinea anche di aver avuto le prove che Claudia Minutillo si fosse appropriata di almeno 500 mila euro: «Incontrai il veneziano Andrea Mevorach a Rovigno e rappresentai il mio dispiacere per non aver ricevuto contributi da lui. Mi mostrò i numeri di serie delle banconote consegnate alla Minutillo ». Oltre a negare di aver ricevuto soldi da Piergiorgio Baita lo descrive come «estremamente preparato,macinico, ambizioso e fornito di una sconfinata considerazione di se stesso». Di Giovanni Mazzacurati scrive che «mi chiese poche cose, non vi era necessità di convincermi della bontà del Mose, perché ci aveva già pensato Luigi Zanda, oggi capogruppo del Pd al Senato». Infine, cerca di smentire la Guardia di finanza e fa l’elenco delle sue proprietà, che sono davvero tante e di valore: possiede due barche, una di 7,40 metri e l’altra di 8,40 del valore la prima di 30 mila euro, la seconda di 100 mila. La sua villa a Cinto Euganeo vale meno di un milione e per restaurarla ha speso 700 mila euro, poi ha un appartamento a Rovigno del valore di 155 mila euro, uno a Lussino in comproprietà con l’imprenditore Luigi Rossi Luciani e il suo commercialista Paolo Venuti (ancora in carcere), una tenuta agricola in provincia di Ravenna, la Frassineta, e un bosco sui Colli Euganei del valore di 47 mila euro. Le auto: un’Audi Q7, una Land Rover e un Quadd, poi quelle d’epoca, una Land del 1980, una Pinzgawer del 1973 e una Mini Morris del 1976, regalo di nozze del suo avvocato Ghedini. Infine, almeno otto società e la partecipazione azionaria per 100 mila euro a Veneto Banca.

Giorgio Cecchetti

 

Mose, ultimi fondi arenati al Cipe

Pressing del Consorzio Venezia nuova sui 401 milioni promessi per le paratoie

VENEZIA – Due sole tappe per il completamento del Mose. Del valore complessivo di 627 milioni di euro. Ma adesso si attende il battito di ciglia del governo di Matteo Renzi, da cui è attesa una mossa: commissariamento o via libera definitivo alle condizioni attuali. Sul tavolo del Cipe c’è la penultima tranche di finanziamento che vale 401 milioni di euro: al Comitato interministeriale per la programmazione economica avrebbero dovuto parlarne ieri sera, ma il tema non è stato nemmeno sfiorato. Probabilmente sarà inserito nella prossima riunione del comitato istituto presso la presidenza del consiglio. Il governo, evidentemente, ha voluto prendere tempo. Troppo fresca è la bufera giudiziaria che ha squarciato il Consorzio Venezia Nuova. L’ultima tranche, invece, pari a 226 milioni di euro, riguarda le opere di mitigazione ambientale della laguna e il completamento degli spazi dell’Arsenale, ma i lavori saranno quasi certamente messi a gara e quindi non è detto che saranno aggiudicati al Consorzio. Mauro Fabris, dal luglio dell’anno scorso presidente del Consorzio Venezia Nuova, è da molti giorni a Roma cercando di capire le intenzioni del governo: sul Consorzio pende la spada del commissariamento. Mala preoccupazione maggiore è legata soprattutto al completamento del sistema della paratoie mobili: ne sono state posate diciassette su 78. Alla Fincantieri di Palermo ne sono state commissionate altre 22 per la bocca del Lido San Nicolò, per un importo lavori di 26,5 milioni di euro. Ne mancano 47: 21 per la bocca di Malamocco, 20 per quella di Chioggia. Davanti al Cipe la decisione, naturalmente, è tecnica: ma i burocrati fanno fatica a non tener conto della bufera politica in corso e dell’atteggiamento «attendista» del governo Renzi. Complessivamente l’investimento dello Stato sul Mose ha finora raggiunto i cinque miliardi e 493 milioni di euro: i lavori sono giunti a una fase delicatissima perché sono stati realizzati al 98 per cento. Uno stop adesso sarebbe probabilmente foriero di mille guai, anche per le casse statali. Al Lido nord Treporti sono stati posati i nove cassoni previsti ed è in corso la posa della 17esima paratoia; al Lido sud San Nicolò sono stati installati i cassoni e le paratoie saranno fornite entro l’autunno da Fincantieri, a Malamocco sono in corso di installazione i cassoni (la fase si dovrebbe concludere entro il 15 ottobre), mentre a Chioggia la fase di alloggiamento dei cassoni si dovrebbe concludere entro la fine di agosto. Complessivamente il sistema Mose si regge sulla posa e installazione di 35 cassoni e 78 paratoie mobili. E un monitoraggio scientifico delle maree veneziane tenuto in osservazione 24 ore su 24 dalla sala di controllo aperta nella sede dell’Arsenale.

Daniele Ferrazza

 

Cantone prudente sul caso Venezia «Presto per parlare di commissariamento»

VENEZIA. Una dichiarazione che sembra allontanare, per ora, l’ipotesi commissariamento del Consorzio Venezia Nuova. «Al momento le modifiche al decreto legge sulla Pubblica amministrazione» in fase di conversione alla Camera «non sono ancora efficaci, quello che vale è il decreto approvato dal Consiglio dei ministri. Capiremo poi se le modifiche, una volta definitive, possono essere calate sul Mose». Così il presidente dell’Anticorruzione Raffaele Cantone (nella foto ) nel corso di una conferenza stampa rispetto ai possibili impatti della norma sull’inchiesta aperta in merito agli appalti del Mose. Cantone ha poi risposto ad una domanda sull’ipotesi di commissariamento dei lavori della piastra dell’Expo 2015 di Milano, affidati alla padovana Mantovani guidata da Carmine Damiano. «Non ritengo che ci siano le condizioni, ossia un livello di indizi tali, che giustifichi un intervento di commissariamento sulla cosiddetta piastra», cioè l’appalto più rilevante di Expo su cui è in corso un’indagine. Il presidente dell’Anticorruzione Raffaele Cantone era stato nei giorni scorsi a Venezia.

 

Sfmr, Net Engineering contro la Regione

«Non siamo stati al gioco dei “furbetti” del Veneto». Il lodo arbitrale: Palazzo Balbi paghi 30 milioni

PADOVA Ventiquattro anni di studi, progetti, approfondimenti. E un contenzioso, avviato nel 1996, che ha prodotto finora nove decisioni avverse alla Regione del Veneto, condannata a risarcire trenta milioni a uno dei più importanti studi di progettazione del Veneto, Net Engineering, che fa riferimento all’ingegner Giambattista Furlan. Tutto intorno al sogno di una mobilità rapida ed efficiente, il Sistema ferroviario metropolitano regionale che avrebbe dovuto rendere il Veneto un po’ più europeo. Con una mossa oltremodo inusuale, ieri mattina la società di progettazione ha convocato una conferenza stampa per denunciare lo stallo: «Una storia infinita che suscita un’infinità di domande» sibila Furlan,che tenta di accreditare la tesi di un atteggiamento vessatorio della Regione nei confronti dello studio ingegneristico, «colpevole» di non essere stato al gioco dei «furbetti» del Veneto. «Il sistema metropolitano di superficie è l’architrave dello sviluppo del Veneto – ha spiegato Furlan –, un’infrastruttura fondamentale, senza la quale è inutile che il Veneto si candidi a eventi internazionali. Per questo lo stallo non giova a nessuno». Poi la lunga storia del contenzioso, nato in seguito all’atteggiamento della Regione che prima affida a Net l’incarico di tutta la progettazione del sistema, poi lo mette a gara cercando di aprire alla concorrenza. Net si oppone facendo valere il suo diritto acquisito: su questo si incunea un contenzioso che, appunto, finora smentisce la Regione. «Sonore e ripetute sconfitte» aggiunge Furlan, che accusa di «strategia dilatoria per far morire Net». E aggiunge: «Ma quel che non capisco è per quale ragione il duo Zaia/Zorzato stia perseguendo il disegno omicida dei loro predecessori». Furlan punta l’indice sull’ex governatore Giancarlo Galan e sull’ex assessore regionale Chisso, in un tentativo di «smarcarsi» sin troppo evidente. Sarebbero stati loro ad infilare la Regione in un contenzioso senza via d’uscita. «Nostro è il progetto, nostri gli studi, nostro il diritto a continuare a lavorare: così hanno riconosciuto anche i magistrati e tre arbitrati. Poi la Regione si è messa nelle mani di Trenitalia varando l’orario cadenzato senza minimamente coinvolgerci ». Dal canto suo la Regione risponde: «Il contratto del 1998 con Net Engineering e le sei revisioni intervenute tra il 2000 e il 2009 hanno reso oltremodo e ingiustificatamente oneroso il contratto stesso. Ogni volta che la Regione compra un treno, essa è costretta a pagare alla società un obolo che assomiglia a una vera e propria royalty». La Regione ha impugnato il lodo arbitrale davanti alla Corte d’Appello di Venezia, facendo leva soprattutto sulla decisione presa a maggioranza dagli arbitri. Nel frattempo, sta definendo le modalità di adempimento: Giambattista Furlan per 30 milioni.

(d.f.)

 

Nuovo mandato d’arresto per […]

Fondi neri, competenza a Padova: ordinanza di custodia cautelare del gip. L’indagato latitante a Dubai

PADOVA – Nuovo mandato di cattura per spedire in carcere il commercialista […], dal 2012 cittadino maltese. È il “mr Matacena” dell’inchiesta Mose, sfuggito all’arresto all’alba del 4 giugno scorso e, da allora (quel giorno si trovava a Tallin in Estonia, secondo i suoi legali), latitante a Dubai. Sarebbe stato pronto a costituirsi nel caso in cui il tribunale del Riesame avesse accolto la sua richiesta di beneficiare degli arresti domiciliari in un’abitazione del Rodigino. Niente da fare. Il gip padovano Mariella Fino ha firmato la nuova ordinanza di custodia cautelare in carcere a carico di […], considerato l’”architetto” del complesso meccanismo di sovraffatturazioni che consentivano alla Mantovani guidata da Piergiorgio Baita di produrre fondi neri poi impiegati per distribuire tangenti a pioggia. Lo stralcio dell’inchiesta è nelle mani del pubblico ministero Giorgio Falcone, sempre della città del Santo. Un passo indietro: per quanto riguarda la posizione di […], il 16 luglio scorso i giudici del Riesame avevano annullato l’ordinanza “veneziana” firmata dal gip Alberto Scaramuzza per incompetenza territoriale, ordinando la trasmissione degli atti al giudice “competente” di Padova. Semplice il motivo: il reato contestato ad […] (commercialista della società Cmp&partners) di emissione di fatture per operazioni parzialmente inesistenti tra il 2006 e il 2010 (tramite, appunto, l’artificio della sovrafatturazione) si sarebbe consumato negli uffici della Mantovani situati a Padova in via Belgio 26. Tra marzo e fine maggio […] sarebbe stato in Italia quasi ininterrottamente, salvo volatilizzarsi nei giorni “caldi” alla vigilia del blitz. L’ordinanza padovana, dunque, ricalca quella firmata dal gip Scaramuzza, secondo il quale Baita e Buson (il “ragioniere” della Mantovani) avevano creato una serie di società estere su consiglio e indicazione di […] e di Andrea Cortella, professionista svizzero co-amministratore di fatto e fiduciario (con il primo) della canadese Quarrytrade Limited. Quest’ultima, nessun dipendente, ha emesso a favore di Mantovani ben 1.253 fatture per un totale di 7 milioni e 990 mila euro. Acquistando sassi da annegamento dalla società Kamen con sede a Pazin in Croazia (a un prezzo maggiorato del 10-17% rispetto a quello che sarebbe stato pagato da Mantovani nella forma dell’acquisto diretto dallo stesso fornitore), l’impresa di Baita “produceva” il contante invisibile al fisco e a qualunque controllo. Un meccanismo rodato, già sperimentato con la San Martino Coop di Stefano Boscolo Bacheto e con la Coed.Mar e Nuova Coed.Mar di Gianfranco, detto Flavio, Boscolo Contadin, società che partecipavano ai lavori del Mose. Il sasso da annegamento è una roccia uniforme dolomite utilizzata per realizzare le dighe foranee alle bocche di Porto di Malamocco e di Treporti. Quei soldi “extracontabilità” erano trasferiti nei conti svizzeri a disposizione di Mazzacurati, il boss del Consorzio Venezia Nuova di cui Mantovani era capofila. Sempre il gip Fino ha confermato a carico di […] i sequestri preventivi dello yacht “iRrock”, in corso di costruzione nei cantieri navali Baglietto di La Spezia, una villa galleggiante con ufficio ipertecnologico, e del velivolo Cirrus Sr 22, iscritto nel registro aeronautico Usa, parcheggiato nell’Aero-club di Bresso (scalo frequentato dalla borghesia lombarda) con titoli contante beni per un valore di 4.412.492,39.

Cristina Genesin

 

mozione dei cappelletti (M5s) «Stop alla concessione al Cvn»

ROMA – Cancellare la concessione unica del Mose affidata al Consorzio Venezia Nuova e adottare misure di depenalizzazione delle imprese coinvolte. Enrico Cappelletti, senatore del M5S, ha depositato come primo firmatario, sullo scandalo. «L’inchiesta ha portato alla luce un sistema illecito molto più ampio di quello che avremmo mai potuto immaginare, fatto di corruzione, concussione, riciclaggio, conti all’estero, fondi neri, finanziamento illecito ai partiti, favoreggiamento personale, millantato credito » dice Cappelletti, «ma nessun senatore Pd ha firmato la mozione per fare verità».

 

Enti regionali, scure sulle partecipazioni

Via libera alla Banca della terra veneta: un anno di tempo per censire tutti gli appezzamenti incolti

VENEZIA – Un mese di tempo a disposizione per presentare al Consiglio e alla Giunta regionale l’elenco di tutte le partecipazioni societarie detenute, direttamente e indirettamente, dagli enti regionali e per indicare quali sia conveniente mantenere. Lo prevede l’articolo 3 della legge “Norme in materia di società partecipate da enti regionali” che è stata approvata ieri dall’assemblea di Palazzo Ferro Fini. Entro sessanta giorni la giunta Zaia deciderà l’autorizzazione delle partecipazioni ritenute necessarie: tutte le altre saranno «ritenute illegittime e dismesse senza indugio». La legge, che è stata illustrata dal consigliere Ncd Costantino Toniolo, stabilisce inoltre, ai fini del contenimento delle spese di funzionamento, che «entro il 30 ottobre di ogni anno gli amministratori delle società controllate da enti regionali effettuano una ricognizione dei costi del personale, delle consulenze e degli incarichi professionali, nonchè una proposta volta al contenimento delle spese di funzionamento ». Nella relazione che accompagna il testo della legge Toniolo specifica che il provvedimento riguardava, negli esercizi 2011-2012, un’ottantina di partecipazioni societarie direttamente detenute dagli enti strumentali “classici”: Arpav, Avepa, Veneto Agricoltura, Enti parco, Ater, Esu, Consorzi di bonifica. Per quanto riguarda le Usl e le Aziende ospedaliere, al 31 dicembre 2012 erano state conteggiate 14 partecipazioni in imprese controllate (valorizzate in oltre 63 milioni di euro). Nella seduta di ieri è stata approvata anche la proposta di legge regionale (illustrata dal consigliere forzista Davide Bendinelli) che contempla l’istituzione della Banca della terra veneta, ovvero un inventario completo e aggiornato dei terreni suscettibili di coltivazione e delle aziende agricole di proprietà pubblica e privata disponibili per operazioni di assegnazione. Ai Comuni toccherà il compito, entro un anno, di provvedere a un inventario dei terreni incolti. Particolarmente soddisfatti i giovani agricoltori di Coldiretti, che ieri hanno assistito ai lavori, sventolando i loro fazzoletti gialli e innalzando cartelli con la scritta “Grazie”. Secondo i dati dei neo-coltivatori di Coldiretti gli appezzamenti incolti si estendono su almeno15 mila ettari gestiti da 135 enti pubblici su un totale di una superficie pari a 811.440 ettari lavorata da circa 120mila aziende. Il Consiglio del Veneto ha infine votato il progetto di legge “Intervento a favore dei territori montani e conferimento di forme e condizioni particolari di autonomia amministrativa, regolamentare e finanziaria alla Provincia di Belluno».

 

 

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